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Posts Tagged ‘filippine’

I rischi che fronteggiano hanno molte forme, incluse le molestie, le campagne diffamatorie e la violenza fisica – non solo contro di loro, ma spesso anche contro le loro famiglie. Sperimentano l’esaurimento a causa del loro impegno e il ruolo vitale che giocano è sovente non visibile all’opinione pubblica. Pure, rifiutano di smettere di lottare perché credono che i nostri diritti umani dovrebbero essere protetti e rispettati.”

Chi sono? Sono le difensore dei diritti umani delle donne e così sono presentate nella campagna organizzata da Global Fund for Women, JASS (Just Associates), e MADRE:

https://www.globalfundforwomen.org/defendher/

Mentre crescono estremismo politico e restrizioni dirette ai gruppi della società civile, le difensore si trovano davanti attacchi sistematici che hanno lo scopo di ridurle al silenzio. – continua la presentazione – Dozzine di esse sono state uccise o imprigionate per aver parlato di sesso, per aver difeso i fiumi, per aver portato alla luce la corruzione. Tramite la campagna DefendHer stiamo rendendo visibili il loro ruolo e i rischi da esse affrontati nella speranza che ottengano sostegno e che si rispettino la loro sicurezza e le loro voci. Questa campagna presenta le storie di 14 incredibili difensore dei diritti umani e dei gruppi in tutto il mondo che, nonostante minacce e rappresaglie stanno lavorando per: mettere fine alla violenza contro le donne; far avanzare i diritti delle persone LGBTI; proteggere il pianeta e i diritti delle comunità indigene e molto altro.”

defendher

(Illustrazione originale per la campagna dell’artista femminista María María Acha-Kutscher, https://lunanuvola.wordpress.com/2015/07/03/mujeres )

Poiché l’appello dice chiaramente “diffondete le loro storie, passate parola e accendete conversazioni sul loro lavoro”, ma tradurre tutti i pezzi mi costringerebbe a comprare occhiali nuovi, eccovi un sommario su chi sono queste donne:

Marta Alicia Alanis, lavora in Argentina, fa parte dei Cattolici argentini per l’autodeterminazione e della Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito.

Nelle sue parole: “Le donne dovrebbero poter scegliere di diventare madri. Non dovrebbe essere un’imposizione dovuta alla mancanza di accesso a educazione sessuale o contraccettivi, o al destino, o alla semplice sfortuna.”

Alia Almirchaoui, dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (di cui ho parlato spesso). E’ un’irachena di colore sopravvissuta alla violenza e dalla violenza sta difendendo le sue simili. Nelle sue parole: “Nessuna persona è migliore di un’altra. Io sono qui per difendere la diversità all’interno della società.”

Khadrah Al Sana, dell’organizzazione israeliana Sidreh, che difende la sicurezza delle donne beduine. Nelle sue parole: “Le donne devono vivere in dignità e non devono essere separate dalla società in cui vivono: ognuno ha un ruolo importante nella vita e le donne dovrebbero poter dare e ricevere benefici in questo mondo.”

Bai Bibyaon Ligkayan Bigkay, filippina del gruppo etnico Lumad, lavora nelle associazioni indigene femminili e miste (Sabokahan, Pasaka, Bai). Sta difendendo i territori nel raggio del monte Pantaron e chiedendo il ritiro dei gruppi militari e paramilitari.

Nelle sue parole: “Voglio che le giovani generazioni abbiamo una vita migliore di quella che ho fatto io, voglio che godano i frutti dei nostri sacrifici. Il solo ostacolo che la mia età (70 anni) mi pone è qualche limitazione fisica, ma il mio spirito di lotta ha un’energia altissima.”

Azra Causevic, dell’associazione Okvir per i diritti delle persone omosessuali, bisessuali, transgender ecc. di Bosnia ed Erzegovina: vuole una vita dignitosa, libera dalla violenza per tutti.

Nelle sue parole: Dobbiamo difenderci l’un l’altro sempre, in ogni situazione in cui vediamo ingiustizia, proprio perché sappiamo come ci sente a essere dei sopravvissuti.”

Melania Chiponda, Zimbabwe, della WoMin African Gender and Extractives Alliance. Lavora per i diritti delle donne sulla terra e per mettere fine agli abusi sessuali perpetrati dalle forze di sicurezza. Nelle sue parole: “Se porti via la terra alle donne nelle aree rurali, porti via la loro sopravvivenza. Perciò lottiamo. Perché non abbiamo più nulla da perdere.”

Leduvina Guill, nicaraguense dell’ong Wangki Tangni, difende il diritto di donne e bambine a vivere vite senza violenza. Nelle sue parole: “Combattere la violenza contro le donne è cruciale, perché si tratta delle loro vite; come difensora salvi le vite delle donne. I diritti sono molto importanti, le donne soffrono così tanto quando non hanno diritti.”

Magdalena Kafiar, fa parte del FAMM (Forum giovani donne attiviste indonesiane) ed è ministra della chiesa evangelica. Lavora per la difesa dei diritti delle donne e della terra. Nelle sue parole: “Ormai conosco il pericolo, ma mantengo lo spirito dentro di me e mi muovo in avanti. Devo lottare continuamente per rivelare le ingiustizie in Papua.”

Miriam Miranda, della Organización Fraternal Negra Hondureña (OFRANEH), Honduras. Lotta per il rispetto e la sicurezza delle culture indigene, per l’accesso alla terra e alle risorse, per i diritti delle donne. Nelle sue parole: “La lotta, come la vita stessa, dovrebbe essere gioiosa.”

Irina Maslova, dell’organizzazione Silver Rose, Russia. Agisce nell’ambito della protezione dei diritti umani per tutti, compresi gruppi svantaggiati e donne nelle prostituzione. Nelle sue parole: “La rivoluzione comincia dal basso, quando coloro che sono esclusi da questa vita devono lottare per il loro diritto di rientrarci.”

Honorate Nizigiyimana, dell’organizzazione Développement Agropastoral et Sanitaire (Dagropass), Burundi. Lavora per la pace e la sicurezza delle donne nel suo paese. Nelle sue parole: “Sebbene io sia la più anziana della mia famiglia, sono ancora considerata una persona di poco valore. E’ la cultura attuale del Burundi. Sono questi comportamenti che mi hanno condotta a pensare alla promozione dei diritti delle donne.”

Tin Tin Nyo, dell’Unione donne birmane. Lavora in Thailandia per i diritti delle donne e la loro rappresentazione nelle negoziazioni di pace. Nelle sue parole: “La nostra arma più potente è la nostra voce. Abbiamo verità e sincerità. Queste sono le armi che dobbiamo usare per tutte le donne che sono senza voce e senza aiuto.”

Ana Sandoval, Guatemala, del gruppo di Resistenza Pacifica “La Puya”. Lavora per i diritti comunitari sulla terra e per la chiusura della miniera Progreso VII. Nelle sue parole: “Alla fine, tutte le lotte hanno il medesimo obiettivo: la difesa della vita.”

Menzione di gruppo: Forze unite per i nostri “desaparecidos” in Coahuila e Messico.

Le donne sono Yolanda Moran, Angeles Mendieta, Blanca Martinez. Vogliono giustizia e verità per le famiglie delle persone “scomparse”. Dice Blanca Martinez: “Noi crediamo che bisogna battersi per i propri diritti e difenderli, nessuno li difenderà per noi se non lo facciamo.”

Maria G. Di Rienzo

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Credo che il lavaggio del cervello operato dai media a base di “il grasso è la MOOOORTEEE!” abbia raggiunto il livello di guardia. Suggerirei un po’ di “detox” a tv, giornali, cinema e internet, perché tutto questo grasso ha intriso sinapsi nervose ed è colato a quintali sugli occhi di individui impressionabili, danneggiando la loro capacità di comprendere quel che vedono.

Altrimenti, perché quando un dittatore (peraltro in completa balia di un ristretto clan militare per circostanze politiche e incapacità personale) esulta per il lancio di un missile balistico da un sottomarino costoro commentano “Che schifo di grassone! E’ sempre più grasso!”

Kim Jong-un può anche diventare una mongolfiera nei prossimi anni, ma ciò è totalmente irrilevante: quel che preoccupa il resto del mondo non è farlo sfilare per Valentino, è che a forza di sparare ordigni in direzione Giappone provochi risposte militari – le quali, per quel che sappiamo della regione, potrebbero innescare reazioni a catena. A un ulteriore conflitto armato sul pianeta non faranno da deterrenti chiamare il leader nordcoreano “Kim il ciccero” e “cicciottello sadico e feroce”, ne’ – per cortesia prendetene nota – è il suo girovita a determinare le decisioni prese dal governo della Corea del Nord. Se volete che ve la metta in parole più semplici, ecco qua: può essere uno stronzo grasso, ma non è stronzo perché è grasso.

Meglio ancora fanno i commentatori accecati dalla fiera lipidica sull’arresto dei quattro stupratori minorenni a Varese. Il riassunto è questo: l’educatrice di una comunità di accoglienza per minori è aggredita e subisce violenze sessuali da parte di quattro ospiti della struttura (3 italiani e 1 rom, età fra i 14 e 17 anni). Sequestrata per una notte intera, lo scorso 17 maggio, la trentenne è stata picchiata con un bastone, innaffiata dall’urina dei quattro raccolta allo scopo in un contenitore, minacciata con coltelli da cucina. Ma sapete cosa sarebbe bastato per non farlo succedere? Mettere al posto della vittima “una cessa cicciona”.

Perché è così che va, in effetti. Gli stupri sono complimenti rivolti alle strafighe (che provocano, che sotto sotto lo vogliono, altrimenti perché sarebbero così belle-magre-ben truccate eccetera, eh?) ed è perciò che le statistiche mondiali sulla violenza sessuale smentiscono totalmente questa bufala e sono piene di donne di ogni taglia e forma, nonché di NEONATE, BAMBINE, DISABILI, ANZIANE, con un buon numero di parenti di stupratori (in maggioranza figlie e sorelle).

La soluzione ha purtroppo anche altri difetti: 1) le donne larghe (cesso ciccione sarà il tuo cervello incrostato di stupidaggini) hanno più difficoltà ad essere assunte, anche quando per competenze stracciano la concorrenza, e se un impiego lo hanno già oltre a dover sopportare tonnellate di bullismo e mobbing può capitare loro che la direzione le sospenda per “lesa scopabilità” (vedi la vicenda della conduttrice televisiva egiziana); 2) chi decide di assalire sessualmente una donna non ha la minima intenzione di ascoltare quel che lei dice: No, Ti prego, Mi fai male, Sono incinta, Sono madre di due bambini, Sono tua cugina, e qualsiasi altra implorazione o diniego NON funzionano. Figuriamoci quanto bene andrebbe: “Altolà! Non ti accorgi che sono grassa, che stai facendo? Stai poco bene? Respira, guarda cartelloni pubblicitari e vetrine, collegati con il cellulare a Skopiamole.kom… Visto? Non sono certamente io quella che vuoi, buonasera.”; 3) Non è raro che una donna vittima di violenza non rispondente ai sacri criteri della “scopabilità” di cui sopra si senta dire che “Brutta com’è dovrebbe ringraziare chi l’ha violentata”.

Qualche giorno fa è uscita la notizia che nelle Filippine potrebbe essere stata ritrovata la più grande perla naturale del mondo (il condizionale è dovuto al fatto che stanno ancora analizzandola).

perla filippine

E’ straordinaria, vero? Il pescatore che l’ha tratta dalle acque 10 anni fa non era consapevole del suo valore e la teneva in casa come portafortuna. C’è un problema, però. Come si può notare dall’ago della bilancia, la perla pesa 34 chili… E se continuiamo così questi potrebbero essere i prossimi commenti al proposito:

E’ una cicciona orrenda!

Come fai a metterla in una collana, fa schifo, è grassa!

E guarda tutte quelle gobbe di cellulite, io mi ucciderei se fossi così.

A me fanno vomitare anche quelle piccole perché sono comunque rotonde.

Che brutta grassona, buttatela via!

Sì, buttatela via. La prendo al volo io per risparmiarvi fastidi, intelligentissimi cafoni.

Maria G. Di Rienzo

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Sampaguita

(“Legend of the Sampaguita”, di Saquina Karla Guiam, poeta contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Saquina ha 25 anni e vive nelle Filippine a General Santos City, che lei preferisce chiamare Pacquiao Central. “Sampaguita” è l’evoluzione della frase “Sumpa kita” e cioè “Te lo prometto” o “Te lo giuro”; è il nome del fiore – jasminum sambac – che vedete in immagine ed è l’emblema di una leggenda locale sull’amore eterno di due amanti divisi.)

sampaquita

Sumpa kita, hai detto, sollevando le mani.

Reggevi fiori pallidi come la luna,

baciati al loro centro da oro tenue.

Ho tolto un petalo, ho morso la sua levigatezza

e sentito il sapore di sale marino e una promessa di tornare.

Ma non l’ho mai fatto, e tu sei diventata Ofelia:

coronata di fiori,

come io ero coronata di alghe.

Tu sei diventata tutt’una con la terra,

immortalata nel linguaggio della fioritura

di verde e bianco e giallo.

Io sono annegata in una tempesta, spazzata via da

acqua salata e schiuma, divenuta un nome su una lista

di morti in mare.

Non ho potuto tornare.

soul art di sedona

(Nel 2015 sono morti per naufragio nel Mediterraneo oltre 3.200 migranti, di cui circa 700 bambini. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha confermato che sarebbero svariate centinaia – forse 500 – i morti nell’ultimo “incidente” della scorsa settimana, occorso a un barcone partito dalla Libia e diretto in Italia che i trafficanti hanno caricato con troppe persone.)

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Bimba Lumad

Bimba Lumad

Viviamo in pace e liberi. Rispettiamo la Terra, le montagne e i fiumi. Ci danno il nostro cibo, i nostri rifugi e le nostre medicine. La nostra terra è la nostra vita.” Bai Ellen Manlimbaas, 55 anni, leader della tribù Lumad dei Matigsalog sull’isola di Mindanao nelle Filippine, attivista per i diritti dei popoli indigeni e dei contadini, ecologista. Come conseguenza della sua strenua difesa dell’ambiente e dei diritti umani, Bai Ellen vive sotto costante minaccia.

Ricordando il suo arresto (illegale poiché privo di mandato) il 13 agosto 2015, racconta: “Erano le cinque del mattino ed era ancora buio. Io ero già in piedi e stavo preparando il fuoco per cucinare la nostra colazione. Mia figlia e i suoi due bambini erano rimasti con noi per la notte, perché uno dei due piccoli stava male. La nostra casa è fatta di bambù e imperata cilindrica (una graminacea) e non ha porte, perciò notai gli uomini che si avvicinavano quando erano ancora a qualche decina di metri dalla casa. Sono uscita e ho visto che erano militari. Quando mi hanno raggiunta ho chiesto: “Di cosa avete bisogno?” Uno degli uomini ha detto: “Tu sei Bai Ellen?” Io ho risposto di sì. E di colpo mi hanno afferrata e hanno legato le mie mani con la corda.”

Assieme a lei altri 16 abitanti del villaggio di White Culaman, inclusi tre minorenni, furono arrestati quel giorno perché sospettati di essere “ribelli”. Per i primi quattro giorni di detenzione nessuno diede loro da mangiare. Bai Ellen dice di non aver quasi provato fame o paura “perché non avevo fatto nulla di male”. La sua prigionia è durata circa un mese: i soldati la interrogavano ripetutamente per forzarla a una confessione. “Ci tiravano fuori dalla cella fra mezzanotte e le due del mattino. Continuavano a chiedermi: dove sono le tue armi da fuoco? E io rispondevo che la mia sola arma è la mia voce, e la mia sola volontà è proteggere la terra ancestrale che è inestricabilmente legata alla nostra identità di Lumad.”

lumad leaders - protest in davao city

L’organizzazione di attivisti del villaggio, di cui Bai Ellen è presidente e che si chiama “Nagkahiusang Mag-uuma sa Barangay White Culaman”, ha resistito e sta resistendo alle invasioni delle corporazioni economiche (agricoltura industriale, estrazioni minerarie) con mezzi assolutamente pacifici e nonviolenti e ha più volte aperto il dialogo con le autorità locali.

Lumad significa “nati dalla Terra” ed è un’identità collettiva adottata alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo dai popoli indigeni non islamizzati di Mindanao: sono il 63% del totale di popolazione indigena nelle Filippine, che è stimata attorno ai 14 milioni di persone. I Lumad vivono secondo i principi che hanno ereditato dai loro antenati, i cui pilastri sono panaghiusa – solidarietà e paghinatagay – condivisione (fra gli individui e con la Terra). Praticano un uso sostenibile delle risorse naturali, basato sul rispetto dell’ambiente e si considerano i “guardiani” della Terra: rituali di ringraziamento sono tenuti a ogni semina e a ogni raccolto.

Lumad i guardiani della Terra

Le donne Lumad come Bai Ellen lavorano nei campi e portano anche il peso dell’occuparsi del benessere delle loro famiglie, ma nessuno storce il naso se assumono ruoli guida, poiché era normale che le donne filippine li assumessero prima della colonizzazione spagnola (seconda metà del 1.500). La storia dei Lumad è costellata di lotte e discriminazioni sin da quel periodo, quando i coloni cominciarono a spingerli fuori dai loro territori, costringendoli a ritirarsi sempre più in profondità nelle foreste. Attualmente le zone in cui dimorano sono teatro di scontri fra guerriglieri e esercito regolare e poiché si tratta di aree remote nessun servizio sociale li raggiunge più. Se si chiede a Bai Ellen quanto dista dal suo villaggio il più vicino ospedale, lei non sa dirlo con esattezza: ma sa quanto costa viaggiare per arrivarci ed è una cifra che pochi a White Culaman possono permettersi.

Siamo sempre stati considerati inferiori. – dice ancora Bai Ellen – Ci disprezzano perché pensano che siamo ignoranti. Sono solo Lumad, dicono. Ma noi siamo umani quanto chiunque altro. Abbiamo ancora speranza di ritornare alle nostre terre ancestrali. Speriamo che altre persone, anche quelle che Lumad non sono, ci sosterranno nel difendere la nostra terra che per noi significa la vita.” Maria G. Di Rienzo

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(“No One Should Work This Way – Ending the Abuse of Asian Women Domestic Workers”, di Karen Emmons per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Trad. Maria G. Di Rienzo. Dal 2012 al 2014 la giornalista Karen Emmons, insieme con il fotografo Steve McCurry, ha raccolto nella regione asiatica del Pacifico le testimonianze di persone che lavorano come domestiche/i.)

Per due anni ho viaggiato attraverso l’Asia con il fotografo Steve McCurry per documentare gli abusi che alcuni lavoratori domestici sopportano nelle case dei loro datori di lavoro, nei loro paesi e all’estero. Abbiamo trovato casi di lavoro minorile, lavoro forzato, traffico di esseri umani, stupro, denutrizione, eccessiva lunghezza dell’orario lavorativo, scarso salario o nessun salario e restrizioni sulla libertà di movimento e di comunicazione.

Abbiamo parlato con persone che sono state picchiate con pentole, scope, bastoni e tubi di metallo.

domestic worker2

Abbiamo sentito le storie delle donne che sono tornate a casa in coma o in una bara. Le vittime erano femmine e maschi, giovani e anziani, istruiti e illetterati (e chi aveva abusato di loro condivideva questa varietà: femmine e maschi, ricchi e classe media, vecchi e giovani). Ciò che le univa era una combinazione tossica di disperazione, nata dalla povertà, e di mancanza di protezione da parte della legge; nella maggioranza delle nazioni i lavoratori domestici non sono protetti dalle leggi sul lavoro, e in alcune sono visti come un forma di “proprietà”.

Abbiamo incontrato una donna nepalese che è rimasta cieca a causa dei ripetuti pestaggi a lei inflitti dalla sua datrice di lavoro in Arabia Saudita, che le sfregava pure feci sul volto. La schiena di una donna indonesiana era stata pesantemente piagata – in modo surreale nella forma di ali d’angelo – da acqua bollente gettatale addosso dal suo datore di lavoro maschio in Malesia. Ho tentato di contare le cicatrici sul corpo di un’altra donna indonesiana ma ho perso il conto dopo essere arrivata a 20.

domestic worker

In Nepal abbiamo intervistato una donna incinta che, quando disse alla sua datrice di lavoro in Oman che il marito poliziotto di costei l’aveva stuprata, fu gettata in prigione per cinque mesi per “seduzione”. Poiché aspettata un bambino rimaneva nascosta, nel timore che la sua famiglia l’avrebbe respinta. Un’altra donna nepalese, assunta da una famiglia in Kuwait affinché badasse a 13 bambini, ha subito un pestaggio per essersi rifiutata di lavorare nel bordello familiare.

In un rifugio di Hong Kong una donna indonesiana mi ha raccontato come la sua datrice di lavoro si rivolgeva a lei: “Vieni qua, cagna. Sei stupida. Sei una cagna. Qua, serva, muoviti.” Nello stesso rifugio, una sua compatriota ricordava come, a causa del poco cibo che le davano, perse quasi 14 chili prima di riuscire a scappare.

Una donna filippina ci disse che le era stato assegnato come letto il ripiano della lavatrice. Spiegò che il suo datore di lavoro preferiva fare il bucato di notte, perciò lei doveva tentare di prender sonno mentre la lavatrice ribolliva e si scuoteva. Ma che poteva fare? A Hong Kong (uno dei pochi paesi al mondo che ha effettivamente una legislazione riguardante il lavoro domestico) la legge stabilisce che i domestici devono vivere con i loro datori di lavoro, anche se la loro “stanza” è un armadio, una rampa di scale, un bagno – o il ripiano della lavatrice.

Non si tratta solo di cattivi datori di lavoro e di leggi inadeguate. Anche le agenzie per l’impiego sono colpevoli di questi abusi. Abbiamo fotografato una donna indonesiana ad Hong Kong a cui chi l’aveva assunta disse: “Se ti pesto e ti uccido, non lo saprà mai nessuno.” La sua agenzia reagì offrendole un aumento di stipendio perché restasse. Quando lei rifiutò, l’agenzia mandò al suo posto un’altra donna. Quando anche questa lasciò il posto, l’agenzia la rimpiazzò con la cameriera indonesiana Erwiana Sulistyaningsih (1), i cui otto mesi di orripilanti abusi hanno avuto titoli internazionali e sono risultati in accuse penali contro il datore di lavoro.

Un’ulteriore donna indonesiana che abbiamo incontrato era scappata, in Malesia, a causa delle battiture inflittele dal giovane datore di lavoro maschio. Ha perso un dente quando lui le ha tirato una scarpa in faccia per aver riscaldato la zuppa “sbagliata” ed ha un’orecchia deformata in modo permanente dal costante torcergliela di costui. Pure, la polizia l’ha riportata indietro e l’agenzia di impiego l’ha minacciata di azioni legali se fosse fuggita di nuovo. Oggi sta considerando, riluttante, l’idea di tornare all’estero per lavorare come domestica perché suo marito non riesce a trovare un’occupazione.

Non si tratta di esperienze poco comuni. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha finanziato il nostro progetto fotografico, stima vi siano più di 52 milioni di lavoratrici / lavoratori domestiche/i al mondo. Se anche solo un piccola percentuale di esse/i fa esperienza di stupefacente meschinità e di azioni criminali, si tratta sempre di un vasto numero.

Ovviamente, molte persone che svolgono lavoro domestico hanno esperienze buone. E ci sono certamente molti datori di lavoro decenti, in ogni paese. Ma noi vogliamo far sapere a chi abusa che quel che accade dietro le porte chiuse non può essere tenuto segreto.

Steve McCurry ed io volevano che si sapesse come tali abusi lasciano le loro cicatrici sulle esistenze delle persone quanto le lasciano sui loro corpi. Steve, che è l’autore della famosa copertina del National Geographic detta “Ragazza afgana”, sa come i ritratti riescano a portare istanze alla luce e a rendere l’impegno per il cambiamento irresistibile e indimenticabile. Insieme, volevamo sostenere la campagna che chiede per le domestiche / i domestici la stessa effettiva protezione legale garantita agli altri lavoratori.

Nel 2011, una nuova Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che tratta nello specifico i diritti di svolge lavoro domestico è entrata in vigore. (2) Sino ad ora, è stata ratificata da 16 paesi – solo uno (Filippine) appartiene all’Asia del Pacifico e nessun paese l’ha ratificata in Medioriente. Ratificare la Convenzione n. 189 è importante, non solo perché obbliga i governi ad allineare ad essa le loro leggi nazionali, ma anche perché manda alla società il messaggio che le domestiche / i domestici hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori.

Nessuno dovrebbe lavorare nelle condizioni in cui hanno lavorato le persone che abbiamo fotografato.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/17/una-donna-come-me/

(2) Ndt.: L’Italia ha ratificato la Convenzione n. 189 nel 2013.

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Scampoli

(“Scampoli di tempo” e “Luna ubriaca”, un rubaiyat e un haiku della poeta filippina Nette Oncloud. Trad. Maria G. Di Rienzo – che ha subito un piccolo incidente alla mano sinistra e ha qualche difficoltà a scrivere, per cui accontentatevi…)

black rose

SCAMPOLI DI TEMPO

Rose nere si abbandonano, per appassire e poi sfiorire

radenti i viticci delle ombre nell’attico di lei

una breve esposizione che riflette notti d’inchiostro

solo per amore del tempo, i boccioli sfilano in parata

Com’è effimero il lustro delle braccia degli steli

fra un crepuscolo piangente e un sole congelato

i rami si spezzano come gli addii d’amore – luna triste,

un desiderio – la fragranza dell’estasi è andata

Lei cerca scampoli; guardando fisso in distanza

forse per coccolare anellini di stelle

che occultano dai ricordi la lampada dell’alba,

mentre invece i suoi occhi riflettono cicatrici in più

Sebbene il dolore si faccia beffe di un cuore sconveniente

un giovane ramo nidifica sull’arco del terreno;

concedendo una tregua al posto delle lacrime

per accendere le scintille che daranno inizio alla danza.

moon tree

LUNA UBRIACA

Come un bicchiere di champagne…

la luna piena inebria la notte

di baci luccicanti

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(“I Could Have Been Mary Jane Veloso” dichiarazione alla stampa di Erwiana Sulistyaningsih – Asia Pacific Forum on Women, Law and Development – http://apwld.org/ – 11 maggio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.

Erwiana è una lavoratrice migrante che è stata vittima del traffico di esseri umani. La donna di cui parla, la filippina Mary Jane Veloso, è stata condannata a morte in Indonesia per traffico di eroina. La condanna è stata “congelata” all’ultimo momento, con Mary Jane davanti al plotone d’esecuzione. Ma la donna potrebbe essere giustiziata in uno qualsiasi dei prossimi giorni.)

Erwiana

Erwiana

Mary Jane Veloso è una lavoratrice domestica migrante, proprio come me. Proprio come me, Mary Jane è stata costretta a diventare una lavoratrice domestica migrante a causa della povertà, a causa dell’impegno a sostenere la propria famiglia, perché non aveva altra scelta. Come me, ha sofferto abusi. Come me, per poco non è morta.

Quando lavorava come domestica a Dubai, Mary Jane fu assalita e finì in ospedale. Dopo un mese in ospedale e il processo per stupro al suo aggressore tornò a casa. Ma non poteva guadagnare soldi, a casa, per sostenere i suoi bambini, e non ha avuto altra scelta che vendere quel poco che possedeva ed indebitarsi con un intermediario che diceva di essere suo amico e migrare di nuovo: le fu detto che avrebbe lavorato in Malesia, come molte altre domestiche indonesiane. Non andò così. Le diedero vestiti nuovi e una valigia e la mandarono in Indonesia, dove avrebbe dovuto restare sino a che non le trovavano un lavoro.

Come me, Mary Jane non era nella posizione di far domande agli intermediari che avevano resto la sua migrazione possibile. Come me, era in debito con loro. Come me, si è fidata di persone che avevano promesso di aiutarla. Come me, non sapeva parlare la lingua locale. Come me, ha dovuto destreggiarsi in un sistema legale che non parlava la sua, di lingua, e che lei non capiva. Ma a differenza di me Mary Jane era un’imputata. E a differenza di me Mary Jane non ha avuto sostegno.

Mary Jane è stata accusata di traffico di droga. Ma a tutti gli effetti è stata Mary Jane ad essere trafficata. Come centinaia di migliaia di altre donne in tutto il mondo, Mary Jane era controllata e costretta a viaggiare come cargo umano per il profitto di altri.

Persino la Commissione Nazionale Indonesiana sulla violenza contro le Donne ha detto che Mary Jane avrebbe dovuto essere trattata come una vittima del traffico di esseri umani, e non come una criminale. Accusata ingiustamente, ha dovuto partecipare ad un processo che non era in grado di capire. Le è stato assegnato un avvocato che ha visto solo durante il processo suddetto.

Le hanno dato un interprete, uno studente che sta imparando l’inglese. Ma Mary Jane non parla inglese, parla tagalog. Quando le hanno chiesto se era pentita di quel che aveva fatto, lei ha risposto “No.”, perché credeva le stessero chiedendo se aveva commesso un reato.

Mary Jane è esattamente come me. E’ come una dei tre milioni di donne indonesiane che sono migrate per lavoro. Migriamo perché dobbiamo farlo. Non abbiamo potere, non abbiamo denaro e siamo messe nelle posizioni più vulnerabili a livello fisico, legale ed economico. Ci sono 278 indonesiani nei bracci della morte delle galere in giro per il mondo. Molti di loro sono come Mary Jane e me stessa. Persone disperate in circostanze disperate.

Il nostro Presidente ha detto che governa per noi, per i meno potenti. Ha detto che non vuole forzare le donne indonesiane a migrare nella vulnerabilità. Ma se veramente vuol fare qualcosa per noi dovrebbe garantire a Mary Jane un processo giusto, perché lei è proprio una di noi. Se dovesse giustiziarla, farebbe del male a noi tutte. Non saremmo più in grado di chiedere giustizia per le migranti indonesiane.

Oggi io voglio chiedere al nostro Presidente: Ucciderebbe una donna come me? O ci dimostrerà che sta ascoltando e Mary Jane avrà un processo giusto?

Mary Jane

Mary Jane

Salvare Mary Jane potrebbe essere d’aiuto nel salvare i 278 indonesiani nei bracci della morte. Ma potrebbe anche fare di più. Il suo caso dovrebbe indurre il nostro governo a ripensare i sistemi giudiziari che falliscono nei confronti dei migranti. Il governo delle Filippine è intervenuto così tardi da essere quasi fatale. Il nostro governo deve provvedere completa assistenza legale ai lavoratori migranti e perseguire i veri trafficanti, alcuni dei quali lavorano ufficialmente nel settore immigrazione. Noi sappiamo che potremmo salvare vite e riunire famiglie.

Ma è necessario che il nostro governo faccia di più. Il nostro governo, in primo luogo, dovrebbe impegnarsi in azioni concrete affinché persone come me e Mary Jane non siano più costrette a migrare. Se il nostro governo ci assicurasse lavori decenti a casa, mettesse fine agli espropri di terre e garantisse giustizia nello sviluppo, noi non avremmo bisogno di migrare, non dovremmo affrontare lo sfruttamento, non diventeremmo vittime del traffico di esseri umani e non rischieremmo condanne a morte – da parte dei sistemi legali o per mano dei nostri datori di lavoro.

Con l’aiuto dei movimenti popolari io ho ottenuto giustizia (Ndt.: Erwiana soffrì abusi e torture da parte dei suoi datori di lavoro a Hong Kong). Chi mi ha attaccato e torturato è dietro le sbarre, non io.

Mary Jane è identica a me. Con l’eccezione del fatto che io sono libera. E non riposerò sino a che Mary Jane e tutte le donne saranno libere.

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