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rasha

(“Meet Rasha Jarhum, Yemen” – Women Nobel’s Initiative, maggio 2018 – trad. Maria G. Di Rienzo. L’attivista yemenita per i diritti umani Rasha Jarhum, in immagine, vive attualmente a Ginevra. E’ la fondatrice di Peace Track Initiative – https://peacetrack.wordpress.com/

che intende creare spazi nei processi di pace per il contributo delle organizzazioni di donne, di giovani e della società civile.)

Tua madre, Hooria Mashhour, è un’attivista di lungo corso; dopo la sollevazione del 2011 in Yemen divenne la prima Ministra per i Diritti Umani del paese. E’ giusto dire che sei cresciuta in mezzo alla lotta?

Mia madre era una fiera sostenitrice dei diritti delle donne. Lavorò nel Comitato nazionale delle donne per almeno un decennio, e dopo la sollevazione fu la prima funzionaria di governo a dare le dimissioni come atto di protesta per il feroce uso della forza contro manifestanti pacifici. Più tardi, fu selezionata come portavoce del consiglio delle forze rivoluzionarie: per la prima volta nella storia yemenita una donna parlava a nome di un movimento politico. Io sono stata privilegiata ad averla come guida. Sin da quando ero bambina l’ho seguita in seminari e campagne – lei è la ragione per cui sono diventata un’attivista. Abbiamo i nostri disaccordi politici, e apprezzo il fatto che non tenta mai di far pressione su di me affinché io cambi le mie posizioni.

Da tua madre hai anche imparato che l’attivismo può costare caro.

Questa è una cosa che la mia intera famiglia capisce. Il padre di mio marito, che fu il primo a denunciare l’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh per appropriazione indebita di denaro statale, è stato assassinato. Durante la guerra in corso, che è cominciata nel 2014, abbiamo perso familiari e beni e siamo stati minacciati e pedinati. Il nome di mia madre è stato messo nella lista degli “infedeli ricercati” e uomini armati sono penetrati nel suo ufficio. A questo punto è partita per cercare asilo politico in Germania.

Perché anche tu hai lasciato lo Yemen?

Dopo il 2011, quando il presidente Saleh si dimise, credevo che saremmo stati in grado di costruire uno stato civile e moderno in Yemen. Per conto delle Nazioni Unite lavoravo in un programma per motivare le persone, incluse le donne, affinché andassero a votare. Volevo che gli yemeniti gustassero il futuro della democrazia.

Ma avevo già attraversato due devastanti guerre precedenti, nel 1986 nello Yemen del sud e quella del 1994 fra nord e sud, e avevo due figli piccoli. Durante la sollevazione fummo testimoni del conflitto armato a Sana’a e nel timore, per i nostri bambini, che il conflitto crescesse, mio marito e io cominciammo a cercare opportunità fuori dal paese. Nel 2012, lui ebbe un’offerta di lavoro in Libano e andammo a stare a Beirut per cinque anni. Da là ho continuato a sostenere le organizzazioni della società civile e ho lavorato con Oxfam al programma “Crisi dei rifugiati siriani e giustizia di genere”. Quando cominciò la guerra nel 2014, in Yemen, sapevo che sarebbe stata lunga e orribile.

Qual è lo scopo della Peace Track Initiative (Iniziativa Traccia di Pace)?

L’Iniziativa lavora per localizzare processi di pace e assicurare ad essi inclusività, con la sottesa premessa che quelli direttamente toccati dalla guerra sono quelli con la posta in gioco più alta nella costruzione di pace. Si compone di due gruppi: uno si concentra sullo Yemen e l’altro sull’intero medioriente e la regione nordafricana. Per lo Yemen, sostengo le organizzazioni guidate da donne a livello comunitario e i gruppi di donne nelle attività di costruzione di pace. Troppe di queste donne sono invisibili al mondo.

Cosa stanno facendo le donne locali per promuovere la pace in Yemen? Perché la comunità internazionale non sa di loro?

Storicamente parlando, la situazione per le donne in Yemen era pessima. Le donne non avevano libertà decisionale di lavorare, viaggiare, sposarsi. Norme legislative, istituzionali e sociali hanno tutte ostacolato le donne. Ma le donne hanno guidato la rivoluzione nel 2011 e oggi le donne yemenite sono di nuovo in prima linea. Nelle aree assediate, le donne camminano per chilometri per portare beni di primo soccorso alle loro famiglie, mettono in moto convogli di rifornimenti, portano di nascosto medicine negli ospedali.

Le stime dicono che un terzo dei combattenti in Yemen sono bambini e le donne stanno affrontando la questione del reclutamento di minori. Le donne sono impegnate su questioni complicate come il rilascio dei detenuti, il contrasto al terrorismo tramite lavoro di coesione sociale e la de-radicalizzazione della gioventù. Le donne stanno lavorando per rivitalizzare l’economia tramite collettivi di risparmio, agricoltura e imprese sociali.

Quando le donne sono coinvolte nei processi di pace, noi ci concentriamo sulla condivisione di responsabilità anziché sulla condivisione del potere. La partecipazione delle donne al dialogo nazionale nel 2011 condusse alla creazione di una delle più forti piattaforme di diritti e libertà in tutta la storia yemenita. Ma le agenzie umanitarie che lavorano in Yemen ritraggono le donne solo come vittime passive. Le storie della loro resilienza e della loro leadership non arrivano alle notizie. Parte del problema può essere che diverse donne locali lavorano come individui o in coalizioni che non hanno una registrazione formale, e perciò sono private delle opportunità di finanziamento. Inoltre, molte donne yemenite non parlano inglese.

Il 4 dicembre del 2017 l’ex presidente Saleh è stato ucciso e la situazione in Yemen sembra essere peggiorata.

Per anni, lo Yemen è stato il peggior paese in cui le donne potessero vivere. Con questa guerra, la nostra crisi umanitaria è aumentata. Ora noi abbiamo un milione di donne incinte a rischio di denutrizione e circa due milioni di donne e bambine a rischio di violenza di genere, stupro incluso.

Ma quando tocchi il fondo c’è un solo modo di muoversi: verso l’alto. Io credo che una pace reale, sostenibile e inclusiva possa essere raggiunta in Yemen. E penso che la soluzione stia davvero nelle mani delle donne.

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“Il sogno della mia mamma,” raccontò Hadiya, una donna yemenita, “era che io non mi sposassi ad 11 anni come lei e non diventassi come lei madre a 14.” Joanna, ascoltandola, pensò in quel momento che non aveva proprio importanza da dove venisse una donna, quale fosse il suo aspetto, come preferisse vestirsi: tutte sognavano un domani migliore.

Joanna Vestey, inglese, è una rinomata fotografa, nonché membro della White Ribbon Alliance (Alleanza del Nastro Bianco) che lavora a livello globale perché ogni donna, ovunque, sia al sicuro durante la gravidanza e il parto e le venga fornito tutto il sostegno di cui ha bisogno. Così, ha pensato di unire la sua abilità professionale al suo attivismo e ha creato la mostra “Dreams for my daughter” – “Sogni per mia figlia”: ecco di seguito alcune delle sue protagoniste.

angela

Angela Nguku vive in Kenya ed è la leader locale di White Ribbon Alliance: I miei sogni per mia figlia sono che passi il quinto compleanno, che vada a scuola, che sia in grado di fare scelte libere per la sua vita. Sogno che avrà la sua propria famiglia e che vivrà a lungo.

leyla

Leyla Hussein vive in Gran Bretagna ed è co-fondatrice di “Daughters of Eve” – “Figlie di Eva”, un’ong che lavora per proteggere bambine e giovani donne a rischio di mutilazione genitale: Il mio sogno per mia figlia è che si senta al sicuro nel suo ambiente e che non vi siano barriere in esso. Vorrei che capisse e riconoscesse la sua forza interiore. Ma più di tutto, voglio che sia felice e soddisfatta, qualsiasi sia il sentiero da lei scelto. Vorrei che fosse gentile con gli altri, in special modo con coloro che non hanno mai sperimentato alcuna gentilezza: tramite la restituzione, spero, riconoscerà che la sua presenza fa del mondo un posto migliore.

sue

Anche Sue Jacob vive in Gran Bretagna. E’ una levatrice ed un’attivista per la salute materna: Il mio grande sogno per ogni bimba che nasce in questo mondo è che sia amata, nutrita, protetta da ogni tipo di abuso e che sia in grado di realizzare il suo potenziale. Che sia libera da fardelli e tristezze durante l’infanzia. Che abbia accesso all’istruzione, opportunità di impiego e viva in una società in cui il suo contributo è apprezzato e non discriminato a causa del suo genere. Il mio sogno per mia figlia è che sia amata per ciò che è e non per ciò che gli altri vorrebbero lei fosse.

anna

Anna Christopher, invece, è della Tanzania: Ho un maschietto. Quando il momento verrà e sarò benedetta da una femminuccia, mi assicurerò che non faccia mai esperienza di diritti separati per maschi e femmine. Io credo nell’eguaglianza.

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Un silenzioso ruggito

(di Atiaf Al-Wazir, cittadina-giornalista yemenita. Dal 2011 in poi ha creato video, rassegne fotografiche e una miriade di articoli e rapporti sulle sollevazioni popolari nel suo paese. Ciò l’ha messa in relazione con numerose/i attiviste/i per il cambiamento sociale, con cui ha successivamente creato il collettivo SupportYemen. Si interessa in particolare di donne, lavoratori e gioventù.)

woman ascending

Un silenzioso ruggito (trad. Maria G. Di Rienzo)

A volte la testa mi fa male

A volte i miei pensieri urlano in silenzio

Io sono la carceriera

Io tento di soffocarli

I loro sussurri sfuggono alle catene

I loro suoni fanno accapponare la pelle e mi ossessionano

Non riesco a trovare il pulsante della sordina

E così fuggo

Mi tengo occupata con qualsiasi cosa

Mi tengo occupata con un bel niente

Oggi, non c’è alcun luogo in cui scappare

Sono circondata da

infinita

vuotezza

E’ ora di liberare i prigionieri

child magic box di seshat22

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(per cui non le si vede)

shatha

Quando studiava giornalismo all’università, la yemenita Shatha Al-Harazi pubblicò un suo articolo sulle molestie sessuali che di routine gli insegnanti impongono alle allieve. Fu costretta a cambiare facoltà. Durante le sollevazioni nei paesi arabi, Shatha si distinse per la diffusione dei resoconti che raccoglieva da testimoni nei vari luoghi, nonché per le sue critiche fondate e coraggiose alla gestione del potere e allo scempio dei diritti umani: la sua popolarità salì al punto che – assieme ad altri attivisti – fu invitata ad un faccia a faccia con il Presidente Saleh nel febbraio 2011. “Gli dissi che avrebbe fatto meglio a dare le dimissioni.”, racconta Shatha, “Subito dopo ho cominciato a ricevere minacce di morte.” Laureatasi a pieni voti e con lode in pubbliche relazioni, oggi Shatha insegna – è docente alla facoltà di Comunicazione di massa dell’Università di Sana’a, continua a fare la giornalista ed è un’attivista per i diritti umani conosciuta in tutto il suo paese.

Oggi sul giornale: Shatha Al-Harazi irresistibile dietro le quinte ai Caraibi… ah no, scusate, era Candice Swanepoel.

Awut Deng Acuil

Awut Deng Acuil è del Sudan del Sud. Ha conosciuto la fame, la privazione, la guerra, il dolore della perdita di persone care (compreso il marito). E come risposta ha messo in piedi dal basso una rete di attivisti/e per la pace e un’organizzazione per la risoluzione dei conflitti che conta attualmente i maggiori successi nel campo. Chiedetelo a chi volete nelle regioni di Bahr El Ghazal e dell’Alto Nilo e vi risponderanno che è stata “l’umanità di Awut” ad ispirare i processi di pace che hanno portato le tribù a discutere insieme. Non soddisfatta, ha co-fondato l’Associazione delle donne sudanesi a Nairobi e la Voce per la Pace delle donne sudanesi su base nazionale.

Oggi sul giornale: Awut Deng Acuil e Sean Penn alle Hawaii per ricominciare… ah no, scusate, era Charlize Theron.

Esraa Abdel Fattah

Ai primi del 2008, una giovane attivista egiziana apre una pagina Facebook a sostegno delle proteste dei lavoratori di una fabbrica tessile a Mahalla al-Kobra, città industriale a nord de Il Cairo, e dello sciopero generale indetto per il 6 aprile. Chiede 100 adesioni, ne riceve 77.000. Esraa Abdel Fattah diventa di colpo la “Ragazza di Facebook”. Lo sciopero generale porta in piazza migliaia di lavoratori in tutto l’Egitto e viene represso con durezza (quattro dimostranti sono uccisi). Esraa, invece, finisce in galera per ordine del Ministro dell’Interno, prima donna ad avere “l’onore” di essere arrestata in tal modo. Le sue colpe sono l’aver fatto propaganda per la libertà di espressione, contro la corruzione e per i diritti dei lavoratori. Esraa verrà rilasciata dopo alcune settimane, mentre il gruppo su Facebook, dapprima divenuto “Liberate Esraa!”, si trasformerà nel “Movimento della gioventù 6 aprile”: ha più di 100.000 membri attivi che chiedono di aver voce nel costruire una nuova democrazia. Esraa è oggi la direttrice della progettazione per l’Accademia della democrazia egiziana, un’ong che promuove l’uso dei nuovi media a favore della democrazia e dei diritti umani, in particolar modo in riferimento ai gruppi marginalizzati. Esraa sta costruendo l’Agenda delle donne dialogando con egiziane di tutte le età, di tutte le regioni, di ogni possibile affiliazione religiosa. “Dobbiamo cambiare il modo in cui la nostra società pensa alle donne.”, spiega, “Tutta la società ne trarrà beneficio, non solo le donne. Io devo partecipare alla costruzione del mio paese. Giustizia, libertà e democrazia sono valori che possiamo praticare ogni giorno, nelle nostre vite quotidiane.”

Oggi sul giornale: Esraa Abdel Fattah in micro-bikini dorato alle Barbados… ah no, scusate, era Rihanna.

Ekaete Judith Umoh

Ekaete Judith Umohwho, nigeriana, è la fondatrice di un Centro d’iniziativa per persone svantaggiate, ha presentato una bozza di legge per la tutela dei disabili e sta attualmente collaborando con il Ministero per le istanze delle donne e le politiche sociali. Com’è cominciato tutto questo? Quando, persona disabile lei stessa a causa della poliomielite contratta da bambina, Ekaete si è rifiutata di essere messa da parte all’Università, dove gli studenti “normali” erano alloggiati in piani differenti da quelli come lei. Il responsabile non volle spostarla, ne’ mischiare le assegnazioni, ma impressionato dalle sue convinzioni le disse una cosa importante, e cioè che il “piano dei disabili” aveva bisogno di una ragazza franca e coraggiosa come lei. Ekaete dice oggi che quella frase ha contribuito in modo significativo a guidarla sulla via dell’attivismo.

Il clima culturale in cui è cresciuta – nonostante l’amore e il sostegno dei suoi genitori – è ostile alla disabilità e la ostracizza: Ekaete potrebbe raccontare all’infinito di famiglie che hanno abbandonato i propri figli e parenti o che non se ne curano: “Ci sono famiglie che dicono di aver 6 figli, però il settimo è disabile, chiuso in casa e non se ne parla. I bambini respinti soffrono di bassa autostima e tendono a reagire con rabbia, i bambini che sono incoraggiati sviluppano fiducia in se stessi e contribuiscono positivamente alla società. La nostra associazione fornisce alle famiglie strategie per sostenere i bimbi disabili, ma siamo anche concentrate sul benessere delle donne disabili, sulla loro salute sessuale e riproduttiva: tenute nascoste, sono più che mai viste solo come oggetti da consumare e stuprare. L’intolleranza e l’ignoranza si perpetuano. Una delle nostre amiche è stata presa in giro dal proprio medico: non si capacitava del fatto che una donna disabile potesse restare incinta. Abbiamo bisogno che le donne con disabilità parlino per se stesse, non che altri parlino per loro.”

Oggi sul giornale: Ekaete Judith Umohwho sempre super-sexy… ah no, scusate, era Stephanie Seymour.

Posso continuare a narrare dozzine di storie come queste, e lo farò. Non afferro perché non possono farlo le rubriche che si danno titoli come “Donna” – “Io donna” – “Tuttodonne”, ecc. Non sto dicendo loro di ignorare le celebrità in bikini (anche se, scusate, non mi sembrano proprio notizie), sto dicendo che le donne non si limitano a leccare martelli, fanno anche altro. Maria G. Di Rienzo

P.S. Se siete qui per la categoria “leccatrici di martelli”, vi suggerisco di rivolgervi al suo inventore, che in un eccesso di ansia per le devastanti conseguenze della mia terrificante ironia ne ha attribuito la creazione a me. Per ristabilire il senso delle proporzioni e tranquillizzarvi tutti dirò altre due cose:
la Treccani non mi ha telefonato per aggiornare i dizionari con la nuova terminologia;
la vostra attrice preferita è stata menzionata solo perchè si trovava sulle prime pagine dei giornali nel giorno in cui ho scritto l’articolo, e ci stava – volente o nolente – in virtù del suo costume da bagno, non per le sue abilità, la sua storia o la vostra devozione. Sorry.

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Gandhi con le operaie tessili del Lancashire, 26.9.1931

Gandhi con le operaie tessili del Lancashire, 26.9.1931

Il 2 ottobre è il Giorno Internazionale della Nonviolenza (giorno di nascita di Gandhi): lo stabilì nel 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite come occasione per “disseminare il messaggio della nonviolenza”, nel desiderio “di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione”. Vi andrebbe di fare qualcosa che vada in questa direzione, oggi? Io ho un suggerimento: potreste firmare la petizione che si trova al seguente indirizzo:

http://www.change.org/en-GB/petitions/united-nations-secretary-general-the-ohchr-end-stoning-now

Di che si tratta ve lo faccio spiegare da Emma Batha con alcuni brani di un suo articolo del 29.9.2013 per Thomson Reuters Foundation (trad. Maria G. Di Rienzo):

Due mesi fa, in Pakistan, una giovane madre di due figli è stata lapidata a morte dai suoi parenti, su ordine di un tribunale tribale. Il suo crimine: possedeva un cellulare. Lo zio di Arifa Bibi, i suoi cugini ed altri le hanno tirato addosso pietre e mattoni sino a che è morta. E’ stata sepolta nel deserto, lontana dal villaggio. Sembra che nessuno sia stato arrestato.

Il suo caso non è unico. La lapidazione è legale o praticata in almeno 15 fra paesi e regioni. E gli attivisti temono che questa forma barbarica di esecuzione stia crescendo, in particolar modo in Pakistan, Afghanistan e Iraq. Le attiviste per i diritti delle donne hanno lanciato una campagna internazionale per il bando della lapidazione, che è nella maggioranza dei casi inflitta alle donne accusate di adulterio. Stanno usando Twitter ed altri social media per far pressione sul Segretario generale delle NU Ban Ki-moon affinché denunci la pratica.

“La lapidazione è un castigo crudele e mostruoso: è una forma di tortura a morte.”, dice Naureen Shameem del gruppo internazionale per i diritti umani Women Living Under Muslim Laws (WLUML – Donne che vivono sotto le leggi musulmane), “E’ una della forme più brutali della violenza perpetrata contro le donne al fine di controllare e punire la loro sessualità e le loro libertà basilari.” Aggiunge che le attiviste intendono spingere le NU ad adottare una risoluzione sulla lapidazione, simile a quella passata lo scorso anno sullo sradicamento delle mutilazioni genitali femminili, un altro tipo di violenza contro le donne spesso giustificato con motivazioni religiose e culturali.

La lapidazione non è legale nella maggioranza dei paesi musulmani e non vi è menzione di essa nel Corano, ma i suoi sostenitori controbattono che è legittimata dagli Hadith, le azioni e i detti del Profeta Maometto. La lapidazione è indicata come punizione specifica per l’adulterio in molte interpretazioni della “sharia” o legge islamica. In alcune circostanze, anche una donna che denunci l’essere stata stuprata può essere vista come rea confessa di “zina”, o sesso fuori dal matrimonio. In uno dei casi citati da Shameem, una ragazza somala tredicenne, Aisha Ibrahim Duhulow, è stata seppellita sino al collo e lapidata da 50 uomini di fronte ad un pubblico di 1.000 persone, in uno stadio a Kismayu nel 2008. Suo padre ha testimoniato ad Amnesty International che la ragazza era stata violentata da tre uomini, ma che era stata accusata di adulterio quando aveva denunciato lo stupro alla milizia al-Shabaab che controlla la città.

L’Iran ha il più alto tasso di esecuzioni per lapidazione e attualmente vi sono in prigione 11 persone condannate ad essa, secondo l’avvocata iraniana e attivista per i diritti umani Shadi Sadr. L’avvocata, che è stata rappresentante legale di cinque persone condannate alla lapidazione, dice che l’Iran esegue queste sentenze in segreto, nelle carceri, nel deserto o al mattino presto nei cimiteri: “La pressione dall’esterno dell’Iran aiuta sempre. La repubblica islamica pretende di non curarsi della propria reputazione, ma in effetti se ne cura e come.”

dimostranti iraniane

La lapidazione è un castigo legale per l’adulterio in Mauritania, in un terzo dei 36 stati nigeriani, in Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen. In alcuni paesi, come la Mauritania ed il Qatar, la lapidazione resta legale anche se non mai stata usata, ma in altri paesi come l’Afghanistan e l’Iraq, dove è illegale, viene praticata in modo extragiudiziale da leader tribali, militanti, eccetera. “In Afghanistan”, spiega Naureen Shameem, avvocata per i diritti umani di WLUML che sta coordinando la campagna contro la lapidazione, “i signori della guerra stanno manipolando la religione per terrorizzare davvero la popolazione, per i loro scopi politici: la lapidazione è uno dei mezzi che stanno usando.” L’anno scorso, la 21enne Najiba è stata lapidata di fronte ad un centinaio di uomini esultanti, dopo che i signori della guerra della provincia afgana di Parwan l’avevano accusata di “crimini morali”. Uno degli uomini ha filmato la lapidazione, che è visibile su internet. Shameem dice che il caso di Najiba fa chiarezza su quale livello di impunità esista. (…) La petizione contro la lapidazione sarà presentata al Segretario generale e all’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite il 25 novembre prossimo – Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: al momento, ha circa 9.000 firme (Ndt: il 1° ottobre aveva oltrepassato tale cifra).

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Rawan, yemenita, è morta il 10 settembre u.s. di emorragia interna dovuta alla distruzione dell’utero, dopo la sua prima notte di nozze. Il “vedovo” pedofilo ha quarant’anni: Rawan ne aveva otto. Le autorità della città di Meedi, dove il fatto è avvenuto, non hanno preso provvedimenti per lo stupro e il conseguente omicidio e se interrogati negano tutto. I capi tribali hanno minacciato un giornalista locale tentando di coprire la vicenda. Ma ormai, notizia e foto della bimba hanno fatto il giro del mondo, assieme ai dati sulla povertà in Yemen e alle solite solfe su religione-tradizione-cultura.

Rakiya, nigeriana, è ancora viva. Non voleva sposarsi e diventare madre a 12 anni, ma fra gli stupri del marito e i pestaggi del padre dopo un po’ si è rassegnata. A vent’anni è rimasta vedova, con cinque figli e un sesto in arrivo. Ha venduto tutto quel che aveva per dar da mangiare ai figli e alla fine, quando non le restava più nulla, ha venduto se stessa. Dopo quattro anni infernali da sex worker ha scelto di provare un’altra strada. Oggi vende tortine di fagioli per le strade. Cosa giustifica i matrimoni di bambine, secondo Rakiya, la povertà, la religione, la tradizione, la cultura? “Niente di tutto questo. E’ l’ignoranza. E’ il credere che una femmina non valga niente e porti solo danno economico, è il non sapere che questo è sbagliato.”

Fatou Diakhate, senegalese, oggi ha 55 anni. Quando è stata data in moglie ne aveva 13. Dai quindici in poi ha messo al mondo dodici figli. “Ero analfabeta, mai visto una scuola, non sapevo niente.” Poi, a quarant’anni, scopre che un’agenzia umanitaria locale offre corsi di alfabetizzazione per adulti. Fatou partecipa. E non impara solo a leggere e scrivere in Wolof, perché i corsi comprendono la salute riproduttiva e Fatou viene ad esempio a sapere che sono ben due milioni le donne affette da “fistula ostetrica”, un danno collegato principalmente ai parti precoci, che causa incontinenza e spesso l’allontanamento e l’ostracismo per chi ne soffre. Impara anche che la pratica della mutilazione genitale femminile, comune in Senegal, esaspera questo rischio fra i mille altri (mortalità materna e del neonato, travaglio tre volte più lungo del normale, danni cerebrali per il nascituro, ecc.). La prima cosa da fare per salvare un po’ di vite, pensa Fatou, è fermare i matrimoni di bambine.

Fatou Diakhate

Comincia con l’organizzare le altre donne del suo villaggio, condividendo quel che ha appreso e insistendo sul rischio per la vita delle bimbe e sulla violazione del loro diritto fondamentale a ricevere un’istruzione. Come rappresentante delle donne parla al capo locale, al consiglio municipale e all’imam del desiderio delle donne che la pratica termini. Gli uomini la aggrediscono con tutto quel che hanno a disposizione: l’accusano di corruzione, di essere pagata dall’agenzia umanitaria per distruggere le loro tradizioni, le lanciano minacce di ogni tipo – compresa quella di usare il gri gri (magia nera) contro di lei. Fatou si indigna ancora, quando lo racconta, ma forte del sostegno delle altre donne, ha continuato ad orchestrare campagne e a fare pressione sui leader comunitari: nel 1998 la sua comunità, Keur Issa, ha abbandonato la pratica. Da allora, nessun matrimonio di bambine è avvenuto in loco.

Fatou continua ad ispirare l’intero Senegal. Le ultime a seguirla sono state 159 comunità nelle regioni di Fouta e Kolda, che hanno anche abbandonato le mutilazioni. “Come donne e come madri è quel che dobbiamo fare.”, spiega Fatou, “E dobbiamo parlare alle nostre figlie, sostenerle affinché vadano a scuola, perché non vogliamo che soffrano quanto noi abbiamo sofferto.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Plan UK, The Elders, Unicef, International Centre for Research on Women, AFP, Dawn)

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nada

http://www.youtube.com/watch?v=-J7_TKgw1To

Salaam Alaikum. La compassione e le benedizioni di Allah su di voi. Ciao a tutti.

Vorrei ringraziare Mukhtar Al-Sharafi e Amal. Vorrei ringraziare tutti i giornalisti e anche voi.

E’ vero che sono fuggita dalla mia famiglia. Non posso più vivere con loro. Basta. Voglio andare a vivere con mio zio. (1)

Che ne è dell’innocenza dell’infanzia? Cosa hanno fatto di male i bambini? Perché li date via in questo modo, facendoli sposare?

Io ho maneggiato il mio problema per risolverlo ma alcune bambine innocenti non possono risolvere i loro e possono morire, o suicidarsi, o fare qualsiasi cosa venga in mente. Sono solo bambine, cos’è che sanno? Non hanno tempo di studiare o altro.

Non è colpa nostra. Io non sono la sola. Può accadere a qualsiasi bambina. Ci sono numerosi casi come questo. Alcune bambine hanno deciso di gettarsi in mare. Ora sono morte. Non è normale per dei bimbi innocenti.

E’ vero che sono scappata andando da mio zio, ma lui non era in casa. Allora ho chiamato Abd Al-Jabbar (2) perché venisse a prendermi. Abd Al-Jabbar mi ha mandato una donna con cui viaggiare per tornare a Al-Hudayah. Quando mio zio ha saputo tutto è venuto a prendermi.

Ho presentato un esposto alla polizia contro mia madre. Ho detto loro che ho 11 anni e lei vuol farmi sposare. Non avrei una vita, ne’ istruzione. Non hanno nessuna pietà? Come li hanno cresciuti? Starei meglio morta. Preferirei morire.

Vorrei vivere con mio zio piuttosto che con queste persone. Hanno minacciato di uccidermi se fossi andata dallo zio. Che tipo di persone sono quelle che minacciano i propri figli in questo modo? Vi farebbe così felici farmi sposare contro la mia volontà? Allora andate avanti e fatemi sposare. Io mi ucciderò, proprio così.

Non tornerò a vivere con loro. Non lo farò. Hanno ucciso i nostri sogni. Hanno ucciso tutto dentro di noi, non resta nulla. Non è crescere dei figli, è criminale, semplicemente criminale. La mia zia materna aveva 14 anni. E’ durata un anno con suo marito. Poi si è versata benzina addosso e si è data fuoco. E’ morta. Lui la picchiava con catene di metallo. Si ubriacava. Vi farebbe così felici vedermi sposata?

Madre mia, famiglia mia, credetemi quando vi dico: con voi ho chiuso. Avete mandato in rovina i miei sogni. Nada Al-Ahdal.

(trascrizione e traduzione M.G. Di Rienzo. Il titolo è una frase detta ai giornalisti dalla piccola Nada.)

(1) Nada vive con lo zio e la nonna nella capitale Sanaa da quando aveva due anni. Non ha avuto praticamente contatti con la famiglia d’origine sino al mese scorso, quando i genitori hanno chiesto di riaverla dopo aver ottenuto del denaro dall’uomo a cui intendono darla in moglie.

(2) Così nei sottotitoli. Si trova anche come: Abduljabbar Ziad e si tratta del manager di Nada, che canta in un gruppo.

Fonti: The National Yemen, The Daily Beast, Memri TV.

Nada Al-Ahdal con lo zio Abdulsalam al-Ahdal

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(“I made it possible for my father to buy new wives”, di Judith Spiegel per Radio Netherlands Worldwide, marzo 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

 nujood

E’ fuggita dal marito. E’ corsa in tribunale. Ha ottenuto il divorzio. Il tutto all’età di 10 anni. Con la pubblicazione delle sue memorie, la yemenita Nujood Ali cominciò a rompere le barriere. Cinque anni dopo, abbiamo fatto visita a Nujood per sapere come stava. E sembra che la sua vita sia solo andata da “veramente brutta” a “un po’ meno brutta”.

La casa in cui è entro è piccola e scura. Mi trovo ad Al Hasabah, un’area di Sana’a dove si sono avuti pesanti combattimenti fra truppe governative e tribù nella primavera del 2011. Sul pavimento di nudo cemento ci sono alcuni materassi sporchi e un fusto con dell’acqua. Un filo elettrico senza lampadina pende dal soffitto. Le sole decorazioni nella stanza di quattro metri quadrati sono un poster con un auto e un altro con dei versetti del Corano.

Sono confusa. Credevo avrei incontrato una ragazza benestante, per gli standard del paese. I media l’avevano ritratta come una felice ragazzina della classe media, che frequentava una scuola privata e sognava di diventare un’avvocata. Le mie riflessioni si interrompono quando Nujood esce dall’ombra, indossando il suo vestito migliore.

“Non vado più a scuola, forse il prossimo anno.”, dice Nujood con uno sguardo di scusa, “Abbiamo dovuto scappare durante la guerra e da allora non sono più tornata a scuola. Non vivo nella casa di mia proprietà perché ci vive mio padre. Aveva l’abitudine di bastonarmi, non posso vivere con lui.” La terza moglie del padre di Nujood l’ha cacciata a calci da una casa che in effetti è sua: fu comprata con i ricavati della vendita del suo libro e l’aiuto della casa editrice.

Il libro di Nujood fu un successo. Ma non è stata lei a beneficiarne. “Mio padre riceve un’entrata mensile, credo direttamente dall’editore, ma non sono sicura. A me a volte dà 50 dollari al mese, a volte niente.”, spiega la ragazza e di colpo aggiunge, “Ho fatto in modo che lui potesse comprarsi nuove mogli.”

Una legge che stabilisse l’età minima per il matrimonio, per maschi e femmine, non ce l’ha mai fatta ad ottenere l’approvazione del Parlamento yemenita. Personalità religiose e vari gruppi sono sempre intervenuti per prevenirla. I padri, in Yemen, possono ancora dare le loro figlie in spose quando le bimbe hanno otto o nove anni. Le autorità yemenite hanno negato due volte a Nujood il permesso di viaggiare: in entrambi in casi era stata invitata all’estero per ricevere dei premi. Ma il governo chiaramente pensa che la storia di una sposa bambina di 9 anni è una di quelle che è meglio non raccontare al mondo intero. Si tratterebbe di ulteriore pubblicità negativa per un paese che già si situa in fondo alla scala quando si tratta di eguaglianza di genere.

Nujood non è arrabbiata. Pensa che questa è la vita. Sognava di diventare un’avvocata, di viaggiare, di ottenere borse di studio. Non sta accadendo. Ma Nujood tenta di vedere le cose in modo positivo: “Dopo il libro abbiamo avuto una casa e da mangiare.” Mi regala un altro dei suoi bellissimi sorrisi, mi tocca la mano, mi mostra lo smalto nero sulle unghie e vuole che la fotografi.

La 13enne (o 14enne, Nujood non è sicura) non è più sposata ad un uomo molto più vecchio di lei che la stuprava e la picchiava. Ancora spera di tornare a scuola, ma non sembra sicura al proposito. E del matrimonio che pensa, si sposerà di nuovo? “Mai. Mai, mai, mai, mai più!”

(L’editore non ha risposto alla nostra richiesta di informazioni sul motivo per cui i proventi del libro non sono pagati direttamente a Nujood e sul perché nessuno stia monitorando questa situazione.)

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“Ci rivolgiamo alla popolazione affinché si assicuri che le sue donne coprano teste e volti negli spazi pubblici. Se troviamo qualsiasi donna scoperta le spruzzeremo acido in faccia. Se scopriamo una qualsiasi ragazza mentre usa un cellulare verrà uccisa a fucilate.” Avviso affisso su tutte le moschee del Kashmir, India, nell’agosto 2012, a firma dei mujahideen di al-Qaida (Lashkar e al-Qaida).

Alle donne in Iran è ora totalmente proibito (agosto 2012) accedere a 77 corsi universitari fra cui: ingegneria, contabilità, docenza, consulenza e chimica. Inoltre, campi quali economia, amministrazione, psicologia e letteratura ridurranno le loro quote di studentesse del 30/40%.

6 settembre 2012, Kabul, Afghanistan. Le giovani attrici televisive afgane Tamana e Areza e la loro amica Benafsha sono aggredite per strada da sei uomini che le accoltellano ripetutamente. Avevano già ricevuto ripetute minacce a causa della loro professione, che le rende ovviamente assai “visibili”. Benafsha muore dissanguata fuori da una moschea (i suoi assassini vigilano affinché nessuno le presti soccorso), mentre le sorelle ferite strisciano per terra cercando disperatamente aiuto. Dimesse dall’ospedale dopo poche ore, sono state portate subito in prigione, dove hanno subito “test di verginità” e dove rimangono sino a che il pubblico ministero competente, il sig. Ghulam Dastegir Hedayat deciderà di cosa accusarle (prostituzione, immoralità, eccetera): “Dobbiamo chiarire se queste ragazze avevano relazioni illecite con qualcuno.” A seguito di questo episodio un’altra giovane attrice afgana, Sahar Parniyan, è entrata in clandestinità: “Al telefono mi hanno detto ripetutamente: puttana, tu sei la prossima. Non posso continuare a fare l’attrice in Afghanistan. I talebani sono contro le donne, ma non sono i soli. L’Afghanistan non è un paese per donne.”

La tenda nera cade senza fare rumore. Buio. Dissolvenza.

Maria G. Di Rienzo

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(Intervista a Bushra al-Maqtari, di Judith Spiegel per Radio Netherlands Worldwide – http://www.rnw.nl – 31.7.2012 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

 

Ordina un nescafé, un succo di mango e un pacchetto di Kamaran lights, la versione yemenita delle Marlboro lights. Accendendone una, Bushra al-Maqtari (31enne) ride ed esclama: “Kafira!” La parola significa “infedele” e la scrittrice e giornalista si sta riferendo a se stessa. Attorno al collo ha un pendente di Che Guevara. “Anche questo è kafira.”

L’ironia sembra essere la sua difesa contro il fatto che parte della società yemenita la disprezza come infedele. Ciò accade perché gli ulema – gli autoproclamati leader religiosi del paese – hanno emanato una fatwa contro di lei, in cui è accusata di apostasia.

Bushra al-Maqtari, fiera oppositrice del precedente regime di Ali Abdullah Saleh, divorziata, senza figli, è di Taiz, il centro intellettuale dello Yemen. Si tratta della città in cui hanno avuto inizio le sollevazioni nel paese, ed è un città che Bushra ama. E allora, cos’ha fatto questa minuscola donna alta un metro e sessanta per guadagnarsi una sentenza di morte?

Hanno semplicemente estrapolato alcune parole e frasi da un articolo che ho scritto.” Quelle parole dicono che Dio sembrava essere assente a Khidar, un villaggio dove i suoi concittadini di Taiz sono stati assai maltrattati durante la marcia di 260 chilometri che li portava dalla loro città alla capitale Sana’a, nel dicembre 2011. Bushra ha spiegato successivamente che non intendeva dire che Dio non esiste in assoluto, metteva in questione la sua presenza in quel giorno e in quel luogo. Ma la sua spiegazione ha incontrato orecchie sorde.

Per principio, una fatwa resta in vigore per sempre, a meno che gli ulema non la ritirino. “Usano le sentenze religiose per ragioni politiche, perché non gli piace quel che scrivo di loro.”, dice Bushra. Lei è un’oppositrice di Saleh, ma certamente non è una fan di Islah, il partito islamico di opposizione. Islah include sia moderati sia sostenitori della “linea dura”, come lo Sceicco Abdul Majeed Al Zindani, prominente membro degli ulema. “Il suo Islam è l’Islam della morte.”, dice ancora la giornalista.

La Premio Nobel per la Pace Tawakel Karman (1), fondatrice dell’organizzazione “Giornaliste senza catene”, è una sostenitrice di Islah. Di tutti gli yemeniti, se c’era qualcuno da cui ci si aspettava una dichiarazione contro la fatwa che ha colpito Bushra al-Maqtari era proprio questa “Madre della rivoluzione” ma, racconta Bushra, “Nulla. Non ha detto assolutamente nulla su questa fatwa. Del resto non ha detto nulla su molte altre questioni importanti.”

In generale, Bushra non è soddisfatta dell’attenzione riservata al suo caso in Yemen. La gente le sembra poco preoccupata per la propria libertà di espressione. “Se in Egitto chiudono una pagina di Facebook succede il finimondo. Qui, non importa a nessuno.”

Lo Yemen Times, uno dei pochi quotidiani che ha scritto della questione, sostiene che la fatwa è un aperto invito agli estremisti ad uccidere Bushra. “Naturalmente ho paura.”, dice lei, “Per un po’ ho dormito ogni notte in una casa diversa. E non posso più passeggiare per le strade.” Coprirsi con il niqab, che nasconde il viso, potrebbe esserle utile per questo, ma Bushra rifiuta di indossarne uno.

Subito dopo che la fatwa era stata emanata, Bushra è stata picchiata da un gruppo di donne nella “Piazza del Cambiamento”, il centro della sollevazione di Taiz, e 85 imam hanno organizzato una marcia su casa sua, dove hanno minacciato la sua famiglia.

Per loro, uccidermi è un biglietto per il Paradiso.”, sorride ancora e sospira, “Nessuno ascolta Bach o Mozart in questo paese. Tutto quel che ascoltiamo è violenza.”

Le sue opinioni non piacciono a molte persone. Gli altri attivisti contro il regime sono spesso di Islah e la vedono più come una nemica che come una compagna. I dimostranti indipendenti spesso non sono a proprio agio con una femminista che non è abbastanza pia per i loro gusti. Bushra ride: “Sono musulmana, che provino il contrario se ci riescono.”

Nel frattempo, un gruppetto di ragazzi e ragazze si è radunato attorno alla nostra tavola. Per loro, Bushra al-Maqtari è l’eroina locale. Vogliono fotografarsi assieme a lei. “Qui a Taiz non ci sono molti sostenitori della linea dura. Ma Sana’a la evito. Troppi salafiti, là.” E sorride.

(1) Nota della traduttrice: Così nel testo. Altri scrivono il nome come “Tawakkol”.

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