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Posts Tagged ‘teatro di strada’

poonam ghimire

Quando aveva 11 anni, la nepalese Poonam Ghimire – in immagine – scrisse, mise in scena e diresse un pezzo teatrale che affrontava le diseguaglianze di genere nella scuola e chiedeva maggiore inclusione. Il suo lavoro riscosse un tal successo che la gente lo metteva spontaneamente in scena nelle strade: questo in un paese in cui solo il 66% delle ragazze frequenta le medie, poiché all’età in cui dovrebbero farlo sono già intrappolate in matrimoni precoci o lavoro forzato, oppure ne sono impedite dalla povertà o da proibizioni socioculturali.

In più, in molte regioni sono costrette a sottoporsi alla “tradizione” che le allontana dalle proprie case quando hanno le mestruazioni. Confinate in remote capanne, le ragazze sono spesso stuprate, si ammalano, muoiono di freddo e di fame.

Contro tutto questo, Poonam ha organizzato le sue amiche e ha fatto campagna per l’eguaglianza di genere. L’Unicef l’ha notata abbastanza presto da chiederle di scrivere per l’organizzazione, cosa che le ha fatto guadagnare un profilo internazionale.

Quando è stato il momento di andare all’università, Poonam ha scelto scienze forestali: è convinta che il cambiamento climatico e la diseguaglianza di genere siano connessi. Il cambiamento climatico ha impatto principalmente su bambine e donne, sostiene, giacché nelle comunità sfollate la percentuale di matrimoni forzati infantili cresce, gli agricoltori su piccola scala – che sono in maggioranza donne – vedono distrutte le loro possibilità di sopravvivere grazie al loro lavoro e molte bambine a cui è permesso studiare non riescono più neppure a raggiungere le scuole.

Garantire alle donne il diritto alla salute sessuale fornendo loro l’accesso al controllo delle nascite e fornire istruzione sul cambiamento climatico a donne e bambine sono due dei rimedi per cui la giovane attivista lavora assieme all’Associazione delle organizzazioni giovanili del Nepal (con cui ha anche affrontato le conseguenze del devastante terremoto del 2015, in prima linea negli sforzi per l’assistenza e la ricostruzione).

Durante la sua attività, Poonam ha visto altre connessioni: in Nepal solo il 37% delle persone può usufruire di impianti igienici e sanitari, e di nuovo ciò ha un impatto sproporzionato su donne e bambine, a cui è affidato il compito di fornire acqua potabile; inoltre, espone la popolazione al rischio di colera e altre malattie relative al consumo di acqua contaminata.

Poonam ha già prodotto lavori di ricerca sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, promuove un’agricoltura pure sostenibile, organizza concorsi di poesia sul cambiamento climatico e diffonde libri, tiene seminari sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per i giovani, incoraggiandoli a fondare gruppi ambientalisti in tutta la nazione. Mentre viaggia per questi scopi, raccoglie dati locali sull’inquinamento dell’aria.

“Per molti, io sono una donna non sposata che lavora nel mondo degli uomini e non sa cucinare. – ha detto di recente alla stampa – Ma io sono una donna che ha sogni, aspirazioni e, cosa più importante di tutte, ho una voce.”

Maria G. Di Rienzo

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East Side Art Alliance murales

(Murales per l’inizio dell’anno lunare – ESAA)

La East Side Arts Alliance, come si legge nel suo statuto, è “un’organizzazione composta da artisti, operatori culturali e organizzatori comunitari” impegnata a ottenere “cambiamento sociale sistemico in senso progressista”. Il gruppo ha la sua base a San Antonio, Oakland. Fra i diversi mezzi che usa per le sue azioni c’è il “teatro di guerriglia”. La fondatrice di questo programma si chiama Eden Silvia Jequinto (qui sotto in immagine).

eden silva

Si tratta di essere creativi, di pensare strategicamente e di usare lo spazio che si ha a disposizione per illustrare una realtà. – spiega Eden – L’attrezzo sei tu. Sono il tuo corpo, il tuo movimento e la tua energia ad aprire una canale fra te e chi ti guarda e a suscitare un responso empatico. Ma il messaggio dev’essere chiaro. Il tuo scopo è indurre la gente attorno a te a vedere un’esperienza di oppressione e i modi in cui le loro vite sono collegate a essa. Il nostro è attivismo pratico, si tratta di maneggiare la realtà in cui vivi, capire qual è il tuo ruolo e come puoi prendere decisioni: non unicamente nel tuo cuore o a parole, ma tramite l’azione e non da sola/o ma assieme a un collettivo.”

Eden (verrebbe da dire “ovviamente” dopo aver letto le sue spiegazioni) è una femminista e non ha paura di dire come stanno le cose per le donne nella sua comunità: “Il concentrarsi esclusivo sui maschi è improduttivo e divide le persone in modo dannoso. Le ragazze di colore, dove io vivo, sono fatte sentire colpevoli e forzate e spinte ad occuparsi di altri, possono essere i loro fratelli o cugini più giovani, o genitori tossicomani o sfruttatori manipolativi o partner che abusano di loro… Hanno bisogno e meritano di essere centrali nel nostro sforzo di restaurare/creare giustizia; dalle mere necessità di base alle cose più idealistiche devono viaggiare in tandem con i nostri maschi. Le ragazze hanno bisogno di sostegno, di spazi di facilitazione dove far pratica nel disfare sessismo, razzismo e xenofobia. Tramite le ragazze e la loro trasformazione, le nostre generazioni future hanno una possibilità.” Maria G. Di Rienzo

teatro guerrigliero

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lee sun hee

(“Fato” – testo, musica e voce di Lee Sun-hee, trad. Maria G. Di Rienzo)

Te lo prometto, quando questo momento sarà finito, il giorno in cui ci incontreremo di nuovo,

io getterò via tutto e starò al tuo fianco per camminare sulla via che resterà per noi.

Potrò avere ancora un giorno così bello, nella mia vita?

Sul sentiero faticoso che è la vita, tu sei un dono.

Io continuerò a lucidare questo amore, così da non farlo arrugginire.

Sebbene il nostro incontro abbia avuto durata breve, come una storia da ubriachi,

tu hai dissigillato il mio cancello e occupato il mio cuore.

Anche se il nostro amore è irrealizzabile io non ho rimpianti, perché nulla è per sempre.

Questo è ciò che chiamano “destino”, non possiamo negarlo.

Potrò avere ancora un giorno così bello, nella mia vita?

Ci sono molte cose che potrei dire, ma tu probabilmente le sai già.

Quel giorno in cui ci incontreremo di nuovo, lungo la via, per favore non lasciarmi andare.

L’amore che non abbiamo potuto avere in questa vita, il destino che non abbiamo potuto avere in questa vita:

il giorno in cui ci incontreremo di nuovo lungo la via, per favore, non lasciarmi andare.

king clown

La canzone è il tema principale di “The King and the Clown”, uno straordinario film sudcoreano del 2005. La pellicola, una vera festa per occhi e orecchie (e spirito) narra la storia di due saltimbanchi – realmente esistiti nel 1500 – Jang-saeng e Gong-gil, interpretati magistralmente dagli attori Kam Woo-sung e Lee Jun-ki.

(per saperne di più sulla loro professione:

https://lunanuvola.wordpress.com/2010/03/13/la-giocoliera-kim-amduk-baudeogi/ )

Jang-saeng e Gong-gil sono amici e amanti; la decisione di abbandonare la compagnia itinerante di cui fanno parte è presa in modo drammatico, a seguito dell’ennesimo abuso del capo-comico che prostituisce Gong-gil ai signori che lo richiedono. Fuggiti nella capitale, i due metteranno in piedi la propria troupe ed uno spettacolo “scandaloso” che prende in giro il Re e la sua concubina preferita (anche costoro sono personaggi storici). Arrestati e flagellati, ottengono la sospensione della tortura scommettendo con il potente eunuco che l’ha ordinata di riuscire a far ridere il Re con la loro performance: se falliranno, saranno giustiziati. In effetti ci riescono, ma il sovrano per cui diverranno giullari di corte è crudele e mentalmente instabile, i suoi ministri corrotti, la reggia un pullulare di intrighi, segreti, complotti e malizie… e la crescente fascinazione del Re per Gong-gil segnerà l’inizio della tragedia per tutta la compagnia.

Il film, pur mostrando una riflessione spietata sul potere e il sistema delle classi sociali, è pura poesia. Dozzine di momenti magici non perdono lo smalto neppure alla centesima visione. E la voce di Lee Sun-hee è una di quelle che riesce a cantare nel cuore di chi la ascolta.

lee jun-ki

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Quando Clara Makwara diede vita al “Forum immediato per la verità e la giustizia”, nel 2010, non aveva un centesimo di budget e gli incontri si tenevano in casa sua. Lo scopo dell’impresa era (ed è) grande quanto l’azzardo del darvi inizio in tali condizioni: ridurre la violenza di genere nella comunità del 50% entro il 2015. “La violenza domestica è un problema serissimo, qui, e non potevamo aspettare che qualche organizzazione ci desse assistenza. All’epoca pensai anche che se avessimo cominciato a far qualcosa per conto nostro forse quell’assistenza sarebbe arrivata più in fretta.”, dice Clara.

Questa donna di 43 anni è consigliera comunale a Chitungwiza nello Zimbabwe. Ha dovuto smettere di studiare dopo aver terminato le scuole elementari a causa della povertà della sua famiglia e ha lavorato molti anni come operaia tessile. “Nel 1996 ho avuto una specie di scatto d’orgoglio, mi sono licenziata e mi sono messa in proprio a disegnare tessuti. Ho cominciato a far politica nel 2001 e dal 2007 sono consigliera. Sono entrata nell’arena politica con un chiodo fisso in testa: alleggerire il peso portato dalle donne. La penso in modo diverso da chi continua a dire che la politica è una cosa sporca. Io credo che possa essere uno spazio salutare, una forza positiva per il cambiamento.”

Oggi il “Forum” di Clara ha ottenuto riconoscimenti e premi e qualche sostegno, così oltre ad investigare e monitorare la violenza domestica può offrire rifugio temporaneo alle vittime, metterle in contatto con medici e avvocati volontari e, ove possibile, fa incontrare vittime e perpetratori affinché cerchino insieme guarigione e riconciliazione. Clara dice che le donne restano spesso intrappolate in matrimoni violenti a causa dell’effetto combinato di analfabetismo, povertà e pratiche religiose e culturali dannose. “E’ cruciale comprendere le preoccupazioni di una vittima di violenza. Di solito la donna resta nelle condizioni in cui la subisce perché non ha altra scelta. Nella maggior parte dei casi non è economicamente indipendente. Una delle esperienze più difficili che ho dovuto maneggiare riguardava una donna che di violenza domestica è morta. Il marito si risposò immediatamente dopo il suo funerale, ma anche lui morì poco dopo e la sua nuova moglie cacciò per strada i bambini della prima. Ho dovuto portarli a vivere con me sino a che non siamo riusciti a ridare loro quel che gli spettava di diritto. E’ stato un periodo davvero difficile. Ma attualmente sono felice, perché il Forum sta uscendo dai confini della nostra comunità, sta raggiungendo altre zone, e noi cominciamo a vedere i risultati concreti del nostro lavoro.”

Le tre principali facilitatrici del “Forum immediato per la verità e la giustizia” sono tutte ex vittime di violenza. Annie fu cacciata di casa dal marito dopo anni di pestaggi e il suo primo rifugio è stato il garage di Clara Makwara; la stessa cosa accadde più tardi a Maria, ma il Forum era già in grado di offrirle temporaneamente una casa; Helen aveva sopportato un decennio di abusi da parte del coniuge prima di approdare al Forum. La loro trasformazione, da vittime a educatrici che danno sostegno e conforto ad altre donne, non è rara: assai più difficile è vedere un perpetratore cambiare e assumere il ruolo di consulente, ma questo è ciò che accade al Forum. “Come veterano di guerra, era inevitabile che io pensassi alla violenza come all’unico modo possibile di risolvere le dispute.”, racconta Richard Mbewe, assistente personale di Clara, “Ero solito picchiare le donne sino a che non ne potevano più e mi lasciavano. Ho imparato il rispetto per le donne qui, frequentando questo gruppo. Ho imparato che una donna non è uno strumento, è una compagna. E spesso è la persona più preziosa nella tua vita.” Un altro uomo membro del Forum, Samuel Sundire, dice che “Una migliore comunicazione fra donne ed uomini è il solo modo per smantellare credenze profondamente radicate: noi veniamo allevati nella credenza della superiorità dei maschi. Io mettevo le mani addosso a mia moglie se solo osava rispondermi quando parlavo.”

Nei prossimi mesi di quest’anno, il Forum ha in programma di condividere le sue storie con un pubblico più ampio, perciò i suoi membri (maschi e femmine) si stanno ingegnando ad essere anche attori, musicisti, compositori, registi e sceneggiatori: tramite il teatro comunitario, spiegano, desiderano portare la guarigione e la consapevolezza direttamente nello spazio pubblico.

“Stiamo avendo successo.”, dice ancora Clara Makwara, “Ma è un successo che non sarebbe stato possibile senza l’aiuto dei gruppi di donne, di Gender Links, dell’Unità di sostegno alle donne in politica, e di altre organizzazioni con cui ho lavorato. Capisco ora che il mio scopo, il mio dovere, il mio destino sono il portare una differenza nelle vite di donne ed uomini, e capisco che dobbiamo lavorare tutte e tutti insieme affinché il cambiamento avvenga.” Maria G. Di Rienzo

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(testo e immagine di Paola Gianturco, tratti dal suo libro “Women who light the dark” – Donne che illuminano l’oscurità, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Paola Gianturco è una giornalista e fotografa che negli ultimi 15 anni ha documentato le vite delle donne in quaranta diversi paesi. Tutti i suoi libri sono progetti di solidarietà, in cui i diritti d’autore sono devoluti ad ong nonprofit legate ai temi dei libri stessi. I diritti di “Women who light the dark” vanno al 100% al Global Fund for Women, che sostiene e difende i diritti umani delle donne.)

Nel 1994, Naima Zitan, marocchina diplomata all’Istituto d’Arte Drammatica, fondò il Théâtre Aquarium e produsse il suo primo lavoro teatrale, “Litigi”. Scelse il nome Théâtre Aquarium per suggerire la rappresentazione della vita reale all’interno di quella “boccia per pesci” che è un palcoscenico.

“Non era mia intenzione, all’inizio, creare un’associazione di attivisti.”, ammette, ma lei e la sua partner Naima Oulmakki, e il fratello di quest’ultima Abdullatif Oulmakki, cominciarono a pensare che “Otto o dieci rappresentazioni a Rabat non erano sufficienti. Lavoravamo tutti in associazioni di donne, e decidemmo di creare testi teatrali che parlassero delle donne marocchine e che potessero essere rappresentati nelle grandi città come nei piccoli villaggi.”

“Abdullatif lavorava nelle associazioni di donne?”, mi meraviglio io.

“Certo!”, annuisce lui, “Sono femminista al 100%.”

Sua sorella ride: “Se non lo fosse, non riuscirebbe a lavorare con noi.”

“Nel 2000,” continua Naima Zitan, “collaborammo con un’ong, Joussour, per difendere il Piano d’azione nazionale. Il nostro lavoro si chiamava “Storie di donne”. Abbiamo tenuto rappresentazioni di fronte a migliaia di gruppi. Le opposizioni organizzarono manifestazioni contro di noi. In questo periodo, apprendemmo che il 60% delle marocchine sono analfabete. Ne fummo scioccati, e decidemmo di portare a loro le nostre rappresentazioni. Fra il 2000 ed il 2002 presentammo “Storie di donne” 50 volte nelle zone rurali, nei suk, nei mercati e nelle moschee. Le riforme favorevoli alle donne sono anche il risultato delle nostre azioni. Il cambiamento del Codice di Famiglia è stata una cosa fantastica, ma ben poche persone analfabete sapevano che era avvenuto e ancor meno, fra quelle che sapevano, capivano cosa era avvenuto. Così nel 2004 creammo una nuova piece, “Coquelicot”, per spiegare la nuova legge.”

Abdullatif salta su dalla sedia e mi indica il computer, dove ha realizzato una mappa con in dati dell’alfabetizzazione nazionale: “E’ stato un lavoro duro ottenere le informazioni, perché il governo vuole che queste statistiche restino confidenziali. In queste aree”, dice mostrandomi le sezioni rosse sullo schermo, “più dell’85% della popolazione è analfabeta. E’ qui che portiamo le nostre performance: nelle prigioni, nelle fabbriche, negli orfanotrofi e, ovviamente, nei teatri.”

“La nostra missione è spiegare alle donne a che punto sono i loro diritti. Se non li capiscono non li richiedono, e se non li richiedono le nuove leggi sono inutili.”, spiega la visionaria Naima Zitan, presidente e direttrice artistica.

“Prima di cominciare la rappresentazione chiediamo agli spettatori cosa sanno del nuovo Codice di Famiglia. Di solito ci danno informazioni e definizioni sbagliate. Alla fine chiediamo loro se hanno appreso qualcosa, o se qualcosa è stato chiarito. Per noi, è la tecnica utile a valutare l’efficacia della rappresentazione. E questa è la mia parte di lavoro, perché io sono quella che parla di più.”, ride ancora, Naima Oulmakki, il cui titolo è “Direttrice per le pubbliche relazioni”.

E’ il primo pomeriggio, e le due Naima, Abdullatif, Mbarka El Ouazzani di “Joussour”, Scheherazade la mia interprete, ed io, ci stringiamo in un’automobile e ci dirigiamo verso i sobborghi di Temara. Naima Zitan è appena uscita dal suo lavoro al Ministero della Cultura e, bisognosa di un momento rigenerante, si addormenta lungo la strada. Naima Oulmakki mi dice: “Lei ed io ci siamo incontrate quando io lavoravo per “Joussour” e in quell’occasione decidemmo di tentare il teatro sociale. Lei ha 38 anni, è una berbera del nord e un’artista. Io ne ho 42, sono un’araba del sud e un’archeologa. Entrambe abbiamo impieghi regolari, e lavoriamo al Théâtre Aquarium solo per amore.”

Sembrano opposte, le due Naima: l’introversa e l’estroversa, Zitan fumatrice e Oulmakki no, Zitan che beve solo acqua e Oulmakki a cui piace la birra. “Ma quello che ci importa”, spiega quest’ultima, “sono le stesse questioni esistenziali: perché, quando, dove? In ciò, siamo esattamente identiche.”

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(n.b. La romanizzazione dell’hangul, l’alfabeto coreano, è ahinoi pensata per i parlanti di lingua inglese: ho quindi come in altri articoli cercato di rendere, nella trascrizione di alcuni vocaboli, l’approssimativa pronuncia per chi parla italiano, per altri non l’ho ritenuto necessario.)

 

2008 - Centenario del teatro moderno coreano - Spettacolo su Baudeogi

La storia delle namsadang, le troupe itineranti di giocolieri e acrobati, affonda nella notte dei tempi coreana e vi sono ben poche registrazioni al riguardo (benché una di esse risalga addirittura al periodo del regno di Shilla: 57 b.C. – 935 d.C.). Dal 1600 in poi la loro presenza è comunque storicamente attestata. Le troupe erano considerate al livello più basso della società, assieme ai chonmin (popolani comuni) e i bekjong (macellai). Il vocabolo “namsadang” indica che le compagnie erano composte da uomini (“nam” – “maschio”), e spesso funzionavano come comunità omosessuale, ove i più giovani, che recitavano parti da donna, assumevano il ruolo di yodongmo e i più anziani quello di sutdongmo: le pupe e i bulli, per dirla all’italiana. (vedasi “Homosexualities” di Stephen O. Murray, University of Chicago Press, 2000: lo si può leggere online) Solo molto tardi le troupe ammisero donne al loro interno ma fu una di esse, come vi racconterò tra poco, ad elevare l’arte dei giocolieri sino a farne uno dei tesori culturali del paese.

Originariamente pare che le abilità, i vari “nori” (gioco, gara), dispiegate dalle compagnie fossero di dieci tipi; sei sono giunti sino all’epoca odierna: far roteare piatti e cerchi su bastoni; acrobazie a terra; camminare sulla corda; rappresentazioni danzate in maschera; spettacolo di pupazzi o burattini; “danza sulle spalle” (ovvero stando in bilico sulle spalle di un altro attore). Il tutto è accompagnato dal suono di tamburi, gong ed altri strumenti popolari, e dal roteare dei nastri fissati ai cappelli, nel mentre gli attori si scambiano motti e battute di spirito.

Nella seconda metà del 1800, le condizioni delle compagnie non erano granché cambiate: più disprezzati dei servi, vagavano di villaggio in villaggio e dovevano chiedere ogni volta il permesso di esibirsi al signorotto o capo locale; spesso non ricevevano, come compenso, che un pasto e un letto, e la povertà li induceva ad offrire i giovani yodongmo come prostituti (il film “The King and the Clown, del 2005, illustra bene tale situazione). Ma c’era qualcosa che rendeva indispensabile e irriducibile l’esistenza delle troupe, ed era il loro dar voce alla povera gente di cui facevano parte. Inoltre, chi era stato degradato ed espulso dalla propria classe sociale per aver chiesto o tentato di attivare riforme in senso egualitario veniva sempre accolto dalle namsadang. Le maschere, i burattini e le danze raccontavano storie di corruzione, di malgoverno, di ingiustizie e truffe perpetrate dai potenti, ed irridevano questi ultimi senza misericordia.

La compagnia itinerante di Anseong, che aveva la sua base presso un tempio (il Cheongryong-sa), accolse nel 1853 un nuovo membro. Era una bimba di cinque anni, e si chiamava Kim Amduk (all’uso orientale, il cognome è il primo); il suo “nome d’arte”, assai più famoso, fu Baudeogi.

Figlia di un mezzadro in miseria, non abbiamo modo di sapere se sia stata data alla namsadang per disperazione o se già così piccina avesse manifestato il desiderio di divenire un’acrobata. Quel che è certo è che ben presto imparò tutte le arti che vi ho descritto sopra, e che le esercitò con tal maestria da far viaggiare il nome della troupe di Anseong per l’intera nazione. Pare fosse particolarmente brava a fare acrobazie sulla corda: in coreano questa abilità viene chiamata iorum, che significa “ghiaccio fine”, perché camminare e saltare su una corda tesa a tre metri di altezza richiede la stessa cautela. Nel mentre volteggiava su quell’esile base, la giocoliera scambiava battute con un clown a terra ed era accompagnata da uno speciale ritmo dei tamburi. Quando Yun Chi-tok, il capo della troupe di Anseong, morì, la decisione degli altri membri fu unanime: la loro nuova guida doveva essere “Baudeogi”. La nostra fanciulla non aveva, allora, che quindici anni.

Due anni più tardi, nel 1865 (durante il regno di re Gojong) la compagnia venne ingaggiata dal nobile reggente che aveva in carico la ristrutturazione di un palazzo, per confortare i lavoratori esausti. Poiché svolsero il loro compito talmente bene da impressionare anche il nobile signore, quest’ultimo li ricompensò con un ornamento di giada da portare sulla fascia per i capelli: per capirci meglio, si trattava del “sigillo” di cui si fregiavano i viceministri (i governatori provinciali odierni), il che dava agli acrobati una dignità pubblica che non avrebbero mai sognato di poter ottenere. Baudeogi fissò il sigillo di giada su uno stendardo che marciava in testa alla compagnia. Da allora, la namsadang di Baudeogi divenne l’organizzazione di riferimento per tutte le altre troupe del paese, e le troupe stesse cominciarono a chiamarsi “baudeogi”, soprattutto perché la gente dei villaggi quando ne scorgeva una in lontananza cominciava a gridare: “Ecco Baudeogi! Arriva Baudeogi!” I due grandi successi della giocoliera furono questi: l’indurre la dinastia Chosun a riconoscere quel che le compagnie itineranti facevano come arte e cultura, e lo sconfessare con la sua bravura e la sua capacità di leader il mito della superiorità maschile. Riesco ad immaginarla in un momento di quiete, prima del trionfo: Ostacoli? Non sono forse un’acrobata? Gli ostacoli si possono saltare!

Tuttavia, i momenti di quiete dovevano essere rari, in una vita dura e vagabonda come la sua, ed il conto di tante fatiche le fu chiesto sin troppo presto: la piccola grande Amduk morì nel 1870, a 23 anni, di una malattia ai polmoni non meglio specificata (tisi?). Dopo di lei, le namsadang si sciolsero e ricostituirono di continuo, a causa dell’invasione giapponese e delle politiche di erosione della cultura nazionale perpetrate in concomitanza. L’ostinazione con cui gli artisti resistettero mi sembra simboleggiare egregiamente l’eredità della giocoliera, come se i semi di dignità e di coraggio che lei aveva sparso a piene mani non avessero mai cessato di germogliare. Successivamente, la compagnia si ricostituì ad Anseong, dove dal 2001 ogni anno si tiene un festival in onore di Baudeogi; a tutt’oggi, la namsadang dà spettacolo in loco ogni sabato, e spesso si spinge oltreoceano per le sue performance. La tomba di Baudeogi si trova nella stessa città, quell’Anseong da cui cominciò i suoi interminabili viaggi, per tornarvi infine a riposare.

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