Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘diritto internazionale’

“E’ impossibile far esperienza di diritti umani in un paese che non ha una forte società civile. E’ come tentare di volare con un’unica ala. Per quel che riguarda la mia sicurezza personale tento di non pensarci troppo: se lo fai, cominci a vivere nella paura. Chi è spaventato muore un pochino ogni giorno, chi ha coraggio una volta sola. Io voglio morire una volta sola.” – Shahla Ismayil (in immagine, particolare di una foto di Johanna Lingaas Türk per Kvinna till Kvinna)

Shahla Ismayil

Shahla Ismayil è un’attivista femminista in Azerbaijan, fondatrice dell’ “Associazione di Donne per lo sviluppo razionale” con sede nella capitale Baku, che da vent’anni si occupa di diritti umani. Il gruppo ha creato un “parlamento” delle donne che fa leva sugli impegni internazionali sottoscritti dal paese per l’avanzamento dell’eguaglianza di genere e il miglioramento delle condizioni di vita di tutte le donne: alle quali si impedisce di prendere decisioni indipendenti sulla propria istruzione, sul proprio lavoro e sul proprio matrimonio nel mentre sono ritenute le sole responsabili del benessere familiare e domestico.

Dal 2014 è in atto in Azerbaijan un giro di vite nei confronti di giornalisti, attivisti per i diritti umani e in genere di chiunque osi criticare il governo, che ha prodotto arresti e condanne penali. In tale contesto lo stato dei diritti delle donne è rapidamente deteriorato, ma il restringimento dei diritti civili e delle libertà politiche sta ormai causando la migrazione di molti cittadini. Shahla resta al suo posto, perché crede che l’unica via d’uscita sia continuare a lottare.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

E’ uscito il mese scorso il rapporto “Peoples under Threat 2019: The role of social media in exacerbating violence” – “Popoli minacciati 2019: il ruolo dei social media nell’esacerbare la violenza”, a cura di due organizzazioni pro diritti umani britanniche: Ceasefire – Centre for Civilian Rights e Minority Rights Group International.

report 2019

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/PUT-2019-Briefing-with-spread.pdf

Di seguito, un brano tratto dalla presentazione del lavoro (trad. Maria G. Di Rienzo).

“In molte parti del mondo, atrocità a vasto spettro e altri abusi dei diritti umani continuano a minacciare le popolazioni, in special modo quelle che appartengono a gruppi minoritari e genti indigene. Mentre il raggio dei social media si espande sempre più dilagando globalmente, così fa il suo impatto in contesti ove genocidio, omicidi di massa o violenta repressione sistemica accadono o sono a rischio di accadere.

La situazione delle nazioni in cima all’indice di “Peoples under Threat 2019” illustra come, caso per caso, i social media giochino un ruolo importante nell’incoraggiare l’assassinio. Le piattaforme social ora occupano un posto centrale nel stigmatizzare i gruppi indicati come bersaglio, nel legittimare la violenza e nel reclutare gli assassini.

La disinformazione deliberata, false accuse e disumanizzazione dei gruppi presi di mira comprese, è stata nei secoli una caratteristica durevole del conflitto. Ma nell’era dei social media, il processo è accelerato a un livello senza precedenti.

Il facile accesso ai social media ha dato a ogni razzista violento una potenziale piattaforma pubblica, e l’anonimato dei social media ha dato agli Stati la capacità di incubare e incitare odio attraverso i confini. Narrative di conflitto, teorie di cospirazione e visioni estremiste trovano velocemente una casa sulle piattaforme dove ogni voce compete per avere attenzione e le voci moderate e il linguaggio misurato necessari per la costruzione di pace sono sovrastate.

Leader politici, gruppi ribelli, attivisti e comuni cittadini hanno tutti usato i social media come attrezzo comunicativo. Persino nelle società più fragili e divise ove l’accesso a internet resta minimo, come il Sudan del Sud, il ruolo dei social media sta crescendo, mentre gli scenari mediatici tradizionali si trasformano rapidamente. Il devastante conflitto in Siria, d’altra parte, in cui le piattaforme social sono usate da tutte le parti in causa e video caricati su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, è stato ripetutamente descritto come “guerra di social media”.

I social media promettono di influenzare sempre di più come il conflitto e gli episodi di violenza sono percepiti, le loro traiettorie e i modi in cui si risponde a essi. Nessuna società divisa o contesto di conflitto può essere compreso senza considerare come i social media sono usati da una gamma di attori statali e non statali. In effetti, i critici hanno accusato le ditte proprietarie dei social media di accettare scarsa responsabilità quando l’uso delle loro tecnologie serve a fomentare divisione e violenza in società instabili o interessate da conflitti.

Molti indicano il Myanmar – dove le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità di rispondere alle accuse di genocidio – come l’esempio più crudo del collegamento fra i social media e il commettere atrocità. Là il linguaggio disumanizzante e l’aperto incitamento all’omicidio di massa furono amplificati via Facebook e Twitter, contribuendo alla vasta presa di mira della comunità musulmana Rohingya. Nello scorso novembre. Facebook rilasciò un rapporto che aveva commissionato in relazione all’uccisione dei Rohingya, il quale concludeva che “Facebook è diventato un attrezzo per coloro che cercano di diffondere odio e causare danni.” Ma mentre la compagnia riconosceva che “possiamo e dovremmo fare di più”, Facebook e altre corporazioni proprietarie di social media continuano a fare affidamento sull’auto-regolamentazione, basandosi quasi del tutto sulla moderazione in linea con “gli standard comunitari” – un approccio che si è dimostrato miseramente inefficace quando ha dovuto confrontarsi con campagne organizzate, e a volte sancite ufficialmente, di odio violento.

“Peoples under Threat” attira la dovuta attenzione su numerosi altri casi in cui, nel contesto di spaccature sociali, instabilità politica e insicurezza, i social media rischiano di esacerbare o di pavimentare la via a violenta repressione sistemica e omicidi di massa. In molti dei paesi ove il rischio di atrocità di massa è più pronunciato, la gioventù che ci fare con internet supera il resto della popolazione. Dove infuriano mortali conflitti armati, dalla Libia all’Afghanistan, i combattenti spesso hanno un fucile in una mano e un cellulare nell’altra: gli obiettivi fotografici di quest’ultimo sono trasformati in armi nella guerra di propaganda che unisce i campi di battaglia e il cyberspazio.

(…)

Ma i social media possono anche giocare un ruolo positivo. Nel far circolare informazioni di valore, possono fornire un servizio pubblico. Molte piattaforme sorvegliano i movimenti di eserciti e insorgenti, come il gruppo FB libanese “Sentiero Sicuro” che indirizza chi lo usa a evitare determinate strade su cui si danno combattimenti. In questo stesso modo i civili possono essere guidati verso località in cui ricevere aiuto umanitario.

Il dialogo che oltrepassa le divisioni sociali può essere facilitato dai social media, che possono spostare attitudini, promuovere la comprensione fra gruppi che non hanno altro modo di comunicare, effettuare un’operazione di ingegneria inversa sulle condizioni di ostilità e violenza.

Fornendo l’opportunità a basso costo per l’acquisizione, la confezione e la circolazione delle informazioni, i social media sono cruciali per portare e condividere testimonianza, per dare documentazione delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e diffondere ampiamente contenuti che incitano all’azione gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali. I social media possono giocare un ruolo nel mettere fine alla passività e all’impunità, assicurando responsabilità e riparazione per le violazioni. (…)

Il sostegno di lunga data alla libertà di espressione è stato sovvertito in un’estesa accettazione sociale delle espressioni dell’estremismo violento. I governi si sono dimostrati universalmente non all’altezza dei loro obblighi di proteggere non solo la libertà di espressione ma anche di proibire ogni “patrocinio dell’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”, come richiesto dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Articolo 20(2)).”

Read Full Post »

Ginevra 2019

“Governi, datori di lavoro e maestranze si stanno incontrando a Ginevra (…) per negoziare una nuova convenzione globale che metta fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

Chiediamo loro con urgenza di ricordare i 235 milioni di donne nel mondo che lavorano senza avere alcuna protezione legale, perché una nazione su tre non ha leggi contro le molestie sessuali sul lavoro. Sono le donne più povere a essere le più vulnerabili – domestiche, operaie, quelle donne che vivono alla giornata e non possono permettersi il rischio di perdere il lavoro difendendo se stesse e le altre. C’è bisogno urgente di una legislazione internazionale.”

Questo è il passo centrale di una lettera aperta diretta al governo britannico e pubblicata dal Guardian il 9 giugno scorso. E’ corredata da oltre quaranta firme “eccellenti” (attiviste/i e personalità politiche prominenti, artiste/i ecc. – dal sindaco di Londra Sadiq Khan a Annie Lennox passando per una considerevole serie di rappresentati di ong umanitarie e femministe) e fa riferimento alla 108^ sessione della Conferenza internazionale sul Lavoro – promossa dall’Organizzazione internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite – che si sta tenendo in Svizzera, a Ginevra, dal 10 al 21 giugno. La richiesta delle firmatarie e dei firmatari è che la compagine governativa inglese “usi saggiamente la propria influenza” per contribuire a metter fine alla violenza e alle molestie subite dalle donne nei luoghi di lavoro.

Nei cinque giorni trascorsi da che l’ho letta, ho cercato invano notizie relative alla Conferenza sui quotidiani nostrani. Ho scaricato dal sito dell’Organizzazione i documenti pubblici disponibili e rilevato la consistenza (nutrita) e la composizione della delegazione italiana: anche volendo confermare la completa indifferenza dell’attuale giornalismo italiano per il mondo del lavoro in generale e per le lavoratrici che non appartengono al settore dell’intrattenimento in particolare – la maggioranza – si poteva imbastire un trafiletto con le dichiarazioni dei partecipanti “famosi” (Di Maio è nella lista, per esempio). Per quanto vuote e banali potessero poi risultare tali dichiarazioni, almeno un settore maggiore dell’opinione pubblica avrebbe saputo di che si discute a Ginevra in questi giorni. Meglio ancora, si poteva prestare attenzione ai sindacati (gli unici al momento a pubblicizzare la Conferenza), chiedere qualcosa ai loro delegati e confrontare le loro risposte con quelle dei rappresentanti di Confindustria e Confcommercio che sono pure là.

Ma probabilmente non c’era spazio per articoli che trattino della violenza che le donne subiscono al lavoro. Nemmeno nelle rubriche a loro esplicitamente dedicate, giacché tale spazio è occupato da pezzi importantissimi che hanno questi titoli:

* Trend – Tutte in posa da fenicottero (articolo corredato da foto di fenicottero e foto di una modella scheletrica infagottata in velo rosa – ma la copertura è solo a “filo vagina” – in bilico su una gamba);

* In barca a vela con i cosmetici giusti, perché la bellezza non va in vacanza (vuoi mai che qualcuna pensi di tirare il fiato per cinque minuti);

* Sesso: i luoghi pubblici dove statisticamente le donne adorano farlo (i gusti sono gusti, ma quale che sia la percentuale delle esibizioniste non può essere fatta passare per “le donne” tout court);

* Jennifer Lopez in abito di Gucci: lo spacco rivela il calzoncino contenitivo (ORRORE!)

No, queste non sono le “cose che interessano alle donne”. Sono le cose di cui voi volete le donne si interessino, sia perché pensate che con quei cervellini da oche non possono certo desiderare / cercare / vivere altro, sia perché non vi comoda per niente quando mettono bocca in materie come politica, economia, lavoro – in altre parole, quando discutono del potere e lo reclamano.

Molestie sul lavoro? Nessuna o scarsa protezione legale? Suvvia, fate i fenicotteri e non rompete le scatole.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

L’Autore del brano che state per leggere si chiama Claudio Schuftan, è dottore in pediatria e medicina internazionale, è nato in Cile e attualmente lavora nella salute pubblica a Ho Chi Minh City, in Vietnam. Sta anche coordinando la campagna quinquennale del Movimento per la Salute Popolare, attivo in più di settanta nazioni: “Equità, sviluppo eco-sostenibile e pace sono al cuore della nostra visione di un mondo migliore – un mondo in cui una vita sana per tutti è una realtà; un mondo che rispetta, apprezza e celebra tutta la vita e le diversità; un mondo che consente il fiorire dei talenti e delle abilità delle persone affinché si arricchiscano l’una con l’altra; un mondo in cui le voci del popolo guidano le decisioni che danno forma alle nostre vite…”

In passato ha lavorato per: Unicef, Programma alimentare mondiale, FAO, Unione Europea, Banca africana di sviluppo, Università delle Nazioni Unite, Organizzazione mondiale della sanità, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, Agenzia svedese per la cooperazione e lo sviluppo, Peace Corps, Ministeri della Salute di Kenya e Vietnam, Ministero per la Pianificazione economica del Camerun, ecc. ecc.

Potete andare a farvi un’idea di quant’è lungo il suo cv su:

http://www.claudioschuftan.com

E questo ci porta alla prima ragione per cui ho deciso di tradurre il brano (di un pezzo più lungo, che è un assemblaggio di citazioni di altri autori e di riflessioni personali): se volesse gonfiare il curriculum vitae con tutte le persone autorevoli che ha semplicemente incontrato o con tutte le banche dati / biblioteche che ha utilizzato, il dott. Schuftan rischierebbe di non finire mai, a differenza dell’avv. Conte – che nessuno ha votato, ma che ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo italiano.

La seconda è che lo scritto è particolarmente efficace nel definire la politica e i politici.

Tratto da: “Power, Politics, Politicians & Human Rights – Analysis”, di Claudio Schuftan, maggio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo:

Maggiore è lo squilibrio di diseguaglianza nella bilancia del potere, maggiore è l’oppressione e maggiori sono gli abusi dei diritti umani.

La politica è ciò che facciamo (o non facciamo), la politica è ciò che creiamo, la politica è ciò per cui lavoriamo, ciò in cui speriamo e che osiamo immaginare. (Paul Wellstone)

Il perenne dominio politico, sociale e culturale esercitato dai paesi industrializzati è il risultato di una distribuzione diseguale di potere, a causa della quale coloro che non hanno potere o ne hanno molto meno vedono le loro aspettative di vita limitate o distrutte e i loro diritti umani violati dai più potenti. Questa mano pesante si manifesta in modi diversi: dalla discriminazione all’esclusione, dalla marginalizzazione allo sterminio fisico, psicologico e/o culturale, e dalla demonizzazione alla forzata invisibilità.

Tutte queste forme di dominio possono essere ridotte a una sola parola: oppressione. Le società con gli squilibri di potere più longevi sono in effetti società divise fra oppressori e oppressi. I fattori che stanno alla base del dominio variano da epoca a epoca. Nei tempi moderni, diciamo fin dal 16° secolo, i tre principali fattori del dominio sono stati: capitalismo, colonialismo e patriarcato.

Attualmente viviamo in società capitaliste, colonialiste e patriarcali. Per avere una resistenza di successo contro queste forme di dominio dobbiamo intraprendere simultaneamente lotte anticapitaliste, anticolonialiste e antipatriarcali.

Da questo dato storico consegue che gli avanzamenti sono stati, quando ci sono stati, minimi come se – e ne abbiamo fatto esperienza – gli elementi del dominio restassero uniti e l’opposizione restasse divisa. Il potenziale della democrazia liberale nel rispondere alle aspirazione e ai diritti umani degli popolazioni oppresse e discriminate è sempre stato molto limitato, e i suoi limiti sono diventati sempre più seri in tempi recenti.

Ovunque, movimenti democratici a livello di base sono strangolati da forze antidemocratiche e, in alcuni paesi, da dittature. Nel mondo odierno, la democrazia è presa in ostaggio da potentati economici che tutto sono fuorché democratici.

Le politiche di potere guidano le politiche generali.

Coloro che hanno potere politico usano modi diversi per alterare le nostre percezioni al fine di rendere se stessi socialmente e politicamente accettabili. E’ quando tali meccanismi non li sorreggono che comincia la tirannia, per esempio la criminalizzazione degli oppositori e dei difensori dei diritti umani. Il potere esamina continuamente le strutture sociali e gli individui usando una concezione distorta di ciò che è giusto o sbagliato e buono o cattivo. In pratica non risponde mai ad alcuna chiamata morale e al rispetto dei diritti umani. (Alberto Acosta)

Quando potenti gruppi politici sistematicamente operano in un determinato modo, questo modo non diventa “la norma” solo per i loro membri, giacché essi chiedono la stessa accettazione agli altri.

La ragione fondamentale è l’obbligo per ogni individuo attivo nel gruppo ad assimilare il proprio comportamento a quello del gruppo, cioè a adattare se stesso al comportamento dell’insieme cui appartiene. La norma diviene quindi il modo collettivo di comportarsi e l’anormalità è ogni azione che tenti di sovvertire tali pratiche comportamentali (Manuel Acunia) [State pensando a Trump?] (chiede l’Autore fra parentesi quadre: io, guardando l’Italia, stento a trovare un politico da NON nominare).

La demagogia sembra funzionare ancora: i demagoghi vendono supremazia e non eguaglianza, seminano sospetto e non quiete, e gettano la categoria “nemico” contro determinate categorie di persone vulnerabili – facili capri espiatori degni del loro odio. Questo tipo di politici, campioni nel costruire ambiguità, appaiono più intenti a profittare delle autentiche paure di specifici gruppi di elettori, piuttosto del promuovere cura del benessere collettivo e dei diritti umani di tutti.

Questi praticanti estremisti di un’agenda ristretta la fanno franca nell’ignorare molte delle leggi internazionali vigenti, incluse quelle relativi ai diritti umani. E poiché, per chi di legge non sa, il sistema del diritto internazionale è complicato, è difficile sollevare l’opinione pubblica contro i demagoghi: le persone, sfortunatamente, non vedono sempre tutte le minacce loro dirette.

E così fanno le dittature. I dittatori non vagliano i dubbi, ne’ propri ne’ altrui; i loro giudizi sono categorici come gli aggettivi che usano. I dittatori fungono da possessori di un destino e si danno da soli il diritto di decidere delle vite di coloro che da essi dissentono. Le argomentazioni corrette raramente sono servite o servono a cambiare le loro decisioni.

Molti politici, per i quali i diritti economici, sociali e culturali significano poco o nulla, sono indifferenti alle conseguenze di un’austerità economica su coloro che sono meno abbienti. Vedono i diritti umani solo come un irritante ostacolo ai vantaggi personali che cercano tramite le loro iniziative. Per altri politici ancora, la mera indifferenza non è abbastanza; il loro rigetto dell’agenda sui diritti umani è espresso in termini satolli del loro totale spregio per i poveri.

Solo pochissimi politici hanno il coraggio di accettare il loro reale livello di abilità.

Read Full Post »

(“Far away from the epicentre, the seismic waves are terrible aftershocks”, di Kirthi Jayakumar per World Pulse, 11 novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Kirthi – in immagine mentre indica un suo libro sullo scaffale – è un’avvocata specializzata in diritto internazionale e diritti umani, una scrittrice, una sostenitrice dei diritti delle donne, una volontaria per le Nazioni Unite che compie ricerche in Africa, India, Asia Centrale e Medio Oriente. Inoltre, dirige la “Red Elephant Foundation”, un’iniziativa di costruzione di pace che parte dalla società civile.)

kirthi

Brutta.”, “Ritardata.”, “Secchiona.”, “Cancella la tua faccia dalla Terra con l’acido, te lo pago io se vuoi.”, “Sfigata:”, “Maiala grassa.”.

Questo sentivo tutto il tempo: che io stessi camminando nei corridoi, o fossi seduta in classe, che stessi scorrendo un libro di testo o mangiando una merenda, o persino mentre me ne stavo seduta quieta ad aspettare l’autobus per tornare a casa. Ciò è solo la punta dell’iceberg: l’enorme, glaciale mole di ostilità e scaltro odio andava molto più in profondità, attraverso il liceo e l’università.

Non importava quel che facevo – o non facevo – ero me stessa, e ciò era immensamente difficile da accettare per moltissime persone attorno a me. Attestavo le mie ambizioni, avevo i miei sogni. Ma per loro, io non ero nulla di più di una barzelletta, uno stimolo per risate crudeli e insulti. Per loro, la mia ambizione non doveva andare oltre il tentare di essere invisibile, se il suolo sotto di me non mi faceva il favore di aprire un baratro e inghiottirmi interamente.

E in tempi più recenti, ci sono state un mucchio di cose che hanno innescato un ritorno al trauma emotivo che questi ricordi mi hanno lasciato. E’ facile lanciare quegli aggettivi. E’ molto facile stare da quella parte e sfornare giudizi. E’ facilissimo dire a qualcuno che è brutto, o che è scemo o che è un perdente. Molto, molto facile. E’ molto facile mettere insieme due insulti e stamparli sulla fronte degli altri, marchiandoli per sempre.

Ma quel che non è facile è stare dalla parte che gli insulti li riceve. Per chi è chiamato con questi appellativi sgradevoli, chi cresce tentando di nascondersi o di mimetizzarsi fra la folla nell’atrio di una scuola superiore o di un’università, chi prova a fondersi con lo scenario sperando di non attrarre più attenzione di quanta ne attragga la tappezzeria, per costoro la strada è sempre in salita.

Per anni, sentono le stesse cose. E queste cose sono gettate loro addosso come grumi di crema densa, sino a che non diventano un tutt’uno con la loro pelle. Quando vogliono provare a fare qualcosa di cui sentono di essere capaci, le parole che gli sono state lanciate contro gireranno come una brodaglia nelle loro teste. E perciò se ne staranno fermi finché il desiderio di voler tentare qualcosa scomparirà. Gli amici fidati sembreranno creature mitiche, quando le persone sono gentili sembrerà che ti stiano facendo un piacere – o peggio ancora, che siano gentili perché vogliono ottenere qualcosa da te.

Le cicatrici del bullismo. E durano a tempo indeterminato. Cosa dà a qualcuno il diritto di marchiare un’altra persona? Cosa gli dà l’autorità per far sentire un’altra persona una nullità? Perché, sul serio? Cosa permette a qualcuno di decidere che l’altro “non è normale”? Un momento – cos’è normale, ad ogni modo? Se loro sono la “norma”, io sono assai felice di essere l’eccezione.

Le parole possono essere distruttive, così terribilmente distruttive da lasciarti in briciole sotto il loro potere. Dimentichiamo che le parole non sono solo un mezzo di comunicazione: sono anche la verbalizzazione dei nostri pensieri. Dimentichiamo che le parole non sono delle espressioni insensibili che uno dimentica come le notizie di ieri, ma sono incise nei cuori e nelle menti di chi le ascolta. Parole. Vedete il potere che queste sei lettere hanno, messe insieme?

Vi lascio con un’ultima riflessione: noi stiamo contrastando un sistema che ha legittimato uno dei più grandi bulli dell’epoca attuale. Uno che pensa vada bene prendere una donna per la f***, che vuole bloccare i migranti costruendo un muro, uno che è abbastanza provinciale da pensare che il bigottismo è allo stesso tempo accettabile e normale. Uno che pensa vada perfettamente bene essere furtivi, favorire la crescita della paura e idee piene di pregiudizi. Uno che ha scelto di agire sulla base di tali pregiudizi e di dividere le persone in base alle esistenti linee di problemi, anziché guarirle.

Che ci si trovi al liceo o che si guardi allo scenario politico, i bulli non sono i benvenuti. Se la nostra capacità di dissentire è legata alla quintessenza della democrazia, facciamola contare.

Read Full Post »

Bensouda

Fatou Bensouda (nell’immagine) occupa una delle più alte posizioni mondiali come magistrata: è la capo p.m. del Tribunale penale internazionale, la prima persona africana a rivestire tale posizione. Il suo lavoro è rintracciare individui indagati per violazioni atroci quali genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Spesso deve intervenire ove i tribunali nazionali hanno fallito.

Fatou ha detto più volte di aver particolare interesse per i casi che coinvolgono donne e bambine: donne e bambine, in effetti, sono il motivo per cui lei ha cominciato a studiare legge. “Non puoi separare completamente te stessa da quel che stai facendo, perché queste non sono statistiche. A volte parli della morte di mille persone, di cento persone, e la gente pensa a esse solo come numeri. Ma queste sono le vite delle persone. Sono vite di madri, di sorelle, di amiche. Noi dovremmo sempre assicurarci di restituire loro una voce.”

Nata e cresciuta in Gambia, dove era diventata la principale esperta in diritto marittimo internazionale, Fatou Bensouda ha successivamente studiato legge in Nigeria e a Malta. La sua carriera ha preso una svolta significativa quando fu nominata come avvocata e consigliera legale al Tribunale penale per il Ruanda, diventando in due anni la dirigente dell’Unità per la consulenza legale.

Nel 2015, Fatou ha aperto le indagini preliminari per i crimini commessi in Palestina, ha allargato lo spettro di un’indagine preliminare in Ucraina e ha chiesto al Tribunale penale internazionale di aprire un’indagine formale sulla guerra Russia-Georgia del 2008. Chi lavora con lei la giudica una persona di grande intelletto e ancor più grande umanità, sensibile, diligente e compassionevole come pochi.

Sul suo ruolo al Tribunale penale internazionale, ha di recente detto alla BBC: “Sono arrivata a credere che in effetti questa è la mia vocazione.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(di Kathryn Hovington per The International Criminal Law Bureau, 2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.

http://www.internationallawbureau.com

Margaret ha lavorato l’Alto Commissariato NU per i rifugiati in Uganda e in India, è stata consigliera per l’immigrazione per i Ministeri degli Esteri e degli Interni britannici, e direttrice dell’ufficio legale dell’International Planned Parenthood Federation.)

 

Come direttrice di “Vedove per la Pace tramite la Democrazia” qual è il tuo scopo principale?

Mi sento davvero privilegiata in modo straordinario, perché il mio lavoro riguarda una delle aree più neglette del genere e dei diritti umani. Lavoro sulle istanze della vedovanza: in special modo nei paesi in via di sviluppo e in quelli dove vi sono scenari di conflitto o post conflitto, dove vi sono milioni di vedove e di “mezze vedove” (le vedove degli scomparsi) totalmente ignorate. C’è ancora così tanto da fare. Cambiare le politiche governative, suscitare consapevolezza nelle comunità nazionali, alle Nazioni Unite ed in tutti i meccanismi legali internazionali. Non si tratta di una “questione di donne”: è una questione per la società nel suo insieme.

Un aspetto importante della vedovanza è il suo irrevocabile impatto negativo sulle vite dei bambini. Ciò che i bambini delle vedove sperimentano è terribile, a causa della povertà delle loro madri, che non hanno diritti ereditari o sulla terra, e non hanno accesso alla giustizia legale. Questi bimbi sono tolti da scuola, o non avranno mai la possibilità di frequentarne una. Le femmine possono essere forzate a prostituirsi o date in mogli in tenera età, il che farà di loro stesse delle giovani vedove. Per cui questa non è una faccenda che riguarda la morale, o la compassione, è in effetti una grossa questione economica e politica. Dopo tutto, la risorsa più importante di ogni nazione è la sua gioventù, la generazione futura.

Com’è cominciata la tua carriera e cosa ti ha spinto ad occuparti di diritti umani?

Ho ottant’anni ora, e sessanta anni fa, quando frequentavo l’Università di Cambridge, non c’era nulla che somigliasse ad un corso sui diritti umani. Nessuno ne parlava molto, tra l’altro. Studiavo legge ma non sono mai stata intenzionata a seguire il sentiero convenzionale del divenire poi un pubblico ministero, un’avvocata o una giudice. Quello che mi interessava era l’interfaccia tra legge e società, legge e sociologia, legge ed antropologia, e l’impatto della legge sulle persone più svantaggiate, in particolare il loro accesso alla giustizia.

Ho praticato come avvocata negli anni ’50, ma era un momento difficilissimo per le donne. C’erano così tanti pregiudizi sulle avvocate, persino tra i colleghi, che lavorare era quasi impossibile. Io volevo essere indipendente e vivere da sola, così ho cambiato professione e sono andata a lavorare come produttrice per la televisione. Mentre producevo programmi sulle istanze sociali ho cominciato a studiare antropologia e dopo essermi sposata ho anche preso un diploma in amministrazione e politiche sociali.

Cos’ha acceso il tuo interesse per i diritti delle vedove?

Ho incontrato la cosa accidentalmente, mentre nessuno la stava considerando, dopo la morte di mio marito avvenuta vent’anni fa. All’epoca dirigevo i corsi del Royal Institute of Public Administration, e cioè insegnavo diritto amministrativo ai magistrati del Commonwealth. Uno di essi, del Malawi, venne da me un giorno chiedendo aiuto per un bimbo molto malato. Riuscii a convincere un pediatra dell’ospedale di Salisbury a prendersene cura, ed invitai la madre a risiedere da me mentre il piccolo veniva curato. Lei funse da catalizzatore. Aveva appena messo piede in casa mia, non si era neppure seduta, e dato uno sguardo al soggiorno mi chiese: “Vuoi dire che i fratelli di tuo marito ti permettono di stare qui e di tenere tutte queste cose?” Un campanello d’allarme cominciò a suonare nella mia testa.

Alcune settimane più tardi ero all’UCLA in California, dove ero stata invitata a tenere dei corsi su donne, diritto, sviluppo e salute. Cominciai a cercare informazioni sulle vedove nell’enorme biblioteca di questa università: e non c’era assolutamente nulla. All’epoca ci stavamo muovendo verso la Quarta conferenza mondiale sulle donne che si sarebbe tenuta a Pechino nel 1995. Là tenni il primo seminario internazionale sulla vedovanza, e ciò diede inizio al processo.

Hai una visione di quello che vorresti raggiungere? Qual è la missione?

All’inizio era un caso tipico di “cosa possiamo fare?”. Le vedove devono essere rappresentate a livello nazionale, regionale ed internazionale. I bambini hanno l’UNICEF e “Save the Children”, i rifugiati hanno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i detenuti hanno “Prisoners of Conscience” e Amnesty International. Ma cosa avevano le vedove? Per cui abbiamo fondato un’organizzazione internazionale, che ha attraversato stadi diversi. L’organizzazione che ora io dirigo si chiama “Vedove per la pace tramite la democrazia” (Widows for Peace through Democracy – http://www.widowsforpeace.org ).

Lo scopo ultimo è avere un mondo in cui non vi siano paesi dove le vedove soffrono per stigmatizzazione e marginalizzazione, dove vengono loro negati i diritti umani di base, dove sono le più miserabili fra i poveri, dove le loro voci non sono mai ascoltate e sono vittime di pratiche tradizionali dannose e degradanti. In alcuni paesi tali pratiche sono delle torture vere e proprie.

Uno dei nostri impegni più importanti è dar sostegno alle vedove in nazioni in cui la vedovanza equivale alla morte sociale, essere in grado di fornire loro conoscenze utili, non solo quelle relative ai loro diritti, perché far fronte alle necessità di base è la loro prima priorità. Il sostegno e i training sono mirati a dar loro la fiducia e la conoscenza utili ad articolare i loro bisogni ai governi ed a partecipare ai livelli decisionali. Le aiutiamo ad essere coinvolte, in particolare nelle situazioni di transizione post-conflitto, quando si danno attività come riforme legali e costituzionali, commissioni per la verità e la riconciliazione, costruzione di pace e democrazia.

La gente mi dice che abbiamo fatto molto, ma io sento che la strada da percorrere è ancora lunga. Vorrei avere trent’anni di meno, così potrei lavorare molto di più. Per dirla con una metafora, noi abbiamo piazzato la scala, ma la questione è ancora ai gradini più bassi ed io voglio vederla salire.

Quali ostacoli vedi lungo la via?

Principalmente due. In primo luogo, non ci sono abbastanza dati o statistiche affidabili: sappiamo ancora troppo poco. Questo è un grosso ostacolo. Tuttavia, abbiamo un’incredibile organizzazione partner in Nepal, le cui socie vedove stanno riempiendo i vuoti nei dati, registrando e mappando. L’altro grande ostacolo, a parte l’ovvia mancanza di fondi, è che chiunque – nei governi e nelle agenzie per lo sviluppo, nei gruppi umanitari e alle Nazioni Unite – parla delle donne come di un gruppo omogeneo, ma non lo sono. Una delle più povere e più ignorate “sotto-sezioni” del gruppo donne sono le vedove e le mogli delle persone scomparse.

Cosa c’è nella tua vita, privata o professionale, che ti dà ispirazione per questo lavoro?

Le persone spesso mi chiedono della mia vedovanza, ma io non posso parlarne allo stesso modo, perché non ho sofferto nulla di quel che ho detto prima. Ovviamente c’è il dolore, c’è qualche volta la solitudine, ma io ho un tetto sulla testa e un’istruzione, perciò posso continuare a lavorare e non sono stigmatizzata perché vedova: nessuno ad esempio dice che sono una strega.

Ci sono numerose donne che mi ispirano, Nawal El Saadawi in Egitto, Noeleen Kaleeba in Uganda, Graca Machal, Aung San Suu Kyi, ma ce n’è anche una molto particolare. Il suo nome è Lily Thapa. L’ho incontrata dieci anni fa ad un incontro di vedove a Delhi, e l’ho invitata a Londra a parlare durante il ventennale della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne). E’ la fondatrice e la presidente della straordinaria organizzazione nepalese che ho citato: Women for Human Rights, Single Women Group (“Donne per i diritti umani, gruppo donne single”) – http://www.whr.org.np

La ragione per cui ha chiamato il gruppo “donne single” invece che vedove è che nella maggioranza dei dialetti parlati nella regione la traduzione della parola “vedova” è puttana o strega. Lily è rimasta vedova quando era una giovane madre con tre figli maschi molto piccoli. Suo marito è morto durante la guerra del Golfo e lei ha dovuto sottoporsi a tutti i rituali del lutto: i capelli le sono stati rasati dalla sua stessa madre, l’anellino alla sua narice è stato strappato via con le pinze e qualsiasi gioiello possedesse è stato rotto. Immediatamente dopo, ha fondato il gruppo assieme ad altre cinque vedove ed ha cominciato a lavorare attraversando l’intero paese, inclusi i villaggi maoisti, il che non l’ha resa molto popolare presso il suo governo. L’organizzazione ha stabilito rifugi e programmi educativi per le vedove che fuggono dalla povertà, dalla violenza e dall’abuso sessuale.

Oggi Lily è assai conosciuta, alle Nazioni Unite e nei circoli delle ong. Ha mappato e registrato 84.000 vedove in 57 delle 76 regioni del Nepal. La sua organizzazione ha persuaso il governo nepalese ad includere il trattamento delle vedove negli indicatori che monitorano l’implementazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle NU, e a redigere un Piano nazionale d’azione relativo alla 1325. Ha aiutato 11 vedove a sedere al Parlamento nepalese; ha lavorato per cambiare le leggi sui diritti pensionistici… Lily ha fronteggiato così tanta discriminazione ed ora è una figura internazionale. Sono davvero ispirata da lei e dai risultati del suo lavoro.

 

Da dove prendi la tua invidiabile energia?

Be’, penso che la passione sia essenziale come carburante. Fa sì che tu ti guardi in giro ed esplori, sino a trovare persone che ti danno consapevolezza e ti aiutano. Le vedove non sono semplicemente vittime, non sono solo povere, vulnerabili e bisognose: rivestono ruoli chiave come uniche provveditrici per le loro famiglie. In numerosi paesi vedi nonne che si prendono cura di orfani e di persone traumatizzate e ferite dalla guerra. Le vedove possono essere agenti del cambiamento assai efficaci se le si consulta e le si sostiene. Devono essere informate e devono influenzare le politiche dei loro paesi. Ecco, le vogliamo vedere in prima fila.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: