Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sfruttamento’

marichuy

“Il sistema elettorale non è fatto affinché noi, il popolo in basso, si governi. Le leggi e le istituzioni dello stato sono fatte per quelli che stanno sopra, i capitalisti e la loro classe politica corrotta, per cui il sistema elettorale risulta essere una grande illusione. Il governo, l’esercito, la polizia, i narcotrafficanti, tutti favoriscono lo sfruttamento delle nostre ricchezze naturali. Tutti vogliono spaventare la nostra gente e far sì che chi si oppone ai loro progetti capitalisti scompaia. Dobbiamo spezzare le radici di ciò che sta ferendo il Messico. Questo paese ha bisogno di guarigione.” – María de Jesús Patricio Martínez.

Meglio conosciuta come Marichuy, María è una donna di etnia Nahua che vive a Jalisco, praticante di medicina tradizionale: la settimana scorsa ha cominciato la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2018. E’ la prima donna indigena a scendere in lizza per la presidenza in Messico e dovrà vedersela con altri 85 candidati. Sta parlando di ciò di cui nessuno vuole veramente parlare, i problemi e le istanze che riguardano i gruppi maggiormente marginalizzati dalla società: gli indigeni, i poveri, le donne. Per quanto improbabile sia la sua vittoria, solo per questo le dobbiamo rispetto e gratitudine. Buena suerte, Marichuy.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

bindel cover

Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

Read Full Post »

jenny

Jenny Lu, taiwanese (in immagine qui sopra) all’epoca studente d’arte a Londra, incontrò una giovane donna chiamata Anna durante un pranzo comunitario a Chinatown. “Veniva da un piccolo villaggio cinese e sembrava del tutto normale. – ricorda Jenny – Mi disse di essersi trasferita a Londra perché voleva una vita migliore.”

Poco dopo, nel 2009, Anna si suicidò nei pressi dell’aeroporto di Heathrow. Nessuno dei suoi amici e conoscenti, compresa Jenny, sapeva che Anna in Gran Bretagna c’era arrivata con un finto matrimonio – per cui la sua famiglia aveva pagato un prezzo salato – e che il suo lavoro consisteva nel prostituirsi in un salone per massaggi. E’ stata proprio Jenny a scoprirlo: devastata dal dolore per la morte di Anna ha intrapreso un difficile viaggio per tracciarne la storia e quel viaggio è divenuto il film “The Receptionist” (premiere a Taiwan venerdì prossimo e al Festival del Cinema di Edimburgo la settimana successiva).

Fra le donne che si prostituiscono nei saloni per massaggi, Jenny Lu ha trovato immigrate da tutta l’Asia; alcune sono arrivate a Londra tramite matrimoni pro-forma come quello di Anna, altre hanno falsi passaporti, altre ancora devono crescere figli da sole o erano arrivate per studiare e non hanno trovato il modo di mantenersi. Quelle che conoscevano Anna hanno raccontato a Jenny di come lavorasse duramente per ripagare il debito del finto matrimonio e sostenere la propria famiglia in Cina, compresi gli studi del fratello.

Nel film, la giovane regista ha messo tutto quel che ha visto e udito: donne che vivono come prigioniere, con le tende sempre tirate per paura di essere scoperte; donne che conoscono poco la lingua del paese in cui vivono e di Londra hanno visto a stento le strade più vicine al bordello; donne che sono sfruttate da ogni tipo di criminali e soggette a pestaggi, rapine e stupri se non pagano i soldi per la “protezione”: tanto i magnaccia sanno bene che non chiameranno mai la polizia a causa dei loro retroscena; donne soggette alle più incredibili brutalità da parte dei “clienti”… Questi ultimi pagano di media per una sessione di violenze (Nda: tale io considero il “sesso a pagamento”), sessuali e non, 120 euro: i proprietari del salone per massaggi trattengono dalla cifra – sempre di media – il 50/60%.

“Le attrici e gli attori non riuscivano a credere reale la sceneggiatura. – dice al proposito Jenny Lu – Così li ho portati a conoscere personalmente le donne di cui parlo.”

receptionist

Anna aveva 35 anni quando si è tolta la vita. Era in Gran Bretagna da due e veniva sfruttata dall’industria del sesso da uno. La sua famiglia continuava a chiedere danaro, il suo lavoro le risultava pesantissimo e inaccettabile, e quando tentò di farsi restituire i soldi che aveva prestato a una sedicente amica quest’ultima minacciò di far sapere ai familiari di Anna cosa lei faceva per vivere. Ogni sogno che Anna poteva aver nutrito lasciando il suo villaggio era finito in una discarica.

“Il messaggio che voglio mandare è questo. – attesta la regista – Anche quando ti allontani di molto dal sogno che hai nutrito per lungo tempo, voltati e guarda indietro da dove vieni, cos’era il tuo sogno iniziale. Molta gente dimentica. Molte delle donne di cui racconto le storie nel film non credono più di poter fare una vita diversa. Cercano persino di pensare il meno possibile.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“After looking at a glittery postcard of Waikiki”, di Janice Lobo Sapigao – in immagine -, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Janice è figlia di immigrati filippini negli Usa e autrice di due raccolte di poesie: “Microchips for millions” del 2016 e “Like a Solid to a Shadow” del 2017. La prima è una sorta di documentario in versi che racconta lo sfruttamento delle donne migranti nella Silicon Valley. Le piacciono gli animaletti di peluche, bere tè verde, correre e cucinare.)

Janice

“Dopo aver guardato una cartolina di Waikiki scintillante di lustrini”

Ma quel che non vediamo

sono i lavoratori

che una delle mie migliori amiche

organizza.

Trasforma in zie

le domestiche

e in zii

i fattorini.

I colori

del primo mattino

rendono visibile

la distrazione dei turisti.

Ma noi sappiamo

che i lavoratori sono là.

Il loro mestiere, gli viene detto,

è far sembrare

che non siano tali.

Read Full Post »

eni lestari

Eni Lestari, indonesiana (nell’immagine), andò a lavorare come domestica in Hong Kong quando le politiche di sviluppo nel suo paese d’origine gettarono la sua famiglia nella povertà e nel debito, lasciando a lei nessuna possibilità di continuare a studiare o di trovare un impiego. Come milioni di altre giovani donne, in tutto il mondo, mise le sue speranze nel diventare una lavoratrice migrante, ma dovette accorgersi presto che la realtà le offriva solo sfruttamento e abuso. Lestari è oggi la guida dell’Alleanza Internazionale dei Migranti e membro dell’Asia Pacific Forum on Women. Questo è il discorso che ha tenuto alle Nazioni Unite il 19.2.2015 – trad. Maria G. Di Rienzo.

Parlo a nome dell’Asia Pacific Regional Civil Society Engagement Mechanism (Meccanismo di coinvolgimento della società civile – regione dell’Asia del Pacifico) e dell’Alleanza Internazionale dei Migranti, per assicurare che la voce di chi è più affetto e marginalizzato dal corrente modello di sviluppo sia udita.

Io sono una lavoratrice domestica migrante. Noi siamo fra i lavoratori più sfruttati e più soggetti ad abuso.

Come la maggior parte di voi, anch’io volevo istruzione, prosperità e dignità. Ma i diktat della globalizzazione e del neoliberismo, che esposero l’Indonesia ad una grave crisi, minacciavano la sicurezza e la sopravvivenza della mia famiglia, lasciandomi la sola scelta di migrare per lavoro. Similmente a quanto accade ad altri, ho scoperto presto che le promesse di un miglior guadagno e di un miglior futuro erano solo finzione. Debito, abuso e negazione dei diritti umani sono la realtà del sistema che promuove l’esportazione e lo sfruttamento della forza lavoro migrante.

Che significa, questo, per la Dichiarazione Politica post 2015 (Ndt.: Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite)? Significa stendere un impegno e creare un sentiero per smantellare le fondamenta del sistema economico globale che promuove diseguaglianza, migrazione forzata e dipendenza da lavoro a poco prezzo.

La Dichiarazione deve disegnare una visione per nuovi sistemi globali economici e politici davvero democratici, che siano giusti, sostenibili ed equi. Noi chiamiamo questo “sviluppo in giustizia” e io vi chiedo di incorporarlo nella Dichiarazione Politica.

Significa che dovete riconoscere come il sistema attuale dipenda dall’ingiustizia e produca ingiustizia e prendere l’impegno di porvi rimedio. Per fare ciò, tutti i cinque spostamenti fondamentali devono essere incorporati.

Primo, giustizia redistributiva che redistribuisca benessere, potere, risorse e opportunità fra le nazioni, fra ricchi e poveri e fra uomini e donne. La vostra dichiarazione deve essere un impegno alla democratizzazione delle istituzioni globali e del potere; allo smantellamento del commercio ingiusto, della finanza ingiusta e dei sistemi di investimento ingiusti; all’equa redistribuzione della terra e alla riforme agrarie che beneficiano i piccoli coltivatori e le comunità.

Secondo, giustizia economica, che significa costruire economie basate sulla solidarietà, la condivisione e la giustizia, nonché sull’eguale valore dei lavori e dei contributi di tutte le persone. Le economie non devono basarsi sulle rimesse di denaro dei migranti e sul loro sfruttamento.

Terzo, giustizia ambientale che abbia lo scopo di rendere questo pianeta abitabile per tutte le genti, in particolar modo quelle più marginalizzate, ora e in futuro.

Quarto, giustizia sociale e di genere, che non promuova solo l’eguaglianza di genere ma cerchi di metter fine al patriarcato e ai sistemi che si assicurano di pagare poco le donne per il loro lavoro o di non pagarle affatto, sul mercato e in casa.

Quinto, responsabilità trasparente nei confronti del popolo: un processo che renda i governi finalmente responsabili per gli impegni che hanno ripetutamente preso e ripetutamente disatteso nei confronti di miliardi di persone.

Spero che onorerete questa richiesta che non è solo mia: è ciò che chiedono i migranti e le donne come me. Per favore, siate ambiziosi, siate coraggiosi, siate onesti e giusti. Incorporate lo “sviluppo in giustizia” in questa Dichiarazione: e se non è così, ditemi per favore dove devo andare per ottenerlo.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: