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Posts Tagged ‘unicef’

“Donne, il silenzio del governo sulle politiche di contrasto alla violenza” – Vita – 3 luglio 2019:

“Il 30 giugno era attesa la relazione del sottosegretario Spadafora sui fondi antiviolenza, ma dall’esecutivo nessuna notizia. Silenzio anche sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020. Con ActionAid anche D.i.Re, Be Free e Telefono Rosa. Per Isabella Orfano esperta della ong «un’occasione persa». «Un totale stallo nelle politiche nazionali di prevenzione e contrasto della violenza maschile contro le donne» osserva Lella Palladino, presidente di Donne in Rete.”

Il Governo non rispetta la legge sul femminicidio – LetteraDonna – 04 luglio 2019:

“A che punto siamo con i fondi antiviolenza? Quante sono le risorse stanziate ad oggi e come sono state utilizzate? A queste domande avrebbe dovuto rispondere la relazione che, secondo la legge sul femminicidio, il sottosegretario alla Presidenza con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora doveva presentare alle Camere entro il 30 giugno. Ma la scadenza non è stata rispettata, e gli interrogativi sulle risorse stanziate, così come sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020 restano inevasi”.

Quelle 33 mila donne in fuga dalla violenza – La Repubblica – 8 luglio 2019:

“Primo censimento ufficiale dei 338 centri in Italia che aiutano chi subisce aggressioni e minacce. Il piano delle Pari opportunità: arrivano più risorse, quest’anno 37 milioni. Ma anche più controlli. E il sottosegretario Spadafora attacca: “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”.

In fuga da violenze e abusi. Spesso in pericolo di vita. Senza nulla, a volte, se non i loro bimbi impauriti, portati via per mano, nella notte, addirittura in pigiama. Sono state oltre 33 mila le donne accolte nel 2017 dalla rete capillare dei 338 centri antiviolenza italiani, per la prima volta censiti dall’Istat e dal Cnr su incarico del dipartimento per le Pari opportunità. Ma oltre cinquantamila donne hanno chiesto aiuto (…)”.

Relazione sullo stato di utilizzo delle risorse per centri antiviolenza e case rifugio – no. Relazione sui piani d’azione nazionali contro la violenza di genere – no. (Ambo gli impegni sono previsti dalla legge 119/2013).

Arrivano più risorse? Ma lo stanziamento serve a poco se poi i soldi restano in cassa: Erogazione fondi – 2015/2017 – oscillante fra il 25,9 e il 35,9%. Risorse liquidate da parte delle Regioni, nel 2018, pari al 56,3% del totale. Per la serie: neanche dalla cima dell’Everest si scorge la vastità di quanto allo stato italiano non importi nulla della violenza contro le donne.

Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (pari opportunità, politiche giovanili e servizio civile universale) Vincenzo Spadafora ha sicuramente ragione quando dice che “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”, ma non può scaricare su altri il proprio palese e dimostrato disinteresse per uno dei dipartimenti che dovrebbe dirigere: “Il Dipartimento per le Pari Opportunità ha il compito statutario e politico di favorire l’affermazione dei diritti universali per tutte e tutti. Spiace constatare che, lungi dall’impegnarsi in azioni realmente trasformative, il Dpo è anche inottemperante rispetto a compiti già messi a sistema e normati, anche rispetto a calendari e scadenzari decisi da tempo, e resi organici attraverso le Conferenza Stato Regioni, che ha normato le azioni governative antiviolenza.”, Oria Gargano di “Be Free”.

Però, Spadafora è uno che può cambiare idea e non solo perché è stato per tre anni presidente di Unicef Italia. Cambiare sembra venirgli facile: segretario particolare del presidente della Regione Campania Andrea Losco (Udeur, cioè Mastella, cioè “cristianesimo democratico” qualunque cosa ciò voglia dire); poi nella segreteria dei Verdi con Alfonso Pecoraro Scanio; poi capo segreteria del Ministero dei Beni Culturali con Francesco Rutelli, Margherita; poi nominato garante per l’infanzia e l’adolescenza da Gianfranco Fini (allora presidente della Camera, Futuro e Libertà) e Renato Schifani (allora presidente del Senato, Forza Italia); infine, nel 2016 entra nello staff di Luigi Di Maio come responsabile delle relazioni istituzionali e nel 2018 è candidato, ed eletto, per il Movimento 5 Stelle.

Se mette questa volontà di esserci sempre e comunque e con chiunque contro la violenza di genere può essere un buon alleato: noi attiviste siamo pragmatiche e puntiamo al merito. Intanto, visto che con Salvini ha a che fare direttamente, potrebbe chiedergli se al “Comitato nazionale ordine e sicurezza” invece di giocare a Risiko con “l’utilizzo di radar, mezzi aerei e navali, presenza delle navi della Marina e della Guardia di Finanza per difendere i porti italiani” possono spendere qualche minuto a riflettere su cosa mina e persino azzera la sicurezza nelle esistenze delle cittadine italiane.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Questo l’ho letto dopo aver pubblicato l’articolo e lo riporto così com’è scritto:

“Utilizzare il dramma (1) della violenza che troppe donne hanno subito o subiscono per attaccare Salvini è vile – afferma Erika Stefani ministro (2) per gli Affari Regionali e le Autonomie – un comportamento che male si addice a chi ha un incarico di Governo così delicato come quello che ricopre Spadafora e che quindi andrebbe ripensato. Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello”.

Signora Stefani, quando nel 2016 Salvini si produsse nella pagliacciata con la bambola gonfiabile paragonata a Laura Boldrini lei scrisse le stesse cose online, dirette a lui vero? VERO? E gli ha risposto così, per anni “Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello” ogni volta in cui il suddetto si è prodotto in attacchi squinternati e volgari via twitter a quella che allora era la Presidente della Camera. E’ andata così, VERO?

(1) No, non è uno tsunami ne’ un terremoto ne’ un fuoco d’artificio di raptus: è un problema sociale alimentato anche da linguaggi, stereotipi, atteggiamenti, insulti, “scherzi” sessisti. Come la bambola gonfiabile di cui sopra.

(1) Ministra, grazie. E’ ITALIANO. Foscolo usava il termine già ai tempi suoi e per forza di cose non era stato indottrinato “dalla Boldrini”, giusto?

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Mestawet Mekuria

“Ho imparato cos’è un matrimonio infantile e quali sono le sue conseguenze al club delle ragazze nella nostra scuola. Quando i miei genitori mi dissero che dovevo sposarmi io risposi che non volevo farlo. Ma loro si sono rifiutati di ascoltarmi e allora sono scappata e sono andata alla centrale di polizia. Il matrimonio precoce è una pratica dannosa e io voglio che le bambine continuino ad andare a scuola come me. Adesso i miei genitori capiscono cos’è un matrimonio infantile e cosa comporta e non sono più arrabbiati con me.”

Mestawet Mekuria, che ha fatto questa dichiarazione e che vedete in immagine, ha 14 anni. Immagina se stessa in futuro come insegnante o medica. L’età minima per le nozze nel suo paese, l’Etiopia, è di 18 anni ma la legge è raramente rispettata: nella sua regione, Amhara, il 56% delle ragazzine diventano mogli ben prima e in tutta la nazione il rapporto è di due minorenni sposate su cinque. Inoltre, il 65% delle donne etiopi nella fascia d’età fra i 14 e i 49 anni hanno subito mutilazioni genitali. Matrimoni infantili e MGF sono due violazioni di diritti umani che l’Etiopia si è impegnata a sradicare completamente entro il 2025: i club scolastici delle ragazze fanno parte della strategia per raggiungere tale scopo e da tre anni sono frutto della collaborazione fra Unicef, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e la locale Agenzia governativa per donne e bambini.

I club insegnano varie abilità alle ragazzine, ma soprattutto le informano di avere dei diritti e si spingono a contattare direttamente le loro famiglie in caso sorgano problemi. Nel 2016 hanno salvato da matrimoni precoci 106 bambine; nel 2017 ne hanno salvate 55.

Mestawet ha elaborato il tutto e si è arrangiata da sola. I suoi genitori hanno passato due settimane in galera e hanno avuto bisogno della mediazione degli anziani del villaggio per capire meglio di essere le persone che per prime dovrebbero sostenere le aspirazioni della figlia, non quelli che le soffocano in un matrimonio indesiderato e pericoloso.

Maria G. Di Rienzo

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poonam ghimire

Quando aveva 11 anni, la nepalese Poonam Ghimire – in immagine – scrisse, mise in scena e diresse un pezzo teatrale che affrontava le diseguaglianze di genere nella scuola e chiedeva maggiore inclusione. Il suo lavoro riscosse un tal successo che la gente lo metteva spontaneamente in scena nelle strade: questo in un paese in cui solo il 66% delle ragazze frequenta le medie, poiché all’età in cui dovrebbero farlo sono già intrappolate in matrimoni precoci o lavoro forzato, oppure ne sono impedite dalla povertà o da proibizioni socioculturali.

In più, in molte regioni sono costrette a sottoporsi alla “tradizione” che le allontana dalle proprie case quando hanno le mestruazioni. Confinate in remote capanne, le ragazze sono spesso stuprate, si ammalano, muoiono di freddo e di fame.

Contro tutto questo, Poonam ha organizzato le sue amiche e ha fatto campagna per l’eguaglianza di genere. L’Unicef l’ha notata abbastanza presto da chiederle di scrivere per l’organizzazione, cosa che le ha fatto guadagnare un profilo internazionale.

Quando è stato il momento di andare all’università, Poonam ha scelto scienze forestali: è convinta che il cambiamento climatico e la diseguaglianza di genere siano connessi. Il cambiamento climatico ha impatto principalmente su bambine e donne, sostiene, giacché nelle comunità sfollate la percentuale di matrimoni forzati infantili cresce, gli agricoltori su piccola scala – che sono in maggioranza donne – vedono distrutte le loro possibilità di sopravvivere grazie al loro lavoro e molte bambine a cui è permesso studiare non riescono più neppure a raggiungere le scuole.

Garantire alle donne il diritto alla salute sessuale fornendo loro l’accesso al controllo delle nascite e fornire istruzione sul cambiamento climatico a donne e bambine sono due dei rimedi per cui la giovane attivista lavora assieme all’Associazione delle organizzazioni giovanili del Nepal (con cui ha anche affrontato le conseguenze del devastante terremoto del 2015, in prima linea negli sforzi per l’assistenza e la ricostruzione).

Durante la sua attività, Poonam ha visto altre connessioni: in Nepal solo il 37% delle persone può usufruire di impianti igienici e sanitari, e di nuovo ciò ha un impatto sproporzionato su donne e bambine, a cui è affidato il compito di fornire acqua potabile; inoltre, espone la popolazione al rischio di colera e altre malattie relative al consumo di acqua contaminata.

Poonam ha già prodotto lavori di ricerca sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, promuove un’agricoltura pure sostenibile, organizza concorsi di poesia sul cambiamento climatico e diffonde libri, tiene seminari sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per i giovani, incoraggiandoli a fondare gruppi ambientalisti in tutta la nazione. Mentre viaggia per questi scopi, raccoglie dati locali sull’inquinamento dell’aria.

“Per molti, io sono una donna non sposata che lavora nel mondo degli uomini e non sa cucinare. – ha detto di recente alla stampa – Ma io sono una donna che ha sogni, aspirazioni e, cosa più importante di tutte, ho una voce.”

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Silent Shame – Bringing out the voices of children caught in Lake Chad crisis” – Unicef – 12 aprile 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dada

Dada (nigeriana, in immagine) aveva 12 anni quando Boko Haram entrò nella sua cittadina. Nascoste all’interno della propria casa, lei e sua sorella udirono i colpi di arma da fuoco che risuonavano nelle strade. Quando si fece notte, i membri di Boko Haram arrivarono alla casa, buttarono giù la porta a calci e rapirono entrambe le ragazze.

Furono condotte a un villaggio nella boscaglia composto per la maggior parte di bambine/i. Le ragazze furono messe assieme a centinaia di altre che i membri Boko Haram avevano catturato durante i raid nelle campagne.

Gli uomini prendevano “in mogli” bambine dodicenni, mentre i maschietti erano forzati ad addestrasi al combattimento. Un giorno, radunarono le bambine in cerchio in uno spiazzo e dissero loro di fare bene attenzione. Altri combattenti apparvero trascinando una ragazza e costringendola a giacere sul terreno di fronte al gruppo di bambine terrorizzate.

“Se qualcuno tenta di scappare – dissero come Dada ricorda – questo è il trattamento che vi riserveremo.” Mentre uno avvicinava un coltello alla ragazza, Dada la ricorda urlare: “Perché state facendo questo a me? Ho un bambino!” Gli uomini le segarono la testa dal corpo e gettarono cadavere e testa decapitata nel folto della boscaglia. “Gli occhi della ragazza erano ancora aperti.”, dice Dada pianamente.

Quattro mesi dopo essere stata rapita, Dada era di nuovo seduta nello spiazzo con altre bambine rapite. I membri di Boko Haram si rivolsero a lei e le indicarono un giovane attorno ai 18 anni. Si chiamava Bana ed era un combattente e un capo. “Questo è tuo marito.”, le dissero. Quella notte, Dada fu stuprata per la prima di molte altre volte.

Dada riuscì a fuggire dal campo, attraversando a piedi la savana per giorni, senza cibo, sino a che si imbatté in un accampamento militare in Camerun. La sua pancia aveva continuato a gonfiarsi da un po’ di tempo e lei pensava di avere problemi allo stomaco. Dopo averla sottoposta ad alcuni test medici, i militari le dissero che era incinta.

Oggi sua figlia ha due anni. A Dada piace giocare lei, tenerla in braccio e farle il solletico. “A volte, quando la guardo, divento arrabbiata. – dice Dada – Ma dopo aver riflettuto, mi calmo. Dovunque io vada, non posso stare senza di lei.”

Dada è ora 15enne e vive in un luogo protetto a Maiduguri in Nigeria.

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(e anche noi: meno 7 al 14 febbraio – One billion rising for justice – http://www.onebillionrising.org/http://obritalia.livejournal.com )

siamo con te piccola amica

Giustizia. Per le bambine e le ragazze migranti, il cui viaggio verso altre città e nazioni è spesso preceduto da abusi e violenze sia quando si muovono da sole (stupri, prostituzione forzata, matrimoni forzati, lavoro coatto, mutilazioni genitali), sia quando partono con le loro famiglie o quel che ne resta (guerre, disordini civili, disastri ambientali, persecuzioni religiose/politiche).

Bambine e ragazze migranti incontrano abusi e violenze anche durante il viaggio stesso (truffe, rapine, molestie e violenze sessuali, rapimento e traffico, condizioni disumane e pericolose imposte dai trafficanti) e se ad esso sopravvivono è raro che siano accolte in modo decente nei paesi in cui arrivano, nei quali possono soffrire ulteriormente a causa di leggi inique, razzismo, xenofobia e sessismo. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

sorrisi

Giustizia. Per le bambine e le ragazze ovunque a cui non si permette di andare a scuola, di giocare, di fare sport, di ridere, di cantare, di avere sogni. Per i milioni di bambine e ragazze che lavorano dall’alba al tramonto a spaccar pietre, a pulire case, a raccogliere rifiuti nei campi. Metà degli assalti sessuali in tutto il mondo sono diretti a loro, a persone di sesso femminile dall’età inferiore ai 15 anni: la vita di 6.000 bambine e ragazze viene segnata per sempre, in questo modo, ogni maledetto giorno. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

Giustizia. Per le bambine e le ragazze che ovunque hanno fatto o stanno facendo esperienza di molestie sessuali a scuola e per strada (sei su dieci). Per le bambine e le ragazze che grazie al bombardamento dei media e alla pressione sociale sul modello unico di “femminilità” pensano di essere brutte (il 71%), e che cominciano a mettersi a dieta fra i 7 e gli 11 anni (una su cinque). Per le bambine e le ragazze che sono state fatte apparire e sentire delle stupide, delle incapaci, delle creature inferiori a causa del loro sesso: ammontano al 60%. E per le bambine e le ragazze già a conoscenza delle differenti aspettative sociali sul comportamento di maschi e femmine, che determinano come quel che per un maschio è scusabile, inevitabile e persino giusto, sia sempre un marchio d’infamia per una femmina: 76%. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

E renderlo migliore per loro lo renderà migliore per noi tutte/i. Maria G. Di Rienzo

namaste

Fonti: State of the World’s Girls: 2013 Report – Plan International; UN Women – Unite; About Face; 10 x 10 – Girls Rising; Girls on the move: 2013 Report – UN Foundation Popolation Council; Right to Education Project; Unicef; Unesco; European Union Agency for Fundamental Rights.

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