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(“Gender mainstreaming should be implemented all over Serbia”, intervista a Aneta Dukic di Ida Svedlund per Kvinna till Kvinna, 21 novembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Aneta

Perché hai cominciato a lavorare per i diritti delle donne?

Nel 2005, una mia collega diede inizio ad un gruppo di studio femminile a Kraljevo. Portò documenti da Belgrado e da Novi Sad che parlavano di femminismo e della posizione delle donne nella società. La cosa mi interessò moltissimo. Alla fine del corso, riempimmo un questionario relativo alle azioni future che avremmo intrapreso a Kraljevo per i diritti delle donne. Molte di noi erano interessate a continuare, e così fondammo Fenomena nel 2006.

Di cosa vi state occupando in questo momento?

Fenomena coopera con le autorità locali per migliorare le condizioni delle donne e per aumentare la loro influenza a Kraljevo e in tutta la Serbia. Al momento siamo concentrare principalmente sul mainstreaming di genere e sull’attivismo per la protezione sociale delle donne che sono esposte alla violenza domestica. Nel passato recente abbiamo lavorato anche sui diritti economici delle donne, ma attualmente non ne abbiamo la capacità. Un grosso problema per noi è ottenere che donne giovani si uniscano all’organizzazione: Kraljevo è una città piccola, senza università, perciò i giovani di solito non restano qui.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Come organizzazione abbiamo bisogno di vedere qualche risultato, di modo da sapere che il nostro piano strategico sta funzionando e che il nostro lavoro sul mainstreaming di genere ha successo. Quest’ultimo è un metodo che dovrebbe essere implementato non solo nella nostra città, ma nell’intero paese.

Cosa ti ispira a portare avanti il lavoro per i diritti delle donne?

La parola chiave, per me, è sostegno. Ne ho bisogno per il mio lavoro e lo sto ottenendo dalla mia famiglia, e sono anche in grado di darlo ad altre donne. Le storie delle donne devono essere ascoltate. Provare empatia l’una per l’altra è la mia visione a questo punto della mia vita.

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C’è un modo per rendere le città più amichevoli e confortevoli per le donne che in esse abitano. C’è, e non è per niente misterioso o difficile: basta chiedere le loro opinioni. L’amministrazione comunale di Vienna lo fa da anni, raccogliendo dati dalle cittadine e incorporandoli nei propri progetti sulla città. Si chiama gender mainstreaming e consiste in un approccio verso l’eguaglianza e l’equità di genere che si assicura di mantenere centrale l’attenzione alle prospettive di genere in ogni attività: politiche di sviluppo, legislazioni, allocazioni delle risorse, pianificazione urbana, eccetera.

Perché non basta mettere le firme sui protocolli internazionali, infilare i documenti relativi in un cassetto e poi sentirsi davvero magnanimi e chiedersi seccati “cos’altro vogliono le donne”: le donne vogliono che le dichiarazioni di principio diventino politiche reali, concrete, che toccano le loro vite. Il privilegio di un settore della popolazione sull’altro non si mantiene solo per ottusità o malizia, ma anche per la smemorata ignoranza dei gruppi in posizione di autorità a sproporzionata maggioranza (se non totalità) maschile, che non si sognano neppure di ascoltare pareri femminili, figuriamoci poi il portarli a livello di politiche.

vienna

Vienna si distingue nel gender mainstreaming in aree come l’istruzione e la salute pubblica, ma il settore in cui l’impatto di questa scelta è maggiormente visibile è la pianificazione urbana. Nel 1999, l’amministrazione ha chiesto ai cittadini e alle cittadine di esprimere le loro opinioni sui trasporti pubblici: ha scoperto che le donne li usano molto di più degli uomini, e che il loro utilizzo include per le donne la cura di bambini ed anziani. In risposta alle preoccupazioni ed ai suggerimenti delle cittadine, gli amministratori hanno allargato i marciapiedi, facilitato l’accesso ai trasporti pubblici, migliorato l’illuminazione stradale.

Gli studi degli amministratori viennesi hanno anche scoperto che le bambine smettevano praticamente di frequentare i parchi pubblici attorno ai nove anni d’età. Così, hanno ascoltato le bambine per sapere perché e saputo che era l’aggressività dei loro coetanei, spesso voraci di spazio e arroganti, a tenerle lontane. Non ci crederete, ma hanno ridisegnato i parchi: hanno aggiunto più aperture per raggiungerli e più sentieri interni, e hanno creato delle suddivisioni nelle aree aperte dei parchi stessi, permettendo la creazione di un numero maggiore di spazi fruibili. Immediatamente, le bambine sono tornate nei parchi, e allo stato attuale continuano a frequentarli assieme ai bambini senza che un gruppo sia maggiore dell’altro o imponga all’altro le proprie attività.

Cin cin con Martina

Chi critica questo approccio dice che rischia di rinforzare gli stereotipi di genere. Ma rendere i trasporti pubblici più agevoli per chi viaggia con bambini e corre da un posto a un altro per lavorare e sbrigare faccende, o permettere a chi non vuole fare a cazzotti di avere un posto tranquillo dove leggere in un parco, agli occhi miei è solo buono e giusto. Eva Kail, sostenitrice del gender mainstreaming e viennese, lo dice cosi: “Si tratta di portare le persone in spazi dove esse non esistevano prima, o dove sentivano di non avere il diritto ad esistere.” Maria G. Di Rienzo (Fonti: The Atlantic Cities, Jezebel, Agenzia Donne NU)

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