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Posts Tagged ‘inquinamento’

(tratto da: “People Aren’t Bad for the Planet—Capitalism Is”, di Izzie Ramirez per Bitch Media, 27 marzo 2020, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Izzie Ramirez – in immagine – è una reporter freelance e la caporedattrice di NYU Local.)

Izzie

C’è una brutta china nei commenti che giustificano i decessi umani per preservare l’ambiente. Come l’attivista per il clima Jamie Margolin ha spiegato in un tweet “Dire ‘I deboli moriranno ma va bene perché ciò aiuta il clima’ non è giustizia climatica. Questo è ecofascismo.” L’ecofascismo è definito da governi che esercitano il loro potere per la protezione dell’ambiente a costo delle vite individuali.

Nel loro articolo del 2019 “Overpopulation Discourse: Patriarchy, Racism, and the Specter of Ecofascism,” Jordan Dyett e Cassidy chiarirono come l’ecofascismo prese piede nel 19° e 20° secolo in Germania, dove “una serie di preoccupazioni ecologiche cominciarono ad interagire con la xenofobia, il nazionalismo e il razzismo presenti nella regione.”

All’epoca, le autorità fasciste tedesche erano solite giustificare determinate politiche di esclusione collegando l’ambiente alla salute. La retorica tipica includeva il controllo della popolazione, misure anti-sovrappopolazione e nozioni per cui i gruppi minoritari erano specie invasive che costituivano una minaccia all’ambiente stesso. Questa è ideologia comune ai suprematisti bianchi, in particolare, e a quelli che commettono omicidi di massa. Per esempio, l’assassino responsabile degli omicidi di un gran numero di persone a El Paso, Texas, nel 2019 citò la degradazione ambientale come una delle sue ragioni. “Se riusciamo a sbarazzarci di abbastanza gente, allora il nostro stile di vita diventerà più sostenibile”, scrisse nel suo manifesto.

Nel contesto odierno, comunque, persone comuni stanno argomentando che il Covid-19 sarebbe il vaccino della Terra contro gli esseri umani mentre il virus sta gettando il mondo nello scompiglio e sta uccidendo migliaia di persone, molte delle quali appartengono alla classe lavoratrice, non hanno accesso alla sanità e sono costrette a continuare a lavorare perché sono considerate forza lavoro essenziale. Per come le cose stanno ora, l’ecofascismo – visto attraverso tali conversazioni sui social media – sta asserendo che la gente povera, la gente disabile e la gente anziana dovrebbero sacrificarsi per far vivere il resto di noi. Ciò non è solo moralmente riprovevole ma è l’incomprensione del problema più vasto: il coronavirus non è un “detox” per la Terra, è una perturbazione dei sistemi che potenziano il capitalismo.

Persino chi cerca di sfidare il capitalismo è forzato a vivere al suo interno, giacché dobbiamo sopravvivere in un’economia capitalista concentrata sul beneficio immediato anziché sulle conseguenze future. Perciò le persone salgono in autobus per andare ai loro impieghi salariati, montano in auto per andare in fabbrica e condividono veicoli per far quadrare i conti. Queste persone non hanno molte alternative economiche, perché hanno bocche da sfamare e bollette da pagare. La loro adesione per sopravvivenza al capitalismo non li rende egoisti o sacrificabili. In effetti, se voi siete preoccupati per il cambiamento climatico, queste sono le esatte persone per cui dovreste preoccuparvi.

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selma

“La nostra mobilitazione in Lussemburgo è necessaria: siamo fra le nazioni che emettono più CO2, il consumo di carne è molto alto e non stiamo facendo nulla per aumentare la consapevolezza sul cambiamento climatico. Ed è ridicolo che chiunque conosca almeno una persona che ha due o tre automobili. E’ importante sottolineare che non siamo “giovani che vogliono portare disturbo alla società”, vogliamo solo che le nostre voci siano ascoltate. Stiamo ponendo domande concrete. Ma sappiamo che è necessario perturbare la quotidianità delle persone di modo che esse non ci ignorino. L’emergenza climatica ci impone di agire ora. Vorremmo un nuovo patto politico verde, leggi più restrittive: pensiamo per esempio alla Banca di Investimento Europeo di Kirchberg, che sta ancora finanziando un buon numero di attività inquinanti. I nostri genitori? E’ vero che all’inizio erano un po’ preoccupati, ma abbiamo parlato con loro e capiscono che stiamo facendo questo per il nostro futuro.”

Selma Vincent (in immagine sopra), lussemburghese, liceale 16enne, attivista di “Youth For Climate Luxembourg”.

lussemburgo

Degno di nota il fatto che, prima delle manifestazioni, il gruppo organizza per le/i partecipanti seminari su nonviolenza e disobbedienza civile: quando scendono in piazza, queste ragazze e questi ragazzi sanno come attirare l’attenzione sul proprio messaggio, come muoversi in sicurezza, come dialogare con polizia e passanti, come affrontare situazioni di crisi, eccetera. Messaggio ai gruppi simili italiani: se non lo state già facendo imitateli – è sano, furbo e divertente.

Maria G. Di Rienzo

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the wishing well di kathy kehoe bambeck

E’ passato un quarto di secolo dalla “Quarta conferenza mondiale sulle Donne: azione per l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace” delle Nazioni Unite, da cui uscì la nota Piattaforma di Pechino firmata da 189 Paesi. All’epoca mi era stato commissionato un articolo al proposito, per cui il mio primo ricordo di quel settembre 1995 è uno scassato telefono viola in cui riverso domande in inglese, fra mille disturbi sulla linea, a una gentile delegata che si trova in Cina. Il risultato finale della Conferenza consentì un minimo di entusiasmo, potendo essere riassunto così: “L’avanzamento delle donne e il raggiungimento dell’eguaglianza fra donne e uomini sono materia di diritti umani e condizione per la giustizia sociale e non dovrebbero essere visti come un’istanza isolata delle donne. L’empowerment delle donne e l’eguaglianza fra donne e uomini sono prerequisiti per raggiungere sicurezza politica, sociale, economica, culturale e ambientale fra tutti i popoli.”

Gli impegni presi e sottoscritti nella dichiarazione di chiusura includevano l’eliminare la violenza contro le donne, l’assicurare a tutte le donne l’accesso alla pianificazione familiare e alla cura della salute riproduttiva, il rimuovere le barriere alla partecipazione delle donne ai processi decisionali, il fornire alle donne impieghi decenti e salario uguale per uguale lavoro. Il documento chiedeva anche ai governi di affrontate l’impatto della degradazione ambientale sulle donne e di ascoltare le donne indigene in ogni materia relativa allo sviluppo sostenibile, di riconoscere lo sproporzionato fardello posto sulle donne dal lavoro non pagato di cura e di impegnarsi per una migliore rappresentazione delle donne nei media.

Venticinque anni dopo, nessuna nazione ha tenuto completamente fede alle promesse. Ci sono stati miglioramenti e progressi, ma viviamo ancora in un mondo in cui una donna su tre subisce violenza fisica e/o sessuale durante la sua vita, in cui le donne sono pagate meno degli uomini pur svolgendo le stesse mansioni lavorative e centinaia di migliaia di donne muoiono ancora ogni anno per complicazioni relative alla gravidanza e al parto collegate allo scarso o inesistente accesso a risorse e strutture, eccetera, eccetera. Inoltre, in molte zone del pianeta i diritti umani delle donne hanno fatto o stanno facendo passi indietro: l’avanzamento di destre, partiti religiosi fondamentalisti, movimenti sovranisti / populisti coincide ovunque con un peggioramento dello status femminile.

L’inerzia o la vera e propria misoginia della politica si intrecciano al vissuto sociale e il 2019, in Italia, va al suo termine con notizie di questo tipo:

30 dicembre 2019: “Feriva la compagna con i coltelli come il suo idolo Joker: arrestato 38enne romano – L’uomo, benestante residente nella Capitale, da alcune settimane soggiornava in strutture ricettive dei Castelli. Una sera di 20 giorni fa, i militari sono dovuti intervenire in un locale di Nemi dove il 38enne era andato in escandescenza e aveva iniziato a picchiare la compagna, la 40enne con cui aveva una relazione da qualche mese. (…) Appassionato di coltellini da caccia che usava con la stessa disinvoltura del suo idolo, spesso la minacciava di colpirla e le procurava tagli sulle gambe.”

Sorelle (e fratelli alleati), non aspettate il cambiamento e continuate a crearlo, perché il cambiamento siete voi. Siamo noi. Affido questo al pozzo dei desideri. Vi voglio bene e ogni bene vi auguro per il prossimo anno.

Maria G. Di Rienzo

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(“Kopis’taya (A Gathering of Spirits)”, di Paula Gunn Allen (1939-2008), poeta, scrittrice, attivista lgbt, madre, nativa americana. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

stacy rees

Kopis’taya (Un Raduno di Spiriti)

Poiché viviamo nella stagione che imbrunisce

l’aria pesante blocca il nostro respiro,

e in questo tempo in cui vivere

è solo sopravvivenza, noi dubitiamo delle voci

che giungono ombreggiate nell’aere,

che tessono dentro i nostri cervelli

certi pensieri, un movimento che è soffice,

impercettibile, una pioggia di crepuscolo,

la caduta di una piuma delicata, un piccolo corpo che si cala

nella sua prossimità, frusciando, mormorando, sistemandosi

all’interno per la notte.

Poiché viviamo nella stagione spigolosa

ove plastica sgretolata e splendente brilla,

e in questo spazio che è messo all’angolo e piegato

noi non notiamo il bagnato, l’umido, le importanti

gocce che cadono in sfere perfette e che sono delle misure

delle nostre menti;

quasi del tutto invisibili, quelle lacrime,

soffici come rugiada, fragili, che si aggrappano alle foglie,

a petali, a radici, gentili e fidate,

ogni mattina.

Noi siamo le donne della luce diurna, di orologi

e fonderie d’acciaio, di droghieri

e lampioni, di super autostrade

che tagliano in due i nostri giorni. Avvolte

in plastica e acciaio percorriamo le nostre vite;

dietro occhiali scuri nascondiamo i nostri occhi;

i nostri pensieri, schermati, sembrano oscuri.

Fumo riempie le nostre menti, il whiskey ombreggia le nostre canzoni,

il poliestere divide i nostri corpi dal nostro respiro,

i nostri piedi dall’accogliere le pietre della Terra.

I nostri sogni sono sbiadite memorie di se stessi

e il dubbio assillante è la falsa misura

dei nostri giorni.

Anche così, le voci degli spiriti stanno cantando,

i loro pensieri stanno danzando nell’aria sporca.

I loro piedi toccano il cemento, l’asfalto

deliziandosi, ancora tessono sogni sopra i nostri

crani oscurati, se riuscissimo ad ascoltare.

Se riuscissimo a sentire.

Andiamo, allora. Troviamoli.

Ascoltiamo l’acqua, le precise

luccicanti gocce che brillano sulle foglie,

sui fiori. Cavalchiamo

la mezzanotte, l’alba appena iniziata.

Sentiamo il vento farsi strada fra i nostri capelli.

Danziamo la danza delle piume,

la danza degli uccelli.

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(tratto da: “Meet Priscilla Achakpa, Nigeria”, profilo e intervista a cura di Nobel Women’s Initiative, ottobre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Priscilla Achakpa

L’insigne attivista ambientalista nigeriana Priscilla Achakpa è diventata moglie a 16 anni, madre e poi giovane vedova. Diseredata dalla famiglia del marito e dalla propria è tornata a scuola e ha conseguito lauree specialistiche in gestione d’impresa, amministrazione e sviluppo. Aveva iniziato una carriera come impiegata di banca, poi ha cambiato bruscamente direzione.

Oggi, dirige il Women Environmental Programme (WEP – Programma ambientalista delle donne), un’organizzazione nonprofit, apolitica e non religiosa che affronta le istanze ambientali che hanno impatto sulle vite delle donne stesse. Su tutte: il cambiamento climatico.

Come sei passata dalla banca all’attivismo ecologista?

Avevo la sensazione che qualcosa mancasse – sentivo il bisogno di trovare un lavoro che fosse più stimolante e che mi permettesse di tornare qualcosa alla comunità. Questa sensazione mi spinse ad avventurarmi all’esterno e cominciai a seguire corsi di studio sull’ambiente. Era una cosa completamente diversa, più complessa, più scientifica. Ma volevo una sfida. Volevo un lavoro che ispirasse la mia passione.

Nel 1997, due giornaliste ed io scoprimmo che le industrie tessili nello stato di Kaduna scaricavano rifiuti direttamente nell’ambiente. La maggior parte di essi finiva nel fiume Kaduna, sulle cui rive agricoltori poveri, in grande misura donne, stavano coltivando ortaggi. Cominciavano ad avere malattie della pelle e ne davano colpa alla stregoneria. Coinvolgemmo scienziati che presero campioni, effettuarono esami e scoprirono che tutto nell’area era diventato tossico. Alla fine portammo le industrie in tribunale – per me, fu l’inizio dell’attivismo. Nel 1998 diventammo il Women Environmental Programme, la prima organizzazione femminile nel nord del paese ad entrare nell’ambito dell’ambientalismo.

Perché hai scelto di concentrarti sul cambiamento climatico?

Il nostro programma è attivo in cinque aree tematiche: ambiente, amministrazione, cambiamento climatico, pace e trasformazione del conflitto. Le istanze di genere sono al centro di ogni cosa che facciamo. Includerle è cruciale se i programmi di sviluppo vogliono essere rilevanti e sostenibili.

Il cambiamento climatico è una delle istanze più urgenti della nostra epoca e ha già avuto impatto sulla Nigeria. Lo sconfinamento dei deserti cresce a un tasso sorprendente, il che ha generato crescenti tensioni sulla proprietà terriera, incluse lotte fra gli agricoltori e i pastori nomadi. Questi scontri hanno anche peggiorato le divisioni etniche. Siccità prolungate, ondate di calore e vento hanno interessato il nord, la nostra regione che produce cibo. Il lago Chad, uno dei laghi più grandi del mondo, che in passato forniva acqua e sosteneva le comunità di pescatori, si è ridotto del 95%. Le persone, specialmente le donne, sono state costrette a migrare, il che comporta ulteriori difficoltà. Nei campi per le persone sfollate le donne sono frequentemente molestate e persino stuprate. I fiumi si sono seccati e ciò significa che le donne devono viaggiare per chilometri cercando acqua.

I cambiamenti climatici sono duri di per sé, ma amplificano anche problemi e diseguaglianze che già esistono – inclusa la diseguaglianza di genere. Storicamente le donne hanno avuto minor accesso alle risorse, minor potere nella sfera decisionale: questo ci rende maggiormente vulnerabili ai rischi di estremi eventi climatici. E’ importante rendere il genere centrale nelle strategia di adattamento al clima nel mentre si lavora per migliorare la resilienza ai suoi impatti.

Come si concretizza questo nel lavoro di WEP?

Nella regione in cui lavoriamo, le agricoltrici non avevano la capacità di conservare grandi quantità di raccolti deperibili come i pomodori, i peperoni e altri vegetali. Circa tre mesi fa, siamo state in grado di installare una tenda essiccatrice solare, con tutti i materiali relativi ottenuti localmente. Abbiamo anche lavorato con la comunità, di modo che le donne fossero in grado di effettuare l’essiccazione da loro stesse, il che ha reso l’operazione sostenibile.

Nella comunità si sono formate cooperative per dare turnazione al lavoro. Risultati e testimonianze sono stati straordinari. Meno cibo va sprecato, le sostanze nutritive sono preservate e le agricoltrici possono vendere i prodotti essiccati, il che migliora le loro entrate. Noi abbiamo finanziato questo progetto da sole, come esperimento, ma ovviamente una sola tenda non è sufficiente. Stiamo cercando modi di ampliare la scala dell’intervento, non solo all’interno di questa comunità: abbiamo richieste da moltissime altre.

I ministri dell’agricoltura ne sono rimasti impressionati, ma si sa quanto i governi possano essere lenti ad agire. Stiamo cercando partner che sostengano più interventi di questo tipo.

Tu hai scritto saggi di alto livello accademico sul tuo lavoro e hai partecipato a incontri internazionali sul cambiamento climatico. Ma hai anche detto “il mio vero lavoro è sul campo”. Cosa intendevi?

Quando agiamo globalmente, dobbiamo tradurre quel che facciamo nel contesto locale. Noi lo stiamo facendo – e non solo in Nigeria. Abbiamo uffici Burkina Faso, Togo, Tunisia. Quando ascolto le voci delle donne locali, le donne comuni, donne che sono toccate ogni giorno dal cambiamento climatico e dal come prendersi cura delle proprie famiglie, ne sono ispirata.

Proprio in questo momento, WEP sta lavorando con organizzazioni locali che non avevano mai visto un finanziamento di 1.000 dollari (Ndt. 890 euro) in vita loro. Quando le sostieni, i risultati in quel che fanno sono eccezionali. Non si può sottolineare abbastanza la felicità e l’impegno che questi gruppi a livello di base portano a bordo. Quando ascolto le loro storie, sono spinta a fare di più.

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Non morire, ti dico

(“The Leash”, di Ada Limón, poeta statunitense contemporanea – in immagine – trad. Maria G. Di Rienzo.)

ada

IL GUINZAGLIO

Dopo la nascita di bombe di divisioni e paura

le frenetiche armi automatiche scatenate

uno spruzzo di pallottole in una folla che si tiene per mano,

il cielo brutale che si apre in fauci di ardesia metallica

che inghiotte solo l’indicibile in ognuno di noi, cosa

resta? Persino il fiume nascosto nel deserto è avvelenato

reso arancione e acido da una miniera di carbone. Come puoi

non temere l’umanità, non voler leccare il letto

del torrente sino a che si secca, succhiare l’acqua mortale nei

tuoi stessi polmoni, come veleno? Lettore, io voglio

dirti: Non morire. Neppure quando pesce argenteo dopo pesce

viene a galla con la pancia in alto, e il paese precipita

in un crepitante cratere di odio, non c’è ancora

qualcosa che canta? La verità è: non lo so.

Ma qualche volta, giuro di sentirla, la ferita che si chiude

come un’assai arrugginita porta di garage, e posso ancora muovere

le mie membra viventi nel mondo senza troppo

dolore, posso ancora meravigliarmi di come la cagna corra diritta

verso i camioncini a rotta di collo giù

per la strada, perché lei pensa di amarli,

perché è sicura, senza alcun dubbio, che le chiassose

ruggenti cose la ameranno a loro volta, il suo piccolo soffice sé

vivificato dal desiderio di condividere il suo dannato entusiasmo,

sino a che io strattono il guinzaglio per salvarla perché

voglio che sopravviva per sempre. Non morire, dico,

e decidiamo di camminare un altro po’, gli storni

alti e frenetici sopra di noi, l’inverno che arriva per mettere

a giacere il suo cadavere freddo su questa piccola porzione di Terra.

Forse facciamo sempre sfrecciare il nostro corpo verso

la cosa che ci annienterà, implorando amore

dal frettoloso passare del tempo, e perciò forse,

come l’obbediente cagna alle mie calcagna, possiamo camminare insieme

pacificamente, almeno sino a che non arriva il prossimo camion.

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(brano tratto da: “What We Want for 2018: The Biggest Movement Leaders Envision the Changes Ahead”, di Beverly Bell per “Yes! Magazine”, 5 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una serie di brevi interviste a attiviste/i di spicco nei movimenti sociali, a cui è stato chiesto cosa prevedono e desiderano per l’anno nuovo. Io ho trovato particolarmente interessanti due donne.)

chiponda

Melania Chiponda (1) – Attivista femminista, fa campagna per la giustizia climatica ed è stata parte della sollevazione che, in Zimbabwe, ha rovesciato Robert Mugabe.

“La marcia di milioni di persone attraverso lo Zimbabwe, il 18 novembre, per la nostra democrazia, per la pace e la salvezza economica ha avuto successo nel far cadere Mugabe. E’ stata una rivoluzione.

Come femminista africana, ho marciato anche per qualcosa che sta più in profondità: per la liberazione delle donne, per l’eguaglianza delle persone di tutte le razze, religioni, generi, gruppi etnici e classi sociali. Ma da un punto di vista femminista la vera rivoluzione non è ancora avvenuta. Il mio sogno per il 2018 e oltre è di un vero cambiamento, non solo un cambio di guardia da Mugabe al suo ex braccio destro, il crudele Emmerson Mnangagwa.

Se vogliamo correggere il sistema politico e il sistema economico, dovremmo liberarci del capitalismo patriarcale. Io mi sento in trappola ove ogni strada di accesso al potere è dominata in modo schiacciante dai maschi. Un sistema economico più cooperativo ed egualitario non può essere basato sulla supremazia maschile.

In un mondo in cui le donne sono viste principalmente come madri e addette al lavoro di cura, e devono sconfiggere la forte resistenza ideologica e politica degli uomini per partecipare ai sistemi politici ed economici, la mia speranza è che noi si dia inizio a una vera rivoluzione contro il capitalismo patriarcale.

okon

Emem Okon – Direttrice del Centro delle Donne per lo sviluppo e le risorse di Kebetkache, un’organizzazione nigeriana eco-femminista che organizza la lotta contro le compagnie petrolifere.

Come donne del delta del Niger, speriamo questo per il 2018: Niente su di noi senza di noi!

Durante questo nuovo anno mireremo a maggior potere per il movimento eco-femminista mentre ci confrontiamo con le compagnie petrolifere che hanno rubato le nostre terre, degradato il nostro ambiente e la biodiversità, e aumentato la violenza.

Mi aspetto maggior visibilità per le donne mentre agiamo per la protezione, la bonifica e il ripristino del nostro ambiente naturale. Prevedo mobilitazioni di donne ancora più vaste e non vedo l’ora di partecipare alle consultazioni con le donne che stanno facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché conducano le valutazioni di impatto ambientale prima di cominciare le attività sulle terre delle loro comunità. Ho la visione delle aspirazioni di chi appartiene alle comunità: l’avere riconoscimento e rispetto dalle compagnie petrolifere.

Infine, prendo speranza dal sapere che spingeremo per una prospettiva relativa ai diritti delle donne mentre ci impegniamo per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e ne controlliamo il progresso, per assicurarci che nessuno sia lasciato indietro e che il governo e le compagnie petrolifere facciano le cose giuste.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/09/13/defendher/

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Sono solo quindici minuti di documentario, ma potremmo definirli un quarto d’ora di premi:

Miglior Film e Premio del pubblico all’International Cycling Film Festival (2016);

Premio della giuria al Bike Shorts Film Festival (2017);

Premio per il Messaggio Ispiratore all’Ektopfilm International Festival per i film sullo sviluppo sostenibile (2017);

Premio per il miglior “corto” al London Feminist Film Festival (2017)…

Si tratta di “Cycologic”, prodotto dall’abilità e dalla passione di tre registe/produttrici svedesi (Emilia Stålhammar, Veronica Pålsson e Elsa Löwdin) e della protagonista: la ciclo-attivista ugandese Amanda Ngabirano (in immagine).

amanda cycologic

Il documentario segue in particolare la campagna di Amanda per avere piste ciclabili nella sua città, Kampala, dove il traffico è caotico, pericoloso e altamente inquinante, mostrando allo stesso tempo – una volta di più – come in determinati luoghi il solo andare in bicicletta, per le donne, equivalga a rompere stereotipi e a rinegoziare il loro ruolo nella società. Anche queste cicliste sono seguite dalle registe. Potete dare un’occhiata a che succede qui:

https://vimeo.com/185684431

“La bicicletta non è roba da poveri. – dice Amanda nel trailer summenzionato – E’ per le persone indipendenti, libere, liberate. Tu scegli come e dove muoverti.” E notando l’assenza delle sue simili nel via vai di automobili, motociclette e motorini aggiunge ironicamente: “Dove sono le donne? Non hanno piedi, non hanno gambe, non hanno energia?” Li hanno eccome. Nel poco tempo trascorso dall’uscita del film, Amanda ha convinto a pedalare persino la polizia: si è fatta tramite con le forze dell’ordine olandesi, che hanno donato le biciclette “da ronda” ai loro colleghi. Maria G. Di Rienzo

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Lee Anne e i gemelli

La signora che vedete nell’immagine, assieme ai suoi due figli più piccoli (ne ha quattro) è LeeAnne Walters, ha 37 anni e sino all’ottobre scorso viveva a Flint, nel Michigan – Usa. E’ la donna grazie alla quale il gravissimo caso di inquinamento da piombo del sistema idrico della città è venuto alla luce. Flint è uno dei posti più miserabili d’America: il 41% dei residenti vive in povertà e la maggioranza dei residenti, che sorpresa, è di colore.

Nell’aprile 2014, un manager incaricato dallo Stato effettua interventi per tagliare i “costi” della città e uno di essi è lo spostare l’approvvigionamento dell’acqua dal sistema idrico di Detroit al fiume Flint. I consiglieri comunali brindano con l’acqua alla decisione, ma i residenti sanno già che il fiume è inquinato: la General Motors l’ha usato per anni come discarica.

Quell’estate, ogni volta in cui LeeAnne fa il bagno ai gemelli i bambini si coprono di piccole bolle rosse. Tutti i membri della famiglia cominciano a perdere capelli e a LeeAnne cadono persino le ciglia. La figlia secondogenita, 14enne, è devastata dai dolori all’addome e più volte ricoverata in ospedale; i gemelli continuano a coprirsi di eruzioni cutanee e uno di essi, Gavin, ha smesso di crescere.

A novembre, dai rubinetti della casa esce solo acqua marrone e LeeAnne decide di ricorrere all’acqua in bottiglia per ogni necessità: una misura che pochi residenti di Flint possono economicamente permettersi.

LeeAnne guida le proteste dei suoi concittadini, che sciamano in consiglio comunale lamentando tutti i sintomi succitati più perdita di vista e di memoria, ma le loro domande cadono nel vuoto: per tutto il 2015 lo stato e l’amministrazione cittadina insisteranno a dire che l’acqua è “sicura”, sì ha un po’ di inquinanti ma basta che a fare attenzione siano anziani e bimbi, l’importante è non berla, “non berrete mica l’acqua del vostro bagno” ha la faccia tosta di scherzare uno dei manifesti affissi comunali affissi in città.

LeeAnne Walters non si arrende, coinvolge i medici, rende pubbliche le analisi del sangue dei suoi figli avvelenati dal piombo, crea i “Guerrieri dell’Acqua” e inscena proteste giornaliere fuori dal Municipio. Dapprima il Comune le manda una pompa da giardino, sostenendo che il problema sta nei “suoi tubi”. Il Governatore del Michigan Snyder e il Sindaco Dayne Walling, continuano a ripetere ai giornali che l’acqua è assolutamente sicura ma cedendo alle insistenze di LeeAnne quest’ultimo le manda infine a casa un impiegato a prendere l’acqua da esaminare: essa risulterà contenere piombo in dose 27 volte superiore a quanto consentito dall’Environmental Protection Agency (EPA). Dal Dipartimento comunale per l’Acqua le arriva pochi giorni dopo una telefonata in cui, con voce tremante, qualcuno le dice di tenere i bambini lontani da quel che esce dai rubinetti, ma LeeAnne dovrà coinvolgere direttamente l’EPA per sapere la verità sui risultati.

Senza Walters – ha detto Mona Hanna-Attisha la capo pediatra del Centro Medico di Flint – non saremmo andati da nessuna parte. Lei è il perno del movimento che si è formato.” La lunga esposizione a pesanti dosi di piombo, ha aggiunto, avrà effetti a lungo termine, fra cui irreversibili conseguenze neurologiche, sui bimbi dell’intera città. Hanna-Attisha ha scoperto che i bambini di Flint sotto i cinque anni con elevate dosi di piombo nel sangue sono raddoppiati – e in alcune aree addirittura triplicati: è come, ha detto in un’intervista alla CNN, avessero assunto ogni goccia d’acqua “bevendo con cannucce verniciate di piombo”.

Alla fine, la resistenza e la persistenza e l’intelligenza di queste donne hanno cominciato a dare frutti: la storia è sotto i riflettori dei media, le indagini ufficiali sono cominciate, una causa legale è stata intentata dai cittadini contro i responsabili e il Presidente Obama ha dichiarato lo stato d’emergenza per la città di Flint, permettendo alla città di accedere ai fondi federali per i soccorsi.

Come detto all’inizio, LeeAnne si è trasferita in Virginia con la sua famiglia, ma resta il perno della vicenda, di continuo coinvolta in incontri con attivisti, ambientalisti, tecnici e politici. Le altre madri di Flint si fidano di lei sola e a lei chiedono consiglio; una l’ha chiamata qualche giorno fa per sapere cosa fare: i test clinici su sua figlia quindicenne hanno rivelato che il fegato della ragazzina, grazie all’avvelenamento da piombo, di anni ne dimostra 75. Uno dei gemellini di LeeAnne, Gavin, a cinque anni pesa la metà del fratello e sbaglia parole che conosceva perfettamente a tre; all’altro gemello, Garrett, è stata diagnosticata l’ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività). La cosa più dura, dice la loro madre, è non sapere quali altri effetti si manifesteranno in futuro.

Julia Lurie di “Mother Jones” le ha chiesto come si sente, ora, ad avere attenzione a livello nazionale: è soddisfatta che la si stia finalmente ascoltando?

LeeAnne è rimasta qualche attimo in silenzio, poi è scoppiata in lacrime: “Ogni volta in cui ricevo una chiamata da un’altra madre il cui figlio è malato – ha risposto infine – non sembra una vittoria.” Maria G. Di Rienzo

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Io non posso permettermi di scegliere su quale fronte devo lottare contro le forze della discriminazione, ovunque esse appaiano per distruggermi. E quando appaiono per distruggere me, non ci vuol molto tempo prima che appaiano per distruggere te. Audre Lorde

Perciò, l’attivismo delle donne è più spesso che no a 360° ed è questo il caso per il “poker” di bellissime sorelle dispiegato qui sotto.

sandy

Sandy Saeturn, organizzatrice della Rete Ambientalista dell’Asia del Pacifico, è originaria del Laos ma è nata in un campo profughi in Thailandia: la sua famiglia fuggiva dalla guerra. A tre mesi è arrivata negli Stati Uniti. “Sono cresciuta nel quartiere popolare nord di Richmond. Potevo vedere la raffineria della Chevron dal cortile della mia scuola.” In città ci sono ancora circa 350 siti tossici, che rendono Richmond un punto chiave per le lotte ambientali e di giustizia sociale. “Con il tempo – racconta ancora Sandy – mio zio, le mie zie e i miei nonni sono morti per problemi respiratori e cancro. Persone di 30/40 anni morivano di tumore e nessuno nella mia comunità ne parlava. Quando avevo 14 anni, membri della Rete Ambientalista dell’Asia del Pacifico condivisero con noi le informazioni sull’impatto che le compagnie chimiche avevano sull’ambiente e sulla salute e capii quanto questo fosse ingiusto.” Da 15 anni Sandy lavora per costruire consapevolezza sulla giustizia ambientale e progetti che sostengano i giovani.

dayamani

Dayamani Barla, giornalista tribale e leader movimentista, è in prima linea nelle lotte per la terra a Jharkhand, in India. Dayamani sostiene che lo spostamento forzato delle comunità indigene è equivalente all’annichilazione culturale e promuove modelli di sviluppo sostenibile che integrano le conoscenze e le visioni del mondo indigene. “Si tratta di un modello che contiene il pensiero scientifico dello stile di vita indigeno, per cui la tecnologia lavora in armonia e cooperazione con la natura. Non si può continuare a pensare di prendere dalla natura e basta.”

rita

Rita Thapa è attivista pacifista e per i diritti delle donne. Dopo il disastroso terremoto che ha colpito il Nepal l’anno scorso e il suo impatto sproporzionato sulle vite delle donne, Rita si è rimboccata le maniche per ricostruire. Non è stata la sola ad assumere un ruolo guida nella faccenda: “Le donne tengono insieme le comunità: per il dopo terremoto non è stato diverso, la ricostruzione è stata portata sulle loro spalle. La cosa notevole è che hanno dimostrato come il lavoro di recupero a lungo termine per le creature e il pianeta Terra può essere svolto con minimo impiego di denaro o di potere. Nutrire i piccoli, gli anziani, i malati e i feriti; continuare il lavoro nei campi e nelle case; raccogliere – letteralmente – le macerie: ciò permette a chi è stato colpito di avere il tempo necessario a guarire. Chiunque può imparare da questo: per aver cura l’uno dell’altro e del pianeta non ci vuole chissà che scienza. Una leadership intessuta profondamente di compassione, cura e rispetto che permette di ricostruire fiducia e speranza è tutto quel che serve.”

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Eriel Deranger è un’indigena Athabasca Chipewyan di Alberta, in Canada. La sua voce è una delle maggiormente incisive fra quelle che si oppongono al grande progetto industriale che vede coinvolte circa venti aziende di vari paesi, dal Canada al Giappone alla Corea del sud: l’estrazione e la lavorazione delle sabbie bituminose nella sua zona (rocce sedimentarie che contengono bitume). Il bitume viene estratto tramite pozzi o miniere superficiali e dev’essere trattato con solventi e altre sostanze chimiche per diventare petrolio. Gli scarti tossici le aziende li scaricano direttamente nel fiume Athabasca (nel 1997, la ditta Suncor ammise di averci versato 1.600 metri cubi di acqua contaminata al giorno) che era il più grande delta di acqua dolce al mondo e che grazie al criminale menefreghismo degli estrattori conterà più di un milione di metri cubi di acqua contaminata nel 2020: arsenico, cadmio, cromo, piombo, mercurio, nickel e altri metalli stanno fluendo nei tributari del delta.

Eriel dice che l’impatto dello sfruttamento delle sabbie bituminose distrugge ambiente, cultura, salute e siti sacri alle comunità indigene, ma riconosce l’oppressione in tutta la storia dei popoli indigeni: “Con la colonizzazione ci hanno imposto anche il patriarcato. Le nostre erano società matrilineari in cui le donne avevano potere e oggi lo stiamo reclamando come leader, nel far parte del risorgimento dei nostri popoli, non solo nelle lotte ambientaliste e per la giustizia climatica, perché riaffermiamo la nostra identità indigena in differenti movimenti.” Maria G. Di Rienzo

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