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Posts Tagged ‘mitologia’

(tratto da: “If I am to live through an afterlife it should be as a churel demon, so I can seek vengeance on behalf of mistreated women across the globe”, di Sarah Khan per “Wear Your Voice”, 2 agosto 2017. Sarah, scrittrice-editrice, vive a Toronto in Canada e, nelle sue stesse parole, è “una femminista rompiballe e una groucho-marxista”. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

churel

Come per tutte le altre culture, l’Asia del Sud ha la sua propria serie di mostri ultraterreni atti a spaventare bambini (e anche qualche adulto). Nessuno di essi ha mai realmente spaventato me, perché tutti sembrano avere una ragione per essere quel che sono. Quella che mi affascina di più fra loro è la churel.

La leggenda della churel, a quanto si dice, ha avuto inizio in Persia, ma attualmente è più presente nell’Asia del Sud, in modo particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Si narra che sia lo spirito di una donna a cui è stato fatto torto, di solito una donna morta di parto o subito dopo il parto. Una donna può anche tornare come churel se è stata maltrattata dai parenti durante la sua vita o se non ha mai avuto soddisfazione sessuale.

La churel è una creatura dall’aspetto orrendo di base, ma può prendere qualsiasi forma le aggradi. In Pakistan, alla sua leggenda è aggiunto il particolare che non può cambiare però i suoi piedi, che sono volti all’indietro. Generalmente, la churel prende la forma di una donna “tradizionalmente bella” per attirare gli uomini in zone isolate delle foreste. La maggior parte del folklore narra che lo fa per vendetta, torna per uccidere i maschi della famiglia, a cominciare da quelli che hanno abusato di lei quando era viva. A causa della paura della churel, le famiglie sentivano di dover avere buona e speciale cura delle parenti donne, come le nuore, e in particolar modo di quelle incinte. La churel diventa la ragione per cui le donne sono trattate da esseri umani nelle loro famiglie.

Il fatto che delle persone abbiano necessità di essere terrorizzate da una leggenda urbana per essere decenti con le donne nella loro famiglia è in se stesso scioccante, ma a me piace pensare che la leggenda sia stata creata dalle donne, per indurre gli uomini – tramite il timore – a trattarle da esseri umani. Le donne sono state considerate cittadine di seconda classe e poco più di incubatrici per bambini per lungo tempo, perciò non mi sento di biasimarle per aver potenzialmente creato una demone terrificante.

L’idea di una demone-strega che può cambiare forma e attirare gli uomini verso la loro dipartita esiste in una cultura così vistosamente misogina da risultare tonificante. Come creatura probabilmente fittizia (dico “probabilmente” perché a livello personale vorrei così tanto crederla reale), la churel sta facendo ciò che molte donne (e uomini) viventi non sono in grado di fare: reclamare per se stesse/i un trattamento umano ed egualitario.

Sebbene io sia stata trattata davvero bene dalla mia famiglia durante la mia vita, se avrò esistenza nell’aldilà una parte di me desidera che tale esistenza sia quella di una demone churel, per poter vendicare le donne maltrattate su tutto il pianeta.

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Cara Aquila

(“Un’aquila, un amore”, di Roxana Ștefan, poeta contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Questo testo, scritto il 23 febbraio 2017, è il n. 307 nella sfida che l’Autrice si è posta del comporre una poesia al giorno per un anno. “Numero fortunato.”, assicura Roxana, che di sé dice: “Amo la poesia, la storia, i libri, i film, il mio paese – la Romania. Ricostruisco l’Universo fra le molecole, disegno mondi ideali. E scrivo, anche.”)

albero-del-mondo

Nove.

Parole che amoreggiano

con antica sapienza, acqua pura,

la banca dati di Asgard, (1)

ricordi di esseri umani;

tutto attorno agli schiavi di quei vermi che sono i più oscuri.

Tu stai sopra a ogni cosa,

cara aquila.

Baciami più forte con la tua conoscenza,

brucia i ponti sulla tua via.

Io ruberò pozioni segrete,

gioventù, tutti i misteri degli dei,

poteri segreti, Yggdrasil. (2)

Io tornerò

per diventare un solo essere con te.

(1) La dimora degli dei nella mitologia nordica.

(2) Nella stessa mitologia è l’asse del mondo, l’albero cosmico. E’ più frequentemente scritto con due “l” finali.

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treccia

Nel mezzo di dimostrazioni assai più grandi questa, sul ponte che collega El Paso – Usa e Juárez – Messico, è passata quasi inosservata. Mentre il nuovo Presidente statunitense prestava giuramento, lo stesso uomo a cui piace “prender le donne per la passera” e che ha promesso di costruire fra i due paesi “un grande bellissimo muro”, circa 50 donne americane e messicane hanno creato un potente simbolico gesto di resistenza e forza collettiva: intrecciando insieme i loro capelli.

Capelli bianchi e capelli neri, biondi e rossi e castani, in un’unica treccia e chi li aveva corti si è drappeggiata una sciarpa sulla testa per legarla alla capigliatura di un’altra donna.

Xochitl Nicholson di “Boundless Across Borders” (“Sconfinate attraverso i confini”), una delle organizzatrici, lo ha spiegato così: “Volevamo qualcosa che si riferisse direttamente alle donne, ma che convogliasse anche un messaggio sul nostro retaggio e sul nostro retroterra, che sono comuni.”

“Nessun gesto è troppo piccolo. – ha aggiunto Marisol Diaz, una giovane partecipante – Il cambiamento avviene tramite queste azioni.” Altre donne presenti hanno attestato di stare sul ponte in rappresentanza di chi non poteva esserci: le persone senza documenti, le persone le cui terre sono state occupate, eccetera.

Le trecce hanno una lunga storia nelle mitologie e nei simbolismi del nostro pianeta. Poiché hanno bisogno di tre ciocche tessute insieme diventano per esempio significanti dell’unione di corpo, mente e spirito o di presente / passato / futuro: chi le porta, i suoi antenati, i suoi discendenti. Anticamente, in Finlandia, si credeva che chi era molto abile nel fare trecce fosse anche in grado di domare i venti. Guardate queste donne: sono pronta a scommettere che non c’è vento contrario che non possano imbrigliare.

sul-ponte

Maria G. Di Rienzo

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“Il Dio del cielo e della terra semplicemente chiede. Il Fato è la domanda che ho posto. Voi potete trovare la risposta.”

Così 천지신명 (la pronuncia resa in italiano è “cion-gi-scin-miong”), la suprema divinità di un pantheon coreano antecedente buddismo, cristianesimo e confucianesimo, crea una delle scene più significative dello sceneggiato “Goblin” (도깨비 – “docchebi”, accento sulla finale) attualmente trasmesso dal canale via cavo “tvN” e decisamente sulla cresta dell’onda: 15,3% di share, con picchi di 18.

goblin-poster

Secondo la mitologia a cui fa riferimento le cose per gli esseri umani vanno così:

A crearti è la Nonna Samshin, la Dea del Parto che protegge madri e bambine/i. La sua protezione ti segue sino ai 10 anni.

Dopo di ciò, passi sotto la vigilanza di sette divinità che sono le sette stelle del Grande Carro dell’Orsa Maggiore (칠성신 – “cil-song-scin”): con il tempo, queste figure si sono fuse con quella del dio supremo succitato.

Quando incontri un Messaggero dell’Aldilà (저승사자 – gio-sung-sa-gia) muori.

Nel tribunale dell’Aldilà ciò che hai fatto durante la tua vita è giudicato dal Grande Re 염라 (“iom-ra”), che comanda i Messaggeri. Se sei stato giusto puoi andare in Cielo o reincarnarti, se non lo sei stato soffri eterno dolore (in alcuni casi ti reincarni in una forma inferiore e in altri ancora diventi un Messaggero come forma di espiazione).

goblin

(da sinistra, il Messaggero dell’Aldilà e il Goblin)

Se hai un desiderio fortissimo o un rancore altrettanto intenso che ti spingono a voler vivere anche dopo la morte, resti a vagare in questo mondo come spirito (fantasma).

Questa mitologia comprende creature come i draghi e il nostro 도깨비: un essere fatato non necessariamente maligno come i goblin del folklore anglosassone (tradurre è sempre un po’ tradire) ma che da buon folletto può creare oro e compiere altri incantesimi. In più il “docchebi” non nasce tale: in origine era una creatura umana e subisce la trasformazione a causa di diverse circostanze – per esempio, come nel caso dello sceneggiato, il subire un grave tradimento intriso da molto sangue versato.

La storia del drama, in sé, non mi attira in modo particolare. Il folletto vive in eterno, trafitto dalla propria spada, e per raggiungere pace e oblio deve trovare la propria “moglie”, una donna umana che lo ami, perché in virtù di questo amore lei è in grado di sfilare la spada dal suo corpo: capite bene quanti fazzoletti si inzuppano di lacrime per il triste destino di entrambi…

goblin-sword

Ma la scrittrice che ha vergato la sceneggiatura, Kim Eun-Sook, lo ha fatto in modo superbo, utilizzando il meglio della letteratura e della poesia del suo paese. Con uno “script” del genere, persino un guitto (parlo degli idol-boys e delle idol-girls gettati in modo improvvido nelle produzioni cinematografiche e televisive) non può fare altro che diventare un attore. Perciò sto guardando le puntate di “Goblin”, per ascoltare più che per vedere.

Maria G. Di Rienzo

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lehua

(“Banana Queen”, di Lehua Taitano – in immagine qui sopra -, trad. Maria G. Di Rienzo. Lehua M. Taitano, nativa Chamorro di Yigo, nell’isola di Guam che fa parte dell’Arcipelago delle Marianne, si definisce “poeta, scrittrice e artista queer”. E’ l’autrice di due raccolte di poesie, A Bell Made of Stones e Sonoma, e di una di racconti brevi intitolata appalachiapacific e vincitrice del premio letterario Merriam-Frontier nel 2010. Guam è uno dei “territori non autonomi” ancora esistenti: in pratica, una colonia degli Usa. La vita del popolo Chamorro si è a lungo basata su gruppi familiari estesi matrilineari: questo concetto di “clan” deriva da una comune antenata di sesso femminile ed è in uso ancora oggi. Il suo perno è la parola inafa’maolek che significa “farsi del bene l’uno con l’altro” ed è spesso tradotta come “interdipendenza”.

Secondo una leggenda Chamorro, il mondo fu creato da due gemelli, un maschio e una femmina che si chiamavano Puntan e Fu’uña. In punto di morte, Puntan chiese alla sorella di creare l’universo con le parti del suo corpo: così Fu’uña prese i suoi occhi e ne fece il sole e la luna, usò le ciglia per creare arcobaleni eccetera. Finito il lavoro, mutò se stessa in una roccia sull’isola di Guam e da tale roccia emersero gli esseri umani.)

REGINA DELLE BANANE

Nel mezzo di Ovunque

è ciò che ho detto

a questo che chiedeva

Dove.

Invece di Nessun Luogo

come lui pretendeva.

Trovalo, disse,

su questa mappa qui.

Fallo.

Tutta la cartografia nel suo

mondo non poteva

farne altro

che una tana di moscerino.

Injun (1), disse quest’altro.

Dev’essere così, con un nome

come Quello.

(Tutto quel a cui stanno tentando di arrivare

è: l’aroma con cui cui dovremmo chiamare

la tua fica.)

Tu non sembri proprio –

quest’altro ancora

disse

– una Guamanita.

(Guamaniana. Guamese. Guamariana.)

Straniera, disse un altro ancora.

Banane.

Non aveva sentore

della mia avversione, che è la più vera

delle allergie, con crampi.

Con un nome

come Quello,

lui disse, io penso che tu dovresti essere

la Regina delle Banane.

(                                     )

Dovrei io estrarre

ogni insulto come

una freccia e smontare

ciascuno di essi e in caso

come.

Inoltre, quale ferita

è più profonda, la punta

o la cocca dell’arco.

Ad ogni modo le mie faretre

sono profonde come scafi di navi e

le rocce dell’oceano sono l’acciottolio

di piume che cantano e si frantumano

in ossa di pesce.

Le onde fremono e

ogni

vertebra è una vocale

ogni

costola è una coniugazione,

sino a che ogni

bianco frammento

si salda a maglia in una minuta

poesia, in un natante

scheletro di ogni cosa che io

potrei mai

dire.

(1) Termine spregiativo per “pellerossa”

guam-oceano

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Probabilmente conoscete la storia del centauro Chirone, il quale ha dato nome nel 1977 all’oggetto cosmico (cometa periodica, o asteroide centauro) che si muove fra le orbite di Saturno e Urano ed è il simbolo archetipico del “guaritore ferito”. Nel mito, Chirone è un’eccezione fra i centauri poiché amichevole nei confronti degli esseri umani e disposto a condividere con loro le sue conoscenze che eccellevano in vari campi, ma in particolar modo nella medicina.

chirone

Ferito accidentalmente da Eracle, che era suo amico, con una freccia avvelenata dal sangue dell’Idra, Chirone non può guarire e – poiché è immortale – non può porre termine alla sua sofferenza. Zeus accetterà infine che scambi la sua immortalità con Prometeo e Chirone diverrà la costellazione del Centauro.

Io non intendo l’archetipo in senso junghiano (in sintesi un terapeuta spinto a occuparsi dei suoi pazienti a causa delle sue stesse “ferite”), ma ho conosciuto (e letto di) un buon numero di persone – soprattutto donne – le quali, avendo alle spalle storie pesanti di abusi e violenze, trasformano le loro esperienze in attivismo, anche solo e semplicemente “relazionale” risolvendo dispute familiari o essendo di immenso sostegno a parenti e amici.

Di solito sono persone dotate di intuito e sensibilità non comuni (tratti che possono essere caratteriali o sviluppati come strategie di sopravvivenza), e nonostante siano spesso considerate “diverse”, capri espiatori o le pecore nere nei gruppi di cui fanno parte, la loro empatia umana è profonda: sono abilissime nell’aiutare altri esseri umani a volgere il dolore fisico o emotivo in un processo di guarigione.

Ascoltano davvero le storie che raccontate loro. La vostra sofferenza le colpisce direttamente. Infondono in voi energia e speranza. Desiderano che la vostra vita sia per voi un dono di crescita evolutiva da godere ogni singolo giorno. In qualche modo, percepiscono la loro esistenza come “servizio” al resto dell’umanità e persino le loro professioni sono sovente dirette in tal senso: riparano corpi, spiriti, oggetti, situazioni.

Voi potreste avere la sensazione che queste persone stiano controllando tutto quel che fanno alla perfezione, che nessun aiuto o conforto serva loro e, infine, darle per scontate. E’ possibile persino che esse consapevolmente proiettino tale immagine di solida e invulnerabile autosufficienza – e che in qualche misura la credano reale. Ma la guaritrice ferita (o il guaritore ferito) è un essere umano che come ognuno/a dei suoi simili ha bisogno di ricevere, oltre che di dare.

Questa persona ha costruito molto di quel che è ora su enormi cicatrici e alcune, se sfiorate, sanguinano ancora; può rivolgere contro di sé il dolore che percepisce intorno in comportamenti autodistruttivi; può negarsi riposo, pausa, gioie, soddisfazioni pur dando o consigliando tutto questo ad altri.

Perciò, se vi siete riconosciute/i nella descrizione, o se avete riconosciuto una donna o un uomo a voi vicini… non vampirizzatevi e non vampirizzate costoro. Sorprendeteli e sorprendete voi stessi con l’affetto e la cura e l’apprezzamento e il sostegno.

Per mettere veramente a frutto la sua saggezza, la centaura – o il centauro – deve anche poter tirare la sua freccia alle stelle. La sua, per il suo piacere e il suo orgoglio e la sua abilità. Per la sua vittoria: la merita.

Maria G. Di Rienzo

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Atena racconta

ATENA RACCONTA LA PROPRIA STORIA

(testo e immagine qui sotto – Athena Glaukopis – di Thalia Took. Trad. Maria G. Di Rienzo. La seconda immagine è di Ilene Satala.)

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Io sono una figlia più vecchia del proprio padre.

Antica, sono antica, vecchia come la Mente e vecchia almeno quanto il Travestimento; io sono Colei che è intelletto e intuito e so come allettare con il ragionamento, che non è la stessa cosa del farlo con la verità.

Io sono e sono stata tutte queste cose: l’uccello sull’acqua, il serpente nella roccia, l’albero sulla collina, la rugiada lucente, l’immagine in legno d’olivo, la Città sull’altura. Ho aggiogato buoi e domato cavalli, ho progettato feste e gare, arte e gloria.

Io guido coloro che osano; ho ucciso Giganti, distrutto il disordine, nascosto segreti.

Molto, molto tempo fa ho lottato per la Città con l’oscuro Poseidone e ho vinto – perché sono la migliore.

Dal nulla, io posso con le mie abilità creare tutto. Dall’aria sottile, il fulmine. Da vecchie ossa, musica. Dal fango, l’inestimabile anfora. Dal concetto di utilità io creo bellezza; dalla sconfitta, vittoria; e dalla rabbia, giustizia.

Tienilo a mente, perché io sono spesso con te e posso prendere qualsiasi forma: la ragazza al pozzo con gli occhi da civetta, la matrona al telaio, l’anziana donna con il fuso che ti fa segno; o la vasaia che vende le sue merci, la guerriera che lotta al tuo fianco, la guida che ti offre consigli.

Io osservo con occhi brillanti, lucenti e mutevoli come il mare, sfidandoti a vedere attraverso le mie illusioni e, invero, le persone intelligenti, le astute, le scaltre, sono quelle che più amo.

Per riconoscermi, riconosci l’enthousiasmos (1) dentro di te e sii abbastanza sagace da estrarre la domanda dalla risposta. Perché questa è la verità: sebbene io sia una bugiarda, puoi fidarti completamente di me.

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(1) pur traducibile come “entusiasmo”, il suo significato è diverso dall’usuale: indicava infatti per i Greci antichi lo stato di esaltazione creativa di coloro che ospitavano una divinità nel proprio corpo.

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