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alejandra - foto di ada luisa trillo

L’immagine qui sopra appartiene a una rassegna fotografica che ha cominciato a girare le mostre in questo luglio 2017. Ritrae Alejandra, la quale dovrebbe essere già morta, secondo la tardiva diagnosi di cancro al colon non curato, ma ha superato di due anni la data che i medici avevano ipotizzato per il suo decesso. Alejandra è ritratta nel suo “luogo di lavoro” – come direbbe qualche idiota – ovvero un bordello di Ciudad Juárez, in Messico.

La fotografa si chiama Ada Luisa Trillo ed è riuscita a entrare in dozzine di stanze come questa, assieme all’amica Blanca Cerceda che l’ha aiutata registrare le storie delle donne coinvolte, grazie a una sopravvissuta alla tratta sessuale, Maria Lourdes Aguero: costei ha fatto da tramite con i magnaccia e gli spacciatori, che hanno concesso 15 minuti per ogni visita. Ada e Blanca, in un periodo di tre anni, hanno fatto in modo di ripetere le visite ad alcune delle donne. Il patto prevedeva ovviamente che la fotografa non riprendesse nessuno degli sfruttatori e degli “utilizzatori finali” dei suoi soggetti, ma essi restano invisibili solo a questo livello perché le storie che le donne hanno raccontato sono appese accanto alle loro fotografie. Ada ha immortalato circa un centinaio di loro: oggi ne sopravvivono una manciata.

Muoiono uccise dai “clienti” o dai papponi – come Sandra, strangolata l’anno scorso, o Lupita, uccisa a colpi di pistola, o dai cocktail di alcool e oppiacei che usano soprattutto come sostituti dei medicinali per le malattie che hanno contratto prostituendosi. Sylvia, che nel bordello ha sofferto una ferita alla schiena e camminerà con le stampelle per il resto della sua vita, per controllare i dolori assume una mistura di solventi, marijuana e crack.

La maggior parte di queste donne sono state trafficate all’età di 14/15 anni. Alcune riportano di aver subito stupri da bambine da parte di patrigni o di altri uomini che avrebbe dovuto aver cura di loro. Con una sola eccezione, sono tutte di etnie indigene.

“Nessuna delle donne che ho fotografato definisce se stessa una ‘trabajadora sexual’ (‘sex worker’). – ha detto Ada Luisa Trillo alla stampa – Si sono fatte beffe del termine e dicevano caí en la prostitución o caí en esto, che significa “Sono caduta nella prostituzione”. Spesso si domandavano: Come sono finita qui?

Così, al termine di un lungo e dettagliato articolo Taina Bien-Aime, una delle direttrici della Coalizione contro il traffico di Donne (CATW) commenta la mostra: “Le magnifiche immagini di Trillo ci rendono testimoni. Nessuna bambina sogna un lavoro in cui rischiare l’amputazione di un arto per malattie provocate da droghe o la possibilità di morire per mano di un compratore di sesso siano la sua fatica giornaliera per il pane. Nessuna ragazza immagina di finire per credere, un giorno, che i suoi amati figli stanno meglio senza di lei. E nemmeno dovremmo farlo noi.”

Maria G. Di Rienzo

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María Aparicio Puentes

Costei è María Aparicio Puentes, nata a Santiago in Cile nel 1981. Le immagini che vedrete di seguito appartengono a una serie di sue opere del 2014 – in collaborazione con le fotografe Tatjana Radičević e Ksenija Jovišević e il fotografo Lukasz Wierzbowski – che vanno sotto il titolo “Sii brillante”. L’Artista allestisce mostre dal 2011 ma di recente sta ottenendo consensi e grande popolarità soprattutto sul web.

María “ricama” le immagini con filo metallico dopo averle analizzate per “geometrie, ritmi, tensioni… per ogni cosa” con il desiderio di descrivere “le persone e la loro relazione con l’ambiente”. E come per magia, le persone diventano costellazioni, gli spazi sottolineati dal filo raccontano storie diverse e profonde, e ogni figura umana sembra respirare libertà su scala cosmica.

Non è bello iniziare la giornata con queste sensazioni? Siate brillanti!

Maria G. Di Rienzo

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Diversamente da altre città statunitensi, a New Orleans la “Super Domenica” non si riferisce alla finale del campionato di football americano ma al Carnevale: nella domenica più vicina al 19 marzo circa 50 gruppi di origine nativa sfilano in sgargianti costumi, rigorosamente fatti a mano, cantando e danzando e tenendo rituali. Si crede che l’orgine di questa celebrazione risalga al periodo in cui gli schiavi fuggitivi di colore trovavano rifugio presso le tribù indiane, adattandosi ai loro usi e costumi e passando queste conoscenze alle generazioni successive.

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Circa tre anni fa, la fotografa Akasha Rabut si trovava a New Orleans per seguire la “Super Domenica” e notò due donne in motocicletta. Costoro le dissero di far parte di un club, fondato nel 2005 e chiamato “Caramel Curves” (“Curve color caramello”): “Il mondo dei club di motociclisti – racconta la fotografa – è generalmente un dominio maschile, per cui ho trovato davvero interessante che donne afro-americane vi fossero coinvolte. Ho cominciato a fotografarle perché volevo documentare questo fenomeno culturale.”

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Le “Caramel Curves”, scoprì Akasha, sono delle celebrità locali e usano le loro parate per raccogliere fondi destinati a scopi sociali come la costruzione di centri comunitari. Anche la loro capacità organizzativa ha affascinato la fotografa: “Sono in 28, e ciascuna di loro ha la sua propria vita e il suo proprio lavoro, ma in qualche modo riescono puntualmente ad incontrarsi ogni domenica.”

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Tanto per far capire subito chi sta guidando le motociclette in corsa, le “Caramel Curves” verniciano la gomma delle ruote, così da produrre fumo rosa al loro passaggio.

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Non vi dico altro se non di dare una buona lunga occhiata alle fotografie di Akasha Rabut. Personalmente trovo le “Curve color Caramello” fantastiche e adorabili. Maria G. Di Rienzo

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soltan

La donna nell’immagine è Soltan Achilova, 67 anni, giornalista corrispondente dal Turkmenistan per Radio Free Europe / Radio Liberty, mentre mostra i lividi dovuti all’attacco da lei subito il 25 ottobre scorso. Soltan stava fotografando un supermercato nella capitale del paese, Ashgabat, quando assalitori rimasti “ignoti” l’hanno picchiata – subito dopo essere uscita da un interrogatorio durato ore, da parte della polizia, su quel che stava facendo – e le hanno rubato la borsa e la macchina fotografica. Il supermercato è di proprietà dello stato e Soltan stava riprendendo le lunghe file di persone che attendevano di potervi accedere.

Nel 2014, la stessa cosa accadde mentre stava riprendendo immagini di un mercato: anche in questo caso gli aggressori sono rimasti “ignoti”, nonostante dopo averla malmenata l’avessero portata in una centrale di polizia, dove la sua macchina fotografica fu sequestrata e le immagini in essa cancellate.

L’8 novembre 2016 la faccenda si è ripetuta. La giornalista si trovava in una clinica per motivi di salute. Ha dapprima dovuto testimoniare un attacco a un’altra anziana (Soltan pensa che le due assalitrici l’abbiano scambiata per lei), gettata a pugni sul pavimento e lì pestata al grido “Questo è quel ti meriti per le fotografie!”. Più tardi, in serata, le assalitrici hanno trovato Soltan alla caffetteria della clinica e si sono scagliate contro di lei urlando: “Questa è quella che fa le fotografie e getta fango sul Turkmenistan!”. La giornalista ha subito il pestaggio e anche questa volta le delinquenti non hanno un nome.

Radio Free Europe / Radio Liberty ha potuto dar conto della vicenda solo il 14 novembre, venendone a conoscenza da parte di terzi, perché dal giorno dell’ultimo assalto ne’ il telefono ne’ la connessione internet di Soltan Achilova hanno funzionato per due settimane: probabilmente erano immersi in quel fango putrido che è la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Keeping women in their place: Objectification in advertising”, un più lungo articolo di Jennifer Moss, 11 luglio 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Jennifer Moss  è una programmatrice e creatrice di software, una giornalista freelance e una scrittrice. Inoltre, dal 1999 al 2010 ha lavorato come fotografa professionista e a questa specifica esperienza fa riferimento nel suo pezzo, che conteneva le immagini riprese qui e altre dello stesso tenore.)

Ho lavorato con molte modelle ai loro inizi, alcune delle quali hanno poi “sfondato” nell’industria della moda. Ma più imparavo come questa era fatta, più mi ripugnava parteciparvi. Tanto per cominciare, c’era un solo tipo di corpo accettabile per le donne. Un’altra cosa che mi disturbava era che le agenzie maggiori assumevano donne sempre più giovani. Ragazzine di 14 anni erano usate in pose che descrivevano adulte. (…)

Dieci anni dopo, l’industria delle modelle e della moda sta cominciando a essere criticata per la sua rappresentazione delle donne. Fortunatamente, l’opinione pubblica sta contestando i tipi di corpo irrealistici, il photoshopping, la denutrizione e il ritratto delle donne nella pubblicità.

Con questa rinnovata consapevolezza ho cominciato a notare i messaggi sottesi alle pose. Persino io dicevo alle modelle di ingobbire le spalle, chinarsi in avanti, piegare la testa. Standard dell’industria. Ma perché erano questi gli standard? Dopo aver esaminato qualche manciata di pubblicità, ho capito che le pose erano intese, di base, a tenere le donne “al loro posto”.

Ho creato quattro categorie: la maggioranza delle pubblicità che ho esaminato ricade in una o più d’una di esse.

A. SPAVENTATA / VITTIMA

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Si sta guardando alle spalle o l’espressione del suo viso è impaurita. Tiene le mani in posizione protettiva o a mo’ di scudo. Sta cercando di allontanarsi da un uomo. E’ morta. Ogni immagine che la ritrae come vittima.

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B. POSIZIONATA PER IL SESSO / SVESTITA

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E’ stata preparata per il sesso: giace supina o quasi. Le sue gambe sono divaricate. E’ su un letto. E’ più o meno svestita in un modo in cui (realisticamente) non si presenterebbe in pubblico. Ha qualcosa in bocca.

C. NON MINACCIOSA / MODESTA / INFANTILE

Testa piegata. Occhi che guardano in distanza, giù. La classica posa ingobbita della parte superiore del torso. Il corpo non è in squadra rispetto all’obiettivo. Il mento è basso. Il linguaggio del corpo rappresenta sottomissione, debolezza.

D. OGGETTIFICATA / NON UMANA / UNA DELLE TANTE

senza testa

Non ha faccia o la faccia è oscurata. Un gruppo di donne vestite in modo da sembrare tutte uguali. Nessuna individualità. Un prodotto.

Fate questo esperimento con me: la prossima volta in cui guardate una pubblicità di moda o d’altro, vedete se entra in una di queste categorie e decidete se il fotografo sta aiutando o danneggiando l’immagine femminile.

Un messaggio ai fotografi, agli stilisti, alle agenzie pubblicitarie e a chiunque altro sia coinvolto in questi servizi: state potenziando le donne o le state vittimizzando? Non sarebbe vantaggioso anche per le marche cambiare questo?

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Cats (non il musical)

Mi dispiace, umano: sono io la notizia del giorno.”

news of the day

Spoiler: il protagonista muore. Adesso puoi smettere di leggere e coccolarmi.”

spoiler

Dipinto della 17enne messicana autodidatta Dany Lizeth.

dany lizeth

E per finire, la traduzione di un messaggio su Twitter che è diventato famoso:

Il mio nuovo fidanzato è allergico al gattino, perciò non posso tenerlo. E’ rosso e il suo nome è Tom. Amichevole, quando lo chiami viene. Ha 28 anni e lavora nell’informatica.”

Maria G. Di Rienzo

(Visto che ultimamente la nostalgia per le mie gattine scomparse è molto forte, mi consolo così.)

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dali

Siamo sempre stati qui, è solo che il mondo non era pronto per noi. Oggi, con tutte le sollevazioni politiche presenti nel mondo musulmano, alcuni di noi che non sono minacciati quotidianamente di morte o rigetto devono parlare anche per gli altri. Devono raccontare le storie di una comunità che o è negata o è disprezzata. Siamo insieme sebbene si fronteggino realtà distinte e dovremmo essere uniti, uniti nel desiderio di essere, nel desiderio del godere l’essere liberi, al sicuro e felici.”

Dali, nell’immagine, ha in questo modo spiegato la sua partecipazione al progetto fotografico “Just Me and Allah” – “Solo io e Allah” che ritrae persone LGBTI di fede musulmana. La creatrice del progetto, che vive a Toronto ove le prime fotografie sono state esposte nel 2014 alla World Pride Exhibition, si chiama Samra Habib e solitamente è scrittrice ed editrice, una di quelle artiste che vedono la loro ispirazione come inestricabilmente legata all’attivismo sociale: “Sono attratta dal narrare storie. Volevo mettermi alla prova usando un altro mezzo per raccontarle. Così è cominciato “Solo io e Allah”. Sono interessata alle sottigliezze che non si possono catturare con le parole e le persone hanno un responso grandemente emotivo alla fotografia.”

Samra Habib

(Samra Habib)

Il progetto in due anni è diventato digitale (su Tumblr) e sta interessando musulmani in ogni parte del mondo. “Ricevere e-mail da musulmani queer che vivono in paesi come il Pakistan e l’Egitto e mi dicono quanto il progetto significhi per loro è incredibilmente gratificante. Credo che le donne e le persone queer siano in prima linea quando si tratta di rivoluzionare l’Islam e renderlo più inclusivo. Una delle cose più sorprendenti è che non ho ricevuto nessuna minaccia di morte o reazione violenta. In effetti, ho ricevuto invece messaggi da musulmani che si identificano come conservatori e apprezzano che il progetto stia tentando di spingere l’Islam verso l’inclusione.”

shima

(Shima – “Just Me and Allah: A Queer Muslim Photo Project”)

Non vedevo da nessuna parte il tipo di esperienza che avevo io con l’Islam, – dice ancora Samra Habib – il tentare di negoziare la mia relazione con l’Islam essendo una musulmana queer. Visceralmente sapevo che dovevano esserci altri, là fuori, a farsi le stesse domande che mi facevo io. Si tratta dell’essere consapevoli di cosa accade al mondo e di parlare con le persone. Sebbene non mi sentissi a mio agio nelle moschee tradizionali (sono segregate per genere e non danno il benvenuto alle persone LGBTI), non volevo che quell’identità mi fosse strappata via. Ci sono pure aspetti dell’Islam che mi danno conforto e mi ispirano a essere più gentile e compassionevole.” Maria G. Di Rienzo

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