Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘matrimonio’

China 2009

“La Dabu, la matriarca che guida la famiglia Mosuo. Questo ruolo chiave è tenuto dalle donne più anziane fra i parenti. Lei è quella da cui discendono nome e proprietà, maneggia il danaro e organizza le cerimonie religiose.”

Credo sia una buona cosa il riuscire ancora a interessarsi di storia, arte, fotografia ecc. in questo momento così pieno di incertezza e sofferenza: il vostro interesse per “Grande cuori, mani forti” (28 febbraio u.s.) merita dunque una risposta.

Dove sono le altre società matriarcali? (Ovunque.) Sono tutte di antica origine? (No.) Raffigurano semplicemente l’oppressione di genere rovesciata? (Niente di più lontano dalla realtà.) Andate in miniera, allora, e poi vediamo (Questo è lo scemo di turno: adesso gli spiego tutto anche se è probabilmente inutile, così – in caso capisca qualcosa – almeno può uscire dalla garitta dove sta di vedetta contro l’invasione “femminazista” e andare a casa).

Il tratto comune a tutte le società matriarcali è che i figli/le figlie sono primariamente connessi alla madre: portano il suo nome e/o vivono nella casa del suo clan anche quando raggiungono l’età adulta. Spesso eredità e beni passano da madre a figlia. Molte società matriarcali sono agricole, laiche, costruite in modo orizzontale e non gerarchico, basate sull’eguaglianza di genere. In quelle ancora esistenti le donne giocano un ruolo centrale sul piano sociale, economico e (non sempre) politico.

La fotografa cecoslovacca-algerina Nadia Ferroukhi (le immagini qui presenti sono particolari di sue istantanee) ne ha girate parecchie e ha dato testimonianza delle sue esperienze qui:

http://nadia-ferroukhi.com/v4/sets/matriarcat/

Si tratta della serie “Nel Nome della Madre”, a cui ha dato un contributo significativo l’antropologa, etnologa e femminista francese Françoise Héritier (1933-2017).

Nadia ha vissuto con i Mosuo in Cina, i Tuareg in Algeria, i Minangkabau in Indonesia e i Navajo negli Usa – che sono le realtà di segno matriarcale più note, ma ha trovato società simili in Kenya, in Guinea-Bissau, nelle Comore, in Messico. Ritrarre le comunità in modo congruo e dettagliato non è stato facilissimo, spiega la fotografa: “La gente si aspetta da questo risultati spettacolari. Ma in effetti io ho fotografato la vita quotidiana.” Una vita quotidiana lontana dagli stereotipi e dai pregiudizi, in cui un’organizzazione sociale dà valore a ogni suo membro.

Riportare e tradurre tutto il lavoro di Nadia renderebbe questo articolo così lungo da divenire faticoso, perciò ho scelto degli “assaggi” che si accordano al mio incipit.

Comoros 2017

“Una giovane sposa sull’isola di Grande Comore. Dopo il matrimonio, il marito si trasferisce nella casa costruita per lei dalla sua famiglia, dove è considerato un ospite del clan matrilineare.”

NUOVO DI ZECCA:

E’ il villaggio di Tumai in Kenya, nato nel 2001 per fornire rifugio alle donne della tribù Samburu che erano state vittime di violenza domestica / violenza di genere. Simile a Umoja e a Jinwar

(https://lunanuvola.wordpress.com/2019/03/01/jinwar/) – la fondatrice Chili viene in effetti da Umoja – accoglie le divorziate, ha messo fuorilegge le mutilazioni genitali e non ammette gli uomini sopra i 16 anni d’età. Tumai è completamente autosufficiente. Tutte le decisioni sono prese per voto di maggioranza fra le donne, che allevano capre, costruiscono da sole le loro case, vanno a caccia se serve e tengono rituali sacri (allevamento a parte, le altre attività non sarebbero loro permesse in circostanze “normali”).

DIFFERENTI, NON SPECULARI:

Guinea-Bissau – “Lo stile di vita negli arcipelaghi, in particolare sull’isola di Canhabaque (3.500 persone) è stato scarsamente influenzato, quando per nulla del tutto, dalla civiltà moderna. Qui, le case sono di proprietà delle donne e sono gli uomini a trasferirsi dalle loro mogli. Sebbene il padre passi il suo cognome ai figli, è la madre che sceglie il primo nome ed è al suo clan che essi sono affiliati. L’isola è governata da una regina. C’è anche un re (che non è il marito della regina) ma il suo ruolo è limitato: è un semplice portavoce. Ogni villaggio è amministrato da un consiglio di donne, elette a vita.”

Messico – “Juchitán, una città di 78.000 abitanti nello stato messicano di Oaxaca è il luogo dove è nata la madre della pittrice Frida Kahlo. Durante i secoli, uomini e donne hanno sviluppato forme chiaramente identificate di autonomia. Le donne maneggiano il commercio, l’organizzazione di festival, la casa e la strada. Agricoltura, pesca e politica sono responsabilità degli uomini. Questo è uno dei pochi luoghi in Messico dove la lingua e i dialetti Zapotec sono ancora parlati. Usato negli scambi fra donne del vicinato e donne di passaggio, questo linguaggio ha costruito fra le donne una notevole solidarietà. Nome, casa e eredità si trasmettono in linea femminile. Perciò, la nascita di una figlia è fonte di grande gioia.”

Indonesia “La più grande società matrilineare al mondo, composta dai Minangkabau, si trova sulle colline della costa occidentale di Sumatra in Indonesia. Secondo il loro sistema sociale, tutte le proprietà ereditarie passano da madre a figlia. Il padre biologico non è tutore del bambino; è il mamak, il più anziano fra gli zii materni, ad assumere tale ruolo. Durante la cerimonia matrimoniale, la moglie va a prendere il marito nella casa di lui, accompagnata dalle donne della sua famiglia. L’adat, o “legge ordinaria”, determina una serie di regole tradizionali non scritte su questioni matrimoniali e proprietarie. In accordo a queste regole, qualora vi sia un divorzio il marito deve lasciare la casa e la donna mantiene la custodia dei figli e l’abitazione.”

QUESTE IN MINIERA CI VANNO GIA’:

Stati Uniti d’America – “La vita sociale della nazione Navajo è organizzata attorno alle donne, secondo un sistema matrilineare in cui titoli, nomi e proprietà si trasmettono in linea femminile. Quando una ragazza Navajo raggiunge la pubertà deve passare attraverso la Kinaaldá, una cerimonia di quattro giorni che segna il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta. Questa cerimonia è collegata al mito Navajo della Donna Cangiante, la prima donna sulla Terra in grado di avere bambini. Nella riserva, le donne sono in genere più attive degli uomini. Non è insolito per loro tornare a studiare tardi durante le loro vite, persino dopo aver avuto figli.”

Usa 2011

Queste donne Navajo lavorano in una miniera di carbone, assicurandosi in tal modo totale indipendenza finanziaria.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

gaia2

Nostra nipote, “generazione Greta”, è pronta per la manifestazione di oggi a Verona.

Il suo cartello autoprodotto dice che il matrimonio concerne l’amore, non il genere.

Per noi vecchiette e vecchietti è dura constatare di essere scese/i in piazza per le stesse medesime ragioni per oltre quarant’anni. A volte abbiamo la tentazione di cedere alla disperazione e alla stanchezza. Poi arriva qualche adolescente a darci una svegliata, meno male.

Non siamo soli, non siamo pochi, non siamo impotenti.

Non smettete di lottare. Don’t give up the fight.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

L’ultimo libretto pubblicitario dell’Ikea (valido fino al luglio 2018) che mi è arrivato nella cassetta della posta è decorato da slogan accattivanti quali “Facciamo spazio alla tua voglia di cambiare”, “Facciamo spazio al modo di vivere di ciascuno”, “Crea lo spazio dove esprimere chi sei” e così via.

Ma questa attitudine che suggerisce armonia e accettazione delle differenze è così superficiale e leggera che la sua flessibilità si spinge a tollerare discriminazioni umilianti: purché siano le donne a doverle subire.

In questi giorni, sommersi dalle proteste sui social media, i responsabili di Ikea-Cina hanno dovuto ritirare uno spot televisivo di 30 secondi (una sua immagine è qui sotto).

Ikea china

La storia andava così: una madre arrabbiata dice severamente alla figlia “Se non sei in grado di portare qui un fidanzato, non chiamarmi più mamma.” Nella cultura cinese ciò si traduce “Ti disconosco come figlia, ti rinnego, ti ripudio, non fai più parte della famiglia”. La figlia esibisce all’annuncio una faccia funerea e disperata, ma per fortuna (???) un giovane uomo con un mazzo di fiori appare sulla porta e i genitori deliziati di lei cominciano ad apparecchiare la tavola con stoviglie e decorazioni dell’Ikea. Lo slogan finale suggerisce di “celebrare la vita quotidiana”.

Tutta la menata si basa sulla stigmatizzazione, in atto in Cina, delle giovani donne non sposate prima dei trent’anni. In genere sono donne che hanno una professione stabile e/o un alto livello di istruzione, ma le chiamano “donne scartate” (con il significato di residui, rimanenze, avanzi)… perché vivono benissimo senza marito e – com’è probabile – vivono benissimo anche senza gli accessori Ikea: tant’è che hanno immediatamente chiamato al boicottaggio dei suoi prodotti. Come detto, lo spot è stato rimosso da tutti e quattro i canali televisivi su cui andava in onda e l’Ikea si è scusata pubblicamente.

C’è da aggiungere che nel luglio scorso i produttori delle automobili Audi, sempre in Cina, erano riusciti a fare di peggio: la loro pubblicità paragonava l’acquistare una macchina di seconda mano al controllare minuziosamente difetti e pregi di una ragazza in abito da sposa. Anche in questo caso, la rivolta da parte delle potenziali consumatrici e dei potenziali consumatori è stata immediata.

Forse la divisione marketing dell’Ikea dovrebbe capire che il multiculturalismo non significa avallo di qualsiasi violazione dei diritti umani, purché sia praticata in modo vasto nella società. Altrimenti, sarebbe lecito dirigere la prossima campagna all’Isis mostrando che i coltelli Ikea sono perfetti per sgozzare qualcuno…

Gli standard etici valgono ovunque. Le donne sono esseri umani a pieno titolo ovunque e ovunque hanno diritto al rispetto e a rappresentazioni che rivestano un minimo di dignità. Non sono, parafrasando Douglas Adams e la sua divisione marketing della Società Cibernetica Sirio, “Le amichette di carne con cui è bello stare” e i pubblicitari possono – e sicuramente dovrebbero – fare di meglio: “La Guida galattica per gli autostoppisti definisce la divisione marketing della Società Cibernetica Sirio un branco di idioti rompiballe che saranno i primi a essere messi al muro quando verrà la rivoluzione (…) Curiosamente, un’edizione dell’Enciclopedia Galattica che per un caso fortunato è stata portata da una dimensione temporale di mille anni avanti nel futuro, definisce la divisione marketing della Società Cibernetica Sirio un branco di idioti rompiballe che sono stati i primi a essere messi al muro quando c’è stata la rivoluzione.” (aut. cit., “Guida galattica per gli autostoppisti”)

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Na Hye-seok

Na Hye-seok (나혜석, 1896 – 1948, in immagine) è stata la prima artista femminista coreana: poeta, scrittrice, insegnante, giornalista e pittrice i cui quadri sono oggi valutati a prezzi da capogiro, sebbene l’Autrice sia morta in miseria in un ospedale per vagabondi e non si sappia neppure dov’è sepolta – poiché la famiglia l’aveva rigettata e nessuno si curò del suo funerale, è probabile si trovi in una fossa comune. Stranamente, ma forse non poi tanto, cinema e televisione del suo paese non si sono ancora interessati alla sua storia (esiste un breve documentario in francese di Han Kyung-mi, visibile su: https://vimeo.com/113225651) e il suo nome è stato usato sino a tempi recenti come spauracchio per le donne che avevano ambizioni artistiche: “Vuoi diventare un’altra Na Hye-seok?” ammonivano padri e fratelli. La prima retrospettiva del suo lavoro, al Centro per le Arti di Seul, è del 2000. Il suo racconto più famoso, “Kyonghui”, pubblicato nel 1918, è dal 2009 disponibile in inglese nella raccolta “Questioning Minds: Short Stories by Modern Korean Women Writers”: tratta di una donna che scopre se stessa come irriducibile alla prescritta cornice confuciana di “buona moglie e buona madre” e cerca significato e validazione come “nuova donna”. Per tutta la vita, Hye-seok tenterà di negoziare questo concetto all’interno della società coreana.

Nata in una famiglia benestante durante l’occupazione giapponese della Corea, dimostrò il suo talento artistico sin dall’infanzia e studiò anche in Giappone dove, nel 1915, era la principale organizzatrice dell’associazione delle studenti coreane. Qui visse il suo primo amore con un compatriota studente universitario, scrittore e editore di una rivista letteraria; questa coppia intellettuale e ribelle divenne assai famosa fra i coetanei, ma nel 1916 Choe Sung-gu morì di tubercolosi e Hye-seok ebbe un crollo nervoso che per qualche tempo le impedì di proseguire gli studi. Nel 1919 la giovane partecipò alla sollevazione contro l’occupazione coloniale del 1° marzo (che oggi è il Giorno del Movimento per l’Indipendenza), fu arrestata e imprigionata. L’avvocato assunto dalla sua famiglia per tirarla fuori di galera, Kim Woo-young, sarebbe di lì a poco diventato suo marito. Il loro fu un matrimonio d’amore, il che era raro all’epoca in Corea, e non avrebbe dovuto divenire un impedimento alle ambizioni artistiche della giovane donna, ma se durante il primo anno da sposata Hye-seok fondò con altri un giornale letterario e nell’anno successivo, 1921, tenne la sua prima mostra di quadri – che era la prima mostra in assoluto nel paese per i dipinti di una donna – già nel 1923 aveva scritto “Riflessioni sul diventare madre” dove rimproverava aspramente il marito perché delegava per intero a lei la cura dei figli.

na hye-seok autoritratto

(Na Hye-seok, autoritratto)

Nel 1927, Na Hye-seok e suo marito andarono a stare per tre anni in Europa. Hye-seok si fermò a Parigi per studiare pittura mentre Kim Woo-young, che era diventato un diplomatico per conto giapponese, portava avanti i suoi affari altrove. A Parigi la donna incontrò un altro uomo coreano, Choi Rin, che era il leader della (oggi quasi scomparsa) fede Cheondo-gyo: nata dalle lotte contadine del secolo precedente era inestricabilmente legata all’attivismo politico, poiché dichiarava come suo scopo principale il creare un “paradiso” di armonia sociale sulla Terra. Non è chiaro che tipo di relazione i due abbiano avuto, poiché nel suo diario Hye-seok dà conto del tentativo di restare leale nonostante le frustrazioni e le umiliazioni che riceve dal matrimonio, ma è abbastanza chiacchierata da fornire al marito la scusa per bollarla come adultera e divorziare da lei nel 1931. Lo stesso anno il supposto amante Choi Rin dà alle stampe in Francia un articolo “piccante” (leggi “volgare e osceno”) sulla sua storia con Hye-seok e lei lo denuncia per diffamazione. Nonostante il divorzio le abbia addossato una reputazione da sgualdrina in Corea, dove è tornata, Hye-seok continua a dipingere e vince un premio speciale alla 10^ Mostra dell’Arte di Joseon.

Nel 1934 pubblica sulla rivista Samcheolli il saggio che sarà allo stesso tempo il suo testamento politico, la più chiara esposizione delle indegnità che le donne coreane subiscono fatta sino ad allora, una sfida rovente al sistema patriarcale, e la sua rovina. Si chiama “La mia dichiarazione sul divorzio” e in esso, tra l’altro, Hye-seok critica la repressione della sessualità femminile, attesta che il marito non era in grado di soddisfarla sessualmente e rifiutava di discuterne, propone “matrimoni di prova” ove le coppie vivono insieme prima di sposarsi effettivamente di modo da non cadere in unioni infelici come la sua.

A questo punto non solo la sua famiglia d’origine la abbandona del tutto, ma non riesce più a vendere quadri, racconti o articoli. I critici d’arte hanno finalmente l’occasione di disprezzarne i dipinti come “scimmiottamenti dell’arte occidentale” e dichiarano il suo impegno artistico la squallida facciata con cui una donna dissoluta ha tentato di coprire la propria lussuria. Na Hye-seok vivrà gli ultimi anni grazie alla carità dei monasteri buddisti, ma non abbandonerà uno solo dei suoi convincimenti sui diritti e la libertà delle donne sino alla morte. Maria G. Di Rienzo

P.S. Oggi, 8 aprile, è l’anniversario del giorno in cui la prima persona coreana (non la prima femmina, la prima in assoluto) è andata nello spazio a bordo della Soyuz TMA-12, con due cosmonauti russi. Ascolta, Hye-seok, era il 2008 e questa tua connazionale si chiama Yi So-yeon e ha operato esperimenti scientifici a bordo della navicella. Lo deve anche a te. Non smettere di ispirarci.

Yi So-yeon

Read Full Post »

In Tanzania, una ricerca governativa del 2013 riportò che almeno il 50% delle donne erano state vittime di abusi domestici. Uno dei modi in cui le donne stanno reagendo alla violenza è rifiutare il matrimonio con un uomo e mettere su casa con una o più amiche.

Il matrimonio fra persone omosessuali è illegale nel paese, ma c’è una vecchia tradizione tribale chiamata nyumba ntobhu (“casa di donne”) che permette alle donne di sposarsi l’una con l’altra per sostenersi reciprocamente a livello economico – e non dubito che molte lesbiche la stiano usando comunque. Quale che sia il loro orientamento sessuale, è certo che sempre più donne in Tanzania stiano scegliendo questa opzione.

Dinna Maningo, una giornalista locale, ha spiegato a Stéphanie Thomson del World Economic Forum che: “Violenza domestica, matrimoni di bambine e mutilazioni genitali femminili abbondano nella nostra società. Le donne più giovani sono più consapevoli attualmente e rifiutano di tollerare trattamenti simili. Capiscono che questo arrangiamento (la “casa di donne”) dà loro più potere e più libertà.”

mugosi-veronica-e-paulina

E’ il caso di Paulina Mukosa (l’ultima da sinistra nell’immagine, particolare di una foto di Charlie Shoemaker) che ha respinto un bel po’ di pretendenti di sesso maschile prima di decidersi a sposare due donne più anziane di lei, Mugosi Isombe e Veronica Nyagochera:

“Sposare altre donne mi ha dato il controllo sul mio corpo e sui miei affari.”, ha detto alla stampa.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

La guerra è uno stato di conflitto armato fra società umane. Attualmente una cinquantina di situazioni di questo tipo sono in corso sul pianeta: quella che sta facendo più vittime è il conflitto in Siria.

Io ripudio la guerra con la stessa fermezza di coloro che redassero la nostra Costituzione (Art. 11: “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), e a differenza di Papa Bergoglio so almeno cos’è.

So che si basa su interessi disputati e che spesso necessita di un “casus belli” per iniziare – tipo l’attentato di Sarajevo o la campagna di Polonia che accesero la miccia dei due conflitti mondiali. La guerra concerne il controllo di territori e/o risorse; il riconoscimento di concessioni economiche (come per le guerre anglo-olandesi, 1652/1784); la sovranità nazionale (guerre di indipendenza); il controllo del potere interno (guerre civili)… per farla breve, ogni conflitto mira a ottenere benefici territoriali, economici, politici, militari eccetera.

Se a dire che la malefica – inesistente – “teoria del gender” è “il grande nemico” che ha lo scopo di “distruggere il matrimonio” e perciò ha messo in atto una “guerra mondiale” fosse un predicatore da strapazzo, in piedi su una cassetta di frutta in un parco di una città qualsiasi, io potrei scrollare le spalle e persino riderne: ma che lo faccia il rappresentante di una delle maggiori religioni mondiali, con tutti i riflettori puntati su di lui e innumerevoli microfoni che gli fanno eco sull’intero pianeta mi preoccupa.

Come può un essere umano con neuroni funzionanti imbastire questo tipo di ragionamento: una teoria che non esiste, la cui paternità/maternità nessuno rivendica, che nessuno sa spiegare se non ricorrendo all’omofobia e a deliri complottisti su bambini “indottrinati” a fare non si sa bene cosa, dichiara guerra a livello mondiale (come, dove, con quali eserciti, quali armi?) allo scopo di distruggere un negozio giuridico (il matrimonio) e cioè un atto con cui un privato è autorizzato dall’ordinamento giuridico a regolare interessi individuali nei rapporti con altri soggetti.

Bergoglio, quella che scrive fantascienza sono io ma una trama del genere è talmente illogica che neppure ricorrendo a speculazioni non-euclidee e a salti mortali di fantasia riesco a farla stare in piedi. Cosa guadagna il misterioso e innominato ma sicuramente ferocissimo nemico dalla “distruzione del matrimonio”? E’ un sociologo pazzo che vuole dimostrare l’impossibilità delle relazioni umane regolate giuridicamente? Vuole vendicarsi del mondo intero perché non è riuscito a sposarsi (e quindi niente più nozze per nessuno, tiè!)? E’ un economista tormentato dai costi dei congedi di maternità/paternità che pensa alla solitudine assoluta degli individui come al prossimo upgrade del neoliberismo?

Il Papa non lo ha spiegato nel suo sproloquio, ma dalla distruzione da profezia apocalittica del matrimonio al divorzio nella realtà il passo è stato obbligato: “Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato (ma non sappiamo quale dio, in caso Bergoglio abbia ragione, perché come consuetudine è più vecchia della Bibbia e dei Vangeli)… cioè l’uomo e la donna che si fanno una sola carne sono l’immagine di Dio… (perciò il divorzio lo paga dio, perché) quando si divorzia una sola carne sporca l’immagine di Dio.” Mi manca qualcosa: un “si” o un “ciò” prima di “sporca”, per esempio.

Ma il fatto è che per quanto ci si arrampichi sugli specchi i due sposi restano due persone distinte e diverse, non si annullano l’uno nell’altra e viceversa, non acquisiscono alcuna qualità divina per l’aver firmato un contratto in chiesa o davanti al sindaco, ne’ diventano dopo averlo firmato un ermafrodita a quattro gambe e due nasi: se poi quest’ultima è l’immagine dell’onnipotente mi piacerebbe sapere in quale concilio vaticano è stata stabilita.

Tralasciando l’ovvia solfa sui poveri bambini vittime dei divorzi dei genitori (meglio che subiscano violenza domestica e magari ne schiattino, ma in una famiglia che non ha sporcato l’immagine di dio, vuoi mettere?) e la solita ingiustificabile banalizzazione della violenza domestica stessa (“alle volte volano i piatti. Ma se è vero amore, si fa la pace subito.” – poi domani volano i pugni e dopodomani le coltellate, ma se è vero amore tutto si perdona… basta dire “permesso, grazie, scusa”), il clou della performance papale in Georgia è raggiunto con le “situazioni più complesse”.

Tali circostanze sono quelle in cui “il diavolo si immischia e mette una donna davanti all’uomo e questa gli sembra più bella della sua. O quando mette un uomo davanti a una donna e gli sembra più bravo del suo…”.

Sarete contenti/e, spero: adesso sapete perché la vostra relazione con X è finita. Non prendetevela, Belzebù è fatto così. E sapete finalmente anche l’unica ragione per cui un uomo sposa una donna: è bella. E perché una donna sposa un uomo: è bravo. Ne consegue che possono essere tentati di lasciare il/la coniuge qualora appaia una “più bella” o uno “più bravo”. E questo è il vero amore secondo Bergoglio: talmente segnato dagli stereotipi del “gender” che può tenerselo. Amen.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Dote

(“Dowry”, di Ashwini Bhasi – in immagine – poeta contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Ashwini, di giorno, lavora all’analisi delle sequenze del DNA cercando di individuare le mutazioni che causano malattie; di notte e durante i fine settimana “non può smettere di scrivere poesie”.)

Ashwini Bhasi

DOTE

Abbiamo dato 125 pavan (1) di oro che gravino su di te – un chilo

di giallo che sfolgora come l’occhio di una tigre

o come il dente guasto che se ne stava diritto, pronto

per essere estratto dalla bocca di tua nonna.

La nonna non è sopravvissuta, ne’ tua madre,

con le ustioni di terzo grado. Le stufe a gas possono esplodere

quando le rate della dote sono pagate in ritardo. Ma tu hai

un master in gestione d’impresa preso alla CU-SAT (2) e in questo sari da sposa

fiammeggiante di rosso con foreste e palazzi ricamati

in filo d’oro – sembri proprio tua madre.

In effetti, con 20 braccialetti su ogni braccio e una confusione di collane

che strisciano giù lungo il tuo collo

per annidarsi nella piega a otto falde

del tuo sari – stai anche meglio di lei.

Va’ e rendici orgogliosi annegata nell’oro.

1) misura di peso dell’oro equivalente a 8 grammi;

2) sta per “Cochin University of Science and Technology”, una prestigiosa università indiana.

Read Full Post »

da che pulpito

“Chi contrae un matrimonio civile – spiega don Tarcisio Vicario, parroco di Cameri – vive in una infedeltà continuativa. Non si tratta di un peccato occasionale (per esempio un omicidio), di una infedeltà per leggerezza o per abitudine che la coscienza richiama comunque al dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero.” Il bisogno di esternare questa profonda riflessione nasce dal fatto che gli si sono presentati, per confessarsi, due padri: “pur avendo alle spalle, il primo un matrimonio civile dopo quello religioso, il secondo una convivenza.” Capito l’orrore? Il Vescovo di Novara prende le distanze, la Sindaca del paese auspica il ritorno alla normalità, gli infedeli si puliscono le facce dagli sputi del parroco – che ha praticamente detto loro “siete peggiori degli assassini” – e tutto va ben madama la marchesa.

La notizia è riportata il 22 giugno u.s. Tuttavia, il 23 e il 24 sono in cronaca altre notizie riguardanti gli uomini della chiesa e quelle che sembrano loro “infedeltà” decisamente continuative, ma di sicuro sono i miei occhi di peccatrice a vederci male. Quando don Tarcisio tornerà dal suo viaggio all’estero, potrebbe spiegarci queste stranezze?

Il direttore della Caritas diocesana di Trapani, don Sergio Librizzi, sembra approfittasse del suo ruolo (componente Commissione territoriale di Trapani per il riconoscimento della protezione internazionale) per costringere persone che chiedevano asilo a prestazioni sessuali. Avrebbero subito i suoi abusi anche degli individui in miseria che avevano chiesto l’aiuto della Caritas. Inoltre, don Sergio si intascava un bel mucchio dei soldi della diocesi: somme di denaro sono state trovate persino dietro il tabernacolo. Sollevato dagli incarichi (“per prudenza”) il sacerdote, la Curia di Trapani confida “nell’operato della magistratura a cui assicuriamo il massimo della collaborazione per l’accertamento della verità” e chiede alla “comunità ecclesiale d’intensificare la preghiera”. Tutto va ben madama la marchesa.

In quel di Vigevano, don Gregorio Vitali per almeno un anno paga i suoi ricattatori (Flavius Alexa Savu e Florin Tanasie) affinché non rendano pubbliche registrazioni telefoniche e video dei suoi festini a luci rosse. I soldi vengono dal consistente flusso di donazioni e offerte e attività commerciali del Santuario in cui don Gregorio tiene anche messe particolari, del tipo esorcismo. Quando i due malviventi si fanno troppo avidi, il vescovo Maurizio Gervasoni decide “di denunciare i ricatti, cui non era più possibile far fronte.” I carabinieri sono presenti all’incontro-trappola per la consegna di 250.000 euro, effettuano l’arresto, non vi sono imputazioni nei confronti del sacerdote, e la diocesi commenta: “Il protrarsi e il moltiplicarsi di segnalazioni di episodi di moleste insistenze nella ricerca di denaro nei confronti di responsabili di comunità cristiane e di persone fragili hanno indotto la Curia di Vigevano a chiedere la collaborazione delle Forze dell’ordine”. Don Gregorio, “per motivi di salute”, sparisce dalla scena. Tutto va ben madama la marchesa.

Ora vede, signor parroco di Cameri, io sono una divorziata da matrimonio civile e una convivente da trent’anni e passa. Ma sono pure atea, per cui che lei mi ritenga peggiore di chi commette un omicidio e mi prometta l’eterno tormento infernale non ha su di me alcun effetto (se si eccettua qualche occasionale sogghigno). Vuole però rivolgere un pensiero compassionevole ai suoi confratelli succitati? Cominci, ad esempio, a far campagna affinché il Magistero dia ai sacerdoti la possibilità di sposarsi, con rito cattolico ovviamente. Se don Sergio e don Gregorio avessero potuto contrarre un matrimonio religioso (nei loro due casi un matrimonio gay, ma ci sono molti preti eterosessuali in situazioni simili, come lei sa), almeno non sarebbero incorsi nel peccato mortale di “infedeltà continuativa” ed avrebbero potuto emendarsi con facilità da “leggerezze” come ricatti sessuali e ruberie. Con un sincero pentimento. Perché si dice che dio sia misericordioso: ben diverso, quindi, dai suoi sedicenti rappresentanti su questa Terra. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Ten Very Good Reasons You Aren’t Married Yet”, di Samhita Mukhopadhyay per Jezebel, 5.6.2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Meglio essere felici da soli che infelici con qualcun altro

Non c’è fine al materiale pubblicato che mira a spremere soldi dalle paure e dalle ansie delle donne rispetto ad amore e matrimonio. Manualetti che predicano sulle relazioni – e costituiscono un affare impressionante – sono zeppi di nozioni abborracciate sulla sessualità femminile e sul desiderio maschile e di suggerimenti su cosa tu puoi fare meglio per incontrare l’uomo dei tuoi sogni. Secondo questi libri gli uomini sono creature perfette: l’unico loro difetto è che sono generalmente delle bestie affamate di vagine (sino a che non incontrano La Donna Giusta, ovvio). Nonostante questa supposta semplicità scimmiesca, ci viene anche detto che gli uomini sono abbastanza complicati da criticare ogni minuzia del tuo essere, e ciò spiega perché i loro giudizi dovrebbero essere il barometro per ogni comportamento femminile. E, va da sé, ogni comportamento femminile dovrebbe essere diretto al matrimonio.

L’ultimo di questi libri che dicono stronzate alle donne è frutto della cortesia di Tracy McMillan, che dopo il clamore suscitato dal suo articolo “Perché non sei ancora sposata” non ha perso tempo ed ha pubblicato il manuale “Perché non sei sposata… ancora: il discorso diretto di cui hai bisogno per avere la relazione che meriti.” Le intuizioni chiave di questo libro includono gemme del tipo: “Sei pazza”, “Sei una senza dio” e la mia preferita: “Sei un maschio”.

L’unica cosa vera è che molte persone rimandano il matrimonio e anche le relazioni a lungo termine: uscire con qualcuno può rivelarsi orribile, subire il rigetto è doloroso e passare attraverso appuntamenti assortiti come se fosse un lavoro è la cosa peggiore. Tutte vogliamo essere persone migliori, ma ben pochi di questi manuali ci offrono conforto: al contrario, la lettrice riceve consigli che la svergognano relativi al fatto che in realtà lei è una folle, una rabbiosa, un’appiccicosa cagna disperata che deve imparare a mettercela tutta. Gli autori, le autrici e i loro testi si sbagliano: sono obsoleti e l’unico effetto che hanno è alimentare l’odio di sé nella lettrice se costei dà loro retta.

Ad ogni modo, la gente ritarda il proprio matrimonio, o non si sposa proprio, molto di più di quanto ciò accaddesse in passato. E’ perché le donne sono pazze e rabbiose, sgualdrine e bugiarde? Ne dubito fortemente. Qui ci sono 10 ragioni assai più realistiche sul “perché non sei ancora sposata”:

1. Sei concentrata sulla tua carriera.

E non intendi scusarti per questo. C’è chi perciò ti chiama una “stronza”: sei una donna, hai un lavoro e preferisci concentrarti su quest’ultimo anziché sull’essere carina, sorridere ed assicurarti che L’Uomo Giusto sia a suo agio. Molte di noi chiamano questo l’essere vive nel 2012: sapete, quel periodo in cui l’economia andò a picco e si doveva lavorare per mangiare.

2. Hai degli standard.

Avresti potuto farcela con il Signor “Non mi piacciono le tue amiche”, o con il Signor “Penso che le donne non abbiano mai fatto alcunché di importante”, o con il Signor “Ti ho tradita solo una volta”, ma hai capito che potevi avere di meglio. Francamente, essere single ti rende più felice che avere una relazione con uno di questi tizi. Per cui non ne hai sposato nessuno, anche se probabilmente avresti potuto.

3. Non puoi permettertelo.

Fra le persone che non hanno impiego, rendite o soldi il tasso di matrimoni va a picco. Se non ci sono le risorse finanziarie per sostenere una famiglia uomini e donne sono più riluttanti a fare proposte matrimoniali.

4. Stai aspettando sino a che ogni persona, di qualsiasi tipo, potrà sposarsi.

Okay, la tua vita personale è una dichiarazione politica sull’amore. Tutti gli stati che hanno ratificato leggi sul matrimonio fra persone dello stesso sesso ti stanno aiutando.

5. Non senti la necessità di una cerimonia pubblica per celebrare qualcosa che hai già.

Sai che la tua storia con lui è solida, perché spendere danaro in un matrimonio quando con quei soldi potreste finalmente andare a fare immersioni subacquee in Spagna, un desiderio che avete da quando vi siete conosciuti e messi insieme? Voi due siete coraggiosi e mostrate la vostra lealtà reciproca in modi più sinceri di quelli usuali.

6. Hai una vita, amiche ed amici: e il tutto ti rende molto felice.

Se spunta anche un amore va benone, ma non intendi fasciarti la testa al proposito, perché ogni giorno c’è una nuova avventura, che si tratti della telefonata di una persona cara, del fare il gelato, del partecipare al corso di yoga o ad una festa danzante. Ti godi ogni minuto, sei concentrata sulle cose positive e quando sei giù di corda (un sintomo della vita in sé, non solo della vita da single) hai 500 amiche che puoi chiamare, perché hai speso del tempo a coltivare ogni tipo di relazione, non solo quelle che potrebbero condurre ad un matrimonio. Amicizia: l’investimento più produttivo che una signora può fare.

7. La monogamia per te non funziona.

Ci hai provato e non ci sei riuscita. E’ meglio saperlo ed accettarlo che costruire aspettative irrealizzabili su te stessa o il tuo partner. Di solito non abbiamo modelli positivi per questa situazione, ma ci sono persone sincere che non sono avide infedeli mentitrici e non vogliono tenere il piede in più scarpe: sono genuinamente fatte così.

8. Stai sperimentando la tua sessualità.

Leader religiosi e politici, tradizionalisti di ogni tipo e le persone che trovano volgari e schifosi i tuoi organi genitali, direbbero che sei una “zoccola”. Al momento il matrimonio non ti interessa quanto il fare acrobazie, imparare e divertirti.

9. Hai delle questioni da risolvere.

E vuoi maneggiarle prima di imbarcarti in una relazione seria. Invece di essere irresponsabile e scoparle sotto il tappeto per salvare la faccia e fare La Donna Giusta, le stai risolvendo. Non accadrà nello spazio di una notte, per cui prenditi il tuo tempo e non preoccuparti degli standard inventati sull’età giusta per il matrimonio.

10. Legittimamente, tu non vuoi sposarti.

Sei stata ad un mucchio di matrimoni, hai apprezzato alcuni dei sentimenti al riguardo, eri felice per tutti loro, ma non te ne sei andata pensando che volevi farlo anche tu. In effetti, l’idea di mettere addosso una veste nuziale ti dà i brividi, non vuoi un fottuto diamante insanguinato e non sei interessata ad alimentare il “complesso industriale del romanticismo”. La tua visione politica e quest’istituzione problematica, il matrimonio, non si conciliano bene. Oppure sei atea.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: