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Le donne sudafricane stanno in questi giorni condividendo su Twitter le loro esperienze di violenza subita con l’hashgtag #AmINext (Sono io la prossima). A innescare il flusso è stato l’ennesimo stupro seguito da femicidio: a perdere la vita una giovane universitaria di Cape Town, Uyinene Mrwetyana – in immagine – che era uscita per andare a ritirare un pacco all’ufficio postale ed è stata ritrovata cadavere (il presunto stupratore – assassino, 42enne, è stato arrestato).

uyinene mrwetyana

Il Sudafrica è uno dei luoghi peggiori al mondo per viverci da donna: il tasso di femicidi nel paese è cinque volte tanto la media globale – una tendenza costante dall’anno 2000 – e l’80% delle aggressioni sessuali denunciate negli anni 2016/2017 erano stupri.

I messaggi al riguardo delle donne su Twitter sono strazianti, una valanga di dolore e coraggio a cui il paese dovrebbe dare una risposta a livello politico e sociale. Eccone alcuni:

Sihle Bolani, 2 settembre 2019:

Mia figlia ha 14 anni. Alla sua età, io ero già stata stuprata. La guardo ogni giorno e vedo semplicemente una bambina. Oggi, sto pensando a quanto giovane ero e a come anch’io avevo l’aspetto della bambina che ero. Ma gli uomini sono feroci, violenti, distruttivi e pieni di odio.

Dakalo, 2 settembre 2019:

Il mese scorso, una collega ha dato soldi alla sua figlia adolescente perché andasse in città, a comprarsi un vestito nuovo per il ballo d’esame della scuola. Non ha mai fatto ritorno. Il suo corpo è stato trovato in una siepe non distante dall’ospedale.

Niki, 2 settembre 2019:

Le mie nipotine hanno 4 anni. Quando avevo quell’età, il mio stupratore aveva già cominciato ad addestrarmi. Aveva già messo le mani nelle mie mutande e mi aveva già infilato la lingua in bocca. Avevo – quattro – anni.

Mahlodi Makobe, 3 settembre 2019:

Il mese scorso volevo fare denuncia per le molestie sessuali, la poliziotta che mi “assisteva” mi ha detto che non dovrei essere sorpresa se gli uomini non riescono a tenere le mani distanti da me perché “ke pakile” (ndt. “sei formosa”). Mi sono sentita così sconfitta. Siamo proprio sole.

Avere leggi che puniscono la violenza sessuale è importantissimo, ma non sufficiente. Formare all’eguaglianza di genere legislatori, magistrati e membri delle forze dell’ordine è indispensabile. Aprire una stagione di discussione pubblica su diritti umani, dignità e rispetto per ogni essere umano altrettanto. Altrimenti, ovunque, il risultato è quello che avete appena letto.

Maria G. Di Rienzo

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E’ uscito il mese scorso il rapporto “Peoples under Threat 2019: The role of social media in exacerbating violence” – “Popoli minacciati 2019: il ruolo dei social media nell’esacerbare la violenza”, a cura di due organizzazioni pro diritti umani britanniche: Ceasefire – Centre for Civilian Rights e Minority Rights Group International.

report 2019

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/PUT-2019-Briefing-with-spread.pdf

Di seguito, un brano tratto dalla presentazione del lavoro (trad. Maria G. Di Rienzo).

“In molte parti del mondo, atrocità a vasto spettro e altri abusi dei diritti umani continuano a minacciare le popolazioni, in special modo quelle che appartengono a gruppi minoritari e genti indigene. Mentre il raggio dei social media si espande sempre più dilagando globalmente, così fa il suo impatto in contesti ove genocidio, omicidi di massa o violenta repressione sistemica accadono o sono a rischio di accadere.

La situazione delle nazioni in cima all’indice di “Peoples under Threat 2019” illustra come, caso per caso, i social media giochino un ruolo importante nell’incoraggiare l’assassinio. Le piattaforme social ora occupano un posto centrale nel stigmatizzare i gruppi indicati come bersaglio, nel legittimare la violenza e nel reclutare gli assassini.

La disinformazione deliberata, false accuse e disumanizzazione dei gruppi presi di mira comprese, è stata nei secoli una caratteristica durevole del conflitto. Ma nell’era dei social media, il processo è accelerato a un livello senza precedenti.

Il facile accesso ai social media ha dato a ogni razzista violento una potenziale piattaforma pubblica, e l’anonimato dei social media ha dato agli Stati la capacità di incubare e incitare odio attraverso i confini. Narrative di conflitto, teorie di cospirazione e visioni estremiste trovano velocemente una casa sulle piattaforme dove ogni voce compete per avere attenzione e le voci moderate e il linguaggio misurato necessari per la costruzione di pace sono sovrastate.

Leader politici, gruppi ribelli, attivisti e comuni cittadini hanno tutti usato i social media come attrezzo comunicativo. Persino nelle società più fragili e divise ove l’accesso a internet resta minimo, come il Sudan del Sud, il ruolo dei social media sta crescendo, mentre gli scenari mediatici tradizionali si trasformano rapidamente. Il devastante conflitto in Siria, d’altra parte, in cui le piattaforme social sono usate da tutte le parti in causa e video caricati su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, è stato ripetutamente descritto come “guerra di social media”.

I social media promettono di influenzare sempre di più come il conflitto e gli episodi di violenza sono percepiti, le loro traiettorie e i modi in cui si risponde a essi. Nessuna società divisa o contesto di conflitto può essere compreso senza considerare come i social media sono usati da una gamma di attori statali e non statali. In effetti, i critici hanno accusato le ditte proprietarie dei social media di accettare scarsa responsabilità quando l’uso delle loro tecnologie serve a fomentare divisione e violenza in società instabili o interessate da conflitti.

Molti indicano il Myanmar – dove le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità di rispondere alle accuse di genocidio – come l’esempio più crudo del collegamento fra i social media e il commettere atrocità. Là il linguaggio disumanizzante e l’aperto incitamento all’omicidio di massa furono amplificati via Facebook e Twitter, contribuendo alla vasta presa di mira della comunità musulmana Rohingya. Nello scorso novembre. Facebook rilasciò un rapporto che aveva commissionato in relazione all’uccisione dei Rohingya, il quale concludeva che “Facebook è diventato un attrezzo per coloro che cercano di diffondere odio e causare danni.” Ma mentre la compagnia riconosceva che “possiamo e dovremmo fare di più”, Facebook e altre corporazioni proprietarie di social media continuano a fare affidamento sull’auto-regolamentazione, basandosi quasi del tutto sulla moderazione in linea con “gli standard comunitari” – un approccio che si è dimostrato miseramente inefficace quando ha dovuto confrontarsi con campagne organizzate, e a volte sancite ufficialmente, di odio violento.

“Peoples under Threat” attira la dovuta attenzione su numerosi altri casi in cui, nel contesto di spaccature sociali, instabilità politica e insicurezza, i social media rischiano di esacerbare o di pavimentare la via a violenta repressione sistemica e omicidi di massa. In molti dei paesi ove il rischio di atrocità di massa è più pronunciato, la gioventù che ci fare con internet supera il resto della popolazione. Dove infuriano mortali conflitti armati, dalla Libia all’Afghanistan, i combattenti spesso hanno un fucile in una mano e un cellulare nell’altra: gli obiettivi fotografici di quest’ultimo sono trasformati in armi nella guerra di propaganda che unisce i campi di battaglia e il cyberspazio.

(…)

Ma i social media possono anche giocare un ruolo positivo. Nel far circolare informazioni di valore, possono fornire un servizio pubblico. Molte piattaforme sorvegliano i movimenti di eserciti e insorgenti, come il gruppo FB libanese “Sentiero Sicuro” che indirizza chi lo usa a evitare determinate strade su cui si danno combattimenti. In questo stesso modo i civili possono essere guidati verso località in cui ricevere aiuto umanitario.

Il dialogo che oltrepassa le divisioni sociali può essere facilitato dai social media, che possono spostare attitudini, promuovere la comprensione fra gruppi che non hanno altro modo di comunicare, effettuare un’operazione di ingegneria inversa sulle condizioni di ostilità e violenza.

Fornendo l’opportunità a basso costo per l’acquisizione, la confezione e la circolazione delle informazioni, i social media sono cruciali per portare e condividere testimonianza, per dare documentazione delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e diffondere ampiamente contenuti che incitano all’azione gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali. I social media possono giocare un ruolo nel mettere fine alla passività e all’impunità, assicurando responsabilità e riparazione per le violazioni. (…)

Il sostegno di lunga data alla libertà di espressione è stato sovvertito in un’estesa accettazione sociale delle espressioni dell’estremismo violento. I governi si sono dimostrati universalmente non all’altezza dei loro obblighi di proteggere non solo la libertà di espressione ma anche di proibire ogni “patrocinio dell’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”, come richiesto dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Articolo 20(2)).”

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(“Imagine if men were afraid to walk home alone at night”, di Katy Guest per The Guardian, 8 ottobre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

coprifuoco

Cosa vogliono le donne, veramente? E cosa farebbero le pazze femministe se infine riuscissero a derubare gli uomini di tutti i diritti, a chiuderli dentro la notte e a tenere il potere per se stesse?

Be’, le risposte sono appena arrivate, grazie a un esperimento di riflessione, e potrebbero sorprendervi.

“Signore… cosa fareste se per tutti gli uomini scattasse il coprifuoco alle 9 di sera?”, si è chiesta Danielle Muscato in un tweet causale martedì mattina, aggiungendo: “Ragazzi: leggete le risposte e prestate loro attenzione.”

Migliaia di donne hanno risposto e il risultato piuttosto patetico è che se le donne si trovassero responsabili del mondo, loro… andrebbero camminando in determinati luoghi, qualche volta, senza sentirsi spaventate. A casa dalla stazione dopo il lavoro, per dire, o nei boschi da sole di notte. Alcune sfrutterebbero l’occasione per fare la spesa mentre i negozi sono tranquilli. Molte andrebbero a farsi una corsa. Parecchie hanno detto persino che ascolterebbero musica con gli auricolari mentre lo fanno. Radicale!

Gli uomini hanno letto queste risposte e alcuni di loro erano furibondi. Chiedere il coprifuoco alle 9 di sera perché credete che tutti gli uomini siano stupratori è stupido, isterico e di base uguale al razzismo, hanno detto, anche se nessuno ha chiesto di imporre un coprifuoco o ha sostenuto che gli uomini fossero qualsiasi cosa. E, nel mentre è stato triste leggere quanto poco basterebbe a rendere davvero felici un bel po’ di donne, è stato anche deprimente vedere la gente diventare così arrabbiata per un coprifuoco ipotetico, mentre i movimenti delle donne sono limitati nella vita reale per tutto il tempo.

Circa quattro anni fa, un uomo stava assalendo sessualmente donne a Londra e la polizia diede il consiglio a tutte le donne locali di evitare di camminare da sole la sera, fino a che lo avessero catturato. Si era di dicembre, perciò era buio quasi sempre. E l’uomo non è ancora stato arrestato. Questo è un coprifuoco reale per le donne, raccomandato dalle autorità (sebbene ovviamente io lo rompa di continuo per andare al lavoro e tornare, e qualche uomo mi ha detto allegramente che mi merito di essere stuprata se continuo a essere così ostinata al proposito).

Immaginate se la polizia avesse invece chiesto agli uomini di starsene a casa di sera a causa del comportamento di un solo uomo. Orrore! Assieme agli avvisi ufficiali, c’è tutto l’auto-monitoraggio che noi donne facciamo, sacrificando cose che ci piacciono, come il fare esercizio o l’uscire con le amiche o prendere l’autobus notturno per tornare a casa. Ma nessuno sembra essere arrabbiato per questo.

Un buon numero di sentimenti sembrano diretti dalla parte sbagliata. Perché la gente è così seccata se qualche migliaio di donne passano pochi secondi un martedì mattina godendo dell’immaginare ciò che potrebbero fare se non fossero costrette ad avere paura? Dov’è tutta la rabbia verso la porzione di uomini che ci costringono ad avere paura? E com’è possibile leggere migliaia di risposte da parte di donne che hanno ragione di credere di non essere al sicuro uscendo di notte, e concludere che la vera minaccia è per gli uomini?

Ovviamente, alcuni uomini hanno letto le repliche e hanno prestato attenzione e le loro risposte sono state molto espressive. “Wow, mi sento orribilmente adesso. – ha detto uno di loro – Niente di tutto ciò ha mai causato a me alcun problema. Corro, vado dove voglio quando voglio. Com’è che le donne non sono piene di rabbia sfrenata per tutto il tempo?” E’ una domanda davvero buona e sempre di più penso che lui abbia ragione, dovremmo esserlo.

Un altro uomo si è rivolto a me direttamente, sulla questione, chiedendo: “Da quando è diventato socialmente accettabile stroncare gli uomini apertamente?” e: “Be’, esattamente cosa proponi di fare, allora?” Non mi tenti, signore.

Perché quando le pazze femministe conquisteranno infine il mondo, e ti deruberanno dei tuoi diritti e terranno tutto il potere per se stesse, gli individui che fanno domande stupide come queste saranno i primi a essere rinchiusi al calar della notte. E noi andremo a farci una passeggiata. Una passeggiata davvero lunga. Con gli auricolari addosso.

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twitter logo

Probabilmente ormai la “grande” notizia vi sarà arrivata. E’ stata annunciata con titoli come questo: “Metà della misoginia su Twitter viene dalle donne” e tratta di uno studio di Demos – istituto di ricerca e “think-tank” britannico. Le parole scelte per misurare questa misoginia sono state “whore – puttana” e “slut – troia” (e basta, proprio così).

Che “cunt – fica/fregna” sia stata lasciata fuori è strano. – scrive la blogger femminista Echidne of the Snakes il 26 maggio u.s. – Avrei pensato sarebbe stata la scelta migliore per misurare l’odio per le donne. Lo studio ha trovato un milione e mezzo di tweet con una o entrambe le parole cercate durante un periodo di tre settimane.”

Questo campione è stato vagliato usando un algoritmo per rimuovere tutti i tweet di offerte commerciali pornografiche, che erano il 54% del totale – e questo già la dice lunga su cosa hanno capito della misoginia i ricercatori di Demos – e ogni messaggio che non esprimesse “rabbia nell’uso di tali termini”.

Alla fine della scrematura ne sono rimasti 10.000 e su questi è stata compiuta l’analisi sul sesso di chi li ha scritti.

In che modo Demos ha deciso se un tweet era stato mandato da un uomo o da una donna? – prosegue Echidne – Poche persone, per quello di cui io faccio esperienza, usano Twitter con il loro vero nome o qualsiasi altro tipo di nome normale. La maggior parte degli utenti di Twitter hanno pseudonimi, difficili tra l’altro da attibuire a uomini o donne. Le immagini? Conosco un mucchio di gente che su Twitter usa le immagini di qualche personaggio famoso, uomo o donna, il cui genere apparente non è lo stesso dell’utente. E io, per esempio, ho un’immagine di serpenti ricamati sulla mia pagina Twitter.

Dopo aver riflettuto su questo, ero ansiosa di imparare come tutto era stato fatto nello studio. Ma immaginate un po’? Non c’è versione scritta della ricerca da nessuna parte, sul vasto e vario web!

Allora ho mandato una e-mail a Demos, chiedendo l’url dello studio. La rapida risposta che ho ricevuto (grazie, Demos) mi ha detto – e qui viene la parte divertente – che NON ESISTE RAPPORTO SCRITTO ANALIZZABILE DALLE PERSONE.

Questa è una stronzata. Una stronzata assoluta. Pensate solo a cosa questo tipo di approccio significa per la ricerca scientifica: nessuno, proprio nessuno, può dire se hai compiuto lo studio correttamente e nessuno, proprio nessuno, può avanzare delle critiche su di esso (…) Che non esista un rapporto non implica automaticamente che i risultati siano scorretti, ma che noi non possiamo dire se sono corretti o no.”

E non c’è altro da aggiungere, credo. Ah, volete sapere quale era la “sensazionale scoperta”? In effetti non è per nulla sensazionale, eccola qua: la sciatteria e la superficialità e l’incompetenza sono internazionali.

Maria G. Di Rienzo

(Sono ancora con connessione in prestito, non esultate troppo presto, o sodali…)

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Lapilli

Non ne potete più delle raccomandazioni su cosa VOI dovreste fare per prevenire la violenza nei vostri confronti? Non siete sole. Almeno su Twitter. L’hashtag “safetytipsforladies” (“consigli di sicurezza per signore”) sta esplicitando “quanto le donne sono stanche di sentirsi dire cose stupide, inefficaci e irrealistiche da fare per evitare di essere violentate”. Da questo vulcano di creatività eccovi qualche lapillo: da lanciare ai “consiglieri” che vi hanno ampiamente stufato. Maria G. Di Rienzo

Saraphina: La maggior parte degli stupri avvengono in interni o in esterni. Evita questi posti.

Mollycrabapple: Gli stupratori tentano di forzarti ad aprire le gambe: previenili diventando una sirena.

Jill Sharpe: Non devi indurre un uomo a credere che può stuprarti. Devi essere chiara: continua a dire “Non stuprarmi” a tutti gli uomini con cui ti trovi, per tutto il tempo in cui stai con loro.

Zerlina Maxwell: Gli stupri avvengono in luoghi fisici durante un certo lasso di tempo: inventa il tuo continuum spazio-temporale e vai là.

Otheralice: Poiché gli stupri sono commessi a danno dei corpi, considera la possibilità di diventare un essere incorporeo fatto di pura luce azzurra.

Emmy Bengtson: Mi hanno detto che gli stupri accadono a causa di decisioni sbagliate da parte delle donne: non prendete decisioni. Non decidete nulla, mai, per nessuna ragione.

NomdeB: Andate in giro dicendo nononononononononono (breve respiro) nonononononono. Così nessuno potrà pensare che intendevate “sì”.

Leslie Anderson: Non camminate fino a casa da sole se è buio. Anche se è appena appena buio. Anche se farà buio più tardi. Non camminate fino a casa. Non camminate proprio. Levitate.

Andrea Grimes: Una donna su quattro farà esperienza di violenza sessuale durante la sua vita, perciò sii una delle altre tre.

TheFeminineMissGeek: Proteggi la tua vagina con una password adeguata usando numeri, lettere e caratteri speciali.

Jen Kale’a: La pelle attira gli stupratori, che sia visibile o coperta in modo civettuolo. Lascia a casa la tua pelle quando esci.

Ann Larimer: Non indossare vestiti, attizzano gli stupratori. E anche, non andare in giro nuda, zoccola.

Louisa: Gira a destra durante un’eclisse di sole e fai un passo di lato: entrerai in una dimensione parallela dove le persone danno valore al consenso.

Katharine Heller: Poiché la maggioranza degli stupri sono commessi da persone che conoscono le vittime, vedi di non conoscere nessuno.

RamenKing: Se devi andare da qualche parte da sola, datti fuoco. Ricorda: non possono stuprarti mentre sei in fiamme.

Quirkythrope: Se ti stanno stuprando dì: “Sono una brava ragazza!”. Poiché le brave ragazze non sono mai stuprate, l’assalitore svanirà in uno sbuffo di logica.

Kelsey Gamble: Invece di metterti a correre, comincia a cantare un pezzo di Sonny & Cher. Lo stupratore non avrà altra scelta che cantare in duetto.

Hilary Bowman-Smart: Versati addosso miele e rotolati in sementi per uccellini. I volatili ti circonderanno formando una barriera impenetrabile agli stupratori.

Lady Parts: L’essere non consce è un invito per gli stupratori. Hai considerato l’idea di rimanere sveglia in perpetuo? Chiedi a Red Bull se ti sponsorizza.

Josh Thomason: Tatuati NO sulla fronte, nel caso tu sia priva di sensi e qualcuno si chieda se stuprarti o no.

Maria Myotte: La maggior parte degli stupri accade a persone che sono nate. Inventa la macchina del tempo. Viaggia nel passato. Previeni il tuo concepimento.

Mel B Toast: Travestiti da asfalto e nei parcheggi striscia sulla pancia.

Bethany: Assicuratevi di rimuovere seni e vagina prima di uscire.

Northern Autumn: Quando lo stupratore si avvicina, digli che hai già fatto una donazione allo stupratore precedente, e lui sarebbe fuori quota.

Layla Anwar: Non interagire con nulla, eccetto entità incorporee.

Aly: Invece di portare a spasso il cane, porta a spasso una tigre.

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