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Posts Tagged ‘sfruttamento’

(“The Gambia – Isatou Touray, Women’s Advocate, Appointed Vice President of The Gambia”, UN Women, 16 maggio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Isatou Touray, in immagine, è stata nominata Vice Presidente del Gambia. Il giorno in cui potrò votare nel mio Paese una donna simile, saprò che la politica italiana si è mossa verso la civiltà.)

Isatou Touray

Sono nata a Banjul, dove ho ricevuto la mia istruzione. Inizialmente ho lavorato come insegnante e sono stata assegnata a varie parti del paese, incluse le aree rurali. Ho notato che le donne lavoravano più di 18 ore al giorno e percorrevano lunghe distanze per raccogliere legna, portando i loro bimbi sulla schiena.

Insegnando artigianato domestico, ho lavorato con loro su attività quali il migliorare la salute della famiglia tramite l’educazione alimentare e lo sviluppo delle competenze per generare reddito. Ho compreso che queste donne erano anche sfruttate e che le loro preoccupazioni non erano prese in considerazione nella maggioranza delle attività legate allo sviluppo. Vedevo che venivano mobilitate affinché partecipassero ai laboratori e poi nulla tornava loro indietro. Venivano da me chiedendo: “Che ne è stato delle promesse fatte dal Ministero?”

Da quel momento in poi mi sono impegnata nell’attivismo della società civile. Ho coinvolto comunità tramite il risveglio della consapevolezza e l’addestramento. Ho usato le informazioni raccolte sul campo per coinvolgere lo Stato e chiedere assunzione di responsabilità. Ora appartengo a diverse reti e le esperienze che ho guadagnato da queste iniziative globali vengono diffuse per dare alle comunità, ai decisori e ai legislatori la forza di portare avanti l’agenda femminista sullo sviluppo.

Ho anche fatto ricerca per il dottorato. Ora sono direttrice del Comitato gambiano sulle pratiche tradizionale che hanno impatto sulla salute di donne e bambine (GAMCOTRAP), un’organizzazione pro-diritti delle donne che ho contribuito a fondare nel 1992 per promuovere la salute e i diritti riproduttivi, e lavorare per eliminare la mutilazione genitale femminile.

Definisco me stessa una femminista perché credo nel potere e nell’anima delle donne.

Non devo agire come un uomo o mostrare tendenze macho per farmi accettare in determinati contesti. Sento che i miei diritti fanno parte del tutto e quel che io scelgo non dovrebbe costituire una ragione per discriminarmi. Ho visto come le donne sono tenute subordinate in varie culture, tradizioni e religioni. Ho visto e fatto esperienza delle incongruenze di interpretazione su istanze che riguardano la mia vita e come queste si manifestino in modi differenti per gli uomini. Tutte le suddette esperienze che ho accumulato negli anni hanno fatto di me una femminista.

Se il femminismo concerne la liberazione delle donne io ho scelto di fare esclusivamente questo.

Se il femminismo concerne l’autodeterminazione delle donne e il riacquistare la mia integrità, io ho scelto di viverlo!

Sono un’attivista femminista perché mi piacerebbe vedere una trasformazione che dia a uomini e donne uguali opportunità di realizzazione personale. Voglio avere una parte nel creare un mondo senza discriminazione, un mondo che riconosce come la diversità ci consenta di vivere in pace e armonia gli uni con gli altri.

Di recente mi sono presa l’impegno di scrivere delle nostre esperienze e di documentare il nostro lavoro per la posterità e per il pubblico accesso. Dobbiamo lasciare un’eredità che sia ricordata in futuro.

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C’è questo signore, il cui mestiere non so definire con esattezza (twittatore, come neologismo, va bene?), presentato ossessivamente sui media come ministro del nostro governo ma sempre con corredo di panzarotti, ortaggi e calici di vino o mentre presenzia alle sagre – però non è il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo… misteri italiani (so che avete capito immediatamente chi è).

Uno dei recenti commenti del twittatore è questo: “Undici nigeriani arrestati dai carabinieri per tratta di esseri umani. È successo a Torino: il gruppo convinceva delle ragazze a lasciare l’Africa pagando 25mila euro, ma poi le faceva prostituire. Grazie a Forze dell’Ordine e inquirenti: è l’ennesima dimostrazione che un’immigrazione sregolata è un business per i criminali.”

In realtà è l’ennesima dimostrazione che la prostituzione è inseparabile dalla tratta di esseri umani, e che la prostituzione è una palese violazione dei diritti umani delle persone comprate / vendute, anche quando costoro sostengono si tratti di una loro “scelta”: la violenza non si misura sul grado di acquiescenza della vittima, che può essere ottenuto dal perpetratore e da una società connivente in molteplici modi, ma sull’estensione dei danni causati dalla violenza stessa alla salute fisica e psichica, all’integrità corporea, al godimento di diritti e opportunità e libertà di chi la subisce.

“Non si possono dividere questi due fenomeni (tratta e prostituzione) perché la prostituzione è il luogo dove la tratta avviene e la prostituzione è la ragione per cui esiste la tratta, è il motivo per cui le donne vengono trafficate. Se non ci fosse un mercato non avremmo nemmeno i trafficanti che costringono le donne, (…) è un sistema che mette al primo posto i bisogni egoistici degli uomini che ci fanno violenza.” Rachel Moran, 27 maggio 2018, Roma, Conferenza sull’industria del sesso e la tratta degli esseri umani organizzata da Resistenza Femminista ed altre associazioni.

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/09/29/pagata/

E’ interessante anche notare come la notizia di cui sopra è riportata dai media:

“Prostituzione, le maman nei centri d’accoglienza: 11 arresti. Dalla Nigeria alle prigioni della Libia, poi sfruttate da altre donne.”

“I carabinieri sgominano un’organizzazione criminale al femminile specializzata nella tratta delle giovani nigeriane.”

“I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dalla procura di Torino, hanno sgominato un’organizzazione criminale internazionale tutta al femminile specializzata nella tratta di giovani nigeriane destinate alla prostituzione.”

Infatti, gli undici magnaccia nigeriani menzionati dal twittatore erano otto donne e tre uomini. Ma se la proporzione fosse rovesciata, nessuno di noi avrebbe letto definizioni del tipo “un’organizzazione criminale al maschile” o “un’organizzazione criminale internazionale tutta al maschile”. Perché? Be’, perché delinquere è tutto sommato normale per gli uomini. Sommersi da diluvi ciclici di testosterone, vessati dall’impossibile controllo di una forza fisica esorbitante, “naturalmente” inclini alla competizione, al dominio e al controllo, interiormente fragilissimi e perciò soggetti a crolli di autostima devastanti e terrificanti raptus se solo una donna dice loro di no… l’esercizio della violenza è una conseguenza del tutto logica per creature così descritte, il solo difetto nella narrazione è che dipinge creature fantastiche, non uomini in carne e ossa.

Queste icone della propaganda patriarcale hanno anche un “bisogno” di sesso eterosessuale – che nei deliri più spinti può diventare persino un “diritto” – parimenti incontrollabile e che tende a obnubilarli sino a “costringerli” allo stupro. La prostituzione è dunque necessaria al soddisfacimento di un’irrefrenabile necessità creata a tavolino, perché nulla di quanto esposto sopra descrive la realtà ne’ ha un milligrammo di conferma scientifica. La sceneggiata è però del tutto funzionale a presentare la prostituzione come “inevitabile e innocua” (e a tutelare coloro che profittano a vario titolo del giro di miliardi correlato – e no, non sono le donne che si prostituiscono):

“Un effetto devastante della legge regolamentarista è quello di dare un messaggio dannoso e pericoloso all’intera società ovvero che la prostituzione sia inevitabile e innocua. La prostituzione invece è violenza, la domanda maschile è violenza e nei paesi abolizionisti le donne sono decriminalizzate mentre sono i compratori di sesso ad essere criminalizzati in quanto sono coloro che alimentano il mercato dello sfruttamento sessuale. Dobbiamo decidere in che tipo di società vogliamo vivere, la prostituzione è un male sociale, non è necessaria per nessuno. Se una società si batte per l’uguaglianza tra donne e uomini non può promuovere la prostituzione.”

Julie Bindel, 18 marzo 2019, intervistata del TG3.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/09/10/se-muoiono-la-bara-e-gratis/

L’enfasi sulle maman (sono le donne a sfruttare altre donne!) e sui nigeriani (immigrazione sregolata!), in assenza di una sola parola, una sola, sul perché le donne sono trafficate, assolve tranquillamente la legione di spensierati puttanieri che alligna nel nostro paese. Missione compiuta, per giornalisti e twittatore.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Prostitution is not work: The crib sheet”, di Samantha Berg per Feminist Current, 17 dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dieci concise spiegazioni su come la prostituzione sia più affine allo sfruttamento che al lavoro.

1) Nessun titolo professionale è gettato minacciosamente in faccia a donne e ragazze, in tutto il mondo, allo stesso modo in cui “puttana” e i suoi molti sinonimi in molte lingue sono usati per commettere abuso verbale.

2) La prostituzione è spesso paragonata al lavorare in miniera. I danni ai minatori sono incidenti che l’equipaggiamento di sicurezza mira a ridurre; i danni alle donne prostituite sono inflitti loro intenzionalmente. La pornografia comunemente ritrae il fare del male alle donne come un attraente scopo per i consumatori.

3) La prostituzione è spesso paragonata ai lavori sottopagati nei fast food. Gli impiegati di questi ultimi non necessitano di servizi specializzati per aiutarli a mollare il lavoro nel modo in cui le sopravvissute hanno bisogno di protezione dai magnaccia. Quando le donne prostituite scappano sono sovente nella stessa situazione delle vittime di violenza domestica, cioè fuggono dal danno imminente con i soli vestiti addosso e la paura di essere di nuovo catturate in mente.

4) La prostituzione è spesso paragonata al pulire cessi. Essere costretti dalla necessità economica a pulire toilette ogni giorno può essere decisamente spiacevole, ma non è stupro e non lascia alle persone sindrome da stress post-traumatico, malattie sessualmente trasmissibili o gravidanze indesiderate. Chiunque abbia pulito un bagno e fatto sesso è in grado di spiegare le enormi differenze fra le due attività.

5) La prostituzione non è un lavoro di servizio, è sfruttamento del corpo. Il sesso, la razza, l’età di chi fornisce servizi legittimi non hanno importanza per cassieri, idraulici, contabili, guidatori di taxi, ecc., allo stesso modo in cui hanno invece importanza per gli uomini che usano prostitute, i quali non accetteranno servizi sessuali dal corpo di un uomo quando vogliono il corpo di una donna, o dal corpo di una donna anziana quando vogliono il corpo di una ragazza giovane.

6) Non esiste occupazione lavorativa che possa essere svolta mentre il lavoratore è privo di sensi. Le prostitute sono spesso drogate, svengono per dolori insopportabili o vengono loro inflitti traumi cranici prima o durante l’assalto sessuale.

7) La prostituzione non è una professione di intrattenimento sui media come il fare le modelle o recitare. Le attrici fingono di fare sesso, le donne prostituite non stanno fingendo di fare sesso e i danni ai loro corpi e alle loro menti sono la prova dello sfruttamento, non un’occupazione. Non c’è gruppo organizzato di trafficanti che forzi ragazze adolescenti a rappresentare Shakespeare per lo svago degli uomini.

8) Le condizione di base per la sicurezza sono impossibili da conciliare con la prostituzione. Le leggi sull’esposizione durante il lavoro (“ragionevolmente prevista per pelle, occhi, membrane mucose o tramite contatto parenterale con sangue o altri materiali potenzialmente infetti”) prevedono guanti di lattice, occhiali protettivi, mascherine per il volto e grembiuli per proteggere i lavoratori. La prostituzione non potrà mai rispettare i parametri dell’OSHA (ndt.: Occupational Safety and Health Administration, agenzia del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti con lo scopo di garantire la sicurezza sul lavoro).

9) La sindacalizzazione non è possibile. Magnaccia e pornografi chiamano se stessi “sex workers” perché sono impiegati nell’industria del sesso mentre fanno pressione per la deregolamentazione e le eccezioni alle leggi sulla sicurezza dei lavoratori. Non si può negoziare una via d’uscita dallo stupro quando il lavoro è sopportare sesso non voluto.

10) “Ti dò dieci dollari se lasci che ti tiri un pugno in faccia” non è un’offerta di lavoro per liberi professionisti ne’ lo sono le istigazioni alla prostituzione. Gli uomini che richiedono prostituzione nei luoghi pubblici non stanno magnanimamente offrendo impieghi alle donne: nessuno avvicina estranei per strada con offerte di impieghi remunerativi.

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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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marichuy

“Il sistema elettorale non è fatto affinché noi, il popolo in basso, si governi. Le leggi e le istituzioni dello stato sono fatte per quelli che stanno sopra, i capitalisti e la loro classe politica corrotta, per cui il sistema elettorale risulta essere una grande illusione. Il governo, l’esercito, la polizia, i narcotrafficanti, tutti favoriscono lo sfruttamento delle nostre ricchezze naturali. Tutti vogliono spaventare la nostra gente e far sì che chi si oppone ai loro progetti capitalisti scompaia. Dobbiamo spezzare le radici di ciò che sta ferendo il Messico. Questo paese ha bisogno di guarigione.” – María de Jesús Patricio Martínez.

Meglio conosciuta come Marichuy, María è una donna di etnia Nahua che vive a Jalisco, praticante di medicina tradizionale: la settimana scorsa ha cominciato la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2018. E’ la prima donna indigena a scendere in lizza per la presidenza in Messico e dovrà vedersela con altri 85 candidati. Sta parlando di ciò di cui nessuno vuole veramente parlare, i problemi e le istanze che riguardano i gruppi maggiormente marginalizzati dalla società: gli indigeni, i poveri, le donne. Per quanto improbabile sia la sua vittoria, solo per questo le dobbiamo rispetto e gratitudine. Buena suerte, Marichuy.

Maria G. Di Rienzo

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(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

bindel cover

Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

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jenny

Jenny Lu, taiwanese (in immagine qui sopra) all’epoca studente d’arte a Londra, incontrò una giovane donna chiamata Anna durante un pranzo comunitario a Chinatown. “Veniva da un piccolo villaggio cinese e sembrava del tutto normale. – ricorda Jenny – Mi disse di essersi trasferita a Londra perché voleva una vita migliore.”

Poco dopo, nel 2009, Anna si suicidò nei pressi dell’aeroporto di Heathrow. Nessuno dei suoi amici e conoscenti, compresa Jenny, sapeva che Anna in Gran Bretagna c’era arrivata con un finto matrimonio – per cui la sua famiglia aveva pagato un prezzo salato – e che il suo lavoro consisteva nel prostituirsi in un salone per massaggi. E’ stata proprio Jenny a scoprirlo: devastata dal dolore per la morte di Anna ha intrapreso un difficile viaggio per tracciarne la storia e quel viaggio è divenuto il film “The Receptionist” (premiere a Taiwan venerdì prossimo e al Festival del Cinema di Edimburgo la settimana successiva).

Fra le donne che si prostituiscono nei saloni per massaggi, Jenny Lu ha trovato immigrate da tutta l’Asia; alcune sono arrivate a Londra tramite matrimoni pro-forma come quello di Anna, altre hanno falsi passaporti, altre ancora devono crescere figli da sole o erano arrivate per studiare e non hanno trovato il modo di mantenersi. Quelle che conoscevano Anna hanno raccontato a Jenny di come lavorasse duramente per ripagare il debito del finto matrimonio e sostenere la propria famiglia in Cina, compresi gli studi del fratello.

Nel film, la giovane regista ha messo tutto quel che ha visto e udito: donne che vivono come prigioniere, con le tende sempre tirate per paura di essere scoperte; donne che conoscono poco la lingua del paese in cui vivono e di Londra hanno visto a stento le strade più vicine al bordello; donne che sono sfruttate da ogni tipo di criminali e soggette a pestaggi, rapine e stupri se non pagano i soldi per la “protezione”: tanto i magnaccia sanno bene che non chiameranno mai la polizia a causa dei loro retroscena; donne soggette alle più incredibili brutalità da parte dei “clienti”… Questi ultimi pagano di media per una sessione di violenze (Nda: tale io considero il “sesso a pagamento”), sessuali e non, 120 euro: i proprietari del salone per massaggi trattengono dalla cifra – sempre di media – il 50/60%.

“Le attrici e gli attori non riuscivano a credere reale la sceneggiatura. – dice al proposito Jenny Lu – Così li ho portati a conoscere personalmente le donne di cui parlo.”

receptionist

Anna aveva 35 anni quando si è tolta la vita. Era in Gran Bretagna da due e veniva sfruttata dall’industria del sesso da uno. La sua famiglia continuava a chiedere danaro, il suo lavoro le risultava pesantissimo e inaccettabile, e quando tentò di farsi restituire i soldi che aveva prestato a una sedicente amica quest’ultima minacciò di far sapere ai familiari di Anna cosa lei faceva per vivere. Ogni sogno che Anna poteva aver nutrito lasciando il suo villaggio era finito in una discarica.

“Il messaggio che voglio mandare è questo. – attesta la regista – Anche quando ti allontani di molto dal sogno che hai nutrito per lungo tempo, voltati e guarda indietro da dove vieni, cos’era il tuo sogno iniziale. Molta gente dimentica. Molte delle donne di cui racconto le storie nel film non credono più di poter fare una vita diversa. Cercano persino di pensare il meno possibile.” Maria G. Di Rienzo

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