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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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Quella che segue è la traduzione di un brano del discorso tenuto a Chicago da Staceyann Chin – poeta, scrittrice, attivista per il cambiamento sociale – il 14.6.2016, durante una dimostrazione seguita alla sparatoria di Orlando.

stacey durante il discorso

Le sue parole mi suonano adatte, in modo strano e straziante e bellissimo, a piangere la morte di Emmanuel Chidi Namdi, profugo di 36 anni ucciso di botte da un razzista italiano, e ad abbracciare sua moglie Chimiary sopravvissuta all’aggressione.

Nel 1997, giunsi a queste rive degli Stati Uniti d’America perché non era sicuro, per me, vivere apertamente da lesbica nel mio paese, la Giamaica.

Mi ricordo arrivare sola, incerta, in una piccola (sorride) città chiamata New York. Entro poche settimane mi trovai fra le braccia di altre femministe e attiviste e altre persone LGBT che credevano nella lotta globale per la libertà. E’ stato qui, in questo paese, che ho appreso a usare la mia voce, a parlare contro il bigottismo e il pregiudizio e l’ingiustizia e la discriminazione ovunque accadano, in qualunque momento accadano, a chiunque accadano.

Riesco a stento a credere che siano passati vent’anni. Così tanto è successo sulla scia della nostra lotta collettiva. Le persone LGBT in sempre più paesi possono ora sposare l’amore che hanno scelto. Possiamo avere cariche pubbliche, tenerci per mano, adottare bambini. Siamo più sicuri sul posto di lavoro. Molti di noi sono completamente accettati dalle proprie comunità.

La nostra marcia verso il progresso è stata così efficace, così ferma la nostra fiducia nel potere del cambiamento, che siamo stati quasi divertiti quando la destra radicale ha dato inizio alla sua nuova ondata di bravate in Mississippi e Carolina del Nord e Tennessee. Eravamo certi che il buonsenso avrebbe prevalso in questo paese. Eravamo certi che il mondo stava cambiando velocemente e sapevamo che alla fine avremmo vinto. (…) Dopo vent’anni di sicurezza il mio corpo lesbico si è risvegliato al terrore che il corpo nero, il mio corpo di donna, il mio corpo migrante hanno sempre conosciuto.

(…) Di fronte a 49 vite spente, come ricaviamo senso da una cosa così di senso priva? La risposta – la risposta è quella di sempre. Raccogliamo i pezzi l’uno dell’altro. Come sempre ci giriamo a sinistra, ci giriamo a destra, cerchiamo dietro di noi e ci troviamo l’un l’altro e continuiamo a trovare amore. Contro queste folli difficoltà, dovremmo dilettarci dell’incrollabile capacità dell’essere umani, di tenerci stretti l’un l’altro, di guarirci l’un l’altro. Se mai c’è stato un anno in cui sventolare quella bandiera arcobaleno, se mai c’è stato un anno – è questo. (Applausi)

(…) Per Stonewall e per Selma, per la comunità LGBT, ho lasciato la Giamaica vent’anni fa. Per il Kenya, per l’Uganda, per questo paese, per tutti noi. Per poter guarire, per ogni persona che vive su questo pianeta, noi dobbiamo combattere la furia di coloro che ci preferirebbero morti. Facciamo massa contro i poteri che spingono contro la libertà, arrabbiamoci, manifestiamo. (Applausi)

Lottiamo per avere più spazi in cui i nostri corpi possano essere al sicuro. Respingiamo le leggi ingiuste che cercano di far girare il tempo all’indietro. In nome di coloro che sono morti, io vi sfido a vivere a voce ancora più alta, a essere ancora più orgogliosi di voi stessi. Solleviamo insieme le nostre voci, i nostri spiriti. Gridiamo, di modo che ognuno su questo pianeta possa udire la voce del cuore umano.

Scegliere l’amore. Scegliere l’amore. Io vi sfido a scegliere l’amore.” Maria G. Di Rienzo

staceyann e figlia

Staceyann con la figlia Zuri

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/08/31/io-ti-amero-comunque/

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(“Growing Up Girl in Jamaica: Bewitching Breasts”, di Ayesha Constable, attivista giamaicana per i diritti di donne e bambine, World Pulse, 15 ottobre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ayesha

Molte cose cambiarono per me l’estate prima che cominciassi le scuole medie. Ricordo di essermi svegliata fra lenzuola macchiate di sangue e aver pensato di essere stata morsa da un topo. Lettrice appassionata com’ero e consapevole com’ero delle mestruazioni e della pubertà, non ero preparata al farne esperienza. In effetti, in qualche modo pensavo che non sarebbe mai successo a me – almeno, non così presto.

Le cose peggiorarono quando, nello stesso periodo, le mie camicie smisero di stare dritte sul mio petto. I vestiti cominciarono a starmi male addosso, a causa delle piccole sporgenze dal mio petto che mi trasmettevano enormi sentimenti di disagio e fastidio. Ricordo che camminavo in giro con le braccia piegate sotto l’orlo delle mie camicie nel tentativo di scostarle dal petto per quanto era possibile. I seni erano la vergogna definitiva, perché chiunque poteva vederli.

Avevo la sensazione che i seni in boccio segnalassero al modo che ero cresciuta, che ero pronta per il sesso. Mi sentivo come se il mio corpo mi stesse ingannando. Perché mandava all’esterno quei segnali sbagliati? Io non ero che una bambina, volevo continuare a giocare alla scuola con le siepi nel mio cortile e a cucinare tortine di fango. Non sarei riuscita a farlo con i seni. Li odiavo. Percepivo la necessità di comportarmi nel modo più infantile possibile, perché pur essendo ingenua volevo che ciò mandasse un messaggio agli uomini nella mia comunità.

Non volevo attirare l’attenzione degli uomini. Ricordavo che alle elementari un ragazzo molto più grande mi aveva detto di “sbrigarmi a crescere” perché lui “mi stava aspettando”. Tale dichiarazione mi ha riempita di terrore per parecchi anni. Pregavo in silenzio che non fosse per strada quando io ci camminavo. E perciò ero spaventata da questi seni che dicevano come io stessi crescendo. Odiavo l’idea di diventare una “giovane donna” e la odiai ancora di più quando a 12 anni un uomo anziano mi disse: “Se riesco a prenderti, nessun altro uomo ti avrà”. Ero sicura che volesse uccidermi. Per molto tempo non ho osato raccontare questo a nessuno, ma ero piena di paura – anche se di sicuro la morte era un’alternativa migliore a che la gente pensasse io avessi fatto qualcosa per attirare la sua attenzione.

Forse non avevo scostato abbastanza la camicia dal petto. O forse era il tipo di corpo che avevo. Non ho mai avuto completamente la gioia delle anche strette e della figura “da ragazzo” che la maggior parte delle altre bambine avevano. Ero ciò che le donne più vecchie nella comunità chiamavano “sagomata”, e sono sicura che ci sono termini biologici e spiegazioni per questo, ma in essenza io ero sempre terrorizzata dall’idea gli uomini mi facessero proposte perché apparivo “precocemente matura”. Biasimavo me stessa e, non c’è bisogno di dirlo, odiavo il mio corpo. Qualcuno ha detto che il mio corpo sarebbe il mio tempio. Per me era un nemico.

Ero lo stesso corpo che un giovanotto sbirciò dalla finestra mentre mi preparavo per andare a scuola e lo stesso corpo che un uomo allampanato, una mattina, inseguì lungo la strada sino a che non riuscii a saltare sull’autobus. Era il corpo che mi costringeva a sopportare tali molestie mentre ero bambina nella Giamaica rurale. Non se ne parlava, perciò io non avevo la percezione che altre ragazzine si trovassero in tale difficile situazione. Pensavo anche che non valesse la pena parlarne perché forse ero io che esageravo. La verità è che a quell’età non ero in grado di elaborare niente di tutto ciò, ne’ i crampi mestruali, ne’ i seni, ne’ la non voluta attenzione maschile e diventai timorosa di essere vista e sentita.

Ho capito di non essere sola quando un uomo eiaculò su una mia compagna di classe mentre era in piedi sull’autobus, diretta a scuola. La Giamaica è nota per avere una delle età più basse di iniziazione al sesso per le ragazze e la maggior parte dei primi rapporti sono forzati. Le percentuali di gravidanze nell’adolescenza sono fluttuate durante gli anni, ma sono di nuovo in ascesa. Molte ragazzine sono messe incinte da uomini più vecchi che non consentono loro la possibilità di negoziare l’atto e sono vieppiù costrette da uno stato che non permette loro alcuna scelta.

Più tardi appresi che le mie esperienze valevano la pena di essere discusse e che esistevano spazi in cui si parlava di salute sessuale, diritti riproduttivi, svergognamenti relativi al corpo e molestie. Queste cose sono minacce alla libertà delle ragazze e sono violazioni dei diritti umani. Ricordare qualche modo in cui ho incontrato tali minacce mi riempie ancora di paura. Odio le finestre dei bagni.

Adesso so che non ero unica, che un mucchio di ragazze soffrono in silenzio perché i loro corpi smentiscono le bambine che sono. So anche che troppe hanno sofferto ferite più profonde e incancellabili, perché gli uomini hanno giustificato le loro azioni asserendo di essere stati sedotti da anche ondeggianti o seni prominenti, perché lei “sembrava una donna adulta”. So che la mia chiamata a lavorare con bambine e donne sorge da questa comprensione vissuta di alcune delle cose che siamo costrette ad affrontare solo perché femmine.

Desidero che le molestie dirette alle ragazzine siano viste per quel che sono e non archiviate come “innocue pratiche culturali” o “dispetti senza significato”: lasciano cicatrici emotive e psicologiche profonde.

Desidero che si smetta di denigrare le ragazzine perché hanno seni, cosce e didietro.

Desidero che i genitori riconoscano ciò di cui le loro figlie hanno paura e scelgano di essere i loro avvocati difensori.

Desidero poter dire alle bambine che andrà tutto bene, che i nostri corpi cambiano e che ciò è normale e che non diventiamo streghe malefiche a causa dei nostri seni.

Desidero che i nostri uomini smettano di gettare il biasimo sulle femmine perché crescono e smettano di agire come predatori di bambine.

Sino a che i miei desideri diventeranno realtà, io continuerò a parlare alle ragazze e a parlare in loro favore.

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(“Q&A With Nadeen Spence”, di Kim Crane per WorldPulse, 8.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Nadeen

Nadeen Spence: Sono cresciuta in una piccola comunità rurale chiamata Kilmarnock, nel sud della Giamaica. Quando sono rimasta incinta a 17 anni ho pensato che il mio mondo fosse finito. Ma non è finito, ed ora sono una donna trionfante. Il mio orgoglio viene dall’essere un’attivista a favore delle bambine, ragazze e giovani donne più vulnerabili. Le aiuto a trovare le loro voci, di modo che possano parlare per se stesse.

Nel 2010, ho dato inizio al Campo Estivo “Sono felice di essere una ragazza”. In Giamaica le ragazze sono vulnerabili allo stupro, al traffico di esseri umani e alle violenze fisiche. Sono iniziate al sesso in età precoce e sono più a rischio di contrarre l’Hiv/Aids. Le ragazze sono invisibili, nel nostro paese, e la nostra musica e la nostra cultura popolare minano il loro valore e la loro autostima.

Nel nostro Campo Estivo teniamo seminari per dare potere e autostima alle ragazze. Le istruiamo sui loro diritti, invitiamo esperte a tenere conferenze sui dati reali dello stupro e della violenza di genere in Giamaica. Poiché molte delle ragazze risiedono in comunità che attraversano conflitti, le istruiamo anche nella risoluzione di questi ultimi. Vogliamo che pensino al loro proprio successo e a fare piani per il futuro, così teniamo inoltre un seminario sulle carriere, in cui invitiamo varie organizzazioni per aiutare le ragazze a riflettere sulle opportunità che hanno dopo le scuole superiori. Ho scoperto che mi dà forza ogni giovane donna che emerge dalla propria situazione particolare.

Come hai deciso che era questo ciò che volevi fare nella vita?

Prima ancora della mia gravidanza, che fu difficile a livello emotivo, mi sentivo insicura e su un campo di battaglia, da bambina e da adolescente. Il sistema scolastico secondario della Giamaica è stratificato in modo da rinforzare barriere di classe, di colore ed altre. Gli studenti che passano gli esami detti “Common Entrance” si ricavano uno spazio in una delle prestigiose scuole coloniali giamaicane. Io non li ho passati. A 12 anni, ogni giorno andare a scuola era percorrere il cammino della vergogna: l’esperienza ha minato seriamente la mia fiducia in me stessa. Ogni volta in cui indossavo l’uniforme scolastica sapevo che era di seconda classe, che io non ero abbastanza intelligente, che avevo fallito. E andare a scuola presentava sfide ulteriori: le ragazze erano ripetutamente molestate sugli autobus da guidatori e bigliettai. Offerte e commenti sessuali erano comuni. Una ragazzina doveva essere forte e assertiva per sopportare i viaggi di andata e ritorno da scuola.

Quando ero in seconda media ebbi le mie prime mestruazioni. All’epoca erano terribilmente dolorose per me e di continuo finivo per essere ricoverata in ospedale. Dopo un po’ mia madre decise semplicemente di tenermi a casa da scuola quando avevo le mestruazioni. Vivevo una vita a metà. Smisi di fare sport, anche se ero una giocatrice di pallavolo molto brava. I medici non sembravano prendersi particolarmente a cuore la mia situazione e io soffrivo in silenzio, senza nessuno a cui parlare di come la mia vita si stesse restringendo attorno a me. Noi viviamo in una cultura che non dà fiducia ad una ragazza, una volta che ella raggiunga la pubertà. In qualche modo il mio corpo non aveva tradito solo me, aveva tradito tutte le persone a cui io piacevo, che mi definivano carina e educata prima che i miei seni cominciassero a crescere.

Quando rifletto sulle mie esperienze di vita, capisco quanto avevo bisogno di qualcuno che prendesse le mie parti, che mi aiutasse a capire quei tempi difficili. Io voglio che le ragazze sappiano di avere diritti, sappiano di essere belle e brave ad ogni stadio della loro vita, e che il loro corpo è bello e che la pubertà porterà con sé nuovi meravigliosi sentimenti. Voglio sappiano che la pubertà attirerà su di loro tutti i tipi di attenzione, e alcuni saranno non voluti, ma loro saranno legittimate e consapevoli abbastanza da prendere decisioni informate. Voglio sappiano che sono degne di fiducia. Voglio che le madri sappiano di avere in se stesse tutto quel che serve per aiutare le loro figlie a diventare donne felici.

Che successi hai testimoniato?

All’inizio dei Campi resto allibita a sentire le ragazze dire che non sono felici di essere femmine. Quando Rochelle ha partecipato per la prima volta al campo a 15 anni era così timida da non entrare mai in nessuna conversazione. Parlava a stento e faceva il possibile per non essere notata. Alla fine del Campo, ha cominciato ad emergere lentamente dal bozzolo che si era costruita intorno. Oggi, nonostante la sua difficile infanzia, si sta preparando ad entrare all’università. Un buon numero di ragazze mi hanno fatto sapere di aver preso posizioni di leadership nelle loro scuole. Persino le consulenti del Campo si sono sentite potenziate dalle loro esperienze.

Che consigli hai per le giovani leader del futuro?

Siate orgogliose e coraggiose e parlate sempre per voi stesse. Voglio che le giovani donne non abbiano paura, dicano la loro verità e non si fermino sulla strada del dar potere a se stesse. Voglio che si fidino della loro voce interiore e scendano in lizza e siano, se necessario, le avvocate di se stesse.

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(Masum Momaya per AWID intervista Tonya Haynes, 6.7.2012. Tonya è la coordinatrice dell’associazione femminista Code Red alle Barbados. Di recente ha organizzato un incontro di giovani femministe provenienti da tutti i Caraibi di cui si parla nel testo che segue. Trad. Maria G. Di Rienzo)

AWID: Il nome della conferenza era “Prendi fyah – Radicamento femminista”. Qual è l’origine di questo titolo e cosa esattamente significa “radicamento”?

Tonya Haynes (TH): Il concetto di “radicamento” è caraibico. Si riferisce al potenziale rivoluzionario dell’essere capaci di andare ovunque a sedersi con le persone e parlare delle loro vite. Questo tipo di condivisione e apprendimento è cruciale per la trasformazione sociale. Noi abbiamo sentito la necessità di incontrarci fra femministe caraibiche, provenienti da nazioni ed etnie diverse e con differenti retroscena religiosi, per condividere le nostre esperienze ed imparare le une dalle altre. “Radicamento” dichiara la nostra intenzione di andare alla radice di ciò vogliamo veder cambiare nelle nostre società, ma è anche la sorgente della nostra forza collettiva. Significa dar valore in se stesse alle azioni dello stare insieme, del parlare e dell’ascoltare.

Il fyah, o fuoco, a cui ci riferiamo parla di passione ed energia, dell’accendere la nostra immaginazione per trovare soluzioni creative alle sfide che ci troviamo di fronte. Non ci siamo incontrate per parlare solo dei torti che le donne subiscono e di come le donne siano negativamente investite da questo o quello, rischiando il vittimismo. Il femminismo caraibico che abbiamo in mente è una piattaforma che ci permette di maneggiare tutta una serie di istanze e la fonte della forza collettiva che possiamo usare per essere agenti del cambiamento. Una delle partecipanti lo ha descritto così:

Il fuoco, fyah, sarà il carburante di questo movimento. Fuoco per spazzare via le rappresentazioni scorrette del femminismo e dare ad esso luce nelle piattaforme per la giustizia sociale di cui abbiamo bisogno nelle nostre comunità e nazioni, e nella nostra regione. Fuoco per infiammarci e motivarci a parlare delle nostre convinzioni, entrare nei dibattiti e contare le une sulle altre per avere sostegno. Il fuoco aprirà la via e ci ricorderà di restare connesse, di rimanere amanti, di continuare a scrivere e di non dimenticare mai il tempo che abbiamo trascorso insieme. Il fuoco si assicurerà che noi si rimanga indignate rispetto alle ingiustizie e farà muovere in avanti il movimento.

AWID: Chi è venuta e qual era lo scopo dell’incontro?

TH: La conferenza ha messo insieme 24 giovani femministe caraibiche impegnate in organizzazioni di donne, di giovani e di persone LGBT. Siamo venute da Antigua e Barbuda, Belize, Barbados, Bahamas, Guyana, St. Kitts-Nevis, Haiti, St. Lucia, St. Vincent, le Grenadine e Grenada.

Due cose erano importanti per noi: 1) l’attivismo femminista a livello regionale sulla salute sessuale e riproduttiva che può trarre alimento dalla revisione operativa di ICPD+20 (Nota della traduttrice: Trattasi del programma d’azione della Conferenza Internazionale su Popoli e Sviluppo. L’accordo siglato a Il Cairo nel 1994 prevedeva una durata dell’iniziativa pari a vent’anni, ma poiché essi stanno rapidamente giungendo a conclusione e molti obiettivi non sono stati raggiunti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso un prolungamento ed appunto una revisione operativa di cui le NU discuteranno nel 2014.); 2) la mobilitazione femminista nella regione.

Vogliamo diventare parte di quel lavoro cui negli anni ’70 ed ’80 diedero inizio femministe caraibiche come Andaiye e Peggy Antrobus, che ci hanno fatto visita durante l’incontro.

AWID: Molte di voi hanno scritto dell’incontro in poesia oltre che in prosa. Anche del Forum di aprile 2012 di AWID alcune femministe dei Caraibi hanno scritto in poesia. Che posto ha la poesia nel femminismo caraibico?

TH: L’uso di poesie, disegni, canzoni e danze durante il nostro incontro era deliberato: ci è servito a ricordarci di onorare tutti gli aspetti di ciò che siamo. Una delle partecipanti è ingegnere meccanico, ma allo stesso tempo danzatrice, creatrice di filmati artistici e attivista comunitaria. Noi portiamo nel femminismo tutto quel che siamo e, nel farlo, stiamo cambiando il volto del femminismo nella regione.

AWID: Quali sono le istanze comuni che le giovani donne caraibiche si trovano davanti?

TH: Un modo per riassumerle è riflettere su donne e cittadinanza. Tracey Robinson, femminista giamaicana e studiosa di diritto, sottolinea che non solo le donne sono considerate cittadine di seconda classe, ma che la cittadinanza stessa è considerata secondaria per le donne. Le giovani sentono il peso di questa concezione della cittadinanza ancora di più: le giovani donne non sono considerate un soggetto politico. Ciò ha implicazioni sul loro status economico, sui loro diritti di salute sessuale e riproduttiva e sulle loro esperienze di molestie e violenza di genere.

AWID: E le differenze quali sono?

TH: I Caraibi non costituiscono uno spazio omogeneo. Ci sono diseguaglianze all’interno dei paesi e tra i paesi. Una delle partecipanti al nostro incontro, haitiana, ci ha ricordato che dopo il terremoto ad Haiti il crescente numero di organizzazioni non governative all’opera non ha prodotto risultati: la situazione sta invece peggiorando. Lei ha insistito sul fatto che non si può lavorare sui diritti di salute sessuale e riproduttiva se non si affrontano la necessità di migliorare lo status economico delle donne e le diseguaglianze geopolitiche che ne peggiorano le esistenze.

AWID: Che esempi ci sono nella regione per le giovani donne caraibiche che vogliano organizzarsi?

TH: Ci sono lezioni da apprendere da tutti i tentativi di mobilitazione femminista nella regione, inclusi quelli che hanno fallito e che sono in fase di stallo. Noi abbiamo deciso all’unanimità che abbiamo bisogno di dialogo fra le generazioni. Dobbiamo imparare dalle sfide e dai successi di organizzazioni di lungo corso come Red Thread (Filo Rosso) della Guyana, o il Collettivo Teatrale Sistren della Giamaica. Vogliamo anche imparare dai gruppi di più recente formazione, come l’Organizzazione produttiva per le donne in azione del Belize, che sta facendo lavoro trasformativo nelle comunità.

AWID: Che domande sono scaturite dall’incontro?

TH: In effetti ci siamo separate con più domande che risposte, e ciò dimostra che la conferenza è stata un successo! Che spinta iniziale diamo al movimento? Come affrontiamo la questione dei privilegi e come costruiamo un movimento inclusivo? In che modo ci diamo sostegno l’un l’altra? Qual è la piattaforma migliore per la mobilitazione femminista a livello regionale? Che risorse abbiamo già e come le utilizziamo?

AWID: E gli obiettivi?

TH: Abbiamo intrapreso immediatamente passi concreti in relazione ai nostri due obiettivi principali non appena l’incontro si è concluso. Ci siamo anche assunte la responsabilità di portare il fuoco-fyah alle nostre comunità e nazioni durante un evento annuale, e di documentarlo e condividerlo in tutta la regione. Stiamo rifinendo strategie e obiettivi a lungo termine e discutendo su come rendere il nostro lavoro sostenibile. Ci stiamo anche muovendo online per creare la rete “Prendi fuoco – Femminismo caraibico”.

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Sto prendendo aspetto e forma

e organizzando i miei poteri

al modo che una tempesta si raccoglie.

Non c’è ostacolo così ardito

da ergersi sulla mia strada:

mi sto riprendendo la mia vita

e lo sto facendo oggi.

Lucille Mathurin Mair – Trad. Maria G. Di Rienzo

(Lucille, docente universitaria e femminista giamaicana, è scomparsa nel 2009. Uno dei suoi suoi seminari più noti si chiamava “La donna ribelle nelle Indie britanniche dell’ovest durante la schiavitù”, che documentava le storie delle schiave, la loro resistenza e le loro proteste, mostrando come non fossero solo vittime ma “agenti della liberazione”.)

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La sua prima idea era diventare una grande praticante di arti marziali, poi ha pensato di unire le parole ai movimenti del corpo ed è diventata una cantastorie. La Debbie Young nata in Giamaica e trasferitasi con la famiglia in Canada nel 1993 è oggi infatti D’bi Young Anitafrika, poeta, attrice, drammaturga che attraversa i continenti con i suoi spettacoli ed i suoi seminari diretti alle comunità marginalizzate. I suoi lavori teatrali ed i suoi testi poetici sono stati pubblicati in quattro libri.

La 34enne D’bi è una figlia d’arte: sua madre Anita Stewart è infatti una delle pioniere della “dub poetry”, la poesia recitata su ritmi reggae che nacque durante gli anni ’70 dello scorso secolo per affrontare temi politici e di giustizia sociale. “I miei due bambini ed io siamo nomadi che non hanno una residenza permanente da 12 anni.”, racconta l’artista, “La gente che mi invita ha sempre cura di loro. Ho imparato a vivere in questo modo da mia madre, che accompagnavo durante i suoi tour. Non ci sono scorciatoie, ed io non ne prendo. C’è chi dice il mio ottimismo sia immenso, ma se è così è grazie alle persone che siedono con me dovunque io reciti o insegni.”

Uno dei suoi versi più citati dice: “Zio Sam, rimettiti i pantaloni”. E Young spiega che non si riferisce solo ai numerosi “zii” che abusano sessualmente dei bambini: “E’ anche una metafora per l’egoismo dei capitalisti nel devastare la vita sulla terra senza una riflessione neppure minima su che impatto avranno le loro azioni. Essere consapevoli del rimando che si ha sugli altri è fondamentale: noi cantastorie siamo come specchi e dobbiamo maneggiare con cura quel che facciamo.”

Dire la verità, aggiunge Young, può arrecare sofferenza, ma se non temi di cercare e condividere conoscenza anche il dolore diminuisce: “Le persone sono la rivoluzione che desideri. La prima cosa con cui devi negoziare è la vergogna, ancor prima della verità. Guarda innanzitutto a te stessa, per il cambiamento. Se non lo fai, finirai per parlare all’infinito di altre persone senza compiere nulla di concreto.” Maria G. Di Rienzo

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