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(“Thanks to My Mother, I Am an Advocate for Peace”, di Ngwa Damaris Ngum per World Pulse, 27 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice – in immagine – è un’attivista del “Movimento globale delle donne per la pace”.)

Ngwa Damaris Ngum

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la razza mi ha separata dal resto del mondo.

Le razze si manifestano dalla necessità della natura di esprimere l’esistenza umana in diversi gruppi, rendendo la vita più colorata e più bella. Solo perché io sono nera, tu sei bianca e lei è gialla, ciò non ci rende differenti.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che i confini non mi hanno separata dal resto del mondo.

I confini sono linee artificiali che definiscono aree geografiche. I confini furono creati come mezzi per gestire più facilmente gruppi sociali, ma sono ora divenuti una fonte di conflitto anziché un metodo per preservare ordine e pace. I paesi si combattono perché sentono di essere differenti. Che io venga dall’Africa e tu dall’Europa, dall’Asia o dall’America non mi rende differente da me.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la religione mi ha separata dal resto del mondo.

La religione è un sistema particolare di fede, credenze e culto. I gruppi religiosi lottano l’uno contro l’altro e i leader religiosi fanno molto poco per portare pace. La religione, che si suppone essere la più amabile e armoniosa delle piattaforme, è ora divenuta una dei maggiori perpetratori di odio e conflitto. Che io sia cristiana e tu musulmana, induista, buddista, non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la lingua mi ha separata dal resto del mondo.

Le lingue sono semplicemente sistemi di comunicazione. Non sono intese a separarci. Che io parli inglese e tu francese, tedesco o cinese non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la ricchezza mi ha separata dal resto del mondo.

La ricchezza è abbondanza di possedimenti materiali o danaro. Io non dovrei essere trattata malamente perché sono povera e tu gentilmente perché sei ricca. Che io abbia mille franchi e tu ne abbia un milione non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che l‘istruzione mi ha separata dal resto del mondo.

L’istruzione è intesa come mezzo che ci rende possibile sviluppare e chiamare a raccolta le nostre forze individuali e collettive; non dovrebbe essere un mezzo di divisione e ostilità. Che io abbia una laurea di primo livello e tu un dottorato di ricerca non ci rende differenti.

Questa è la mia filosofia di pace.

So di essere eguale a ogni altra persona da quando sono nata, ma poi la società mi ha fatto sapere che sono nera e perciò dovrei disprezzare i bianchi. Sono cristiana e dovrei deprecare i non cristiani. Sono africana, sono una femmina, sono…

Per lungo tempo, mi sono sentita inferiore agli altri e perciò ho odiato coloro che erano diversi da me. Ho costruito ideologie su divisione e odio. Ma poi mia madre ha infuso in me i valori dell’eguaglianza, dell’amore, della pace e dell’unità.

A causa del potere di una singola donna, io mi ergo oggi nel mio piccolo angolo di Terra come avvocata della pace. Io sono la conferma di come la voce di una donna possa cambiare una persona.

Mia madre mi ha insegnato che nessun essere umano è diverso o migliore di un altro essere umano sulla Terra. Mi ha insegnato che per avere la pace, io devo provare amore e compassione per me stessa e per chiunque abbia attorno.

Mi ha insegnato a non permettere a nessuno di farmi sentire una nullità. Mi ha insegnato a rispettare ogni essere umano, a fronteggiare i bulli e a sollevare chi la società ha abbattuto.

Oggi, io ringrazio mia madre e chiedo a ogni donna di cantare la sua canzone di pace ai propri figli. Poiché siamo donne, ci viene detto di restare zitte. Alziamo invece le nostre voci insieme, per creare la futura generazione di custodi della pace. Il tempo che passiamo sulla Terra è breve e il nostro compito è aiutare la prossima generazione a vivere in un mondo pacifico e unito.

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(brano tratto da: “Silent Shame – Bringing out the voices of children caught in Lake Chad crisis” – Unicef – 12 aprile 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dada

Dada (nigeriana, in immagine) aveva 12 anni quando Boko Haram entrò nella sua cittadina. Nascoste all’interno della propria casa, lei e sua sorella udirono i colpi di arma da fuoco che risuonavano nelle strade. Quando si fece notte, i membri di Boko Haram arrivarono alla casa, buttarono giù la porta a calci e rapirono entrambe le ragazze.

Furono condotte a un villaggio nella boscaglia composto per la maggior parte di bambine/i. Le ragazze furono messe assieme a centinaia di altre che i membri Boko Haram avevano catturato durante i raid nelle campagne.

Gli uomini prendevano “in mogli” bambine dodicenni, mentre i maschietti erano forzati ad addestrasi al combattimento. Un giorno, radunarono le bambine in cerchio in uno spiazzo e dissero loro di fare bene attenzione. Altri combattenti apparvero trascinando una ragazza e costringendola a giacere sul terreno di fronte al gruppo di bambine terrorizzate.

“Se qualcuno tenta di scappare – dissero come Dada ricorda – questo è il trattamento che vi riserveremo.” Mentre uno avvicinava un coltello alla ragazza, Dada la ricorda urlare: “Perché state facendo questo a me? Ho un bambino!” Gli uomini le segarono la testa dal corpo e gettarono cadavere e testa decapitata nel folto della boscaglia. “Gli occhi della ragazza erano ancora aperti.”, dice Dada pianamente.

Quattro mesi dopo essere stata rapita, Dada era di nuovo seduta nello spiazzo con altre bambine rapite. I membri di Boko Haram si rivolsero a lei e le indicarono un giovane attorno ai 18 anni. Si chiamava Bana ed era un combattente e un capo. “Questo è tuo marito.”, le dissero. Quella notte, Dada fu stuprata per la prima di molte altre volte.

Dada riuscì a fuggire dal campo, attraversando a piedi la savana per giorni, senza cibo, sino a che si imbatté in un accampamento militare in Camerun. La sua pancia aveva continuato a gonfiarsi da un po’ di tempo e lei pensava di avere problemi allo stomaco. Dopo averla sottoposta ad alcuni test medici, i militari le dissero che era incinta.

Oggi sua figlia ha due anni. A Dada piace giocare lei, tenerla in braccio e farle il solletico. “A volte, quando la guardo, divento arrabbiata. – dice Dada – Ma dopo aver riflettuto, mi calmo. Dovunque io vada, non posso stare senza di lei.”

Dada è ora 15enne e vive in un luogo protetto a Maiduguri in Nigeria.

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(“This Made Me Courageous” – Girls Find Their Voices in Cameroon, di Zoneziwoh Mbondgulo-Wondieh per International Women’s Health Coalition, novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Zoneziwoh, attivista femminista camerunense, fa parte dell’organizzazione “Women for a Change” – “Donne per un cambiamento”, ma anche in un bel gioco di parole “Donne tanto per cambiare”. Il suo sogno è “Vedere un mondo privo di ogni forma di paura.”)

victorine

Victorine (in immagine) viene da un piccolo villaggio agricolo del Camerun del nordovest. Poche bambine là vanno a scuola e quelle che ci vanno di solito ne vengono tolte prima di diplomarsi e sono date in matrimonio prima di compiere 18 anni. Ma Victorine ha piani diversi per il proprio futuro. Vuole diventare un’avvocata.

Victorine fa parte di un club organizzato da “Women for a Change”, un’organizzazione che lavora per il potenziamento di bambine e giovani donne. Il club è stato stabilito tre anni fa di modo che le ragazze – e anche alcuni ragazzi – potessero avere informazioni sulla loro salute riproduttiva e sessuale e sui loro relativi diritti. Victorine è stata parte del club sin dall’inizio e ora è una delle sue leader.

Lo staff dell’International Women’s Health Coalition (“Coalizione internazionale per la salute delle donne”) ha di recente visitato il club e ha visto di prima mano l’impatto che queste iniziative hanno su bambine e giovani donne. Hanno anche dato consigli alle leader del club e alle facilitatrici per rendere esaurienti e complete le lezioni di educazione sessuale.

Per molte delle ragazze, partecipare al club di “Women for a Change” e ai seminari costituisce la prima volta in cui sentono parlare dei loro diritti umani, in special modo del loro diritto a controllare ciò che accade al loro corpo, la loro sessualità e la loro riproduzione.

Women for a Change mi ha fatto crescere e mi ha insegnato in pratica tutto quel che so oggi dei miei diritti come ragazza.”, dice Victorine. Le partecipanti apprendono non solo nozioni di biologia e le basi dell’educazione sessuale, ma anche di come pratiche di genere nocive possano minacciare la loro salute e la loro sicurezza.

Durante una discussione sulle attitudini di uomini e ragazzi nella sua comunità, Victorine ha asserito: “Dobbiamo cambiare la loro mentalità”. Non solo i matrimoni di bambine sono comuni, in questa regione, ma altre forme di violenza contro donne e fanciulle lo sono altrettanto.

Quando durante la discussione è arrivato il commento sulle ragazze che dovrebbero stare attente a come si vestono per evitare le molestie e gli abusi degli uomini, Victorine ha obiettato: “Non è quel che le donne indossano a causare gli stupri. Anche donne coperte dalla testa ai piedi sono aggredite.”

Cosa importante, Victorine e le altre ragazze stanno imparando a esprimersi e a farlo pubblicamente. Una delle partecipanti ha dichiarato: “Donne e ragazze non dovrebbero essere confinate in camera da letto o in cucina!”. Alcune hanno sogni, come Victorine, di continuare a studiare e andare all’università. Stanno acquistando fiducia partecipando al club e ora i ragazzi mostrano di rispettare di più i loro diritti.

Gli effetti vanno oltre il club. Victorine gira per le comunità a lei vicine per sensibilizzarle sui diritti delle ragazze. A volte parla a folle composte per la maggior parte di uomini e ragazzi, ma non ha paura. Senza dubbio, ne sta convincendo alcuni. Ma il suo pubblico principale sono le altre ragazze e le giovani donne.

Victorine ha un messaggio per loro: “Voglio che sappiano di avere una voce”.

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“Per tre volte hanno tentato di mettermi su un aereo per deportarmi, ma ho resistito. Ho l’occhio destro ammaccato, un’unghia strappata via, mi duole il corpo intero e tutti questi sforzi mi hanno indebolita. Ho detto loro che non potevo tornare nel mio paese, perché là non posso avere una vita.”

Christelle Nangnou

E davvero Christelle Nangnou non può. E’ arrivata a Madrid dal Camerun il 25 marzo scorso chiedendo asilo a causa della persecuzione delle persone omosessuali nel suo paese. E’ attualmente sulla lista dei ricercati in Camerun e, se catturata, può essere condannata sino a dieci anni di galera: semplicemente perché è lesbica.

Sino al 15 aprile, data in cui la Spagna le ha concesso uno speciale permesso di residenza per “motivi umanitari”, Christelle è stata prigioniera all’interno dell’aeroporto di Barajas in cui era sbarcata e ha potuto vedere solo l’avvocato Eduardo Gómez di Red Jurídica. A fare rumore sui media c’era per fortuna “La Federación Estatal de Lesbianas, Gais, Transexuales y Bisexuales” spagnola (Federazione Nazionale di Lesbiche, Gay, Transessuali e Bisessuali) e qualche partito politico ha cominciato ad appoggiare la causa di Christelle.

Non credendo alla sua vicenda, i tribunali spagnoli hanno continuato a rigettare la richiesta e l’avvocato Gómez ha dovuto sottoporre il caso alla Corte Europea per i Diritti Umani, la quale ha messo uno stop ai tentativi di deportazione e stabilito la data del 17 aprile come termine per la produzione di prove.

Come ho detto, è andata – relativamente, viste le violenze subite dalla giovane donna – bene: Christelle è legalmente residente in Spagna, ma in carico alla Croce Rossa perché il tipo di permesso temporaneo garantitole dal governo non le consente di lavorare. L’autorizzazione finale, con la cancellazione dell’ordine di deportazione, deve venire dalla magistratura spagnola: ci vorrà circa un anno, dicono gli esperti, perché la procedura arrivi al suo termine.

Quel che vorrei sottolineare è che Christelle aveva in effetti fornito una prova decisiva giusto al suo arrivo. Si tratta di questo ritaglio di giornale.

il giornale

L’articolo attesta che la polizia sta cercando di catturarla quale “capobanda/tenutaria di un gruppo di lesbiche” e dell’omosessualità dice come sia “allarmante constatare il crescente potere di tale pratica satanica in seno alla nostra società. Sono ancora ingenui, vedete, non hanno pensato di sostituire “omosessualità” con “teoria del gender” e “pratica satanica” con “complotto per cancellare le differenze fra uomini e donne”. L’odio ignorante che sta dietro ad ambo le opzioni è comunque identico. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: El Pais, El Diario, Global Voices)

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(“The Myth of Misandry: Fighting for Women’s Rights in Cameroon”, di Ngwentah Berlyne Ngwalem – Direttrice Informazione e Comunicazione di “Donne per il cambiamento – Camerun”, dicembre 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. L’associazione ha la sua base all’Università di Buea, nella regione sud-occidentale del Camerun; promuove e protegge i diritti delle donne e delle bambine ed incoraggia le donne a lavorare insieme per creare una comunità che si curi di tutti i suoi membri.)

Ngwentah Berlyne Ngwalem

Molti uomini in Camerun non hanno familiarità con il termine “misandria”, ma si riferiscono alle donne attiviste per i diritti umani, che hanno opinioni salde sull’eguaglianza di donne ed uomini nella società, come a “odiatrici di uomini”.

Perché si parla di misandria? Perché è una tattica usata dagli uomini per silenziare le sofferenze delle donne, simile a quella che distrae l’attenzione da atti oppressivi dicendo: “E’ arrabbiata perché le donne hanno sempre problemi ormonali e di controllo delle emozioni.”

La “misandria” è sempre più usata come mezzo per distogliere l’attenzione dai crimini commessi da uomini biasimando le donne. Il concetto è: le donne che parlano chiaro ad alta voce hanno in pratica scelto di non vedere nulla di buono negli uomini perché li odiano.

Ma odiare azioni che gli uomini compiono non è la stessa cosa dell’odiare gli uomini come esseri umani. Se un particolare gruppo di persone non smetterà di rendere miserabili le vite delle donne, molestandole per strada, aggredendole sessualmente negli uffici e nelle scuole, usando privilegi economici e di potere per ridurle alla sottomissione psicologica e fisica e forzandole ad accettare regole non perché le vogliano, ma perché non hanno nessuna scelta differente, allora non c’è alcuna ragione per cui questi uomini debbano essere lodati e non condannati per le loro azioni.

E se avete sentito delle donne dire che, in genere, odiano gli uomini, ciò significa che la maggioranza degli uomini che queste donne conoscono, in paesi altamente patriarcali, non hanno fatto altro che opprimere loro stesse o altre donne e causare loro dolore.

E’ normale NON amare qualcuno che ti fa soffrire ed è GIUSTO arrabbiarsi per questo. E’ normale e giusto NON lodare uomini violenti per il loro cattivo comportamento. Quando la percentuale degli uomini che rendono le donne insicure e le derubano della loro libertà raggiunge l’80% sono gli uomini che dovrebbero darsi una controllata, non le femministe.

La frustrazione delle donne viene dal tentare di continuo di impedire agli uomini di invadere i loro spazi, nel mentre gli uomini non fanno mai il tentativo di ascoltare i loro problemi o alcuno sforzo per sostenerle. La frustrazione causa stress e rabbia. La rabbia è una normale e naturale emozione umana, caratterizzata dall’antagonismo verso qualcosa o qualcuno che tu percepisci ti abbia fatto torto. Significa che ci arrabbiamo per una qualche ragione.

L’insinuazione che io “odio gli uomini”, quando parlo contro il disprezzo che gli uomini hanno per le donne o metto in discussione norme che mettono sempre gli uomini in cima senza nessuna giustificazione plausibile, mi raggiunge comunemente.

Allora vi dirò che noi, donne con opinioni e pensanti, professiamo il nostro “odio” quando ci battiamo contro norme che non sono di beneficio per nessuno:

1) Non accettiamo la regola generale che l’uomo sia il capo della famiglia solo perché è un uomo. Qui è dove l’intero concetto “le donne possono essere leader” comincia. In che modo questa opinione mostra che odiamo gli uomini? Sembra che ogni volta in cui sei in disaccordo con gli uomini, allora li detesti.

2) Odiamo il fatto che la poligamia sia legalizzata e che i matrimoni di bambine, i matrimoni precoci e i matrimoni forzati siano ancora questioni di cui dobbiamo occuparci. Quando contesti l’idea che gli uomini siano naturalmente poligami e le donne naturalmente monogame, odii gli uomini, perché stai impendendo loro di prendersi tutte le “merci” e di lasciare le donne senza niente. Odii gli uomini quando tramite il potere dell’attivismo impedisci loro di sposare bambine.

3) E’ meglio usare “sex toys” che diventare intima di un uomo la cui sola priorità è la propria soddisfazione sessuale. Le donne hanno un corpo pieno di terminazioni nervose, ce ne solo 8.000 solo nella clitoride. Ma il sesso è un piacere a senso unico per moltissimi uomini. Quando sei onesta sulla sessualità femminile e insegni alle donne ad esplorare un bel lato dell’essere donna, ecco che diventi “una lesbica odiatrice di uomini”.

4) E’ meglio vivere in un mondo in cui incontri solo donne: se ci sentite dire questo è perché ogni volta in cui incontri un uomo vieni toccata sul seno o schiaffeggiata sulle natiche e se non ti piace ti chiamano “immatura” o “prostituta”. Se protesti contro questo, odii gli uomini.

5) Anche se sei una donna con un lavoro che ti piace e che ti fa guadagnare, magari un lavoro intellettuale, non appena ti sposi sei forzata a concentrare tutta la tua attenzione sul mantenere tuo marito felice e rilassato. Come da norme patriarcali. Lavori per lo stesso numero di ore o magari anche di più, torni a casa alla stessa ora o persino più tardi. Mentre lui si riposa, tu cucini per lui e gli fai da babysitter.

Quando la donna è sfinita dallo stress e dalla stanchezza, lui ne cerca un’altra. E la società ti dice: “E’ colpa tua se lui ha un’amante. Lo sai che gli uomini si basano molto su quel che vedono: avresti dovuto prenderti più cura di te stessa e cercare di apparirgli attraente.” Quando una donna è critica a questo proposito, è etichettata come odiatrice di uomini.

6) Siete sorella e fratello, entrambi studenti. A lui danno soldi, a te no, come il patriarcato vuole. E nel giorno di vacanza da scuola, vi rilassate. La ragazza si “rilassa” pulendo la casa, cucinando e lavando biancheria; il ragazzo si rilassa schiacciando un pisolino o giocando al computer. Quando tu dici che gli uomini dovrebbero fare i lavori di casa, ti rispondono che li odii.

7) Quando esprimi la tua frustrazione sulle azioni irrispettose ed egoiste che gli uomini commettono verso le donne, dicendo “Non ne posso più degli uomini”, la conclusione è che odii ogni uomo sul pianeta. Ogni attivista per i diritti delle donne è marchiata come odiatrice di uomini.

Questa è la nostra “misandria”: l’avere prove certe che le donne hanno ragione quando dicono che gli uomini sono dei codardi, non si prendono mai la responsabilità per le proprie azioni e biasimano le donne per ogni cosa sbagliata che fanno.

Vi dirò io cosa fare. Gli uomini dovrebbero smettere di concentrarsi sul proprio odio delle donne e cominciare a riconoscere le azioni che causano alle donne dolore e sofferenza. Se gli uomini non permettono che le donne stiano in pace, le femministe non lasceranno in pace in loro, continuando a parlare apertamente e a chiedere che i diritti delle donne siano rispettati.

Gli uomini dovrebbero cominciare a riflettere su stessi per assicurarsi che le donne siano trattate con rispetto.

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(Testimonianza tratta da: “Women for Refugee Women – DETAINED: women asylum seekers locked up in the UK”, gennaio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. “Alice”, nome di fantasia che protegge l’identità della donna, ha raccontato la sua storia a Sophie Radice.)

Essere lesbica è solo quel che sono, ma quel che sono è considerato illegale in Camerun. Sono stata arrestata dalla polizia e ho sofferto di orripilante violenza sessuale in carcere. Quest’ultima era vista come la giusta punizione per me, essendo lesbica. Per la mia famiglia la mia sessualità è una vergogna, ma mia madre – più incline ad accettarmi di mio padre – non voleva che continuassi a subire violenza. E’ stato assai duro per lei, ma è riuscita a pagare per farmi uscire dal paese.

Sono arrivata a Birmingham con un uomo che mi ha fatto passare la dogana. Era il febbraio 2011 e i tre colloqui che ebbi quando chiesi asilo a Croydon non andarono bene. Non credevano che fossi lesbica, ne’ che fossi stata perseguitata nel mio paese. Pensavano stessi mentendo ed era difficile dar loro prove.

Ho incontrato la mia attuale compagna a Stoke-on-Trent, in un gruppo di sostegno per la comunità del Camerun. Ci siamo innamorate e quando poco dopo ho conosciuto i suoi tre figli, mi sono innamorata anche di loro. Sono diventati una parte così importante della mia vita che non so dove sarei ora senza di loro. La mia ragazza era con me quando il mio caso arrivò in tribunale nel marzo 2013, ma ancora non hanno creduto che io fossi lesbica. Il giudice disse che non pensava io avessi una relazione fissa, e nemmeno che avessi una relazione con i bambini. E’ stato molto doloroso per me. Nel giugno 2013, mi sono presentata come al solito all’ufficio di Stoke-on-Trent: chi chiede asilo deve andare regolarmente a firmare ed è sempre una faccenda stressante. Avevo in programma di partecipare ad una festa estiva al centro camerunese di Nottingham, quel pomeriggio, ma non ci sono mai andata. Non appena mi presentai per la firma, mi mostrarono la lettera in cui mi si rifiutava l’appello per la sentenza di marzo. La lettera era vecchia di un mese, ma ne’ io ne’ il mio avvocato l’avevamo mai vista.

Lo staff disse che a causa del respingimento dovevano arrestarmi e mi mostrarono il biglietto con cui sarei dovuta partire entro 6 giorni. Dissi loro che dovevo chiamare la mia compagna e che avevo bisogno delle mie medicine, perché ho problemi di salute mentale. Mi lasciarono fare una chiamata molto breve, e mi sequestrarono il telefono. Quella notte non ebbi le medicine, e più tardi ho saputo che erano andati a casa mia e l’avevano messa a soqquadro, ma non avevano voluto prendere i medicinali dall’amica che abitava con me. Perché? Cosa pensavano di trovare?

Tre uomini grandi e grossi e una donna mi portarono via. Mi dissero che se resistevo all’arresto mi avrebbero ammanettata e mi portarono in una prigione di Stoke-on-Trent. Non so perché avessero bisogno di tre uomini enormi per portar via una donna, ma per una donna che è già stata stuprata, come me, è spaventoso. Mi dissero di entrare in una cella e io non volevo, continuavo a dire: “Cosa pensate che abbia fatto? Non ho ucciso nessuno. Non sono una criminale che ha bisogno di essere rinchiusa in questo modo.” Quando la porta si chiuse, mi riportò in mente tutto quello che mi era successo nel mio paese, quando ero in prigione. Pensavo che sarei stata violentata presto. Pensavo che potevano fare di me tutto quel che volevano. La paura prese il sopravvento su di me, e cominciai a sbattere la testa sul muro e ad implorarli di lasciarmi andare. Sentivo di non essere abbastanza forte per sopportare tutto un’altra volta. Ero fuori di me.

Sentii le guardie carcerarie dire che non avrei dovuto essere là, perché ero troppo spaventata e secondo loro non era giusto tenermi in una cella. Allora mi portarono in un’altra stanza a passare la notte. Il giorno dopo andammo in furgone sino a Coventry per prendere altre due ragazze detenute per le stesse mie ragioni. Fu un viaggio lungo, io ero terrorizzata e continuavo a piangere. Quando arrivammo a Yarl’s Wood pensai che per il mondo ero scomparsa.

Dimostrazione contro il centro

(Ndt: Il nome completo del luogo, che si trova a Bedford, è “Yarl’s Wood Immigration Removal Centre”, ed è simile ai nostrani Centri di identificazione ed espulsione. E’ stato aperto nel 2001 e dal 2006 è diretto da privati, e cioè dalla Srl. Serco. Ha una capacità di 900 posti ed è il principale centro britannico di questo tipo in cui sono mandate le donne. Numerosi “incidenti” sono accaduti nella struttura nel corso degli anni (violenze e abusi) seguiti da scioperi della fame e rivolte delle detenute, da proteste esterne e da procedimenti giudiziari.)

Non riuscivo a capire perché ero là e dato che c’erano un bel po’ di uomini intorno pensai che chiunque poteva far di me quel che voleva, perché nessuno lo avrebbe saputo e a nessuno sarebbe importato. Mi giudicarono come una potenziale suicida e le guardie (uomini inclusi) se ne stavano sedute a guardarmi giorno e notte. A volte mi raggomitolavo sul pavimento, diventavo una “palla” e mi buttavo addosso le lenzuola, perché non volevo i loro occhi su di me. La mia compagna di stanza era una donna gentilissima. Ha tentato di farmi star meglio, ma per me era durissimo stare là dentro e non riuscivo ne’ a mangiare ne’ a dormire. Ho cominciato a farmi del male per rilasciare il dolore che sentivo dentro. Mi sono ustionata seriamente il braccio con l’acqua bollente e ho visto altre donne fare cose simili – infilzarsi con forchette, o bere intere bottiglie di shampoo, nel tentativo di uccidersi.

Non c’è legge quando sei in detenzione. Capisci che i guardiani applicano la legge secondo i loro umori e i loro pregiudizi. Impongono i loro sentimenti sulle donne che stanno là dentro e non c’è niente che possa fermarli. Yarl’s Wood è un posto senza legge. Un buon esempio di questo si è visto quando i bambini della mia compagna sono venuti a farmi visita. Yarl’s Wood è molto lontano da Nottingham, dove lei vive, ed è stato molto costoso viaggiare con tre bambini. Ero così felice della loro visita, non ero stata così felice da lungo tempo. Mi sono preparata per un po’, risparmiando i 71 penny della diaria (Ndt: i circa 85 centesimi di euro che le persone nella condizione di Alice ricevono giornalmente) e ho comprato per loro caramelle e succhi di frutta dai distributori automatici. Compravo sempre dolcetti per loro, quando li accompagnavo a nuotare, e non vedevo l’ora di mangiarli di nuovo insieme. Quando entrai nella stanza delle visite li avevo con me in un sacchetto di plastica, ma la guardia disse che non potevo darli ai bambini. Io sapevo che era permesso, altre donne lo facevano, e lo implorai e gli dissi cosa significava per me. Ma lui continuò a rifiutare senza darmi nessuna spiegazione. Sembrava godesse veramente nel vedermi soffrire. Non era qualcuno che stava semplicemente facendo il suo lavoro, ma un uomo a cui piaceva essere meschino. Chiesi ad una guardia donna che conoscevo abbastanza bene di aiutarmi e le spiegai quanto importante fosse la cosa per me. Lei andò a discutere a mio beneficio e alla fine mi fu permesso dare i dolci ai bambini.

Un altro esempio è la donna anziana che tornò dall’aeroporto con lividi e tagli sul viso e ci disse che le guardie l’avevano picchiata. Che tipo di paese è quello in cui si pensa vada bene picchiare un’anziana sulla faccia? Una camerunese che ho incontrato a Yarl’s Wood è stata espulsa ed io sono rimasta in contatto con lei. Mi ha raccontato tutto il processo – il modo in cui fu caricata sull’aereo e ammanettata da cinque energumeni e come non le fu permesso di portare con sé nessuna delle sue cose, abiti compresi. La scaricarono in Camerun negli stessi vestiti con cui l’avevano arrestata, e senza un soldo. Tutta la sua roba è in Gran Bretagna, ma lei non ha il danaro per farsela spedire.

Onestamente, preferisco morire piuttosto che tornare a Yarl’s Wood. So che questa gente sta lavorando, però a volte sembrano proprio malvagi, gente che ha smesso di vederci come esseri umani. Ho raccontato la mia storia perché voglio che questo trattamento delle donne finisca. Non voglio che altre donne passino quello che ho passato io. Sto ancora tentando di guarire da quel mi è accaduto, non solo in Camerun, ma a Yarl’s Wood.

Meltem Avcil

La ragazza che vedete nell’immagine è Meltem Avcil, studente di ingegneria meccanica all’Università di Kingston. A 13 anni, nel 2007, passò 91 giorni con la madre a Yarl’s Wood, dove la foto la ritrae. La sua famiglia era fuggita dalla Turchia a causa delle persecuzioni che subiva in quanto curda. Meltem diventò famosa, all’epoca, per la sua protesta tesa a liberare i bambini dai centri di detenzione. Grazie innanzitutto a lei, oggi non ci sono bambini detenuti a Yarl’s Wood. La sua storia è diventata una rinomata piece teatrale grazie all’autrice Natasha Walter: si chiama Motherland, Terra Madre.

http://refugeewomen.co.uk/

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(“My birth story, a motivation for my devotion to reproductive and maternal Health Education in Africa!” di Glory M. Lueong per World Pulse, 11 ottobre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Glory è fondatrice e presidente del Centro donne rurali per l’istruzione e lo sviluppo nella regione camerunese del nordovest: “La nostra visione è quella di comunità rurali in cui ragazze, donne, bambini e bambine orfani della madre dalla nascita, possano esercitare i loro diritti e accedere alle risorse necessarie per vivere una vita dignitosa e soddisfacente.” )

Glory

Vieni dentro.”, lei disse, “Vieni a vedere me e la bambina prima che io muoia. Se credi veramente che sia tua figlia, vieni a vedere entrambe. Se muoio, per favore, risposati ma prenditi buona cura di lei.”

Queste furono le parole di mia madre a mio padre all’atto della mia nascita. Mentre racconto questa storia, il mio cuore sanguina e immagino ciò che lei ha passato, e come si è sentita. Mi chiedo cosa la vita avrebbe significato e come sarebbe stata per me, senza di lei.

Quella domenica pomeriggio del 25 di luglio, in Camerun, lei andò in travaglio nel sobborgo rurale dove viveva. Mio padre la portò di corsa all’unica clinica privata presente, dove io di colpo saltai fuori alle 19.17 della sera.

La placenta restò in lei. Mentre le infermiere si indaffaravano a farla uscire, lei continuava a sanguinare e la situazione diventò un’emergenza. Sfortunatamente, com’è nella maggior parte dei sobborghi rurali, la clinica non aveva – e non ha ancora – un medico. Perciò, dopo le prime due ore di questo ritardo, mio padre si preoccupò e corse follemente dappertutto in cerca d’aiuto.

Durante questa sua ricerca, alcuni anziani e leader tradizionali del vicinato si fecero avanti e dissero: “Non andarle vicino e non andare a vederla. Se lo fai morirà. E’ stata infedele all’impegno matrimoniale che ha preso con te. Il fatto che la placenta tarda ad uscire è perché la donna ha preso cibo da te e lo ha mangiato mentre era incinta, ma è stata infedele. Vai a casa e tutto andrà bene per lei.”

Mentre argomentavano ed insistevano con mio padre affinché se ne andasse a casa, mia madre, sofferente in quella stanza, captò la discussione e urlò: “Vieni dentro. Vieni a vedere me e la bambina prima che io muoia…” Lui insisté con le infermiere perché lo facessero entrare. Quando lo fece, lei lo guardò negli occhi e disse: “Se muoio, muoio. Ma questa bambina è tua.” Dopo di che, non riuscì più a parlare. La placenta era sempre dentro di lei. Il mio confuso papà, allora, cercò in fretta un’auto per trasferirla al più vicino centro semi-urbano, ma era ormai notte e non ce n’era alcuna disponibile.

Il capo del sobborgo gli offrì la sua e mio padre fece benzina e poi portò di corsa me, un’infermiera e la mia mamma in un ospedale della sua città natale. Era ormai l’una del giorno dopo e la situazione di mia madre era disperata. Tre medici si occuparono di lei e fecero del loro meglio fino a che la placenta uscì alle 4.30. Subito dopo, mia madre andò in coma per tre giorni.

L’infermiera anziana, la signora Veronique Ndogmo, si prese cura di me in modo eccellente, incoraggiando nel contempo mio padre e dicendogli che tutto sarebbe andato bene. Il quarto giorno, mamma cominciò ad uscire dal coma, ma si ammalò e dovette restare all’ospedale per cinque settimane, per un totale di 80 iniezioni eccetera. La signora Veronique continuò ad occuparsi di me sino a quando ebbi due mesi e mia madre poté infine toccarmi e giocare con me. Quando vide com’era luminoso il mio viso, a due mesi, mi diede il nome di Glory, per marcare la vittoria che aveva conseguito nella battaglia fra la vita e la morte, in quella stanza.

Mio padre rimase al suo fianco, si curò di lei, chiuse le orecchie alle credenze tradizionali, e mia madre si era nutrita bene durante la gravidanza e aveva anche avuto cure prenatali, perciò… ce l’abbiamo fatta.

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