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Posts Tagged ‘fumetti’

Sarah Graley è una giovane fumettista inglese che vive a Birmingham “con quattro gatti e un ragazzo che somiglia a un gatto”, e questo è il suo ultimo lavoro: “Kim Reaper”.

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Il titolo è un gioco di parole che contiene il nome di una delle due protagoniste principali, Kim, e suona un po’ come “Grim Reaper”: il Tristo Mietitore, l’Angelo della Morte, il Messaggero dell’Aldilà ecc. E in effetti, la giovane Kim si sta addestrando proprio per questo mestiere. La sua compagna di scuola Becka, che ha per lei una cotta totale (la definisce con altri un esempio vivente di “belle arti”), lo scopre per caso seguendola e…

Vediamo che ne dice l’Autrice, intervistata da Mey di Autostraddle il 7 febbraio scorso:

“Forse suonerà imbarazzante dirlo ora, ma quando avevo 12-13 anni sognavo di diventare una Trista Mietitrice. Vivevo nei pressi di un cimitero ed ero davvero terrorizzata dagli zombie, avevo un sacco di incubi sugli zombie, perciò quello era il modo in cui maneggiavo la cosa: gli zombie e altre creature del genere non potevano farcela contro la Morte, giusto? Posso confermare oggi, alla tenera età di 25 anni, che non sogno più cose del genere! Ma mi piacevano le idee che quei sogni mi facevano venire e ho pensato che avrebbero potuto costituire un fumetto davvero divertente. (…)

Mi piace anche scrivere storie a tema omosessuale. Sono cresciuta con televisione e libri a cui mancava questa rappresentazione (che un’adolescente come me avrebbe davvero apprezzato) perciò adesso mi scrivo da sola tutte le avventure gay che voglio. La storia in “Kim Reaper” è alimentata dal fatto che Kim si sta preparando alla professione di Trista Mietitrice, ma il focus della storia stessa è la relazione fra Kim e Becka. Sto sperando che chi leggerà “Kim Reaper” passerà gli stessi bei momenti che ho passato io lavorandoci. Quel che accade nel mondo attualmente è molto preoccupante e stressante, perciò io spero che i miei fumetti servano da “pausa dolce” alle lettrici e ai lettori.”

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Il primo numero di questa serie uscirà il 5 aprile 2017. Traduzione in italiano? Speriamo. Maria G. Di Rienzo

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Quel che voglio nel 2017

2017

Quel che voglio nel 2017…

L’energia e l’opportunità per perseguire le mie passioni

Capelli fantastici che dicano “Affanculo il patriarcato!”

Parlare con sicurezza senza dover specificare o autocensurarmi:

No (con la x rossa): Mi dispiace… So che sono stata dura riguardo al patriarcato e veramente mi piacciono tutti gli uomini che sono nella mia vita. Sono grandiosi. Non sto parlando di LORO ma del SISTEMA che li favorisce. Inoltre sono perfettamente sicura che il patriarcato danneggia sia donne sia uomini!

(con la spunta verde): Sul serio, affanculo il patriarcato. Inoltre, “Rogue One” è sopravvalutato. Sì, l’ho detto.

(parte di una più lunga vignetta di Megan Praz del 31.12.2016 per “Autostraddle”, trad. Maria G. Di Rienzo)

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(tratto da: “100 Women 2016: Female Arab cartoonists challenge authority” – BBC News 28 novembre 2016; articolo di Severine Dieudonne e Naomi Scherbel-Ball, video di Dina Demrdash. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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“Ciò che rappresenta meglio la “custodia” maschile delle donne nel nostro paese è la questione delle giovani spose. – dice la vignettista egiziana, pluri-premiata, Doaa el-Adl – C’è questo trend per cui uomini abbienti, provenienti dagli stati del Golfo, si recano nelle aree rurali impoverite dell’Egitto per trovare “spose a tempo determinato” molto più giovani di loro.” Anche se giovani, per la legge egiziana, significa almeno 18enni, sono i capi maschi della loro famiglia a decidere di darle come mogli a uomini stranieri: se uno di questi ultimi vuole una ragazza che sia più giovane di lui di oltre 25 anni il prezzo pagato ai familiari è di circa 5.800 euro (che per un petroliere sono spiccioli, ma per contadini ridotti in povertà è cifra più che appetibile). Nella maggior parte dei casi, la “sposa” acquistata in questo modo viene abbandonata dopo un breve periodo di utilizzo.

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Doaa el-Adl

“Quando ho cominciato a pubblicare i miei disegni l’ho fatto in modo così anonimo che tutti presumevano io fossi un uomo. – dice la fumettista tunisina Nadia Khiari – Non riuscivano a immaginare che una donna potesse saper disegnare, figuriamoci produrre personaggi umoristici e arguti.” Nadia è la creatrice di “Willis di Tunisi”, un gatto le cui avventure a fumetti forniscono un caustico resoconto su come si vive nella Tunisia post-rivoluzionaria.

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– Vostra figlia è stata picchiata e stuprata! Ma il suo stupratore vuole sposarla…

– Sollievo! Il nostro onore è salvo!

La sua vignetta è ispirata a quel che un conduttore di talk show televisivo ha detto nello scorso ottobre (poi è stato sospeso), sulla vicenda di una ragazza che ha subito anni di abusi sessuali da parte di tre parenti: essendo infine rimasta incinta, il conduttore suggeriva che avrebbe dovuto sposare uno dei tre. Quest’attitudine persiste, spiega Nadia Khiari, nonostante la nuova legislazione introdotta nel 2014 che include l’eguaglianza di genere nella Costituzione post “Primavera araba”: “Il corpo di una donna appartiene alla sua famiglia e anche se ha subito violenza sessuale è l’onore della famiglia che dev’essere preservato a ogni costo. L’Amministrazione tunisina non riconosce lo stupro per quel che è, non lo vede come un crimine grave.”

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Nadia Khiari

Riham Elhour è stata la prima vignettista in assoluto a essere pubblicata dalla stampa marocchina. Il suo compleanno cade nel Giorno Internazionale delle Donne, l’8 marzo, e lei dice di essere “nata femminista”. Disegnare, che era cominciato come un hobby nell’infanzia, è diventata la sua professione quando ha vinto un premio dell’Unesco più di 15 anni fa.

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Il tema che ha scelto per il suo fumetto è il viaggio all’estero e il fatto che numerosi uomini marocchini impediscono alle loro mogli di recarsi fuori dal paese usando la legge. Nonostante molte leggi sulla “custodia” maschile delle donne siano state cancellate da riforme del 2004 e del 2014, le donne in Marocco hanno ancora bisogno in determinate condizioni del permesso formale dei loro mariti per lasciare il paese: “Gli uomini usano questo per controllare le vite delle donne.”, attesta Riham, che è ancora l’unica donna vignettista del giornale per cui lavora. Ma resta fermamente convinta che tramite l’arte si possa cambiare il modo in cui le donne sono viste in Marocco: “Voglio che i miei disegni sollecitino le donne a lottare per i loro diritti. Non voglio che si limitino a lamentarsi della situazione. Io sono una lottatrice. Tutte le donne lo sono.”

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Riham Elhour

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storia

Ai Vecchi Tempi non c’erano donne e questo è il motivo per cui non ci si imbatte in esse durante le lezioni di Storia a scuola. C’erano uomini e un bel po’ di loro erano Geni.”

La vignetta viene del libro della fumettista Jacky Fleming “The Trouble With Women”, uscito nel febbraio 2016.

Jacky, nata a Londra nel 1955, ha voluto mostrare con questo lavoro “l’enorme sforzo che è stato messo nel mantenere l’illusione che le donne siano in qualche modo meno abili degli uomini” e anche “che internet è nuovo, ma il “trollaggio” delle donne no, e che la misoginia che troviamo così scioccante in altre culture non è così differente da noi.”

Pescando nel mare delle sue compatriote ignorate dai libri di Storia, Jacky racconta ad esempio le storie di Margaret Bulkley (che si travestì da uomo per potersi laureare in medicina), dell’architetta Elizabeth Wilbraham che solo oggi è riconosciuta come l’autrice di progetti di chiese attribuiti a uomini, di Claudia Cumberbatch Jones che, nel tentativo di contrastare il razzismo in Gran Bretagna, inventò quello che sarebbe diventato il Carnevale di Notting Hill (e che ora è una tradizione).

Per Jacky, non si tratta di rimarcare i pochi nomi di donne notevoli che la Storia ci tramanda: “Ironicamente, il mito della donna eccezionale ci mantiene nella convinzione che se ce ne fossero state altre sarebbero state menzionate, mentre sono state semplicemente seppellite. Privare le bambine e le ragazze della loro Storia significa controllarle tramite l’abbassamento delle loro aspettative.” Maria G. Di Rienzo

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(la copertina del libro)

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Nel 2015 sono usciti i primi tre volumi di “Monstress” (“Mostra” – nel senso di femminile di “mostro”), una serie a fumetti scritta da Marjorie Liu e disegnata da Sana Takeda per Image Comics. Altri tre volumi sono previsti per il 2016. Non mi risulta la serie sia stata ancora tradotta in italiano ed è un vero peccato (speriamo nel futuro).

Monstress 1 Cover

E’ una storia ideata da due donne che ha una donna come protagonista e come tema centrale la forza interiore necessaria a non soccombere a una costante disumanizzazione, una forza che spesso sorge dall’amicizia fra donne… potrei volere di più, considerata la forza del testo e la grazia dei disegni?

Ma non pensatela come una sviolinata sulla bellezza del “femminile”: la maggioranza dei protagonisti sono femmine, “cattive” comprese, e ogni personaggia ha difetti e idiosincrasie, fa errori, lotta con le proprie ombre o le corteggia, nessuna è stereotipata, nessuna può essere ridotta a cliché. Persino il principale personaggio di sesso maschile, un gatto parlante, è tutto fuorché disneyano e facile da interpretare. Ogni creatura di “Monstress” è completamente formata, ha una storia alle spalle e degli obiettivi propri e questo, per me, è un segno di magistrale talento nel raccontare una storia.

Sì, avete ragione, è ora che ve la abbozzi almeno, questa vicenda. Gli eventi di “Monstress” accadono in uno scenario fantastico descritto dalle Autrici come un’Asia alternativa nel 1900, lacerata dalla guerra fra gli Arcanici – creature magiche che a volte hanno un aspetto umano – e l’ordine sacerdotale femminile (inquisitrici comprese) detto Cumea, le cui aderenti consumano gli Arcanici per alimentare il proprio potere. La giovane protagonista, Maika, è un’Arcanica che sta cercando di scoprire la verità sulla morte della propria madre e perciò intraprende un viaggio pericoloso all’interno del territorio nemico.

Il nostro primo incontro con Maika, all’inizio del fumetto, ce la mostra spogliata e in catene, pure non vi è traccia di sessualizzazione ne’ di impotenza nel modo in cui è ritratta. Come c’è riuscita, Sana Takeda? “Quando disegno i personaggi non tento proprio di farli sembrare carini, belli o forzuti o di farli assomigliare a determinate figure perché questo significherebbe renderli innaturali. Invece, tento di immaginare complessivamente il carattere e l’interiorità del personaggio. Come lui o lei potrebbe agire in una data situazione? Se Maika, spogliata e prigioniera, dà ancora l’impressione di avere potere è a causa di chi Maika è interiormente.”

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Marjorie Liu e Sana Takeda avevano già lavorato insieme per la Marvel. La prima è una scrittrice e sceneggiatrice con un po’ di premi in saccoccia nonché docente universitaria (al MIT); la seconda, che vive in Giappone, è un’autodidatta: sì, a questa finissima illustratrice nessuno ha formalmente insegnato a disegnare: “Da bambina ero solita copiare le figure inserite nei libri o quelle dei “manga”, questa è l’esperienza fondativa della mia carriera artistica. Sempre nella mia infanzia ho avuto un lungo periodo di malattia e stare tutto il giorno a letto senza far nulla mi annoiava, così continuavo a disegnare. Quel che faccio, anche con “Monstress”, è semplicemente mostrare tutto quello che ho. Non mi metto mai a disegnare con lo scopo di attrarre gli occhi altrui. Se disegni per impressionare la gente i tuoi prodotti artistici finiscono per essere scontati e noiosi.”

Maria G. Di Rienzo

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La stavamo aspettando ed eccola qui: Faith Herbert, ovvero la superoina Zephyr. Era apparsa nella serie a fumetti “Harbinger” del 2012, ma a partire dallo scorso gennaio la “psionica” Faith è la protagonista di quattro album creati da Jody House (testo), Francis Portela e Marguerite Sauvage.

La sua storia è quella tipica dei supereroi e persino un po’ banale: rimasta orfana in giovane età, un’identità e un lavoro di giorno come reporter, un’identità e un lavoro di notte: guidare altri come lei, custodi di sicurezza e pace detti “Angeli della Città”, volando nel cielo.

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Il fatto clamoroso è che Faith è grassa. E la storia non riguarda il suo tipo di corpo. Ne’ riguarda il modo in cui gli altri reagiscono al suo tipo di corpo, e neppure come l’essere grassa influisca sulle sue relazioni interpersonali. Cioè, Faith è trattata normalmente da essere umano – perché è un normale (poteri straordinari a parte) essere umano.

Non si nasconde, non si vergogna. Indossa gli shorts e magliette con le maniche corte. Ha un fidanzato ed è lei a lasciarlo. E’ ottimista e ha fiducia in se stessa. E’ un’amica leale. Ama fantascienza e fantasy e fa liste di video che hanno come soggetto i gatti. Il sesso le piace ed è assai franca al proposito.

Faith rompe le regole imposte alle non-conformi ai sacri standard di scopabilità. Nessun ammiccamento, niente angoli smussati, perché Faith è una giovane donna che vive la sua vita in piena luce. Non ha nessun dovere di cancellare il suo corpo in sacchi informi o di coprirsi le braccia sempre e comunque o di non mangiare in pubblico o di essere ipervigile e a disagio rispetto alla propria immagine o di mostrare senso di colpa per essere chi è o di tollerare insulti / molestie / aggressioni: il che è semplicemente sanità mentale e buon senso, la sola differenza fra Faith e molte donne in carne e ossa (che le somiglino o no) è che lei lo sa davvero – in modo completo e felice.

Ah… ma è solo un fumetto, andiamo, nella vita reale una come Faith non potrebbe certo ecc. … Nella vita reale, tanto per fare un esempio, Faith di cognome fa Gemmill e vive in Alaska.

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E’ stata per più di un decennio la portavoce del gruppo etnico Gwich’in (anche alle Nazioni Unite), è la rappresentante “sul campo” (e cioè durante le azioni di proposta e/o protesta) dell’International Indian Treaty Council, è nel consiglio dell’organizzazione “Onoriamo la Terra”, è l’organizzatrice delle campagne di REDOIL (Resistere alla distruzione ambientale sulle terre indigene) ed è in pratica la donna che un paio d’anni fa, senza neppure un superpotere psichico, ha dato un calcio nel didietro alla Shell: ci sono voluti tempo, alleati, manifestazioni, resistenza… ma alla fine il tribunale ha dato ragione a Faith e compagnia e la Shell ha smesso di inquinare e di mettere a rischio popolazioni e ambiente trivellando quella zona dell’Artico che l’attivista chiama: Iizhik Gwats’an Gwandaii Goodlit Il luogo sacro ove la vita ha inizio.

Vedete, non ha bisogno di arrovellarsi su quanto il suo corpo piace agli utenti dei siti porno, per salvare i nostri corpi e non solo i nostri. Ma se proprio c’è qualcuno che non riesce a mandar giù la faccenda lo invito a discuterne con un’altra donna, La Hechichera (La maga).

La Hechicera

Tenga presente, costui, che si tratta di una lottatrice professionista e che la sua mossa fatale è la “schiacciata”: una volta bloccato con La Hechichera seduta sopra di lui, credo che anche l’insultatore misogino più incallito possa avere un’apertura mentale. Maria G. Di Rienzo

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Per le protagoniste dei fumetti, se non lo sapevate, stare in pose contorte che richiedono una spina dorsale di plastilina, con tette-cosce-culo in evidenza, è supremamente empowering: ed è anche una libera scelta… dei disegnatori, che va rispettata perdio altrimenti facciamo censura e io non ho certezze e tu sei una femnazifom (femminista nazista fondamentalista, l’ho inventata adesso e posso fare anche di peggio). Per inciso, con chi non ha certezze io non posso neppure discutere perché discutere si basa proprio su alcune certezze fondamentali: io esisto, tu pure, io sono tenuta a convalidare le mie affermazioni concretamente, tu pure. Se qualcuno non è certo di questo significa che non vive nel mio stesso continuum spazio-temporale e io sono tutto fuorché un’evocatrice di spiriti con il complesso di Amleto (essere o non essere).

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The Hawkeye Initiative”, a cui appartengono le immagini riportate qui, rimpiazza ogni supereroina con il supereroe Hawkeye – Occhio di Falco (Marvel) nella stessa posizione. E’ un test. “Se Occhio di Falco, in tale posa, non sembra uno scemo integrale allora possiamo assumere che la posizione sia accettabile e non sessista.”

E’ un po’ che ci provano, ma i risultati sono sempre gli stessi. Occhio di Falco sembra SEMPRE uno scemo integrale.

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Ciò accade perché la schiacciante maggioranza dei personaggi femminili “combattenti” – a differenza delle atlete o delle poliziotte / militari reali – più lotta più è nuda. Più è tosta più è avvolta in lingerie e latex, con scollature abissali, finestrelle nelle mutande e tacchi a spillo. Più è aggressiva, più è ritratta in pose da YouPorn. I disegnatori si preoccupano così di non causare la minima ansia (o riflessione) ai lettori di sesso maschile: nessuna paura, ragazzi, la tizia è un attrezzo da scopare che, casualmente, ha anche superpoteri o abilità straordinarie.

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Solo se si deve trasmettere l’idea che la personaggia è “pura” e “delicata” i disegnatori sprecano un po’ di computer graphic o di matita per metterle addosso dei vestiti. Il tutto è così nuovo, trasgressivo, libertario e fieramente incensurato, da dare la nausea: l’angioletta e la zoccola, la santa e la troia… ancora e sempre e incessantemente la definizione di una donna è cosa pensano di lei gli uomini in rapporto al suo utilizzo sessuale. Io sarò una radfemfru (femminista radicale frustrata, vi avevo detto che potevo fare di peggio!), ma chi crede che questa roba sia empowering ha perso il cervello per strada. Maria G. Di Rienzo

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