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afronauts

Nel 2014 uscì il corto “Afronauts” della regista, sceneggiatrice e scrittrice ghanese Nuotama Frances Bodomo.

(per vederlo: https://fourthree.boilerroom.tv/film/afronauts)

Diventato rapidamente un film “cult”, è la trasposizione poetica e malinconica, in bianco e nero, della vera storia di come l’Accademia Spaziale dello Zambia tentò di battere sul tempo la missione statunitense diretta alla Luna nel 1969.

Il suo ritmo è quello di un sogno intenso che punta più sulla visualizzazione (angolature di ripresa, scenari, espressioni) che sul dialogo, rendendo in questo modo gli scambi relazionali maggiormente importanti rispetto all’azione. La protagonista, ovvero l’astronauta designata, è la diciassettenne Matha che vediamo impegnata nell’addestramento per il volo nello spazio: non si tratta solo di una emozionante impresa umana e tecnica – in un crescendo silenzioso quanto teso, la ragazza diventa l’incarnazione della richiesta di futuro per i corpi, le culture e le aspirazioni africane.

La buona notizia è questa: “Afronauts” avrà una nuova versione come lungometraggio. Negli ultimi sei mesi, con il sostegno di varie istituzioni (Sundance Institute, Tribeca Film Institute, IFP’s Emerging Storytellers program ecc.), la regista Bodomo ha viaggiato in Zambia intervistando gli attivisti per l’indipendenza, prominenti figure accademiche e i partecipanti originari al programma spaziale. Il film è quasi completo e noi amanti dell’sf siamo in fremente attesa di poterci immergere ancora nelle magiche atmosfere evocate dalla sublime narratrice Nuotama Frances Bodomo (in immagine qui sotto). Maria G. Di Rienzo

Nuotama Frances Bodomo

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(“Meet Mariama Sonko, Senegal” – Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Mariama Sonko

Contadina e organizzatrice per le donne rurali, Mariama è la coordinatrice nazionale di “Nous sommes la solution” (Noi siamo la soluzione) in Senegal, un movimento di agricoltrici per la sovranità alimentare che si sta diffondendo anche in Burkina Faso, Mali, Ghana e Guinea. Tramite le pratiche agro-ecologiche, Mariana e il suo movimento lavorano con le donne rurali per prendere il controllo dei propri mezzi di sussistenza e creare una forte rete di sostegno l’una per l’altra.

Puoi dirci qualcosa del tuo lavoro?

Il nostro movimento è nato dai dialoghi fra le organizzazioni degli agricoltori e la società civile su come resistere alle politiche agricole imposte dalle corporazioni multinazionali. Questo movimento è afro-centrato e propone l’agro-ecologia come alternativa per sostenere una maggior sicurezza alimentare in Africa.

Le donne giocano un ruolo indiscutibile in agricoltura: nella produzione, nella commercializzazione delle coltivazioni domestiche, nel consumo. Il nostro movimento è radicato nella visione di un’Africa in cui le donne rurali sono coinvolte in ogni processo decisionale e coltivano, vendono e consumano i prodotti delle loro fattorie di famiglia.

Come si è diffuso il vostro movimento sino a ora?

Abbiamo avuto un bel po’ di successo, principalmente perché siamo state capaci di rinforzare le capacità delle donne leader di esporre il valore del movimento proprio dal suo inizio. Ciò ci ha permesso di organizzarci con le donne coinvolte a livello di base e ora abbiamo una piattaforma di circa 100 associazioni locali.

Lavoriamo anche con i media, giornali e radio, per diffondere il nostro messaggio. Sebbene il movimento sia stato creato dalle donne ci siamo espanse e abbiamo incluso uomini, gioventù, politici e altre persone che credono nel nostro lavoro. Oggi abbiamo una fattoria modello diretta da donne rurali e un negozio dove vendiamo i nostri prodotti. Sta tutto nel trasformare le parole in azione.

Facciamo molto a livello locale, ma crediamo sempre di più che sia cruciale avere anche reti a livello internazionale, per dare maggiore visibilità al movimento. Questa può essere una risorsa potente per il nostro attivismo.

Quale ritieni essere la sfida maggiore che avete davanti?

Le donne sono le persone chiave, ma il loro lavoro non è compreso e neppure compensato. Perciò, questo è il motivo per cui dobbiamo continuare a costruire l’abilità delle donne di comunicare le nostre opinioni e di entrare in relazione con altri, di modo che sappiamo che cosa stiamo chiedendo e cosa dobbiamo fare.

Quale azione diresti essenziale per l’attivismo?

E’ essenziale essere collegati con altri movimenti in altri paesi, per sapere meglio cosa stanno difendendo e per cosa stanno lavorando e vedere come i legami d’alleanza possono essere più forti. Non possiamo limitarci a quel che facciamo noi. Dobbiamo conoscere cosa altri fanno per ricevere o dare lezioni che ci conducano a uno sviluppo più armonioso.

Cosa significa la parola “femminismo” per te?

Femminismo significa semplicemente giustizia sociale nella nostra comunità. L’ingiustizia verso le donne è stata presente sin dai giorni dei nostri antenati. Il femminismo corregge questa ingiustizia a livello locale, nazionale e internazionale. E questo è ciò che ci sprona a essere e lavorare nel movimento femminista globale, il tentare davvero di risolvere questa ingiustizia, di dare valore al ruolo che le donne svolgono e al loro posto nella nostra comunità.

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(“We need personal, everyday action to end violence against women”, di Nana Nyarko Boateng – in immagine – per Open Democracy, 2 ottobre 2017. Nana Nyarko Boateng è una scrittrice e editrice ghanese. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

nana

L’attivismo può essere sia soffice come un cuscino, sia duro come una roccia. Ci sono modi non detti di essere un’attivista. Non è mai il momento sbagliato per sostenere la giustizia e c’è sempre spazio per bilanciare il potere. Questo sembra ovvio sino a che non si parla degli sforzi per metter fine alla violenza contro le donne come un lavoro che solo determinate persone possono fare. Le domande sui migliori modi di prevenire e rispondere alla violenza emotiva, fisica, sessuale o economica contro le donne restano. Pure, la chiave deve stare nell’azione quotidiana, in qualsiasi situazione noi ci si trovi.

Non importa quanto intensi siano i tentativi di normalizzare la violenza contro le donne, è cruciale riconoscere il potere del tuo attivismo personale. Anche quando la vittima si adatta al proprio dolore, fa crescere cicatrici, o accetta la morte, noi non possiamo abbandonare la nostra capacità di influenzare positivamente le nostre e le altrui esperienze.

L’attivismo personale è quello che si manifesta e offre salvezza alla moglie picchiata o minacciata di violenza dal marito ubriaco, anche prima che la polizia arrivi. E’ ciò che difende una lesbica dall’abuso fisico e verbale, al di là di quel che dice la legge. E’ ciò che protesta contro le paghe più basse per le donne che fanno gli stessi lavori degli uomini, anche prima di un’azione legale.

Di solito abbiamo idee grandiose sull’attivismo, pensando che grandi raduni, proteste per le strade, o gli hashtag che creano i titoli sui giornali siano le sole azioni di valore. Ma spesso le espressioni di attivismo collettivo come queste si basano sull’attivismo personale che è necessario a confrontare la presenza quotidiana della violenza nelle nostre comunità.

Si tratta di piccole cose come il rifiutarsi di vedere o condividere un video sessuale che svergogna come “puttana” una celebrità, una collega di lavoro o una che va in chiesa. E’ l’essere sensibili al dolore delle vittime, non ridendo mai alla battuta sullo stupro. E’ il rifiutarsi di mangiare in un ristorante noto per il maltrattamento delle cameriere. E’ dichiararsi contrari al picchiare la donna che ha rubato al supermercato.

Spesso, sono le piccole cose che hanno impatto sulle persone in grandi modi. Il nostro attivismo personale ha effetto in ultima analisi su come il mondo diventa. Noi dovremmo usare ogni opportunità per allineare le nostre parole ad azioni concrete che vanno verso la giustizia. Non possiamo scegliere di essere attiviste solo quando ci comoda. L’attivismo è coerente nell’essere incondizionato.

Le azioni quotidiane che difendono, proteggono e sostengono donne, bambini e gruppi vulnerabili sono ciò che ispira altri a farsi avanti per qualcuno discriminato pubblicamente e a restare con questo qualcuno sino a che la sua sicurezza e salvezza siano assicurate; a non scusare mai la violenza contro le donne; a ripensare comportamenti tollerati o accettati e a lottare per il cambiamento.

Tali azioni quotidiane possono spronare altri a considerare e sperimentare più modi positivi di usare il loro potere in situazioni potenzialmente di abuso. Possono spingere altri a mettere in discussione la loro inattività e spezzare il silenzio che circonda la sistemica ingiustizia. E possono ispirare altri ancora a nutrire il loro potere interiore e a superare la paura di sfidare lo status quo.

L’attivismo personale spinge altre persone ad amare e accettare se stesse, a credere di avere valore e a sentire che meritano i loro diritti umani. E’ tramite l’attivismo personale che ci colleghiamo, rafforziamo il nostro impegno e uniamo il nostro potere per avere un maggiore impatto. E ciò influenza positivamente le vite degli altri, così come la nostra.

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(“Liberation” di Abena P.A. Busia – in immagine – nata in Ghana nel 1953, scrittrice, poeta, femminista, conferenziera, docente universitaria di letteratura inglese, studi sulle donne e studi di genere. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

abena

LIBERAZIONE

Noi siamo tutte madri,

e abbiamo dentro di noi quel fuoco

di donne potenti

i cui spiriti sono così infuriati

che noi possiamo dar vita alla bellezza ridendo

e contemporaneamente farvi assaggiare

le lacrime salate della nostra conoscenza –

perché tormentate

non siamo più;

abbiamo visto oltre le vostre bugie e i vostri travestimenti,

e abbiamo padroneggiato il linguaggio delle parole,

abbiamo padroneggiato il discorso.

E sappiate

che abbiamo anche visto noi stesse al naturale

e abbiamo denudato pezzo dopo pezzo sino a che la nostra carne giace scuoiata

nel sangue dalle nostre stesse mani.

Che cose terribili potete farci

che noi non abbiamo già fatto a noi stesse?

Quali cose potete dirci

con cui noi non ci si sia già ingannate

molto tempo fa?

Non potete saper quanto a lungo abbiamo pianto

prima di ridere

sui brandelli dei nostri sogni.

L’ignoranza

ci ha sbriciolate in così tanti frammenti

che abbiamo dovuto dissotterrarci pezzo dopo pezzo,

abbiamo dovuto recuperare con le nostre mani tali inaspettate reliquie,

persino ci siamo chieste

come avremmo potuto tenerci un simile tesoro.

Sì, abbiamo concepito

per forgiare le nostre speranze mutilate

oltre quel che potete immaginare,

per dichiarare il dolore della nostra liberazione:

perciò non chiedete neppure,

non chiedete per cosa siamo in travaglio questa volta;

i sognatori ricordano i loro sogni

quando sono disturbati –

e voi non sfuggirete

a ciò che noi costruiremo

con i pezzi rotti delle nostre vite.

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(tratto da: “Ghana Code Club – Intervista a Ernestina Edem Appiah”, One International, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Ernestina

Che cos’è esattamente il Ghana Code Club?

La tecnologia sta reinventando il mondo. I bambini hanno bisogno di nuove capacità per prepararsi alle loro carriere nel futuro, gli attuali programmi scolastici sull’informatica non li includono, il che è abbastanza allarmante. Qui è dove il Ghana Code Club entra in gioco. E’ un doposcuola del divertimento digitale condotto da volontarie/i per la fascia d’età fra gli 8 e i 17 anni. Abbiamo lavorato in cinque istituti e siamo pronti per intervenire in molte altre scuole del Ghana durante il primo quarto del 2016.

Quali eventi nella tua vita e carriera ti hanno condotta a creare il Ghana Code Club?

Ho sempre sognato di guidare una squadra di professionisti dell’informatica per creare soluzioni innovative per l’Africa. La passione è emersa mentre lavoravo come segretaria per un ditta informatica ad Accra, nel 2000. Ammiravo molto i consulenti informatici, soprattutto l’unica donna fra loro. All’epoca, il mio stipendio era un decimo del loro. Volevo iscrivermi a un corso per imparare l’HTML (il linguaggio standard per creare pagine web) ma i pochi soldi che guadagnavo li usavo per aver cura dei miei fratelli e sorelle. Invece di aspettare per sempre, ho deciso che avrei insegnato io a me stessa, in ogni modo possibile. Un disegnatore di siti web mi ha fornito le basi del linguaggio per un piccolo compenso. Io ho fatto pratica ogni volta in cui ne avevo la possibilità e dopo poche settimane stavo creando i miei siti.

Con più fiducia nelle mie abilità mi sono proposta come “assistente virtuale” a vari clienti e nel 2004 sono stata in grado di dare le dimissioni dal posto di segretaria, di affittare un ufficio e di assumere personale. Una semplice segretaria, che nessuno notava mai, era diventata una datrice di lavoro con clientela internazionale e ha pagato le tasse universitarie a cinque persone della sua famiglia: tutto perché avevo imparato nuove abilità.

Ero così grata e così felice che volevo fare qualcosa per migliorare la vita di altri con il tipo di cose mi avevano portata a quel punto. Ho registrato la mia ong, “Healthy Career Initiative”, nel 2007 con l’obiettivo di fornire agli studenti la formazione di cui hanno bisogno per vivere nel 21° secolo. All’inizio le cose sono andate un po’ lentamente, fra il mio grande carico di lavoro, il matrimonio e i miei figli. Ma un giorno, quando il mio primogenito aveva cinque anni, stavo cercando su internet una piattaforma di programmazione semplice per cominciare a insegnargli e mi sono imbattuta in un blog che tratta di bambini che apprendono l’informatica in Gran Bretagna: le cose che questi bambini facevano hanno riacceso il mio entusiasmo per la mia organizzazione. Di colpo, volevo che i bambini ghanesi fossero in grado di creare le stesse cose: storie interattive, siti web, giochi, animazioni. Immediatamente, ho messo insieme i piani e il Ghana Code Club è nato.

Qual è la parte migliore del tuo lavoro?

Essere in classe con in bambini e vederli orgogliosi di aver creato cose che possono essere usate da un’altra persona in qualsiasi parte del mondo. I loro sorrisi mi fanno sentire meravigliosamente e mi danno la speranza che questi bambini andranno avanti a sviluppare l’impronta digitale del Ghana e dell’Africa e avranno il loro impatto sul mondo intero.

Quali sono i tuoi obiettivi per il 2016?

Miriamo a lavorare in altre venti scuole entro i primi quattro mesi del 2016, raggiungendo così circa 20.000 bambini. Vorremmo anche organizzare un concorso fra scuole, per stimolare la creatività, la capacità di risolvere problemi e di collaborare. Poi vogliamo creare un centro di formazione che assista i bambini impoveriti, i quali vorrebbero partecipare ai nostri club ma per un verso o un altro sono impossibilitati a farlo.

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dipinto di dorien plaat

Dorien Plaat è una pittrice autodidatta che da anni espone le sue opere in gallerie di tutto il mondo. Nata a Khumasi, in Ghana, da genitori olandesi Dorien ha passato l’infanzia in Venezuela e Sri Lanka. Più tardi, da adulta, ha vissuto in Tanzania, Nigeria e Vietnam prima di stabilire la sua residenza permanente in Olanda.

Il suo lavoro mi ha colpita per l’intensità dell’empatia con cui ritrae i suoi soggetti: così irriducibili nella loro fragilità, così amabili, così vivi e veri.

dorien plaat collage

Ho poi scoperto che quando le chiedono qual è l’essenza della sua arte, Dorien Plaat risponde con una poesia del brasiliano Carlos Drummond de Andrade (1902 – 1987), “Vita più piccola”:

Ne’ ciò che è privo di vita,

ne’ l’immortale o il divino,

solo il vivente,

l’estremamente piccolo, silente, stolido

e solitario vivente.

Ecco quel che cerco.

Maria G. Di Rienzo

dipinto di dorien plaat2

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Tutto il mondo è paese: America, Africa e Asia – tre donne a cui si dice che non possono dedicarsi al tal lavoro perché “non è da donne”. Tre donne che fanno orecchio da mercante e proprio tramite quel lavoro risollevano se stesse, le proprie famiglie e le proprie comunità.

Eccovi la prima, Doña Maria Ixtamer Mendoza dal Guatemala. La foto la ritrae al centro con alcune socie del gruppo che ha fondato: la “Associazione donne artigiane di San José”. Il loro motto è “Passione per le persone e passione per la terra”.

San Jose - Associazione donne artigiane

“Non sono mai stata ad ascoltare quando la gente diceva questo è da donne e questo non lo è.”, afferma Doña Maria. Come molte donne del suo paese, ha imparato a tessere sul telaio a tensione dorsale (in immagine qui sotto) avendo sua madre e sua nonna come maestre. Come molte altre, appunto, è tutta la vita che produce tessuti.

bambola telaio

Ma a differenza di molte altre ha visto quale potenziale aveva la tessitura per le donne nella sua comunità e non ha avuto paura di fare un passo oltre la tradizione per rendere reale il suo sogno.

L’Associazione delle donne artigiane fu fondata da Doña Maria nel 1996, nel mezzo della miseria, e all’inizio le tessitrici scambiavano i loro prodotti con cibo. La sua “rivoluzione” fu cominciare ad usare il telaio a pedale (in immagine qui sotto): un attrezzo rigorosamente riservato agli uomini.

telaio a pedale

E mentre creava stoffe bellissime con questo telaio, fra le bocche aperte dei suoi vicini, chiese a sua figlia Elizabeth: Vuoi imparare? Elizabeth disse di sì. E altre donne si fecero avanti.

“Continuiamo a lavorare anche con il telaio a tensione dorsale, ovviamente. – dice ancora Doña Maria – Tutti i nostri prodotti cominciano con le tinture naturali che si trovano nella giungla tropicale, il cuore della terra Maya. Noi dell’associazione siamo Tzutujil, uno dei 21 gruppi etnici discendenti dai Maya, e i nostri tessuti si rifanno alla tradizione artistica dei nostri antenati. Per rimanere fedeli alle tecniche artistiche Maya, produciamo in modo sostenibile tutte le materie prime di cui abbiamo bisogno, dai semi alle fibre naturali. Potrei dire che, in questo senso, le nostre stoffe sono… leggendarie! Il prossimo passo nel nostro sogno è coordinarci con altri gruppi di donne nella nostra regione e addestrare quelle che lo desiderano.”

Eka

La donna ritratta nella fotografia con i suoi due bambini, in quel di Bali – Indonesia, è invece Eka (in numerosi contesti, asiatici e non, è comune che le donne non abbiano cognomi).

Nel 2009, il marito di Eka morì dopo una lunga malattia: lei aveva dato alla luce il loro secondo figlio da dieci giorni e tutto quel che le restava fra le mani era il conto esorbitante dell’ospedale da pagare. Il marito di Eka era un intagliatore, come lo era stato il padre di lei, soprattutto di noci di cocco; un mestiere “da uomini” in cui le donne possono intervenire solo per le rifiniture. Ma Eka non era solo una “rifinitrice”, era un’artista con la capacità di creare da sé sculture splendide. “Pensai prima di tutto ai miei bambini, al loro futuro. E pensai che diventando un’intagliatrice avrei onorato la memoria di mio marito. I miei bimbi sono ancora oggi la fonte della forza del mio spirito. Grazie a loro, non posso cadere.” Eka ha avuto numerosi riconoscimenti per le sue opere e basta guardarle per capire perché. (Qui sotto vedete un pannello e una scultura di Eka.)

aironi e loto

madre e bimboEd eccoci arrivate a Ernestina Oppong Asante, Ghana. La sua storia ha una somiglianza fondamentale con quella di Eka: il desiderio tenace di avere risultati in un campo considerato “maschile”, quello della produzione di maschere intagliate e tamburi di legno.

Ernestina Oppong Asante

Nel 1999, sorda a tutti i richiami “ladylike” (sorry, non ho resistito), Ernestina aveva già messo in piedi il proprio laboratorio e aveva quattro apprendisti – maschi e femmine – sotto di lei. Il suo successo ha varcato negli anni i confini del suo paese (si trovano reportage sulle sue opere nei magazine artistici di mezzo mondo) ed Ernestina ne è ovviamente assai soddisfatta: “Sì, l’intagliare è stato a lungo visto come un mestiere da uomini, per cui sono felice non solo di essermi “infiltrata” ma di essere stata capace di avere un impatto sull’intero commercio.”

Alla fine ha persuaso persino il marito Daniel, tassista con qualche esperienza da carpentiere, a intagliare con lei. Assieme, hanno formato dieci fra intagliatori e intagliatrici che oggi sono riconosciuti come artisti nel campo. Di seguito potete vedere due opere di Ernestina Oppong Asante. Il primo è un tamburo djembe e il motivo astratto alla sua base si chiama “Gye Nyame”, un simbolo Adinkra altamente considerato in Ghana: la sua forma rotante significa “Non temo nessuno ad eccezione di dio”. I simboli Adinkra trasmettono da secoli le tradizioni popolari.

tamburo in legno

Il secondo è un lavoro di intreccio. Filo dopo filo, Ernestina ha raffigurato la piccola Ama (Sabato, il giorno in cui è nata) nell’atto di bere. I recipienti attorno a lei assicurano che non avrà mai sete.

la piccola Ama

La tenacia e la bellezza che Ernestina mette nei suoi lavori hanno come fonte una visione artistica intrisa d’amore. Lei e Daniel hanno quattro figli propri, ma ne hanno presi in casa altri cinque senza famiglia. “Facciamo così tante cose – spiega orgogliosamente Ernestina – che siamo in grado di non far mancare loro nulla.” Maria G. Di Rienzo

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