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(“The Gambia – Isatou Touray, Women’s Advocate, Appointed Vice President of The Gambia”, UN Women, 16 maggio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Isatou Touray, in immagine, è stata nominata Vice Presidente del Gambia. Il giorno in cui potrò votare nel mio Paese una donna simile, saprò che la politica italiana si è mossa verso la civiltà.)

Isatou Touray

Sono nata a Banjul, dove ho ricevuto la mia istruzione. Inizialmente ho lavorato come insegnante e sono stata assegnata a varie parti del paese, incluse le aree rurali. Ho notato che le donne lavoravano più di 18 ore al giorno e percorrevano lunghe distanze per raccogliere legna, portando i loro bimbi sulla schiena.

Insegnando artigianato domestico, ho lavorato con loro su attività quali il migliorare la salute della famiglia tramite l’educazione alimentare e lo sviluppo delle competenze per generare reddito. Ho compreso che queste donne erano anche sfruttate e che le loro preoccupazioni non erano prese in considerazione nella maggioranza delle attività legate allo sviluppo. Vedevo che venivano mobilitate affinché partecipassero ai laboratori e poi nulla tornava loro indietro. Venivano da me chiedendo: “Che ne è stato delle promesse fatte dal Ministero?”

Da quel momento in poi mi sono impegnata nell’attivismo della società civile. Ho coinvolto comunità tramite il risveglio della consapevolezza e l’addestramento. Ho usato le informazioni raccolte sul campo per coinvolgere lo Stato e chiedere assunzione di responsabilità. Ora appartengo a diverse reti e le esperienze che ho guadagnato da queste iniziative globali vengono diffuse per dare alle comunità, ai decisori e ai legislatori la forza di portare avanti l’agenda femminista sullo sviluppo.

Ho anche fatto ricerca per il dottorato. Ora sono direttrice del Comitato gambiano sulle pratiche tradizionale che hanno impatto sulla salute di donne e bambine (GAMCOTRAP), un’organizzazione pro-diritti delle donne che ho contribuito a fondare nel 1992 per promuovere la salute e i diritti riproduttivi, e lavorare per eliminare la mutilazione genitale femminile.

Definisco me stessa una femminista perché credo nel potere e nell’anima delle donne.

Non devo agire come un uomo o mostrare tendenze macho per farmi accettare in determinati contesti. Sento che i miei diritti fanno parte del tutto e quel che io scelgo non dovrebbe costituire una ragione per discriminarmi. Ho visto come le donne sono tenute subordinate in varie culture, tradizioni e religioni. Ho visto e fatto esperienza delle incongruenze di interpretazione su istanze che riguardano la mia vita e come queste si manifestino in modi differenti per gli uomini. Tutte le suddette esperienze che ho accumulato negli anni hanno fatto di me una femminista.

Se il femminismo concerne la liberazione delle donne io ho scelto di fare esclusivamente questo.

Se il femminismo concerne l’autodeterminazione delle donne e il riacquistare la mia integrità, io ho scelto di viverlo!

Sono un’attivista femminista perché mi piacerebbe vedere una trasformazione che dia a uomini e donne uguali opportunità di realizzazione personale. Voglio avere una parte nel creare un mondo senza discriminazione, un mondo che riconosce come la diversità ci consenta di vivere in pace e armonia gli uni con gli altri.

Di recente mi sono presa l’impegno di scrivere delle nostre esperienze e di documentare il nostro lavoro per la posterità e per il pubblico accesso. Dobbiamo lasciare un’eredità che sia ricordata in futuro.

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Bensouda

Fatou Bensouda (nell’immagine) occupa una delle più alte posizioni mondiali come magistrata: è la capo p.m. del Tribunale penale internazionale, la prima persona africana a rivestire tale posizione. Il suo lavoro è rintracciare individui indagati per violazioni atroci quali genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Spesso deve intervenire ove i tribunali nazionali hanno fallito.

Fatou ha detto più volte di aver particolare interesse per i casi che coinvolgono donne e bambine: donne e bambine, in effetti, sono il motivo per cui lei ha cominciato a studiare legge. “Non puoi separare completamente te stessa da quel che stai facendo, perché queste non sono statistiche. A volte parli della morte di mille persone, di cento persone, e la gente pensa a esse solo come numeri. Ma queste sono le vite delle persone. Sono vite di madri, di sorelle, di amiche. Noi dovremmo sempre assicurarci di restituire loro una voce.”

Nata e cresciuta in Gambia, dove era diventata la principale esperta in diritto marittimo internazionale, Fatou Bensouda ha successivamente studiato legge in Nigeria e a Malta. La sua carriera ha preso una svolta significativa quando fu nominata come avvocata e consigliera legale al Tribunale penale per il Ruanda, diventando in due anni la dirigente dell’Unità per la consulenza legale.

Nel 2015, Fatou ha aperto le indagini preliminari per i crimini commessi in Palestina, ha allargato lo spettro di un’indagine preliminare in Ucraina e ha chiesto al Tribunale penale internazionale di aprire un’indagine formale sulla guerra Russia-Georgia del 2008. Chi lavora con lei la giudica una persona di grande intelletto e ancor più grande umanità, sensibile, diligente e compassionevole come pochi.

Sul suo ruolo al Tribunale penale internazionale, ha di recente detto alla BBC: “Sono arrivata a credere che in effetti questa è la mia vocazione.” Maria G. Di Rienzo

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