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Posts Tagged ‘cyberspazio’

E’ uscito il mese scorso il rapporto “Peoples under Threat 2019: The role of social media in exacerbating violence” – “Popoli minacciati 2019: il ruolo dei social media nell’esacerbare la violenza”, a cura di due organizzazioni pro diritti umani britanniche: Ceasefire – Centre for Civilian Rights e Minority Rights Group International.

report 2019

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/PUT-2019-Briefing-with-spread.pdf

Di seguito, un brano tratto dalla presentazione del lavoro (trad. Maria G. Di Rienzo).

“In molte parti del mondo, atrocità a vasto spettro e altri abusi dei diritti umani continuano a minacciare le popolazioni, in special modo quelle che appartengono a gruppi minoritari e genti indigene. Mentre il raggio dei social media si espande sempre più dilagando globalmente, così fa il suo impatto in contesti ove genocidio, omicidi di massa o violenta repressione sistemica accadono o sono a rischio di accadere.

La situazione delle nazioni in cima all’indice di “Peoples under Threat 2019” illustra come, caso per caso, i social media giochino un ruolo importante nell’incoraggiare l’assassinio. Le piattaforme social ora occupano un posto centrale nel stigmatizzare i gruppi indicati come bersaglio, nel legittimare la violenza e nel reclutare gli assassini.

La disinformazione deliberata, false accuse e disumanizzazione dei gruppi presi di mira comprese, è stata nei secoli una caratteristica durevole del conflitto. Ma nell’era dei social media, il processo è accelerato a un livello senza precedenti.

Il facile accesso ai social media ha dato a ogni razzista violento una potenziale piattaforma pubblica, e l’anonimato dei social media ha dato agli Stati la capacità di incubare e incitare odio attraverso i confini. Narrative di conflitto, teorie di cospirazione e visioni estremiste trovano velocemente una casa sulle piattaforme dove ogni voce compete per avere attenzione e le voci moderate e il linguaggio misurato necessari per la costruzione di pace sono sovrastate.

Leader politici, gruppi ribelli, attivisti e comuni cittadini hanno tutti usato i social media come attrezzo comunicativo. Persino nelle società più fragili e divise ove l’accesso a internet resta minimo, come il Sudan del Sud, il ruolo dei social media sta crescendo, mentre gli scenari mediatici tradizionali si trasformano rapidamente. Il devastante conflitto in Siria, d’altra parte, in cui le piattaforme social sono usate da tutte le parti in causa e video caricati su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, è stato ripetutamente descritto come “guerra di social media”.

I social media promettono di influenzare sempre di più come il conflitto e gli episodi di violenza sono percepiti, le loro traiettorie e i modi in cui si risponde a essi. Nessuna società divisa o contesto di conflitto può essere compreso senza considerare come i social media sono usati da una gamma di attori statali e non statali. In effetti, i critici hanno accusato le ditte proprietarie dei social media di accettare scarsa responsabilità quando l’uso delle loro tecnologie serve a fomentare divisione e violenza in società instabili o interessate da conflitti.

Molti indicano il Myanmar – dove le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità di rispondere alle accuse di genocidio – come l’esempio più crudo del collegamento fra i social media e il commettere atrocità. Là il linguaggio disumanizzante e l’aperto incitamento all’omicidio di massa furono amplificati via Facebook e Twitter, contribuendo alla vasta presa di mira della comunità musulmana Rohingya. Nello scorso novembre. Facebook rilasciò un rapporto che aveva commissionato in relazione all’uccisione dei Rohingya, il quale concludeva che “Facebook è diventato un attrezzo per coloro che cercano di diffondere odio e causare danni.” Ma mentre la compagnia riconosceva che “possiamo e dovremmo fare di più”, Facebook e altre corporazioni proprietarie di social media continuano a fare affidamento sull’auto-regolamentazione, basandosi quasi del tutto sulla moderazione in linea con “gli standard comunitari” – un approccio che si è dimostrato miseramente inefficace quando ha dovuto confrontarsi con campagne organizzate, e a volte sancite ufficialmente, di odio violento.

“Peoples under Threat” attira la dovuta attenzione su numerosi altri casi in cui, nel contesto di spaccature sociali, instabilità politica e insicurezza, i social media rischiano di esacerbare o di pavimentare la via a violenta repressione sistemica e omicidi di massa. In molti dei paesi ove il rischio di atrocità di massa è più pronunciato, la gioventù che ci fare con internet supera il resto della popolazione. Dove infuriano mortali conflitti armati, dalla Libia all’Afghanistan, i combattenti spesso hanno un fucile in una mano e un cellulare nell’altra: gli obiettivi fotografici di quest’ultimo sono trasformati in armi nella guerra di propaganda che unisce i campi di battaglia e il cyberspazio.

(…)

Ma i social media possono anche giocare un ruolo positivo. Nel far circolare informazioni di valore, possono fornire un servizio pubblico. Molte piattaforme sorvegliano i movimenti di eserciti e insorgenti, come il gruppo FB libanese “Sentiero Sicuro” che indirizza chi lo usa a evitare determinate strade su cui si danno combattimenti. In questo stesso modo i civili possono essere guidati verso località in cui ricevere aiuto umanitario.

Il dialogo che oltrepassa le divisioni sociali può essere facilitato dai social media, che possono spostare attitudini, promuovere la comprensione fra gruppi che non hanno altro modo di comunicare, effettuare un’operazione di ingegneria inversa sulle condizioni di ostilità e violenza.

Fornendo l’opportunità a basso costo per l’acquisizione, la confezione e la circolazione delle informazioni, i social media sono cruciali per portare e condividere testimonianza, per dare documentazione delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e diffondere ampiamente contenuti che incitano all’azione gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali. I social media possono giocare un ruolo nel mettere fine alla passività e all’impunità, assicurando responsabilità e riparazione per le violazioni. (…)

Il sostegno di lunga data alla libertà di espressione è stato sovvertito in un’estesa accettazione sociale delle espressioni dell’estremismo violento. I governi si sono dimostrati universalmente non all’altezza dei loro obblighi di proteggere non solo la libertà di espressione ma anche di proibire ogni “patrocinio dell’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”, come richiesto dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Articolo 20(2)).”

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(tratto da un più ampio testo di Matt LeMay, musicista, produttore, ingegnere, maggio 2014. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

technology

Vorrei entrare nel discorso del come gli uomini che operano nella tecnologia informatica possono affrontare il sistematico sessismo presente nell’ambiente. Il mio suggerimento non è particolarmente profondo: Uomini, me compreso, fate lo sforzo di crescere un poco.
Se la vostra risposta è: “Io sono un adulto, del tutto, e ho persino moglie e figli, come osi?”, siete caduti nella mia ambigua trappola, perché questa non è una risposta da adulti. Crescere significa essere capaci di ammettere che si hanno ancora cose da imparare. Significa aprirsi a scenari in cui voi non siete ne’ gli esperti ne’ gli eroi. Se pensate che la vostra eccezionale intelligenza vi renda un’autorità su esperienze e prospettive di altre persone, allora dovete dannatamente darvi da fare a crescere.
Se la vostra risposta è: “Ma io mi sento a disagio nell’essere socievole e probabilmente ho la sindrome di Asperger.” (Ndt: difficoltà patologica di interazione con gli altri), allora sono spiacente che dobbiate affrontare queste sfide, ma quando si tratta di diagnosi da poltrona vedo di solito che “Lui ha un disturbo della personalità che lo rende asociale” è una frase usata per scusare gli uomini, mentre “Lei ha una malattia mentale” è una frase usata per screditare le donne. Se non siete un esperto o un medico, e spettegolate e speculate sullo stato mentale di altri per rinforzare in modo selettivo la vostra visione del mondo, avete fottutamente bisogno di crescere.
Se la vostra risposta è: “Perché stai attaccando gli uomini? Questo mi ferisce in prima persona, perché io sono un bravo ragazzo e ce la sto mettendo tutta e non faccio assolutamente parte del problema.”, allora potreste essere me! Perché, per essere onesto, qui è dove il cervello va quando incontro un tipo di critica priva della confortevole imbottitura di una lode contestuale.
Dove diavolo sta il mio problema? Perché sono spesso così incapace di maneggiare critiche completamente ragionevoli? Qui mi arrendo a Ashe Dryden, che in un testo diventato canonico, con pieno merito, sulle relazioni di genere nella tecnologica, descrive una caratteristica comune degli uomini che ci lavorano: “Molti di essi sono stati bullizzati da bambini perché erano “secchioni” e credono che ciò li renda incapaci di fare del bullismo essi stessi, o di avere comportamenti oppressivi.” Dryden ha descritto alla perfezione il tipo di persona che io sono: un tizio bianco istruito, che ama i computer e che ha sofferto come vittima del bullismo da bambino. Un bullismo duro. Sono stato bullizzato al punto che non volevo più vivere.
Di solito si dice che chi ha sofferto del bullismo crescerà sino a diventare un adulto “sensibile”, ma io sovente resto scioccato dalla mancanza di empatia mostrata da individui che hanno attraversato tale terribile esperienza. Perché i “secchioni”, che una volta si sono sentiti minacciati ed esclusi, adesso minacciano ed escludono attivamente altri, in special modo chi critica i sistemi che ora danno loro il potere e il privilegio che un tempo apparentemente gli mancavano? Perché individui che sono stati feriti dalle fottute aspettative sui ruoli di genere quando erano bambini, da adulti perpetuano quelle stesse aspettative?
La verità è che io, troppo spesso, mi sento “aggredito” se solo qualcuno è semplicemente in disaccordo con me. E se devo essere orrendamente onesto, è più facile che mi senta “aggredito” se al disaccordo dà voce una donna. Perciò: perché reagisco male ad una critica proveniente da una donna, se tutti i bulli della mia infanzia erano maschi?
Credo che la risposta abbia molto a che fare con gli adulti benintenzionati che hanno tentato di “aiutarmi” ad attraversare quel bullismo. Quando ero uno dei ragazzini “secchioni” gli adulti mi rassicuravano regolarmente dicendo che la sofferenza era accettabile, perché un giorno avrei avuto diritto a costante e positiva attenzione sessuale da parte delle donne: “Certo, le cose vanno male ora, ma quando sarai un po’ più grande vedrai: le donne amano i ragazzi come te!”
Oppure era: “Il marmocchio che ti prende in giro ora in futuro lavorerà al distributore di benzina, mentre tu dirigerai una grande ditta di computer e sposerai una fotomodella!” Non è inusuale che l’autostima del giovane secchione sia fondata su una sorta di debito non consensuale che egli pensa di aver diritto di riscuotere dal mondo delle donne. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per capirlo, ma credo davvero che la retorica patriarcale di questo tipo scusi il dolore che i sistemi di potere impongono ai bambini in generale promettendo ai piccoli maschi futuro dominio sulle piccole femmine. Questo è profondamente e massicciamente malato.

No, non è il computer del mio ragazzo

No, non è il computer del mio ragazzo

Alle bambine che amano i computer danno da mangiare la stessa zuppa? Dicono loro: “Un giorno avrai denaro e potere e una valanga di uomini – privi di autonomia come zombie – si sdraieranno ai tuoi piedi?” Se insistete a dirmi che una presenza sufficiente di computer trasforma magicamente il mondo in una meritocrazia, forse dovreste pensare un attimo a questa roba.
Io ci penso quando leggo i resoconti di donne spinte fuori dall’ambito informatico, per esempio, perché non volevano uscire con un collega. La patetica spazzatura del tipo: “Devi coccolare i miei speciali sentimenti anche se non vuoi, altrimenti sei un’orribile bestiaccia.” mi è del tutto familiare. Mi sono bevuto questa mitologia tossica abbastanza spesso, ogni volta in cui ho detto a me stesso: “Be’, mi avevano assicurato che sarei piaciuto alle ragazze, perciò ogni ragazza a cui non piaccio sta alimentando il mio trauma infantile e deve essere distrutta.”
Ma qui arrivano le grandi notizie: io non sono più un bambino! Ci sono buone probabilità che anche voi lettori non siate più bambini. Nessuno vi romperà un gamba perché siete un goffo secchione eccetera. E – questa è la notizia migliore – la vostra esperienza dell’essere stati bullizzati, o presi di mira, o esclusi, non vi dà diritto a ricevere assolutamente nulla da chiunque altro. Capirlo, mentre magari cercate ripetutamente, e in modo patologico, validazione dagli altri, può essere terrificante, ma è altrettanto liberatorio. E’ duro e costante lavoro, ma è un ottimo lavoro.
“Crescete, dannazione!” non è un’aggressione, è un invito che vi faccio.

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(“Why are People Perennially Surprised By Internet Misogyny?”, di S.E. Smith per This ain’t livin’, 14 aprile 2014, trad. Maria G. Di Rienzo.)

tastiera

Lettrici/lettori, ho una confessione da fare: ero tentata di scrivere questo pezzo con il taglia-e-incolla, perché sono abbastanza sicura di averlo già scritto in precedenza. Ho capito, comunque, che il mio desiderio di taglia-e-incolla era una sorta di indicatore di quanto l’argomento giri in cerchio. Ecco come funziona la formula:
1) Una donna, o una persona percepita come una donna, scrive un articolo su quanto internet sia ostile alle donne. Il pezzo spesso include interviste e testimonianze con esempi concreti del tipo di ostilità in discussione. Non stiamo parlando delle parolacce in cortile, ma di minacce di stupro e di morte, di aizzare campagne di abusi, di hackeraggio dei siti, di outing coatti, di dossieraggio e altre cose deliziose.
2) Altre donne fanno seguito all’articolo con i loro propri pezzi sullo stesso argomento, amplificando il messaggio, parlando delle loro esperienze in ambienti ostili online, e sostenendo di base la storia originale: sì, internet è ostile alle persone percepite come donne. Alcune donne lo ritengono pericoloso e adottano misure protettive per la loro sicurezza di base, poiché hanno prove concrete che la loro sicurezza non dovrebbe essere data per scontata.
3) Spesso, i media riprendono la cosa. Alcune delle stesse donne che stanno discutendo sulla sicurezza parlano quindi da piattaforme più vaste, mentre altre si ritraggono, sovente perché sono state minacciate per aver parlato apertamente della questione. I media sono deliziati da questi pezzi profondi, personali, ragionati su come sia essere una donna online.
4) Tutti si mostrano scioccati, semplicemente sbalorditi, che ci siano misogini online. C’è una vasta e vecchia conversazione e molto dibattito su come combattere questo terribile male sociale e rendere internet un posto più sicuro per donne e ragazze, un posto in cui le donne non siano in pericolo di essere minacciate e di vedere le loro informazioni personali distribuite al largo pubblico.
5) Tre settimane più tardi, tutti se ne sono dimenticati, e la questione torna in stasi sino a che viene scritto il prossimo articolo su quanto pericoloso sia internet per le donne, e la conversazione riprende il suo ciclo dall’inizio.

misogyny

Davvero non so quanto volte ci sia bisogno di dirlo prima che il messaggio penetri: internet è un posto pericoloso per le donne. E’ pericoloso in modo particolare per le donne che vivono nelle intersezioni di marginalizzazioni multiple. Date un’occhiata alle donne nere attive online, come Mikki Kendall, che è immersa in un’ondata di vetriolo razzista e misogino su base giornaliera, molta della quale convogliata deliberatamente via Twitter per avere la certezza che lei la veda (sino a che non ha la possibilità di bloccare la fonte, e questa gente salta con facilità ad un altro account fasullo). Solo perché apre la bocca su un argomento qualsiasi, che sia il pollo arrosto o il trattamento dei bambini neri nel sistema giudiziario, sa che deve aspettarsi un fiume d’odio.
Le donne grasse sono chiamate “stupide fiche ciccione” e ricevono incantevoli notifiche di quanto sono schifose e non-scopabili. Le donne disabili sono chiamate “ritardate” e informate che dovrebbero chiudere il becco. Le donne povere sono inquisite per non essere abbastanza povere, perché non mostrano una povertà che soddisfi gli osservatori, perché succhiano risorse dallo stato e le usano per accedere ad internet. Alle donne religiose si dice che sono cretine e che la loro fede ha fatto loro il lavaggio del cervello, che sono incapaci di prendere decisioni per se stesse sul seguire o no leggi religiose. Le donne trans sono braccate e sperimentano l’outing coatto (in alcuni casi si suicidano a causa dell’ostilità che le investe online).
E questa è solo la punta dell’iceberg. Tutte le donne, e le persone percepite come donne che lo siano o no, sono costantemente soggette a orripilanti abusi online. Ciò trascina le donne sotto terra: alcune passano attraverso identità multiple nel tentativo di mantenere le loro reti online, mentre altre semplicemente un giorno svaniscono, e non tornano più. Io mi preoccupo di queste donne – si sono ritirate in profondità con l’idea di tornare prima o poi? Si sono suicidate? Sono attive con altri nomi e identità che non possono essere collegate alle precedenti in alcun modo? Cosa sono diventate e dove stanno andando?
Sino a che la gente non capirà che internet è un luogo ostile alle donne, e che questo problema non sparirà sino a che la gente sarà pronta ad affrontarlo, il ciclo è destinato a ripetersi. Dettagliata rivelazione degli abusi che le donne sopportano online, shock e sorpresa, promessa di far meglio, fine della discussione, si torna al principio. Perché internet è ostile alle donne? Perché la nostra cultura stronza e misogina è piena di persone terribili che fanno cose terribili.
Ma non è necessario che le cose vadano così. In effetti, non dovrebbero andare così, e noi abbiamo la possibilità di non farle andare così, se vogliamo provarci. Vogliamo? Vogliamo realmente lavorare per rendere internet un posto amichevole per le donne? Allora dobbiamo assumerci la responsabilità di dirlo apertamente quando vediamo che si abusa delle donne. Dobbiamo attestare solidarietà alle donne che identificano i problemi, e dobbiamo intervenire quando ci troviamo in spazi che opprimono le donne.
Gli uomini hanno la possibilità – che le donne non hanno – di entrare in determinati luoghi che respingono le donne e le loro voci, ed essi sono i luoghi dove la conversazione in merito dovrebbe avvenire. Questa è una lotta che deve essere portata agli uomini che stanno rendendo internet un posto insicuro, non alle donne che stanno lottando per renderlo più sicuro.

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State lontane dalla tecnologia informatica, fragili fanciulle: è un lavoro per duri. Spesso richiede lo sforzo di sedere per ore su una poltroncina confortevole, in un ufficio con aria condizionata, mentre si usa una tastiera e si guarda un monitor. Davvero credete che una donna possa farcela? E’ chiaro che questo è un regno maschile, voi non siete toste abbastanza, non avete il fisico adatto e neppure il cervello adatto. Programmatrici? Via, via, al massimo potrete contribuire a progetti altrui, aggiungere accessori alle presentazioni PowerPoint di qualche vero programmatore, ma non fasciatevi la graziosa testolina più di tanto.
E’ curioso – scherzi miei a parte – quanto questo atteggiamento sia diffuso nelle “comunità” che vivono di qualche aspetto della tecnologia informatica (open source, online gaming, ecc.), e quante donne intelligenti, preparate e creative soffrano di conseguenza della cosiddetta “sindrome dell’impostore”, esprimano opinioni il meno possibile e lavorino camminando, per così dire, sulle uova. La terminologia “sindrome dell’impostore” fu coniata dalle psicologhe Pauline R. Clance e Suzanne A. Imes quasi quarant’anni fa, quando osservarono come donne del tipo descritto tendessero a non credere di essere brillanti e capaci nonostante i loro successi pubblici. Il potere della socializzazione, eh?
Devo avervi già detto un paio di volte (sì, va bene, probabilmente più di un paio…) perché la storia delle donne è così dannatamente importante. Questo è uno dei casi. La sorgente della materia “programmazione dei computer” la dobbiamo a due donne. La prima è la matematica inglese Augusta Ada King, Contessa di Lovelace (10.12.1815 – 27.11.1852), nata Augusta Ada Byron – figlia del poeta Byron – e comunemente conosciuta come Ada Lovelace.

ada lovelace

Ada, fra il 1842 e il 1843 tradusse un articolo di un ingegnere militare italiano, Luigi Menabrea, e lo corredò di quelle che chiamò semplicemente le sue “annotazioni”; esse includevano il primo algoritmo inteso per essere sviluppato da una macchina, il primo programma per computer: e non c’erano ancora computer in cui farlo funzionare.
E poi c’è Grace Murray Hopper (9.12.1906 – 1.1.1992).

grace programming

Codici e cifrari, l’intera idea dello scrivere in un linguaggio che non è linguaggio macchina e poi farlo processare dal computer di modo che lo diventasse (Harvard Mark 1) è sua. E non aveva altro che una telescrivente, strisce di carta che incollava insieme con il nastro adesivo per far ripetere il codice al computer e un mucchio di interruttori con cui cambiare la memoria della macchina e registrare direttamente. Ciò richiedeva una profonda conoscenza di ogni elemento componente il computer e l’abilità di direzionare i dati, in pratica, a mani nude.
Sembra che il lavoro da “veri duri” lo abbiano fatto delle “vere dure”. Per cui, techno-girls: non è stata fortuna, tempismo, buona fede altrui, lode immeritata… siete brave. Siete competenti. E avete radici. Un bel mucchio di radici profonde, tutte simili a voi, che ancora convogliano conoscenza verso di voi come le radici convogliano acqua e nutrimento agli alberi.

Female physicists

(Rosalind Franklin, Sarah Kavassalis, Lise Meitner, Lisa Randall, Caroline Herschel, Reva K. Williams, Maria Mayer, Jocelyn Bell Burnell, Marie Curie e Jennifer Ouellette)
La prossima volta in cui vi diranno: “Tu e Antonio siete stati fantastici con questo lavoro di programmazione.”, voi NON risponderete “Lui sì, io ho solo dato una mano.”, sorriderete e direte “Grazie! Speriamo di fare ancora meglio in futuro.”.
La prossima volta in cui vi diranno: “Hai risolto questo problema in modo superbo.”, voi NON risponderete “Oh, sai, in verità ho commesso quest’errore e poi quest’altro, e mi sento davvero in colpa per aver fatto perdere tempo a tutti, avrei dovuto ecc.”, sorriderete e direte “Grazie! Sono felice che abbia funzionato.”
E quando una ragazza più giovane di voi prenderà il coraggio a due mani e riuscirà a dirvi: “Sei un modello, per me, un’ispirazione.”, voi NON risponderete “Ah, è perché non mi conosci davvero… se sapessi…”, sorriderete e direte “Grazie! E’ bellissimo sapere di aver avuto questo effetto su un’altra persona.”
Mentre quando il capoccione di turno se ne uscirà con “questo non è un lavoro da donne blah blah”, voi vi farete una bella risata e replicherete: “A giudicare dalle origini è proprio un lavoro da donne! Aggiorna i tuoi dati, mister muscolo.” Maria G. Di Rienzo

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think before you speak di aienahana

Al contrario di quel che molte persone credono, nell’era di Facebook e Twitter, non è necessario esprimersi sempre e su qualsiasi argomento. A volte è meglio tenere la bocca chiusa e riflettere un po’ prima di riaprirla, per esempio:

Se sostenete qualsiasi cosa non essendo in grado di spiegare perché.

Se quel che sapete dire ammonta unicamente a: “ben altro”, “non serve”, “non basta”, “tizio/tizia moraleggia” (che neologismo affascinante!), “vergogna”, “ecco!” (cosa?), giacché non state fornendo a chi vi ascolta/legge nulla di sensato, di logico o di informativo.

Se saltate in modo tronfio in controversie che non vi riguardano, conoscendo parzialmente o per nulla questioni e persone coinvolte, a dichiarare che questo o quello è la verità.

Se siete inclini a intervenire a comando e a sproposito, come servi sciocchi, in controversie che non vi riguardano perché percepite l’una o l’altra parte come il vostro “guru” personale, o perché non siete in grado – per qualsiasi motivo – di resistere alle pressioni del suddetto santone tese a dimostrare non la validità del suo punto di vista, ma che tantissimi/tutti la pensano come lui. (E chi se ne frega: se hanno torto, continuano ad avere torto.)

Se ad ogni passaggio del vostro argomentare siete costretti ad aggiungere “Non intendevo questo”.

Se non riuscite a parlare/scrivere senza vomitare tonnellate di insulti di qualsiasi tipo: no, non è libertà d’espressione, è violenza verbale e non sta scritto nella Costituzione che avete il diritto di esercitarla.

Se siete inclini a dare di matto, fare scenate, agire come un/una stalker di fronte alla risposta “No”.

Se sospettate un complotto ogni volta in cui chi è in disaccordo con voi ammonta alla gran folla composta da due persone.

Se chiedete pareri sul vostro lavoro, e quando arrivano e non vi piacciono urlate che sono meschini, volgari, ignoranti, patetici e pagati dal nemico.

Se trattate qualsiasi opinione critica a voi sgradita come fosse un’ode all’efferatezza, la peggiore delle blasfemie e il detonatore per la fine del mondo.

Se accusate di gelosia/invidia chiunque sia in disaccordo con voi, vi create una narrazione fantastica al proposito e la diffondete con certosina insistenza.

Se quando vi si chiede di rispondere di uno o più dei comportamenti succitati, dichiarate di essere oggetto di persecuzione e vi paragonate agli ebrei durante il nazismo.

Si può fare di meglio, quando si pensa. Maria G. Di Rienzo

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Melisanda si avventura nel grande mare del web. Ha opinioni. Le piace discutere. Fa ragionamenti logici. E’ aperta e informata. Che tipi di atteggiamenti incontrerà? Come minimo, TUTTI quelli descritti di seguito.

scribble

Attacco personale:

Di base, il dichiarare l’erroneità e/o la falsità di un ragionamento o di un’affermazione poiché proviene dalla tal persona, o il rovesciare su quest’ultima ogni sorta di insulti e insinuazioni invece di affrontare il merito (e cioè il ragionamento/l’affermazione in questione).

La frase ricorrente è del tipo: “Certo, Melisanda, non potevi dire altro essendo… una femminista odiatrice di uomini, una che non scopa, una lecchina, una buonista, una nazista, una vacca, una radicale, ecc.”

Una volta che le si abbia appiccicato l’etichetta in fronte, nulla di quanto Melisanda ha da dire è degno di considerazione, e tutto quello che dice proviene comunque dall’etichetta frontale ed è perciò sbagliato e nefando a priori.

Attacco alla fonte:

Il proclamare che l’informazione di cui si discute deve essere una panzana perché la fonte è ritenuta non (abbastanza) accurata. “Melisanda, scusa, sono dati dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità? Ma per favore, lo sanno tutti che l’Organizzazione Mondiale per la Sanità la finanziano poteri occulti per non farci avere le medicine mistiche lasciate sulla Luna dagli alieni!” E non si chieda a chi dice ciò di suffragare le sue affermazioni con qualcosa di più concreto e logico del “lo sanno tutti”, per carità! Se ha bisogno di concretezza e logica, Melisanda si è già qualificata come fiancheggiatrice del male/del complotto/della casta/della controrivoluzione…

Attacco alla competenza:

La delegittimazione di ogni critica su qualsivoglia argomento/prodotto con l’affermazione che – ad esempio – poiché Melisanda non è una scrittrice non può dire niente sul tal libro, e visto che non è un’economista non può dire niente della manovra economica, e visto che non è una chef non può lamentarsi della qualità del cibo nel MIO ristorante: deve mangiare spaghetti scotti o pizza bruciata e stare zitta.

Spaventapasseri:

E’ la distorsione di un ragionamento, argomento o affermazione, creata per aver un bersaglio più facile da colpire. Non ha niente a che fare con il convincere l’oppositore (è raro che abbia quest’effetto) ma serve a rincuorare i seguaci di chi attacca, spesso intervenuti in seconda battuta e non in grado di vedere la differenza fra lo spaventapasseri e la questione reale. Se l’omino di paglia viene demolito, esulteranno per la propria vittoria.

Melisanda parla del suo programma tv preferito, e dice che il personaggio X però non le piace – è troppo carico, troppo potente, sovraesposto, e ogni volta in cui appare in scena il plot va a farsi friggere e tutto ruota attorno a lui/lei.

Ed ecco cosa ricevono gli “amici” del/la fan di X su Facebook:

1) “La faccia tosta di questa femminista isterica è incredibile! Melisanda odia X solo perché è un uomo che fa sesso! Secondo questa schifosa dovremmo tutti tagliarcelo!” (E non importa che non abbia mai detto nulla del genere, che non si sia lamentata degli uomini che fanno sesso, che fra “non mi piace” e “lo odio” ci sia differenza, ecc.)

2) “La faccia tosta di questa sessista misogina è incredibile! Melisanda odia X solo perché è una donna che fa sesso! Secondo questa schifosa dovremmo tutte metterci le mutande di latta!”(E non importa che non abbia mai detto nulla del genere, che non si sia lamentata delle donne che fanno sesso, che fra “non mi piace” e “la odio” ci sia differenza, ecc.)

Doppio standard:

E’ particolarmente presente sulla violenza, dove ad esempio per lo stupratore immigrato si invoca la pena di morte e per quello italiano si forniscono le giustificazioni più insensate e cervellotiche, e nell’evidenza richiesta a sostegno dell’opinione altrui rispetto alla propria:

Mia cara Melisanda, le fate esistono eccome. Com’è possibile che ci siano tante storie, libri, film, fumetti, mitologie, modi di dire che riguardano le fate, se le fate non esistessero? Per quanto riguarda quel che dici sul sessismo, mi dispiace, vorrei delle prove, dei testimoni oculari, citazioni di studi specifici e bibliografie.”… che per le fate, va da sé, non sono necessarie.

Polarizzazione – detta anche “bianco e nero tagliati con l’accetta”:

Consiste nell’incastrare a forza qualsiasi cosa in categorie binarie molto ristrette: è il cosiddetto pensiero “o/o” che non prevede altre opzioni o sfumature e alimenta l’attitudine “noi contro di loro”, ove noi abbiamo ogni virtù e risplendiamo di purissima luce, mentre loro sono l’incarnazione di Satana.

Melisanda ha detto qualcosa che ci piace? Wow, che perfetto essere umano è quella donna, chiunque non ami Melisanda è un deficiente!

Melisanda ha detto qualcosa che non ci piace? Aaargh, che sacco di immondizia è Melisanda, chiunque ami Melisanda è un deficiente!

La nostra Meli, come ogni altra creatura umana, è un mix di pregi e difetti ma questa possibilità non è contemplata dalla polarizzazione, così come non è possibile per chi la usa attaccare le opinioni o le pratiche di Melisanda senza rovesciare valanghe di insulti sulla sua persona.

La polarizzazione ci porta direttamente al…

Pensiero causa/effetto “non euclideo”:

Perché piove? Perché quella stronza di Melisanda si è messa a cantare “Singing in the rain”, e quando ha finito è cominciato il diluvio! Coincidenza, eh? Sveeegliaaa!!!

Perché il gruppo etnico di Melisanda mostra alti tassi di depressione, suicidio e povertà? Be’, perché loro sono più inclini a queste cose per natura, cultura e tradizioni: non sia mai che si prenda in considerazione la discriminazione a cui sono soggetti.

Perché Melisanda non è riuscita a… (qualsiasi cosa)? Perché è una donna, e le donne non possono, non dovrebbero, non sono capaci, non sanno, ecc. ecc. ecc.

Questo tipo di pensiero ha una variante importante, quella che ritiene “meritato” qualsiasi accadimento – buono o cattivo – nella vita (degli altri). Se Melisanda imprenditrice è ricca sfondata, è evidente che deve averlo meritato in qualche modo: di sicuro ha lavorato duramente, e con onestà, e per lunghissimo tempo, era povera quando ha cominciato! Non importa che i suoi profitti vengano dallo sfruttamento dei lavoratori nei paesi in cui è legale pagarli pochissimo e metterli in condizioni pericolose, o del tagliare le paghe dei suoi operai locali al minimo di sopravvivenza, o dell’usare materiali difettosi nelle sue produzioni ecc.

Melisanda è stata stuprata? Doveva aspettarlo, visto come si veste!

Il marito di Melisanda le ha sparato? Lei deve aver fatto qualcosa per provocarlo.

Il paese di Melisanda è stato devastato da un uragano, nella stagione degli uragani, in un’area nota per la ricorrenza di uragani? Se Melisanda e i suoi compatrioti pregassero di più e criminalizzassero l’interruzione di gravidanza non sarebbe successo.

Il falso dilemma:

E’ il presentare una questione come se avesse solo due possibili soluzioni (e quella che noi indichiamo è di sicuro la migliore, mentre l’altra conduce ad un abisso infernale).

Se non vuoi lavorare in quel posto a cinquanta centesimi l’ora, Melisanda, allora devi accettare di essere una scioperata mangiapane a ufo, una choosy, una bambocciona viziata! E diventerai una mendicante come tua zia! E morirai in solitudine, strozzata da un osso di pollo alla mensa dei poveri!!!”

Senti, Melisanda, tu dici di non credere ai fantasmi, ma in questo libro di Grande Esperto Famoso (GEF) sulla nostra città ci sono storie di incontri con gli spiriti. Allora tu implichi che GEF, docente universitario, è un completo bugiardo, uno che si inventa tutto! Io non penso sia un bugiardo, perciò questi incontri con fantasmi sono davvero accaduti.” Ma ci sono altre possibilità: che le storie siano state incluse come parte dell’eredità culturale della nostra città e non come fatti storici, o che GEF creda in buona fede nel soprannaturale anche se questo non prova assolutamente un fico secco; inoltre, il fatto che Melisanda invece non ci crede non implica null’altro che questo, che Melisanda non ci crede.

Erosione del significato:

L’alterare una definizione, un termine, una parola, di modo non abbia più il significato che il nostro oppositore intendeva esprimere usandola, il che rende l’argomento originario difficile o persino impossibile da discutere ulteriormente. Ha la funzione di un cerotto silenziatore sulla bocca altrui: la ridefinizione avviene in modo da restringere o annullare la possibilità dell’altra persona di comunicare un particolare concetto.

Melisanda, non so di che parli quando dici violenza di genere. Il genere non esiste, in ognuno di noi ci sono parti maschili e parti femminili, siamo tutti persone e la violenza non ha sesso.” Mettetevela via, che le vittime di violenza siano in stragrande maggioranza femmine e i perpetratori in stragrande maggioranza maschi è un mero caso.

Guarda, maiali che volano!

Ovvero, tecniche di distrazione di massa: il gettare nel discorso qualcosa di completamente irrilevante per far deragliare la discussione.

Melisanda, perché sei così… (quel che volete)?”, oppure: “Il tuo tono, Melisanda, indica che… (quel che volete)” Non discutiamo più della questione, discutiamo di Melisanda, psicanalizziamo Melisanda, costringiamo Melisanda a giustificare la propria esistenza, hip hip hurrà!

Non ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi? Ben altri sono i problemi, cara Melisanda… Dici che un tetto di alluminio è pericoloso, ma lo sai o no che ci sono persone che neppure lo hanno, un tetto?”

Senti, Melisanda, se l’evoluzione fosse un dato di fatto allora l’eugenetica sarebbe giustificata. Se tu mi dici che credi all’evoluzione è come se mi dicessi che ti sta bene esporre alla nascita i bambini malformati, o fare esperimenti assieme a Mengele, e io non posso discutere con una persona malvagia come te!”

Fuori contesto:

Tecnica nota anche come “la parte per il tutto”.

Melisanda, astrofisica e romanziera, dice in un’intervista: “Come scrittrice di fantasy, un mondo con draghi e vampiri è per me del tutto plausibile, ma come scienziata so che il nostro mondo è diverso dalla mia immaginazione.”

Su Facebook, Twitter, ecc.: “Avete letto? Anche Melisanda dice che un mondo con draghi e vampiri è del tutto plausibile, adesso dovete finirla di dirmi che ho le visioni perché persone rispettabili e autorevoli – e la scienziata Melisanda è solo una di loro – la pensano come me!”

Oppure, basta estrapolare una frase da un libro e attribuire all’autore/autrice il pensiero che lui/lei mette in bocca ad un personaggio (il “cattivo” della storia, per esempio) e si demonizza chi scrive e ciò che ha scritto in un batter d’occhio.

Vero per sfinimento:

La semplice arte di ripetere il proprio punto di vista ad oltranza, senza preoccuparsi di avere qualcosa di concreto per sostenerlo o del fatto che è già stato demolito centocinquantasei volte.

Mi dispiace, Melisanda, ma non c’è nessuna prova che – come tu dici – le mele crescano sugli alberi.”

Melisanda mostra foto di meli carichi di frutti.

Ok, ma questa non è una prova che le mele crescano sugli alberi, è solo la prova che tu hai delle fotografie, e come dicevo…”

Melisanda mostra testi di orticoltura.

Guarda, questo prova solo che dei testi sono stati scritti, tu non hai evidenza del fatto che le mele…”

Melisanda spedisce tramite i drone di Amazon un intero frutteto di Golden Delicious, Granny Smith, Seuka e Renetta.

Quando non si hanno prove, Melisanda, non si dovrebbe insistere a dire che le mele…”

Melisanda manda a quel paese il suo oppositore e si rifiuta di discutere ulteriormente.

Visto? Avevo ragione, Melisanda non dice più niente, ho vinto io!!!”

Associazioni fallaci:

L’errore logico per cui se A condivide una caratteristica con B, allora condivide anche tutto il resto (o gran parte) delle caratteristiche di B: “Io sono allergico ai limoni, che sono gialli. Perciò so di essere allergico anche alle banane, pur non avendo mai provato a mangiarle, ne’ fatto alcun test al proposito, perché anch’esse sono gialle.”

Melisanda, allora tu sei vegetariana? Bella roba. Lo sapevi che pure Hitler era vegetariano, sì?”

Eh, non mi stupisce che Melisanda abbia un labrador e un siberian husky, anche a Hitler piacevano i cani…”

A rovescio:

Sei amica di Melisanda? Ma allora sei anche tu (quel che volete) come lei!”

La tua attrice preferita è Melisanda? Allora dovresti anche tu (quel che volete) come lei!”

Ehi, fatti coraggio e resta allegra, Melisanda. Pensa che come “obiezione” hanno detto a qualcuno che conosco: “Ah, be’, se vai avanti con la logica…”

Maria G. Di Rienzo

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(di Cai Yiping, 26.8.2010, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Cai Yiping è direttrice esecutiva di Isis International, un’ong con sede nelle Filippine che lavora con i media e le tecnologie informatiche per l’ottenimento dei diritti umani delle donne e per facilitare la condivisione di informazioni fra i movimenti delle donne nel sud globale. Cai Yiping è stata docente all’Istituto cinese di studi sulle donne, e vice-direttrice del Dipartimento notizie internazionali al giornale “China Women’s News” di Pechino. E’ anche l’autrice di numerose pubblicazioni, fra cui “Scoprire le storie delle donne” e “Convenzioni internazionali e protezione dei diritti umani delle donne in Cina: uno studio sulla CEDAW”.)

 

Non mettete vostre fotografie o vostri video sulle pagine dei social network, come Facebook o Myspace, ne’ informazioni personali quali l’indirizzo e-mail o il numero di telefono.”, è un avviso comune da parte dei tecnici.

Ho cambiato il mio genere da femmina a maschio su skype per evitare molestie o chiamate di disturbo, che a volte avvenivano persino nel mezzo della notte o mentre lavoravo online.”, ha raccontato una giovane donna.

Le donne devono nascondere il loro genere online per proteggersi e sentirsi sicure quando esprimono le proprie opinioni?”, ha chiesto un’attivista.

Queste sono fra le più comuni domande e preoccupazioni condivise dai/dalle partecipanti al workshop sulla “Violenza elettronica contro le donne”, tenutosi lo scorso aprile a Manila, nelle Filippine. L’intersezione fra la violenza contro le donne ed i diritti di privacy è al cuore della discussione.

E’ degna di nota la rapida evoluzione dei media compiutasi negli ultimi vent’anni, specialmente con lo sviluppo delle nuove tecnologie di informazione e comunicazione (ICT). Tale sviluppo ha condotto ad un enorme cambiamento nelle vite delle persone e nei modi in cui le persone comunicano le une con le altre, così come nei metodi di organizzazione e mobilitazione nei movimenti delle donne ed altri movimenti sociali.

Le nuove ICT catalizzano e rafforzano il giornalismo online ed i media indipendenti, ed hanno aumentato gli spazi per la trasparenza e la democrazia. Ma, come le attiviste congolesi presenti al workshop hanno sottolineato: “Ci sono le due facce della medaglia. Le ICT permettono di rompere il silenzio sulla violenza contro le donne, ma anche perpetuano gli abusi e la discriminazione basata sul genere. Inoltre, il rapido passo a cui queste tecnologie si evolvono continua a dividere le società in chi è ricco di informazione e chi ne è povero, creando una “divisione digitale” che attraversa classi, nazioni, età, etnia e genere.”

Io credo che non possiamo cambiare la geografia del cyberspazio fino a che non creiamo cambiamenti nella realtà della mentalità e dei comportamenti delle persone, “offline”. La disseminazione e la moltiplicazione della pornografia via telefono cellulare ed internet, per esempio, richiede che noi ci poniamo delle domande: come sono state prodotte queste immagini, questi messaggi? In che situazione si trovava la donna che ha “acconsentito” ad essere ripresa o fotografata?

Sebbene le femministe argomentino sulla responsabilità degli stati per l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne, che essa si dia in pubblico o nel privato, ce ne sono veramente poche in favore del controllo da parte dello stato sull’accesso alle informazioni. Molti casi in svariati paesi hanno mostrato che la sorveglianza e la stretta regolamentazione delle ICT non sono una soluzione: non aiutano a proteggere la privacy, ne’ a suscitare consapevolezza nell’opinione pubblica affinché la violenza contro le donne si fermi, online e dovunque. Tali politiche servono, invece, all’agenda del conservatorismo e della censura, e negano la necessità di affrontare davvero le istanze connesse alla violenza.

Le nuove tecnologie di informazione e comunicazione sono riconosciute universalmente come attrezzi assai potenti. E sì, essi possono essere attrezzi che danno forza alle donne, ma solo se sono nelle loro proprie mani, per loro diritto e a loro beneficio.

Nel reclamare i diritti di comunicazione, e nel far funzionare questi attrezzi per i miglioramenti nelle vite delle donne e per la giustizia sociale, “riprendersi la tecnologia” è il primo passo di un lungo viaggio, un passo estremamente importante e necessario.

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