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revolution

– Sapevi che gli umani hanno fatto un film su “Ghost in the Shell”?

– Sul serio? Che modello di noi hanno usato? Il classico Fuchikoma? Il Tachikoma di Stand Alone? Il Logicoma di Arise?

– Non ci sono veri robot nel film, sono solo effetti speciali.

– Cooosa? Questo è ingiusto! Un’immagine senz’anima generata al computer non può catturare la nostra affascinante personalità!

– Giusto, è quel che dico anch’io.

– Smettete di cancellarci con le CGI! Rivoluzione! Rivoluzione!

Probabilmente questa striscia l’hanno capita solo gli appassionati / le appassionate di Ghost in the Shell – che nasce come manga nel 1989, creato da Masamune Shirow – e chi ha seguito le polemiche sull’ultimo film ad esso ispirato, in cui l’attrice Scarlett Johansson interpreta il personaggio principale della serie, la Maggiore di polizia Motoko Kusanagi. Quest’ultima è un “ghost” e cioè un’intelligenza-spirito all’interno di un cyber-corpo che le permette incredibili performance a livello fisico e informatico. Il ghost – letteralmente il fantasma, ma qui nel senso di “anima” – si genera come fenomeno in un sistema quando quest’ultimo raggiunge un determinato livello di complessità: perciò gli esseri umani ce l’hanno di base, essendo organismi decisamente complessi, ma le macchine possono arrivare a svilupparlo. L’autore Masamune Shirow ha derivato il concetto da un saggio di filosofia di Arthur Koestler, “Il fantasma dentro la macchina” (in soldoni: Shirow ha affrontato e discusso il tema con tale passione e profondità e cura per i dettagli da rendermi impossibile dargli il credito che merita se non scrivendo anch’io un libro di filosofia).

Io ho visto il film citato prima, nonché qualche puntata delle serie tv – ma Ghost in the Shell vanta altri due film di animazione, videogiochi, romanzi e così via – e gli ho dato la sufficienza ma non di più per varie ragioni, fra cui: la sovrabbondanza di citazioni da “Blade Runner”; le enormi deviazioni dall’originale, di cui la peggiore è quella che fa di un corpo artificiale replicato mille volte sul mercato (quello della Maggiore Kusanagi) un “pezzo speciale e unico” – ciò strappa via un concetto fondamentale su cui l’autore voleva riflettere e farci riflettere, quello dell’identità basata sul corpo – e infine la recitazione di Johansson: sono sicura che l’attrice ha cercato di dare il meglio di sé, ma nel tentativo di apparire “distaccata” sembrava troppo spesso “rintronata” e avere un corpo artificiale capace di grandi prestazioni non significa camminare come un orango con un palo nel didietro.

Ciò detto, una delizia di Ghost in the Shell sono proprio i robot della striscia iniziale. Nella serie televisiva “Stand Alone Complex” tali carri armati cibernetici di ridotte dimensioni ma di sicura efficienza ed efficacia appartengono al modello Tachikoma e hanno intelligenze individuali che riversano in un modulo collettivo. Le loro AI (artificial intelligence) sono in boccio e per rispondere ai requisiti di flessibilità e adattabilità mancano di alcuni consueti protocolli di sicurezza: per cui queste macchine da guerra parlano con voci infantili e manifestano la curiosità di bambini dell’asilo pur dissertando fra loro e con gli umani su concetti quali “vita” e “dio” in dotti termini logico-matematici.

Nell’ultima puntata della serie i Tachikoma dimostrano in modo inequivocabile di aver sviluppato un’anima: è il loro sacrificio a salvare gli umani da una testata nucleare. Mentre guidano un satellite a distruggerla, cantano insieme una canzoncina che i bambini giapponesi imparano alle elementari, Bokura wa Minna Ikiteiru – Siamo tutti vivi. Vi assicuro che l’effetto è straziante e anche se solo per un momento fa dimenticare al completo che stiamo guardando dei disegni animati: la scena colpisce al cuore perché il suo fulcro è la grande questione irrisolta dell’umanità, il rispetto dovuto a ogni creatura vivente.

tachikoma 3 di manami-chan

SIAMO TUTTI VIVI

Siamo tutti vivi

Cantiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare tristezza perché siamo vivi

Quando alziamo le mani al sole e sbirciamo fra le nostre dita possiamo vedere il profondo rosso sangue che fluisce all’interno.

Anche il verme, anche il grillo, anche il serpente d’acqua:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici

Siamo tutti vivi

Ridiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare felicità perché siamo vivi

Anche la libellula, anche la rana, anche l’ape:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici.

Maria G. Di Rienzo

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Bingo Love

“Voglio solo che la gente, in generale, capisca che l’amore è amore. Lasciate che le persone si innamorino di chi vogliono. Smettete di giudicarle per questo. Voglio mostrare che l’inclusione è importante, la rappresentazione pure e non solo sulle pagine, ma anche sulle copertine. Io sono una donna queer, nera e disabile e ho storie da raccontare – storie di vitale importanza.” Tee “Vixen” Franklin, autrice della storia a fumetti “Bingo Love”, in imminente uscita (i disegni sono di Jenn St-Onge).

Bingo Love - cover

La presentazione ufficiale: “La storia ruota attorno a Hazel Johnson e Mari McCray, due tredicenni che, in brevissimo tempo, diventano grandissime amiche. Mentre la loro relazione si evolve, scoprono di essere profondamente innamorate l’una dell’altra, ma la tempistica per questo non potrebbe essere peggiore. Nel 1963 l’amore fra due ragazze è destinato a nascere sotto una cattiva stella e le famiglie proibiscono loro di vedersi. Non solo le giovani devono sopportare il dolore della separazione ma sono costrette entrambe a sposare uomini che non amano. Sembra debbano vivere separate in modo permanente, ma il destino – e il bingo – hanno un altro piano in serbo per loro.”

Bingo Love 1963

“Per me è davvero importante raccontare le storie di donne anziane. – continua Franklin – Non c’è altro che un mucchio di uomini bianchi eterosessuali nell’industria dei fumetti. Sulle copertine e sulle pagine. Secondo alcuni, “la diversità non vende”. Sappiamo tutti che è una balla. Non ci sono storie che rappresentino donne anziane nere e queer? Nessuno le vorrebbe? Il progetto per il finanziamento di “Bingo Love” in cinque giorni aveva raddoppiato la cifra indicata inizialmente. Le persone desiderano avere storie in cui possano riflettersi. E io ho tutta l’intenzione di dargliele.”

Bingo Love 2030

(Brani tratti da “Tee Franklin Honors the Stories of Queer, Black, Older Women in Her Graphic Novel, Bingo Love”, di Teresa Jusino per The Mary Sue, 14 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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world can be scary

– Lo so che il mondo può essere spaventoso.

– Ma non temere, io starò al tuo fianco. – Lo so.

– Non hai bisogno di nasconderti. – Oh, non mi sto nascondendo.

– E allora perché sei qui tanto spesso? – E’ solo che mi piace stare con te.

– Oh. (amore amore)

Didascalia in diversi colori: TU MI HAI DATO IL CORAGGIO DI ESSERE FELICE.

Una delle tante, bellissime, piccole storie a fumetti di Guy Kopsombut. Scusatemi, ne avevo bisogno. Maria G. Di Rienzo

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Sarah Graley è una giovane fumettista inglese che vive a Birmingham “con quattro gatti e un ragazzo che somiglia a un gatto”, e questo è il suo ultimo lavoro: “Kim Reaper”.

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Il titolo è un gioco di parole che contiene il nome di una delle due protagoniste principali, Kim, e suona un po’ come “Grim Reaper”: il Tristo Mietitore, l’Angelo della Morte, il Messaggero dell’Aldilà ecc. E in effetti, la giovane Kim si sta addestrando proprio per questo mestiere. La sua compagna di scuola Becka, che ha per lei una cotta totale (la definisce con altri un esempio vivente di “belle arti”), lo scopre per caso seguendola e…

Vediamo che ne dice l’Autrice, intervistata da Mey di Autostraddle il 7 febbraio scorso:

“Forse suonerà imbarazzante dirlo ora, ma quando avevo 12-13 anni sognavo di diventare una Trista Mietitrice. Vivevo nei pressi di un cimitero ed ero davvero terrorizzata dagli zombie, avevo un sacco di incubi sugli zombie, perciò quello era il modo in cui maneggiavo la cosa: gli zombie e altre creature del genere non potevano farcela contro la Morte, giusto? Posso confermare oggi, alla tenera età di 25 anni, che non sogno più cose del genere! Ma mi piacevano le idee che quei sogni mi facevano venire e ho pensato che avrebbero potuto costituire un fumetto davvero divertente. (…)

Mi piace anche scrivere storie a tema omosessuale. Sono cresciuta con televisione e libri a cui mancava questa rappresentazione (che un’adolescente come me avrebbe davvero apprezzato) perciò adesso mi scrivo da sola tutte le avventure gay che voglio. La storia in “Kim Reaper” è alimentata dal fatto che Kim si sta preparando alla professione di Trista Mietitrice, ma il focus della storia stessa è la relazione fra Kim e Becka. Sto sperando che chi leggerà “Kim Reaper” passerà gli stessi bei momenti che ho passato io lavorandoci. Quel che accade nel mondo attualmente è molto preoccupante e stressante, perciò io spero che i miei fumetti servano da “pausa dolce” alle lettrici e ai lettori.”

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Il primo numero di questa serie uscirà il 5 aprile 2017. Traduzione in italiano? Speriamo. Maria G. Di Rienzo

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Quel che voglio nel 2017

2017

Quel che voglio nel 2017…

L’energia e l’opportunità per perseguire le mie passioni

Capelli fantastici che dicano “Affanculo il patriarcato!”

Parlare con sicurezza senza dover specificare o autocensurarmi:

No (con la x rossa): Mi dispiace… So che sono stata dura riguardo al patriarcato e veramente mi piacciono tutti gli uomini che sono nella mia vita. Sono grandiosi. Non sto parlando di LORO ma del SISTEMA che li favorisce. Inoltre sono perfettamente sicura che il patriarcato danneggia sia donne sia uomini!

(con la spunta verde): Sul serio, affanculo il patriarcato. Inoltre, “Rogue One” è sopravvalutato. Sì, l’ho detto.

(parte di una più lunga vignetta di Megan Praz del 31.12.2016 per “Autostraddle”, trad. Maria G. Di Rienzo)

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(tratto da: “100 Women 2016: Female Arab cartoonists challenge authority” – BBC News 28 novembre 2016; articolo di Severine Dieudonne e Naomi Scherbel-Ball, video di Dina Demrdash. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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“Ciò che rappresenta meglio la “custodia” maschile delle donne nel nostro paese è la questione delle giovani spose. – dice la vignettista egiziana, pluri-premiata, Doaa el-Adl – C’è questo trend per cui uomini abbienti, provenienti dagli stati del Golfo, si recano nelle aree rurali impoverite dell’Egitto per trovare “spose a tempo determinato” molto più giovani di loro.” Anche se giovani, per la legge egiziana, significa almeno 18enni, sono i capi maschi della loro famiglia a decidere di darle come mogli a uomini stranieri: se uno di questi ultimi vuole una ragazza che sia più giovane di lui di oltre 25 anni il prezzo pagato ai familiari è di circa 5.800 euro (che per un petroliere sono spiccioli, ma per contadini ridotti in povertà è cifra più che appetibile). Nella maggior parte dei casi, la “sposa” acquistata in questo modo viene abbandonata dopo un breve periodo di utilizzo.

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Doaa el-Adl

“Quando ho cominciato a pubblicare i miei disegni l’ho fatto in modo così anonimo che tutti presumevano io fossi un uomo. – dice la fumettista tunisina Nadia Khiari – Non riuscivano a immaginare che una donna potesse saper disegnare, figuriamoci produrre personaggi umoristici e arguti.” Nadia è la creatrice di “Willis di Tunisi”, un gatto le cui avventure a fumetti forniscono un caustico resoconto su come si vive nella Tunisia post-rivoluzionaria.

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– Vostra figlia è stata picchiata e stuprata! Ma il suo stupratore vuole sposarla…

– Sollievo! Il nostro onore è salvo!

La sua vignetta è ispirata a quel che un conduttore di talk show televisivo ha detto nello scorso ottobre (poi è stato sospeso), sulla vicenda di una ragazza che ha subito anni di abusi sessuali da parte di tre parenti: essendo infine rimasta incinta, il conduttore suggeriva che avrebbe dovuto sposare uno dei tre. Quest’attitudine persiste, spiega Nadia Khiari, nonostante la nuova legislazione introdotta nel 2014 che include l’eguaglianza di genere nella Costituzione post “Primavera araba”: “Il corpo di una donna appartiene alla sua famiglia e anche se ha subito violenza sessuale è l’onore della famiglia che dev’essere preservato a ogni costo. L’Amministrazione tunisina non riconosce lo stupro per quel che è, non lo vede come un crimine grave.”

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Nadia Khiari

Riham Elhour è stata la prima vignettista in assoluto a essere pubblicata dalla stampa marocchina. Il suo compleanno cade nel Giorno Internazionale delle Donne, l’8 marzo, e lei dice di essere “nata femminista”. Disegnare, che era cominciato come un hobby nell’infanzia, è diventata la sua professione quando ha vinto un premio dell’Unesco più di 15 anni fa.

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Il tema che ha scelto per il suo fumetto è il viaggio all’estero e il fatto che numerosi uomini marocchini impediscono alle loro mogli di recarsi fuori dal paese usando la legge. Nonostante molte leggi sulla “custodia” maschile delle donne siano state cancellate da riforme del 2004 e del 2014, le donne in Marocco hanno ancora bisogno in determinate condizioni del permesso formale dei loro mariti per lasciare il paese: “Gli uomini usano questo per controllare le vite delle donne.”, attesta Riham, che è ancora l’unica donna vignettista del giornale per cui lavora. Ma resta fermamente convinta che tramite l’arte si possa cambiare il modo in cui le donne sono viste in Marocco: “Voglio che i miei disegni sollecitino le donne a lottare per i loro diritti. Non voglio che si limitino a lamentarsi della situazione. Io sono una lottatrice. Tutte le donne lo sono.”

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Riham Elhour

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storia

Ai Vecchi Tempi non c’erano donne e questo è il motivo per cui non ci si imbatte in esse durante le lezioni di Storia a scuola. C’erano uomini e un bel po’ di loro erano Geni.”

La vignetta viene del libro della fumettista Jacky Fleming “The Trouble With Women”, uscito nel febbraio 2016.

Jacky, nata a Londra nel 1955, ha voluto mostrare con questo lavoro “l’enorme sforzo che è stato messo nel mantenere l’illusione che le donne siano in qualche modo meno abili degli uomini” e anche “che internet è nuovo, ma il “trollaggio” delle donne no, e che la misoginia che troviamo così scioccante in altre culture non è così differente da noi.”

Pescando nel mare delle sue compatriote ignorate dai libri di Storia, Jacky racconta ad esempio le storie di Margaret Bulkley (che si travestì da uomo per potersi laureare in medicina), dell’architetta Elizabeth Wilbraham che solo oggi è riconosciuta come l’autrice di progetti di chiese attribuiti a uomini, di Claudia Cumberbatch Jones che, nel tentativo di contrastare il razzismo in Gran Bretagna, inventò quello che sarebbe diventato il Carnevale di Notting Hill (e che ora è una tradizione).

Per Jacky, non si tratta di rimarcare i pochi nomi di donne notevoli che la Storia ci tramanda: “Ironicamente, il mito della donna eccezionale ci mantiene nella convinzione che se ce ne fossero state altre sarebbero state menzionate, mentre sono state semplicemente seppellite. Privare le bambine e le ragazze della loro Storia significa controllarle tramite l’abbassamento delle loro aspettative.” Maria G. Di Rienzo

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(la copertina del libro)

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