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Joan

“Nel posto dove vivo, la mia cittadina aveva una disputa relativa al confine con il villaggio adiacente. La decisione su cui ci siamo accordati è che non abbiamo bisogno di marcare un confine e che ambo i villaggi possono usare quell’area senza tracciare una linea. E’ più importante che entrambe le comunità coesistano pacificamente piuttosto che avere un conflitto. In fin dei conti, è più importante la protezione dei nostri territori a livello più ampio. Sino a che viviamo in accordo ai valori dei Popoli Indigeni quali la solidarietà, la cooperazione e il sostegno del bene comune, essi diventano la cornice per risolvere le questioni di confine in maniera pacifica.

E’ tempo che il mondo ascolti i Popoli Indigeni perché abbiamo davvero molto da offrire. Abbiamo continuato a proteggere il nostro pianeta e abbiamo valori positivi nel modo in cui governiamo noi stessi; tali valori sono ciò di cui c’è bisogno a questo punto. Abbiamo necessità di sostenere l’interesse comune. Abbiamo necessità di trasparenza. E dobbiamo aver cura l’uno dell’altro, in special modo di coloro che sono in difficoltà. Dobbiamo avere relazioni di reciprocità con il nostro ambiente di modo da non distruggerlo, ciò è necessario per le generazioni future. Questi sono i valori universali che devono guidare la via per l’ottenimento dello sviluppo sostenibile.”

Joan Carling (in immagine), Kankanaey delle Filippine, ambientalista e attivista per i diritti umani, marzo 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.

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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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(Brano tratto da: “This is how they broke our grandmothers”, un molto più lungo e assai accurato articolo di Natasha Chart, attivista femminista, per Feminist Current, 4 ottobre 2016. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

women-solidarity

C’erano una volta le streghe. No. Non ci sono mai state streghe. Non nella maniera che gli uomini hanno detto, a ogni modo.

C’erano una volta molte tradizioni indigene di fede politeiste e animiste in quella che è ora l’Europa occidentale. I loro costumi sostenevano svariati livelli di rispetto e autorità per le donne. Avevano donne sacre, donne guaritrici e donne leader.

C’era una volta una chiesa che era un regno, costruito sul corpo dell’Impero Romano il quale era stato costruito a sua volta sul rapimento e lo stupro delle donne Sabine. Questa chiesa era in realtà un principato, governato da principi che bramavano terre e oro ed erano egualmente insaziabili nel loro odio bruciante per le donne.

Convertirono capi di stato e chiesero decime, lasciando che la maggior parte dei governi locali lavorasse per proprio conto. Crearono un impero transnazionale molto precoce e molto effimero che richiedeva poco personale in termini di uomini armati ed era principalmente concentrato sul governare ciò che viene classificato spesso come sfera privata. Alla fine, gli stati clienti della chiesa avevano problemi a tenere in riga i loro popolani, perché la chiesa e l’aristocrazia volevano rubare tutta la terra disponibile e privatizzarla a proprio beneficio tramite la chiusura degli spazi comuni.

(Ndt.: In Gran Bretagna la recinzione e privatizzazione di campi aperti e terre comunitarie cominciò nel 1604 e non finì prima del 1914: tramite 5.200 atti governativi 6 milioni e 800.000 acri di suolo che erano “bene comune” – 28.000 km2 – divennero privati.)

Come Sylvia Federici spiega nel suo libro “Calibano e la Strega”, le autorità laiche si diedero alla strategia di successo che consisteva nel dare tutto ciò che le donne avevano agli uomini, incluse le donne stesse. I funzionari statali non dimenticarono di rendicontare il valore del lavoro delle donne, piuttosto, durante il periodo della “chiusura” delle terre, lo estromisero dichiarando che non aveva valore.

I commercianti di sesso maschile coordinarono boicottaggi delle loro competitrici donne e degli uomini che con loro lavoravano. Le donne che persistettero nel tentare di intraprendere commerci pubblici furono molestate, chiamate “puttane” o “streghe” e persino assalite senza ripercussioni. Col tempo, essere una donna sola in uno spazio pubblico diventò in pratica sinonimo dell’essere una strega o una prostituta. La violenza contro le donne fu normalizzata e sessualizzata.

Per fare la propria parte nel risolvere il problema dei contadini in rivolta e acquisire la propria quota di quelle che erano state terre comunitarie, la chiesa fece un passo avanti nel benedire questa distruzione dei diritti e dell’indipendenza delle donne con il sigillo dell’approvazione divina. I loro preti inventarono le streghe. Cioè, inventarono donne che adoravano il diavolo e facevano sesso con lui, e il diavolo dava loro in cambio grotteschi poteri. La chiesa poi asserì che qualsiasi cosa non approvata come cristiana era culto del demonio.

Di nuovo, non esistevano streghe nel modo in cui la chiesa le definì. La pornografica, diabolica immagine descritta nel “Malleus Maleficarum” non aveva riferimento ad alcuna persona esistente.

Le “streghe” erano semplicemente donne. Questo è ciò che gli uomini intendevano, nelle loro stesse parole: “Qualsiasi malizia è piccola di fronte alla malizia delle donne (Ndt: cit. Ecclesiaste)… Cos’altro è la donna se non una nemica dell’amicizia, un castigo inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno succulento, una natura malvagia, dipinta di bei colori… Quando una donna pensa da sola, pensa il male… Le donne sono per natura strumenti di Satana – sono per natura carnali, un difetto strutturale che ha radici nella creazione originale.” (Malleus Maleficarum – Il martello delle streghe)

Il culto del demonio era definito in modo così vasto che qualsiasi rigetto femminile dell’autorità maschile era una prova potenziale di stregoneria. Ogni donna poteva essere una strega. Ogni sguardo o parola che offendevano un uomo, ogni discorso furente, ogni contatto non necessario con altre donne, ogni relazione sessuale esterna a quelle approvate dalla chiesa: tutto poteva sollecitare un’accusa di stregoneria. Umiliare e soggiogare le donne divenne un prominente progetto pubblico.

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Quando gli uomini sono messi sotto sorveglianza costante, limitati nella loro possibilità di parlare, disumanizzati, resi “altri” come sporchi e inerentemente malvagi, o soggetti a tortura e omicidio al minimo pretesto, lo si chiama fascismo. Quando le donne devono insegnare alle loro figlie a conformarsi a tale sorta di oppressione, generazione dopo generazione, senza nessun’altra speranza di sopravvivenza, gli uomini lo chiamano ordine naturale. (…)

Per centinaia di anni, ogni donna poteva essere buttata in prigione e lì essere torturata e aggredita sessualmente. Ogni donna poteva essere pornograficamente torturata in pubblico prima della sua esecuzione, di fronte ai suoi familiari se li aveva.

Perché lei non ha protestato? Ecco perché. Perché non ha difeso le altre donne? Ecco perché. Gli uomini europei hanno ritualmente abusato di ogni donna che esprimesse solidarietà per le altre o che chiedesse indipendenza per se stessa, per generazioni.

Gli uomini forzarono le donne a testimoniare contro altre donne, persino contro le loro madri, per vivere. La distruzione della storia della leadership comunitaria delle donne, della loro indipendenza economica, del loro reciproco sostegno non è stata così completa da non lasciare prove della sua esistenza. Ma la pratica usuale della solidarietà femminile fu così totalmente devastata che fa ancora notizia, per noi, parlare di darci reciproco sostegno. (…)

Certamente non è stata l’Inquisizione a inventare il patriarcato, la tortura e i regimi di terrore pubblico progettati per spezzare la volontà di popoli conquistati. Pure, ha messo in moto una serie di forti norme sociali che restano con noi.

Le donne continuano a essere cacciate dai luoghi di lavoro dagli assalti maschili, continuano a essere denigrate pubblicamente in modi specifici rispetto al sesso, continuano a essere torturate per intrattenimento dall’industria del sesso e continuano a essere uccise per non aver compiaciuto gli uomini.

Come allora, come sempre, queste ferite sommano degradazione e svantaggio. Sebbene possano sembrarci molto personali quando siamo soggette a esse, agli uomini che beneficiano dall’impedirci l’accesso al potere e alle risorse non importa veramente chi siamo. Se ci fosse stata un’altra donna, al nostro posto, lo avrebbero fatto a lei.

E’ il risultato di un progetto politico lungo secoli che ha come scopo la distruzione della volontà delle donne, del loro potere e della loro indipendenza. Ciò non sarà restaurato senza una resistenza politica che abbia la stessa determinazione. Perché, come dice Lierre Keith, l’oppressione non è un fraintendimento.

Questo è il modo in cui hanno fatto di lei una prigioniera politica nella sua stessa casa. Questo è il modo in cui l’hanno spezzata. Ricordalo.

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(“Life’s Precious Trio: Women, Water and Health”, di Elayne Clift per Ontheissuesmagazine,  http://www.ontheissuesmagazine.com/ – Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

La sua giornata comincia prima dell’alba. Cammina per oltre quattro miglia su sentieri dissestati per raggiungere un buco scavato a mano, dal quale raccoglie il fabbisogno d’acqua giornaliero per la sua famiglia. L’acqua è inquinata da moscerini, feci e animali. Nella stagione secca il percorso è periglioso, perché le pareti scoscese di fango collassano e feriscono le donne e le bambine che vengono a prendere la preziosa acqua anche due volte al giorno. Quando arriva a casa, portando sulla testa un orcio che pesa quanto un cucciolo di giraffa, è esausta. La notte cammina fino alla latrina, al buio, e rischia aggressioni sessuali.

Questa è la vita quotidiana di molte donne, come lo era per la tanzanese Nakwetikya prima che un’ong con base in Gran Bretagna, Water Aid, installasse un pozzo nel suo villaggio. “La situazione era tremenda.”, dice Nakwetikya, “Non c’era acqua e scavavamo buchi per trovarne un po’. Le mie gambe cominciavano a tremare dalla paura prima ancora che mi calassi in quei buchi. Ma non c’era scelta. Se non trovavo l’acqua la mia famiglia non poteva mangiare, lavarsi e neppure bere un sorso.”

La mancanza di acqua e di impianti sanitari ha un impatto enorme sulle vite di milioni di donne nel mondo. In un solo giorno, più di 200 milioni di ore sono spese collettivamente dalle donne nel raccogliere acqua per uso domestico. E più di 600 milioni di donne vivono senza acqua sicuramente potabile e senza le necessità igieniche di base. L’accesso all’acqua influisce sulla salute delle donne in svariati modi. Soffrono dolori alla schiena, spine dorsali ricurve e deformità pelviche date dal trasportare grossi contenitori d’acqua sulla testa. Ironicamente, sono spessissimo disidratate. Sono soggette a contrarre malaria, diarrea e parassiti. Tutte malattie che hanno a che fare con il loro ruolo di cura, e che possono essere prevenute migliorando l’accesso all’acqua ed agli impianti sanitari, e maneggiando meglio le risorse.

Per far questo, le donne devono sedere al tavolo decisionale: sono loro a sapere di cosa c’è bisogno per rendere l’acqua sicura ed accessibile. I progetti che sono stati realizzati con la piena partecipazione delle donne si sono dimostrati i più sostenibili ed i più efficaci. “Poiché sono le principali utilizzatrici dei futuri pozzi, le donne sono in grado di decidere meglio la posizione di una fonte d’acqua, ed hanno una conoscenza cruciale nel pianificare gli stadi dei lavori, perché sanno dove l’acqua è più vicina, dove è più pulita, e dove le fonti si stanno esaurendo.”, spiegano a “Water Aid”, “A loro noi indichiamo misure igieniche, come il coprire l’acqua immagazzinata e l’usare rastrelliere per tenere piatti e utensili sollevati dal terreno.”

Lo status economico e sociale delle donne è in relazione anche all’accesso all’acqua pulita, in modi che sono d’importanza vitale in una prospettiva di genere. Se le bambine non devono più andare a prendere acqua possono andare a scuola, e se la scuola ha toilette decenti le ragazzine mestruate possono restarci. Le donne che hanno famiglie non oppresse da malattie correlate all’acqua possono lavorare al mercato e nei campi, migliorando il reddito familiare. Inoltre, possono assumere maggiori responsabilità all’interno della comunità, come Nakwetikya stessa testimonia: “Da quando abbiamo questa nuova fonte d’acqua la vita è cambiata in modo straordinario. Il mio status come donna ha avuto finalmente un riconoscimento (perché fa parte del “comitato acqua”, nda). Prima, gli uomini ci consideravano alla stregua di pipistrelli che svolazzano in giro. Nessuno ci permetteva di parlare o ascoltava quel che dicevamo. Adesso, quando mi alzo per parlare non sono un animale. Sono qualcuno che ha un’opinione valida.”

Le Nazioni Unite stimano che, entro il 2025, 48 paesi per una popolazione di 2 miliardi e 800.000 persone soffriranno per scarsità di acqua potabile. In questo momento, meno dell’1% dell’acqua corrente e potabile è accessibile all’uso umano diretto. La tendenza alla privatizzazione dell’acqua è pure preoccupante, perché ne innalza i prezzi e ne peggiora la distribuzione. Le donne restano nel quadro il segmento più vulnerabile, sia perché spesso lavorano in settori informali e non hanno le risorse per comprare acqua in mercati competitivi, sia perché appunto la privatizzazione rende l’acqua accessibile ancora più scarsa. Inoltre, sino a che i paesi industrializzati continuano ad inquinare fiumi ed altre fonti d’acqua con pesticidi e rifiuti tossici, le persone più povere del mondo – le donne – soffrono le conseguenze delle loro azioni mentre tentano di aver cura delle proprie famiglie. E’ per questo che ascoltare le loro voci, a tutti i livelli di governance, è così importante.

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Intervista ad Elinor Ostrom, Nobel per l’Economia 2009, di Fran Korten (per “Yes! Magazine”, febbraio 2010), trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo

 

Fran Korten: Ti ha sorpreso sapere di aver vinto il Nobel per l’Economia?

Elinor Ostrom: Sì, è stata davvero una sorpresa. Ero allo stesso tempo felice e sollevata.

Fran: Perché sollevata?

Elinor: Be’, perché avevo fatto un gran numero di ricerche durante gli anni, ed erano ricerche che molte persone giudicavano troppo radicali e che non piacevano ad altri. Poiché faccio un lavoro interdisciplinare non rientro in alcuna categoria, ed è stato un sollievo vedere, dopo tutti questi anni di lotte, che qualcuno ha pensato stessi facendo bene. E’ stato molto piacevole, per me e per la squadra che con me lavora. Il nostro stile organizzativo è differente in sé (il nostro Workshop è un centro interdisciplinare), perciò ci sono laureandi, studiosi in visita e membri di facoltà universitarie che lavorano insieme. Non avrei mai vinto il Nobel se non avessi fatto parte di questa impresa collettiva.

Fran: E’ interessante che la tua ricerca riguardi la gente che apprende a cooperare. E il Workshop all’Università è pure organizzato sui principi della cooperazione.

Elinor: Un mio nuovo libro che esce nel maggio prossimo si intitola “Lavorando insieme”, l’ho scritto con Amy Poteete e Marco Janssen. Parla delle azioni collettive sui beni comuni. Ciò di cui discutiamo sono i modi in cui le persone lavorano insieme. Abbiamo usato uno spettro enorme di metodi diversi per guardare a questa questione (studi su casi specifici, modellamenti, esperimenti, lavoro statistico su larga scala). Mostriamo come le persone usino una molteplicità di modi per lavorare insieme.

Fran: Molta gente associa i “beni comuni” al famoso saggio di Garrett Hardin, “The Tragedy of the Commons.” Lui dice, per esempio, che se c’è un pascolo in un villaggio a cui tutti hanno accesso, allora ogni persona metterà su quella terra quante più mucche può per massimizzare il suo profitto, e presto il pascolo diverrà sovraffollato e inutile. Qual è la differenza tra il tuo punto di vista e quello di Hardin?

Elinor: Bene, io non credo che gli esseri umani siano così incapaci. C’è la tendenza generale a presumere che la gente agisca per il profitto a breve termine. Ma chiunque sappia come vanno gli affari nelle piccole città e come le persone in una comunità si relazionino l’una all’altra, capisce che molte delle decisioni prese non hanno come scopo il solo profitto, e che gli esseri umani tentano di dare un’organizzazione ai problemi e di risolverli. Se hai un peschereccio o un pascolo, e sai che il beneficio a lungo termine per la tua famiglia è non distruggerli, parlando con altre persone che usano le medesime risorse puoi capire meglio che regole funzionano sull’assetto locale, ed organizzarti per usarle. Ma se all’interno della comunità non vi sono buoni modi di comunicare o se il costo dell’auto-organizzazione è troppo alto, lì ci sarà il fallimento.

Fran: Perciò, stai dicendo che Hardin qualche volta ha ragione?

Elinor: Certo. La gente dice che lo disapprovo ed io rispondo sempre: “Non è così. Non lo disapprovo. Ho però dimostrato che la sua asserzione che qualsiasi proprietà comune è destinata al degrado è sbagliata.” Comunque lui stava trattando di un problema di considerevole importanza, che dobbiamo prendere seriamente. E’ solo che si è spinto troppo in là con le conclusioni, sostenendo che le persone non potranno mai maneggiare giustamente i beni comuni. Al Workshop noi abbiamo fatto esperimenti, in cui creiamo forme artificiali di proprietà comune (il peschereccio ed il pascolo sono immaginari) e portiamo le persone al laboratorio a prendere decisioni su queste proprietà. Quando non permettiamo alcuna comunicazione fra i partecipanti, essi sovraccaricano il pascolo o il peschereccio. Ma quando le persone comunicano, particolarmente nel modulo “faccia a faccia”, e dicono “Che ne diresti se proviamo questo? E se facessimo quest’altro?”, allora giungono ad un accordo.

Fran: Ma che succede se arriva un “battitore libero”, e cioè se alcune persone stanno alle regole ed altre no? L’intera faccenda non finisce per crollare?

Elinor: Se le persone non comunicano e non stabiliscono regole condivise è vero, questo problema c’è. Ma se si mettono insieme e dicono: “Ehi, gente, questo è un progetto a cui tutti dobbiamo contribuire. Adesso, vediamo di metterlo insieme.”, riescono a farlo funzionare. Per esempio, se si tratta di un orto comunitario, potrebbero dire: “Siamo d’accordo che ogni sabato mattina ci troviamo all’orto, stiliamo la lista dei lavori e poi la affiggiamo sul tabellone pubblico?” Moltissime comunità hanno inventato modi assai sottili per assicurarsi la collaborazione di tutti, perché se non lo fanno le persone che restano fuori diventeranno problematiche.

Fran: Allora, sono il “disonore pubblico” e l’ “onore pubblico” le chiavi per maneggiare i beni comuni?

Elinor: Disapprovazione e approvazione sono molto importanti. Non ci siamo neppure avvicinati a comprendere davvero quanto. Ci sono studiosi che lo hanno capito, ma non è ancora entrato nel modo comune in cui pensiamo alle azioni collettive.

Fran: Qual è il tuo esempio preferito, rispetto a persone che sono riuscite ad auto-organizzarsi ed a maneggiare proprietà in comune?

Elinor: Uno dei primi lavori in merito che ho letto, e che mi ha aperto la vista, è stato quello di Robert Netting, un antropologo che aveva studiato le proprietà comuni alpine per un periodo di tempo assai lungo. Studiò i contadini svizzeri e poi andò a studiare in Africa. Era davvero seccato dal fatto che sentiva definire gli africani “primitivi” perché usavano proprietà collettive di frequente e non conoscevano i benefici della proprietà privata. L’asserzione implicava che noi dovessimo forzarli ad accettare quest’ultima. Netting disse: “I contadini svizzeri sono degli idioti? Pure loro usano proprietà comuni.”

Pensiamoci un attimo. Nelle valli usano la proprietà privata, su nelle aree alpine usano quella comune. Perciò le stesse persone conoscono proprietà privata e proprietà comune, ma usano quella comune nelle zone alpine. Perché? Be’, perché queste aree sono ciò che Netting definisce “a macchia di leopardo”. In un segmento dell’area piove molto un anno, e c’è parecchia neve, ed è ricco, ma altri segmenti restano secchi. Se in quella zona tu pianti i recinti della proprietà privata allora il sig. Tizio avrà un raccolto eccezionale d’erba un anno, e non riuscirà neppure ad usarla tutta, e il sig. Caio non ne avrà per nulla. Perciò, sosteneva Netting, vi sono luoghi in cui ha più senso avere un pascolo aperto che uno chiuso. Credo che questo esempio dia una buona idea dell’ampia varietà di regole che le persone hanno usato per maneggiare terra comune.

Fran: Perché le scoperte di Netting risultarono così sorprendenti, per te?

Elinor: Ero cresciuta pensando che la terra fosse qualcosa che si muoveva comunque verso la proprietà privata. Ho fatto la mia tesi di laurea sulle fonti d’acqua californiane, perciò avevo familiarità con l’acqua come “bene comune”. Ma quando lessi Netting compresi che vi sono ambienti in cui veramente non ha alcun senso piantare recinzioni e avere piccoli appezzamenti privati.

Fran: Lin, se tu incontrassi qualcuno che ha molta influenza sulle politiche riguardanti le risorse naturali, diciamo il presidente della Banca Mondiale o il Segretario Usa del Dipartimento degli Interni, cosa gli diresti?

Elinor: Che non ci sono panacee. Noi tendiamo a volere formule semplici, perciò ci limitiamo di solito a due prescrizioni: privatizzare la risorsa o farne una proprietà statale. Ma spesso le persone che vivono su quella risorsa sono nella posizione migliore per trovare un metodo per maneggiarla quale bene comune.

Fran: In tali situazioni i governi avrebbero un ruolo?

Elinor: Abbiamo bisogno delle istituzioni affinché rendano le persone capaci di svolgere i loro ruoli nel maneggiare i beni comuni. Per esempio, se c’è un conflitto, ci sarà necessità di un tribunale equo e onesto ad un livello più alto dell’assemblea delle persone coinvolte sulla risorsa. Abbiamo anche bisogno di istituzioni che provvedano conoscenza accurata. L’Istituto di ricerca geologica statunitense è un’istituzione che io indico sempre: non entrano nel problema a piedi in avanti, avanzando proposte su quel che si dovrebbe fare, ma compiono veramente un buon lavoro nel provvedere accurata conoscenza scientifica. Io non sono contraria ai governi. Sono contraria all’idea che debba essere la burocrazia a prendere tutte le decisioni che riguardano le persone. A volte i pubblici ufficiali non sanno neppure che le persone della tal area condividono un accordo. Non occorre che sia registrato in tribunale, perché funzioni, e neppure che sia stato scritto. Ecco perché a volte le autorità pubbliche distruggono completamente ciò che le genti del luogo avevano speso anni a creare.

Fran: Tu hai fatto ricerche sulle giurisdizioni piccole e medie inerenti le risorse naturali. Ma che mi dici dei beni comuni globali? Abbiamo il problema del cambiamento climatico. Ci sono lezioni che possiamo trarre dal tuo lavoro, per questo?

Elinor: Rispetto al clima ho un po’ di speranza. Ci sono benefici che le persone possono godere a livello locale nel mentre generano benefici per l’ambiente a livello globale. Prendi la coppia “salute e trasporti”. Se più persone usano la bicicletta o vanno a piedi, e prendono l’auto solo se la distanza veramente lo rende necessario, allora la loro salute migliorerà assieme all’atmosfera. Naturalmente se sono in pochi non fa differenza, ma se sempre più persone pensano “Questa è la vera vita che voglio vivere”, ciò sarebbe d’aiuto alla questione globale. Allo stesso modo, se investiamo nel ripensare i sistemi di riscaldamento delle abitazioni, risparmieremo il danaro e l’ambiente. Sì, vogliamo azioni a livello globale, ma ragazzi, vi pare il caso di restare seduti ad aspettarle, nel frattempo?

Fran: C’è un messaggio che vuoi mandare ai tuoi lettori?

Elinor: Dobbiamo togliere dalla testa della gente che sia doveroso avere una casa enorme e un’automobile di lusso. Alcuni aspetti della nostra mentalità non ci aiuteranno affatto nei prossimi cinquant’anni. Dobbiamo riflettere su come scegliere di condurre un’esistenza soddisfacente in cui ci aiutiamo l’un l’altro, in modi che veramente siano d’aiuto alla Terra.

Fran: Guardiamo avanti di vent’anni. Cosa speri che sarà stato compreso, per allora, sui sistemi delle proprietà comuni e sui modi di gestirle?

Elinor: Ci serve un senso più ampio di ciò che chiamiamo “sistemi socio-ecologici”. Dobbiamo diventare capaci di vedere il lato biologico e quello sociale all’interno di un’unica cornice. E’ una grossa sfida, ma ora ho trovato alcuni colleghi molto interessati alla cosa. Alcuni di loro sono giovani, e ciò che trovo incoraggiante è che se lavoriamo in gruppo ci muoveremo senz’altro in avanti nei prossimi vent’anni. Però io fra vent’anni ne avrò 96, non credo che sarò attiva quanto oggi.

Fran: Ah, no? Io non ci scommetterei!

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