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Posts Tagged ‘omicidio’

(“Lesbian ‘witches’ chained and raped by families in Cameroon”, Thomson Reuters Foundation, editing di Katy Migiro, trad. Maria G. Di Rienzo.)

black lesbian pride

Yaounde, 2 ottobre 2018 – Durante un triste servizio domenicale in chiesa, la 14enne Viviane – stanca di lottare contro la sua attrazione per le ragazze – si rassegnò a una conclusione infelice: era stata stregata. A scuola e in chiesa a Yaounde, la capitale del Camerun, le era stato a lungo detto che avere predilezione per il proprio sesso non era solo un peccato, ma anche il segno che un sinistro incantesimo era stato gettato su di te.

“Non vedevo le ragazze come tutti gli altri – ho pensato che uno spirito maligno mi avesse posseduta. – ha detto al telefono a Thomson Reuters Foundation, con una mesta risata, dalla Francia, dove ha chiesto asilo l’anno scorso con l’aiuto della sua fidanzata – Così ho cominciato a pregare per mandarlo via.”

Ma le sue preghiere fallirono. Quattro anno più tardi, Viviane fu incatenata al muro e violentemente stuprata da un uomo che la sua famiglia la forzò a sposare, dopo aver scoperto che era lesbica.

Dal Sudafrica all’India all’Ecuador, persone gay sono sottoposte a “stupro correttivo” dalle loro famiglie, da estranei e da vigilanti che credono l’omosessualità sia una malattia mentale che deve essere “curata”.

A volte, ciò è perpetrato con la copertura delle tenebre o quando il picchiare della pioggia su tetti di latta attutisce le grida, gay del Camerun hanno narrato a Thomson Reuters Foundation. Altre volte è orchestrato da membri della famiglia che regolarmente si fanno “giustizia” da soli, torturando, stuprando e assassinando parenti gay e lesbiche che loro pensano essere streghe o sotto maledizione.

La credenza nella stregoneria è diffusa in Camerun. Anche se è illegale praticare magia nera, le autorità fanno poco per impedire alle famiglie di consultare maghi che compiono sacrifici rituali per “curare” i loro parenti dall’omosessualità.

Le relazioni fra persone dello stesso sesso sono tabù all’interno dell’Africa, che ha alcune delle leggi più proibitive al mondo contro l’omosessualità. Persone gay sono di routine ricattate, assalite e/o stuprate, e subiscono sanzioni penali che vanno dall’imprigionamento alla morte. Un rapporto del 2017 dell’ILGA – International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, attesta che 33 paesi africani su 54 criminalizzano le relazioni fra persone dello stesso sesso.

Gli atti omosessuali costano cinque anni di prigione in Camerun, dove secondo CAMFAIDS (un gruppo di sostegno LGBT+) almeno 50 persone sono state condannate – fra il 2010 e il 2014 – per crimini che vanno dall’indossare abiti dell’altro sesso a quello dell’uomo che ha inviato un messaggio di testo con scritto “Ti amo” a un altro uomo.

“La violenza anti-LGBT+ sta peggiorando.”, ha detto Michel Engama, direttore di CAMFAIDS, il cui predecessore Eric Ohena Lembembe è stato trovato morto nel 2013 con il collo spezzato e il volto bruciato da un ferro da stiro, come riportato da Human Rights Watch.

Almeno 600 attacchi e reati omofobici sono stati registrati in Camerun lo scorso anno, secondo

Humanity First Cameroon, un’organizzazione che raggruppa associazioni LGBT+, con una lesbica su cinque e un gay su dieci che hanno denunciato di essere stati stuprati. Gli attivisti dicono che la vera dimensione del problema è probabilmente molto peggiore, poiché la maggior parte degli assalti non sono denunciati.

La famiglia di Viviane la picchiò e la frustò dopo aver scoperto i messaggi di testo espliciti che aveva mandato alla sua ragazza. Sua zia e i suoi fratelli la portarono al loro villaggio, dove lo stregone locale la costrinse a bere pozioni a base di sangue di gallina e le inserì peperoncini piccanti nell’ano, giustificando il tutto come un rituale di “purificazione”.

Trovarle un marito che fosse pastore della chiesa era una possibilità di ripulire il nome della famiglia, ha spiegato Viviane. Il fatto che avesse già due mogli e 30 anni più di lei non fu preso in considerazione. “Non ci furono discussioni al proposito. – ha detto, aggiungendo che la famiglia ricevette la “dote” dal pastore ancor prima che lei fosse informata dell’accordo – Per loro, io ero una specie di collana che avevano venduto.”

Sebbene lo stupro sia reato in Camerun, non c’è la possibilità che una simile violazione sia ascritta a un marito, ha detto Viviane: “Un pastore in Camerun è come un dio. Dio non può violentare. E se lo accusi di stupro, il diavolo sei tu.”

Nel mentre Viviane ha ritenuto che la sua miglior opzione fosse fuggire dal paese, Frederique ha parlato pubblicamente dopo aver subito uno stupro di gruppo nel 2016, dopo aver lasciato in taxi un seminario LGBT+ a cui aveva partecipato a Yaounde. Il tassista si fermò per salire un altro uomo e guidò sino a una parte deserta della città, dove entrambi la violentarono mentre la schernivano accusandola di essere una lesbica e una strega.

“Continuavano a urlare che io meritavo quel castigo, che mi stavano correggendo. – ha detto la 33enne, che ha ormai raccontato la sua storia a centinaia di ragazze durante incontri e seminari in Camerun – Se avessi denunciato penalmente, sarei stata vista non come una vittima, ma piuttosto come qualcuna che si era meritata quel che era accaduto.” Frederique crede che la sua decisione di parlare le abbia salvato la vita: “Anche una mia amica è stata stuprata e si è sentita completamente sola, isolata, depressa. Si è quasi uccisa. – dice cercando di trattenere le lacrime – Io avevo pensato di fare lo stesso. Ma ero anche così furibonda. Non volevo che altre ragazze patissero questo, ne fossero vittime come me. Volevo esporre i perpetratori per far finire tutto questo.”

Non è facile, dice anche. Le lesbiche in Camerun vivono ogni giorno in segretezza e prudenza, comunicando con nomi in codice e cambiando di frequente i luoghi pubblici in cui si incontrano. “Continuiamo a lottare, – dichiara – anche se siamo doppiamente discriminate: prima come donne e poi come lesbiche.”

Engama di CAMFAIDS sa che le precauzioni non garantiscono sicurezza e sottolinea come il ventenne Kenfack Tobi Aubin Parfait sia stato picchiato a morte, il mese scorso, da suo fratello maggiore che credeva fosse gay.

“C’è una vera guerra condotta contro di noi. – dice Engama, che riceve regolarmente minacce di morte – Ma continueremo a lottare sino a che si saranno stancati… Nessuno può darci la libertà. Dobbiamo prendercela.”

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Nel 1999, con la risoluzione 54/120, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite accolse la raccomandazione fatta dalla Conferenza mondiale dei ministri responsabile per la gioventù (Lisbona, Portogallo, 8-12 agosto 1998) e dichiarò il 12 agosto Giorno Internazionale della Gioventù. Dedicato ogni anno a un tema differente – costruzione di pace, dialogo, sostenibilità, lavoro, cambiamento climatico ecc. – incoraggia i giovani a costruirvi intorno eventi e a narrare pubblicamente le loro storie al proposito. Il tema del 2018 è stato “Spazi sicuri per la gioventù”: “I giovani hanno bisogno di spazi sicuri dove poter radunarsi, impegnarsi in attività relative ai loro diversi bisogni e interessi, partecipare al processo decisionale ed esprimere liberamente se stessi. Ci sono molti tipi di spazi, ma quelli sicuri sono quelli che garantiscono la dignità e la sicurezza della gioventù.”

Il brano che segue è tratto dalla testimonianza di Kania Mamonto (in immagine), 25enne indonesiana, resa a Angela Singh e Valeriia Voshchevska in occasione del Giorno Internazionale della Gioventù del 2018, per Amnesty International.

kania

“Almeno mezzo milione di persone furono massacrate durante la tragedia del 1965 (1) in Indonesia e il mio lavoro è documentare le storie dei sopravvissuti. Organizzo gruppi comunitari di sopravvissuti e faccio da ponte fra le generazioni. E’ importante che le persone giovani comprendano il passato del nostro paese. Come attivista per i diritti umani, io non voglio vedere ingiustizie. Voglio lavorare con altri, condividere conoscenza e intraprendere azioni, ma essere un’attivista per i diritti umani in Indonesia non è facile.

Lo scorso aprile, partecipavo a un evento culturale assieme a numerosi altri difensori dei diritti umani. Ero la Maestra di Cerimonie (ndt. presentava e conduceva le attività). Un gruppo violento ci ha costretti a barricarci nell’edificio per otto ore di seguito. E’ stato terrificante.

Più di 200 persone erano intrappolate, bambini inclusi. Gli assalitori hanno usato sassi per spaccare le finestre, ci hanno sparato contro e abbiamo rischiato di essere battuti. Dopo il nostro rilascio, la mia faccia era spalmata su tutti i media.

L’intero incidente è stato assai traumatico. Lavoro molto duramente per rendere possibile il cambiamento, ma non è così che la cosa viene percepita all’esterno. Ho imparato a maneggiare quel che è accaduto e voglio istruire la gente sul lavoro che faccio. Se per alcune persone il mio lavoro è un problema, voglio che ne parlino con me in una discussione aperta.

Lottare per ciò in cui credi non ti rende una cattiva persona. Noi vogliamo giustizia ed eguaglianza.”

Maria G. Di Rienzo

(1) Si tratta dell’operato delle “squadre della morte” dell’esercito durante la dittatura di Suharto: omicidi di massa, torture, stupri, lavoro forzato – il tutto diretto a quanti fossero sospettati di essere comunisti o comunque dissidenti. Nel 2016 il Tribunale internazionale dell’Aja non solo ha condannato gli eventi del 1965 come “crimini contro l’umanità”, ma ha indicato con chiarezza i complici esterni di tali crimini: i governi dell’epoca di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e Australia. Secondo i giudici, gli Usa sostennero l’esercito indonesiano “ben sapendo che era impegnato in un programma di omicidi di massa” e la Gran Bretagna e l’Australia ripeterono e diffusero la propaganda di tale esercito, persino dopo che “era palesemente evidente come omicidi e altri crimini contro l’umanità fossero in corso”.

Se all’annuncio del pronunciamento del Tribunale l’Indonesia fece sapere tramite il suo Ministro per la Sicurezza che nessuno poteva interferire negli affari del paese e che tale paese si sarebbe occupato della questione a modo suo, le tre nazioni summenzionate non commentarono: inoltre, sebbene invitate in precedenza a partecipare alle indagini, snobbarono semplicemente i giudici e non si presentarono.

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marielle franco

“Non un passo indietro”: questo stanno ripetendo le migliaia di dimostranti che hanno riempito le strade del Brasile dopo l’assassinio di Marielle Franco: 38enne donna politica (nel governo municipale di Rio de Janeiro, quinta per numero di voti ed eletta nel 2016), lesbica, nera, femminista, attivista per i diritti umani.

rio de janeiro

(la protesta a Rio, foto di Leo Correa/AP)

Mercoledì sera nove colpi sono stati sparati da due uomini in automobile contro quella in cui Marielle viaggiava, uccidendo lei e l’autista Anderson Pedro Gomes e ferendo la giornalista seduta dietro.

Marcelo Freixo, membro dello stesso partito – Socialismo e Libertà – e dell’assemblea legislativa della città, si è recato sulla scena del crimine non appena ha saputo che la sua amica era stata uccisa: “Si è trattato chiaramente di un’esecuzione. – ha detto alla stampa – I colpi erano tutti diretti contro di lei. Chi ha sparato è un professionista.”

Marielle era diventata la voce dei poveri delle favelas, la principale voce critica contro la militarizzazione della città (da un mese è l’esercito che garantisce la “sicurezza” a Rio de Janeiro) e la violenza.

“Marielle era il simbolo delle nostre più grandi conquiste. – così la ricorda Daiene Mendes, 28enne studente di giornalismo e attivista nella favela “Complexo do Alemão” – Una donna come noi, una donna nera che da una favela proveniva, che aveva una grande forza nell’affrontare gli ostacoli istituzionali della politica che ci hanno sempre tenute distanti.”

In strada a protestare ci sono i sindacati, le femministe, il popolo di sinistra, le comunità più impoverite e disperate. L’assassinio di Marielle Franco è un colpo durissimo per la giustizia, la libertà, l’eguaglianza: ma queste persone stanno gridando che non faranno un singolo passo indietro. Marielle sta ancora insegnando loro che indietro non si torna.

tributo

(foto di Marcelo Sayao/EPA)

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(“Rosie did everything right. Yet here we are.”, di Clementine Ford per il Sydney Morning Herald, 23 febbraio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

rosie

Rosie Batty probabilmente non si era mai aspettata di diventare un tale rinomato volto dell’attivismo anti-violenza in Australia. Penso sia onesto dire che non è una vita che chiunque sceglierebbe di vivere, considerando in particolare le condizioni che hanno condotto a essa. Ma durante gli ultimo quattro anni, lei è stata una forza instancabile su cui fare affidamento.

Nel 2014, l’ex marito di Batty bastonò e pugnalò a morte il loro figlio Luke, mentre l’11enne si stava allenando a cricket. Greg Anderson morì più tardi in ospedale di una combinazione di spari della polizia e di pugnalate autoinflitte. La settimana scorsa, Batty ha annunciato che abbandonerà la fondazione da lei creata in nome di Luke. Come ha detto a Fairfax Media, “E’ inarrestabile ed enorme ciò che ha ancora bisogno di cambiare. Una singola persona può fare solo quel tanto – i governi devono fare molto di più. Ci vorranno generazioni prima che noi si veda un cambiamento significativo. Questa sola prospettiva mi rende esausta.”

La relazione di Batty con Anderson era caratterizzata dalla violenza, ma finì quando lui la aggredì fisicamente poco dopo la nascita di Luke. Durante gli anni, Batty permise a Anderson di mantenere una relazione con il loro figlio, nonostante avesse chiesto numerosi interventi al tribunale per se stessa. Nel 2013, dopo che Anderson aveva minacciato Luke con un coltello, Batty chiese infine al tribunale di intervenire per la protezione sia propria sia del figlio. Ma sebbene l’ordine fosse stato inizialmente deliberato, Anderson ebbe successo nel rovesciarlo in tribunale e gli fu garantito l’accesso a Luke in pubblico, mentre il bambino faceva sport.

So che le circostanze dell’omicidio di Luke sono assai note, ma menziono questi dettagli di nuovo per sottolineare quanto sia differente la realtà dalla narrazione che circola attorno ai tribunali familiari, fatta di padri afflitti e donne vendicative. I Men’s Rights Activists – MRA (incluso Mark Latham, che ha condotto una campagna ostile e diffamatoria contro Batty per anni) amano sostenere che le donne manipolano il sistema e inventano denunce di violenza per punire gli uomini.

I membri dell’MRA usano questo come mezzo per chiudere ogni discussione sulla violenza domestica, nel mentre perpetuano il mito categoricamente infondato che gli uomini sono trattati male dal sistema giuridico dei tribunali familiari.

Batty stessa ha dovuto sopportare queste accuse (le quali, ironicamente, fanno il paio con altre che la ritengono responsabile di aver messo in pericolo Luke permettendogli di vedere suo padre). La verità è che nel mentre Batty riconosceva come Anderson fosse una minaccia alla sua sicurezza personale, sapeva anche che non aveva mai agito in modo violento contro Luke, sino al momento in cui brandì il coltello nel 2013. Perciò lei permise ai due di mantenere il contatto e diede loro sostegno affinché continuassero ad avere una relazione familiare. Fu quando il comportamento minaccioso di Anderson si espanse sino a includere Luke che lei cercò di impedirgli di vederlo – e persino allora, la corte si espresse ultimamente a parziale favore dell’uomo.

Batty ha fatto tutto quel che viene detto alle donne di fare, nonostante i messaggi siano spesso contraddittori. Ha lasciato l’uomo che abusava di lei. Ha incoraggiato la relazione fra figlio e padre tentando nel contempo di proteggere il suo bambino. Pure, Anderson è stato ancora in grado di infliggerle il castigo finale più brutale per essersi sottratta al suo controllo – derubandola del suo amato figlio.

E nelle ulteriori conseguenze negative, Batty ha sopportato abusi riprovevoli, le aggressioni dei “troll”, accuse senza prova alcuna di frode e, in modo pressoché inconcepibile, numerose accuse di essere solo un’altra odiatrice di uomini che cerca attenzione, succhiando al (supposto) capezzolo d’oro della macchina femminista capitalista. Il “trolling” ha continuato a crescere sino a che lei ha annunciato la sua decisione di abbandonare.

Nonostante l’abuso mirato contro di lei, Batty si alza ogni giorno e continua a sopravvivere al più immorale degli atti di violenza perpetrati contro di lei. Per quattro lunghi anni, ha fatto questo sotto l’occhio dell’opinione pubblica, perché era troppo importante per lei tentare di trarre, dall’omicidio di Luke, qualcosa che potesse rappresentare un cambiamento durevole. Lo ha fatto anche mentre Latham le dava viziosamente la caccia sul trattamento dei membri della Fondazione e il “furto” di fondi, affermazioni che devono ancora essere provate con fonti disponibili a testimoniare. Le sue bizzarre fantasia sono state completamente negate dai membri dello staff e da un revisore contabile indipendente, ma lui è riuscito comunque a incensare la collezione di lunatici che lo considerano una sorta di “giornalista” devoto alla verità. A propria volta, non hanno perso tempo nel dirigere le loro grottesche teorie “cospirazioniste” verso Batty. Non dimenticate che Latham è la persona che siamo stati vicini a eleggere come Primo Ministro nel 2004 – un uomo che ha usato il suo rancoroso odio per le femministe per perseguitare accanitamente una donna a cui l’ex partner ha ucciso il figlio davanti ai suoi occhi perché che lei avesse correttamente nominato la violenza maschile come il problema lo aveva fatto arrabbiare.

Di fronte a tutto quel che ha dovuto sopportare, chi può biasimarla quando se ne va?

Come nazione, dovremmo vergognarci di sapere che una donna che ha dato così tanto (e a cui è stato tolto così tanto) sia stata forzata ad abbandonare un lavoro essenziale dalla brutalità della scena dei commenti pubblici e dai suoi prominenti guru. E’ rivoltante che la vita di Batty consista ora non solo di dolore ma anche dell’odio tossico di troll, membri dell’MRA e misogini come Latham. Questo è il prezzo che persone come lei pagano nel tentare di fare ciò per cui nessun altro ha il coraggio necessario.

Rosie Batty, grazie per il servizio che hai reso. Sei un’eroina e un essere umano esemplare. Il tuo lavoro non sarà dimenticato. Grazie al tuo coraggio e alla tua persistenza, neppure Luke lo sarà.

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(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

havva ana

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporteur sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti. Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

lolita chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.”

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

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A noi Foffo non ci piacciono i gay, ci piacciono le donne vere. E mio figlio non è da meno.”, così dichiara il padre di Manuel Foffo, arrestato con Marco Prato per l’omicidio di Luca Varani, al Messaggero.

E’ una frase importante, davvero, nonostante dopo “a noi” il “ci” sia di troppo. Ci informa infatti, clamorosamente, che esistono donne false e donne vere e si può intuire che i Foffo, sin dal capostipite della schiatta, erano in possesso di uno speciale sesto senso o di un magico congegno che consentiva loro di individuarle in un batter d’occhio. Oggi probabilmente useranno qualcosa di più moderno, tipo un’applicazione per telefonino (Veradonnapp) o un paio di occhiali google modificati all’uopo.

Sempre sin dagli albori, ai Foffo gli omosessuali non piacciono. E’ una sorta di marchio di fabbrica: se porti il tal cognome, sei maschio e un gay si profila all’orizzonte tu tendi a correre disgustato nella direzione opposta. A volte però i malefici disgustanti dei Foffo li inseguono, ne acchiappano uno e lo portano a feste, party e intrattenimenti vari contro la sua volontà. E non solo, sebbene sia chiaro che il capostipite Foffo fosse il nobile cavaliere Phophus de’ Phophi, loro insistono a dire che il nome deriverebbe dal termine veneziano arcaico fòfano che significa goffo o malfatto.

Chi si occupa di etimologia sostiene che con tale termine si indica anche “un tipo di anatra selvatica di scarso pregio” e che forse il cognome è nato come “soprannome inteso a suggerire che il suo destinatario avesse questa caratteristica”. Nessuno con un po’ di buonsenso ci crede, naturalmente. Nessuno con un po’ di buonsenso crede neppure alle donne vere e alle donne finte. Ma fa piacere sapere che il “figlio non è da meno” e la tradizione continua. Tanti auguri, Maria G. Di Rienzo

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Sono interrogatori, ma assomigliano spesso a sfoghi, se non a sedute psicoanalitiche, dove i ruoli di omicida e pm sfumano in qualcosa di più «umano» e la pubblica accusa si accomoda e ascolta per avere spiegazioni in un delitto che appare inspiegabile.”

Come probabilmente avrete capito, la citazione da un articolo di giornale si riferisce al recente omicidio (previa tortura) di Luca Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo. E’ una citazione integrale, per cui le “spiegazioni in” che sarebbero “spiegazioni su o spiegazioni di” non sono mia responsabilità. Ma è di quest’ultima che vorrei parlare un attimo.

Il termine responsabilità è, stando al vocabolario Treccani: “il fatto, la condizione e la situazione di essere responsabili” e deriva dal latino respòndere, cioè rispondere – in generale delle proprie azioni e delle loro conseguenze.

A sua volta, respòndere viene da un altro verbo, spòndere, che era usato nel diritto romano arcaico (e solo per i cittadini romani) per i cosiddetti “giuramenti promissori”: “Ti impegni a fare / a non fare questo?” “Spòndeo” – “Lo giuro solennemente.”

Non occorre essere filosofe/i per capire che l’assetto in cui si verbalizzano i concetti succitati è un contesto sociale. Sentirsi responsabili delle proprie azioni (esserlo non è in discussione) è possibile solo quando si sia consci di appartenere a una comunità umana (nel bene e nel male: “Sono un uomo: nulla che sia umano mi è estraneo”, Terenzio, Heautontimorumenos), da cui dipendiamo per la sopravvivenza e in cui le nostre azioni si danno. Tolte le poche cose che possiamo fare in totale solitudine, la comunità umana e l’ecosistema che la sostiene costituiscono lo scenario indispensabile per la realizzazione dei nostri desideri e ambizioni e per il raggiungimento delle nostre gratificazioni. La comunità umana, come gli esseri che la compongono, non è – e non può essere – “perfetta”, ma di sicuro è migliorabile: almeno, così pensavano, pensano e penseranno tutti gli individui coinvolti in movimenti per il cambiamento sociale, rivoluzioni e correnti di pensiero tese al mutamento dello status quo.

Ciò detto, che Marco Prato e Manuel Foffo siano responsabili di sevizie e omicidio nei confronti di un’altra persona non c’è dubbio. L’evidenza probatoria è inconfutabile, sono rei confessi e hanno spiegato le loro azioni con la volontà di provare “il piacere di uccidere” per sentirsi “superiori a tutto e a tutti”. Che si sentano responsabili, stante il tenore di queste dichiarazioni, appare assai improbabile. Avessero avuto il concetto di responsabilità in mente si sarebbero mossi, durante tutto l’arco delle loro vite, in modi differenti. Ma da almeno una trentina d’anni il concetto è di fatto assente nella cultura italiana (e ciò comprende politica, amministrazione pubblica, contenuti dei media, scuole, ambiti lavorativi, modalità relazionali). Prato, Foffo e la loro vittima Varani sono abbastanza giovani per essere nati e cresciuti in un contesto che esalta l’individualismo estremo, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e si ignorano e trascurano interessi e problemi altrui: praticamente la definizione generale che il dizionario dà alla voce “solipsismo”.

L‘Italia attuale ha come cittadini parecchi milioni di individui convinti di essere il centro dell’universo, difesi a spada tratta dai loro genitori / parenti / amici – e da sedicenti giornalisti – quando fanno i bulli, molestano, stuprano o uccidono, tesi all’immediato godimento di qualsiasi desiderio senza la minima riflessione su cosa la realizzazione di quest’ultimo possa comportare per altre persone, legittimati da migliaia di messaggi quotidiani che dicono loro “non c’è futuro, c’è solo il presente in cui ti prendi quello che vuoi, subito, frega e non farti fregare, non c’è niente oltre a questo”.

Naturalmente poi entrano in gioco le nostre differenze individuali, per cui non tutti/e reagiamo allo stesso modo di fronte agli stessi stimoli, e l’influenza che esercitano le persone a noi più “vicine” (per legami di parentela o amicizia, o perché le ammiriamo ecc.), di modo che molte/i di noi sono in grado e hanno la precisa volontà di mettere in discussione gli stimoli che ricevono, ma i risultati di questo stato di cose sono visibili ogni giorno in cronaca: nepotismo politico-economico, corruzione, brogli, truffe, denaro pubblico che diventa privato, impiegati che timbrano in mutande e poi invece di andare al lavoro vanno a spasso: perché non dovrebbero mentre i loro superiori smistano mazzette con la velocità di un croupier?, suicidi di adolescenti “bullizzati”, violenze di ogni tipo contro qualsiasi individuo o gruppo percepito come marginalizzato / inferiore (anziani, malati, bambini, donne), omicidi. Ridurre il problema a una condizione psicotica di pochi, anche nei casi in cui le azioni sono effettivamente “carburate” da alcolici e droghe pesanti, è chiudere gli occhi di fronte alla realtà e distogliere lo sguardo non è un metodo che risolva qualcosa. Per esempio, andare in televisione a magnificare l’eccellenza di un figlio che ha appena massacrato un suo simile, minacciando di querele chiunque oserà dire il contrario, non aiuta.

Il giornalismo nostrano, che quando si definisce “d’indagine” misura le camicie dei premier e prende nota del colore dei calzini dei giudici, è perfettamente in accordo all’andazzo generale: egoismo santificato e “estetica”, immagine e lacrime di coccodrillo, sensazionalismo, ricerca spasmodica di qualcosa che giustifichi l’offensore qualsiasi sia il reato da costui commesso.

clean up

(Bambino viziato: “Uaaah! Perché devo pulire la mia stanza? Altri bambini hanno camere in disordine! A chi fa male? Pulirò più tardi!” Frigna…

Uomo inquinatore: “Uaaah! Perché devo pulire le mie emissioni? Altra gente produce emissioni tossiche! A chi fa male? Pulirò più tardi!” Frigna…)

Marco Prato, definito “Il bel ragazzo gay, 29 anni, pr di feste nel giro omosessuale che conta nella capitale.” o “Il bel pr”, manifesterebbe per esempio “disagio e angoscia”: “Famiglia borghese, laurea in Scienze politiche alla Luiss e un master di marketing a Parigi”. Patimenti unici, che sicuramente lo hanno spinto a torturare e uccidere. Quando io terminai le scuole medie chiesi di poter frequentare il liceo linguistico (all’epoca era privato) ma i miei genitori risposero che PER ME quei soldi non c’erano: era mio fratello che ne aveva bisogno per studiare e infatti non si è mai laureato… Risultato? Stranamente, non ho mai seviziato o assassinato nessuno e sono una formatrice alla nonviolenza.

La stampa ci informa, inoltre, che Prato “soffriva terribilmente per la sua condizione omosessuale, tanto da desiderare ardentemente di operarsi per diventare una donna. Un sogno mai realizzato perché osteggiato dalla famiglia.” Sono del tutto consapevole dei travagli affrontati dalle persone transessuali (la condizione non è intercambiabile con l’omosessualità, tra l’altro), ho solo alcune piccole perplessità: 1) Prato era maggiorenne e non necessitava di permessi dai familiari per intraprendere il percorso relativo al cambio di sesso, se era davvero questo che desiderava; 2) trovo difficoltoso immaginare uno che “soffre terribilmente” far di mestiere l’organizzatore di feste per gay ricchi, spararsi in due giorni 1.000 euro di cocaina insieme con l’amico e premeditare un omicidio “per provare il brivido”.

Poi abbiamo Manuel Foffo, 30 anni, studente di Giurisprudenza fuoricorso, attualmente impegnato in modo ossessivo a dichiarare la propria non-omosessualità agli inquirenti, nonostante il video che lo ritrae durante una sessione di sesso orale con Prato e “i giochi a tre fatti al decimo piano di via Iginio Giordani.” Secondo il suo avvocato difensore, nonché amico di famiglia, nelle sue deposizioni “Manuel ha delineato un rapporto molto doloroso, difficile, conflittuale con (il) padre.”

Volevo uccidere mio padre, forse per questo ho combinato tutto questo, volevo vendicarmi di lui.”, è una delle frasi che Foffo ha detto e su cui si basa il giudizio suddetto. Ma quali atti paterni meritavano, secondo il figlio, vendetta e morte? Eccoli qua: “A 18 anni ha regalato a un altro il mio motorino che ho amato tanto. Poi volevo una Yaris, ma lui mi diceva che era poco resistente. Ho un forte risentimento verso di lui perché entrambi vogliamo avere ragione.” A me, più che dolore, sembrano le rimostranze di un marmocchio viziato.

Fra i miei venti e trent’anni mia madre ha dato via, pezzo dopo pezzo, tutto quel che avevo conservato della mia infanzia senza il mio consenso: libri, giocattoli, persino l’anello che era il regalo della prima comunione. “Tanto a te non serve.”, era il suo ritornello: dovete sapere che nel 1980 e nel 1983 erano nate le bambine del suo adorato figlio maschio che venivano, in virtù di tale adorazione, omaggiate un giorno sì e l’altro anche di brandelli della mia storia (l’anello andò invece a una cugina a cui i miei genitori dovevano fare un regalo, così risparmiarono fatica e soldi). Persino una dei miei gattini fu regalata, sempre senza il mio consenso, a una nipote troppo piccola per averne cura e come risultato quella creatura che io amavo finì sotto un’automobile un paio di settimane dopo. Quanto a chiedere qualcosa (non una Yaris, figuriamoci, l’automobile è stata comprata a mio fratello come “dote” per il suo matrimonio…) ho imparato in tenera età che la risposta era nel 99% dei casi NO con aggiunta colpevolizzazione, per cui ho smesso di chiedere molto presto. Sospetto che anche il mio rifiuto di essere allattata quando avevo cinque mesi avesse a che fare con il rigetto che percepivo provenire da mia madre.

Ciò che mio padre – e mia madre come vittima/carnefice – hanno fatto della mia famiglia d’origine è un po’ troppo lungo, violento e repellente per essere narrato qui, ma posso dire con cognizione di causa che un “forte risentimento” per entrambi da parte mia sarebbe pienamente giustificato. Tuttavia, non ho mai vagheggiato di ucciderli, ne’ di uccidere terzi per “vendicarmi” di loro. Non sono più buona di Manuel Foffo. Non ero più buona di lui alla sua età: ma l’epoca in cui sono stata giovane aveva un contesto culturale del tutto differente in cui esistevano spazi che mi hanno incoraggiata alla consapevolezza e quindi alla responsabilità, che hanno preso per mano il mio desiderio di un mondo migliore per tutti e quindi anche per me, che hanno incanalato e trasformato rabbia e angoscia nell’impegno politico e sociale.

Qualcuno dei sedicenti giornalisti summenzionati ha scritto che Prato e Foffo con il loro omicidio organizzato volevano “sfidare il male”. No, mi dispiace. Il “male” lo stanno sfidando altri esseri umani, uomini e donne, che non si arrendono di fronte all’ingiustizia, alla miseria, alla menzogna e alla violenza: ne conosco un bel po’ e sono, nel mio piccolo, una di loro. Maria G. Di Rienzo

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