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Posts Tagged ‘fumetti’

I can hear it

Posso sentirlo (lo sento)!

Il suono della… spazzatura misogina!

Deena Mohamed, artista egiziana, ha cominciato a disegnare fumetti a 18 anni creando sul web la supereroina Qahera dell’immagine (se ci aggiungete l’articolo determinativo il nome di Qahera diventa “Il Cairo”, dove Deena vive) che combattendo contro la misoginia e l’islamofobia si è guadagnata fama, seguaci e premi.

La disegnatrice adesso di anni ne ha 26 e sta lavorando alla innovativa, umoristica, profondamente emotiva e magica trilogia “Shubeik Lubeik”, anch’essa pluripremiata e pubblicata in arabo e inglese, il cui volume finale dovrebbe uscire nel 2021.

Shubeik Lubeik

Nell’Egitto di fantasia che essa ritrae i desideri sono letteralmente in vendita, giusto al chiosco all’angolo della strada, i più potenti e costosi in bottiglie e quelli per i poveracci in lattine. Stappando il contenitore, appare un genio fatto di caratteri di calligrafia araba che chiede: “Qual è il più grande desiderio del tuo cuore?”

La difficile domanda con cui si legano l’una all’altra storie e identità diverse che chiamano l’Egitto la propria casa.

Maria G. Di Rienzo

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sororidad transparencia

“La capacità di una donna di essere libera è collegata alla sua capacità di amare un’altra donna.”

Susan Griffin (nata nel 1943), attivista ecofemminista, filosofa, saggista e commediografa.

sororidad

“Pensavo di poterlo aggiustare da sola, ma con voi è stato molto più facile.”

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Un esempio: la Malesia è in quarantena come gran parte del resto del mondo. Il governo dà istruzioni ai cittadini su come comportarsi e il Ministero per gli affari delle Donne (che comprende l’occuparsi di bambini, disabili, welfare ecc.) coglie l’occasione per intervenire.

Una serie di post ministeriali su Facebook è dedicata alle mogli: che dovrebbero “evitare di assillare i mariti lagnandosi”, parlare imitando la voce di Doraemon (gatto-robot giapponese dei fumetti che è molto popolare da quelle parti), truccarsi e vestirsi bene, lasciando da parte il “look casual”.

Al 31 marzo il Ministero – che è retto da una donna – di fronte alle proteste ha già cancellato l’intera serie e, a dimostrazione che tutto il mondo è paese, si è scusato concedendo che “i consigli possono aver offeso qualche persona”. Nella nota ha aggiunto che le comunicazioni saranno “più ponderate in futuro”, ma ha anche ribadito che i suggerimenti miravano a “mantenere relazioni positive fra i membri della famiglia durante il periodo in cui lavorano da casa”.

Notate che, dall’inizio del lockdown il 18 marzo, la linea telefonica d’aiuto per le persone vulnerabili (gestita dal governo) che comprende le vittime di violenza domestica ha avuto il 50% in più di chiamate.

Il problema della menata “se ho offeso qualcuno mi scuso” è che non mette minimamente in discussione le azioni contestate. Restano “opinioni” con intrinseca validità e come tali meritevoli di rispetto: forse, il “se” questo implica, alcune persone si sono risentite a causa delle loro specifiche sensibilità, ma ciò non toglie nulla al valore e alla bontà delle intenzioni con cui le azioni sono state intraprese. Id est, che le mogli facciano delle loro vite quotidiane un carnevale atto a compiacere i mariti, vestite e pitturate a festa e cinguettanti con la vocina (stridula) di Doraemon resta rubricato come “mantenere relazioni positive fra i membri della famiglia”.

doraemon - nobita

(Visto? Se lo fate, i vostri mariti vi abbracceranno piangendo di gioia come fa Nobita con Doraemon.)

Noi abbiamo a che fare con questo tipo di manipolazione ogni giorno. Le scuse, le quali arrivano sempre dopo che le rimostranze e la pubblicità negativa hanno assunto abbastanza peso da far presagire un calo di popolarità dell’opinionista di turno, sono completamente false soprattutto perché completamente fuori bersaglio. Non è mai un’assunzione di responsabilità, del tipo “Mi rendo conto che questa cosa è sbagliata e ingiusta, che discrimina e alimenta diseguaglianza e violenza.”, è piuttosto una tecnica di gaslighting in cui chi ha sollevato la questione viene disorientato e indotto/a a dubitare delle sue stesse percezioni: Io non ho fatto proprio un bel niente, questa cosa non è violenta di per sé, sei tu a esserti sentito offeso/a per qualche tua ragione personale, probabilmente hai problemi, se sei una donna devi essere poco attraente per gli uomini e quindi li detesti ecc. ecc. ecc.

Conclusioni? 1) I sociopatici privi di cure adeguate sono un numero considerevole sull’intero pianeta; 2) i conniventi che li assecondano per proprio tornaconto anche; 3) ce ne sono davvero troppi in posizioni di potere, comando e controllo; 4) le conseguenze del condonare o giustificare o addirittura consigliare il loro comportamento aumenta la violenza, in particolare la violenza di genere, in modo direttamente esponenziale.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ho imparato

angelica frausto

Ho imparato che l’aggressione sessuale era normale mentre stavo sull’autobus che mi portava a casa dalla scuola superiore.

af2

Qualcuno ha riso mentre succedeva.

Qualcuno ha lanciato occhiatacce.

Nessuno mi ha aiutata.

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Sapevo che l’aggressione sessuale era una cosa sbagliata…

Perciò forse non era quello che era successo a me.

Se fossi stata davvero assalita qualcuno mi avrebbe aiutata, giusto?

af 4

Ho imparato che l’aggressione sessuale era normale quando l’autista dell’autobus ha continuato a guidare.

(Su sfondo giallo: Anch’io.)

E nessuno ha detto una parola.

Angelica Frausto, 2017 – trad. Maria G. Di Rienzo

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baopu soft heart

In piedi all’inizio di un anno straordinario

oso essere tenera di nuovo.

Per tutta la mia vita, ho tentato di restare protetta. Di essere impermeabile.

Ma sono tenera. E sarò libera.

Io sono ciò che sono.

Nulla di più, nulla di meno.

Cuore tenero

Yao Xiao, l’Autrice della tavola riprodotta sopra, è un’illustratrice nata in Cina che vive a New York.

“Baopu” è un fumetto che appare mensilmente su Autostraddle. Il significato della parola, che indica un ideale taoista, è “abbracciare la semplicità / attenersi alla semplicità”. Maria G. Di Rienzo

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Notizia tardiva – 19 agosto u.s. – ma data con vero entusiasmo: i premi Hugo (sf e fantasy) di quest’anno hanno visto il trionfo delle Autrici. Rebecca Roanhorse per il racconto breve, Suzanne Palmer per il romanzo breve, Martha Wells per la novella (romanzo breve, ma un po’ più lungo del precedente), Lois McMaster Bujold per la serie, Ursula K. Le Guin – scomparsa in gennaio a 88 anni – per la saggistica correlata… ma soprattutto il riconoscimento principale per il romanzo, terzo anno di fila, è andato a N.K. Jemisin – https://lunanuvola.wordpress.com/2015/02/14/quando-sara-finita/ – in immagine qui sotto.

jemisin - hugo

A questo punto, ogni capitolo della sua trilogia Broken Earth ha vinto l’Hugo e il primo libro si sta trasformando in uno sceneggiato televisivo grazie al canale latino-americano TNT.

Ma non basta: secondo Hugo anche per lo straordinario fumetto “Monstress” e primo per la sua illustratrice, Sana Takeda, riconosciuta come miglior artista professionista.

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/03/05/monstress/

monstress - hugo2

So che c’è chi pensa alla fantascienza e alla fantasy come mero “intrattenimento” e non riesce a considerarle generi letterari di rispetto. So che per lungo tempo il campo è stato dominato da autori bianchi. Ma il potenziale politico e rivoluzionario che entrambe offrono a chi scrive è altissimo – ed è per questo che donne, gruppi etnici, minoranze, persone disabili, persone lgbt, si stanno rivolgendo con tanta potenza a ambo i generi.

Stanno creando nuove storie, nuovi punti di vista, nuovi modi per risolvere i problemi. E se sullo sfondo può esserci l’apocalisse, lo spazio cosmico o il pianeta dei draghi, il cuore della narrazione sono le questioni che stiamo affrontando oggi: la distruzione dell’ambiente a scopo profitto economico di un’élite, gli “ismi” del dominio (sessismo, razzismo, classismo) e le sue fobie, l’emersione di una “società incivile” composta da individui atomizzati incapaci di visione a lungo termine e di visione collettiva sul proprio futuro…

Le stesse resistenze e reazioni negative cui queste opere sono soggette ci confermano che la strada vale la pena di essere percorsa. Jemisin stessa l’ha sottolineato nel suo discorso di accettazione del premio:

“Questo è l’anno in cui arrivo a sorridere a tutti i bastian contrari: a ogni singolo mediocre, insicuro aspirante che concentra la sua bocca nel suggerire che io non ho niente a che fare con questo palcoscenico, che la gente come me non ha la capacità di guadagnare una simile onorificenza, che quando vincono loro è meritocrazia, ma quando vinciamo noi è politica identitaria. Sono in grado di sorridere a queste persone e di sollevare un enorme dito a forma di missile nella loro direzione.” (1)

Maria G. Di Rienzo

(1) Il premio Hugo ha la forma di un missile, come è visibile nella foto di N.K. Jemisin.

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true wonder woman

“Vi presento Patricia, mia sorella, la vera Wonder Woman. Madre single di due figli, si è presa cura di tutto con una caviglia rotta, per nove mesi. Nel mezzo delle proteste e del caos in Venezuela, la morte di nostro padre e la sua impossibilità di lavorare, è ancora formidabile più di chiunque altro io conosca. Massimo rispetto per la signora. A suo paragone, io sono una femminuccia.”

Illustrazione e testo dell’artista venezuelano Leonardo Gonzalez (traduzione mia), settembre 2018.

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A long goodbye

Nancy and Tonya di Jillian Tamaki

L’espressione “long goodbye” (lungo, o esteso, arrivederci) descrive solitamente l’ultimo incontro fra persone che saranno da quel momento separate per un periodo di tempo significativo – a volte per sempre. Io confido che il nostro caso sia il primo e ho in mente di tornare ad occuparmi di questo spazio in agosto, tuttavia allo stato attuale delle cose non riesco a farlo come vorrei.

Le immagini con cui vi saluto sono di due bravissime illustratrici / fumettiste – qualsiasi loro lavoro troviate sul mercato vale la pena di essere visto e letto: la prima è di Jillian Tamaki, che vive in Canada, e la seconda di Marguerite Abouet, nata in Costa d’Avorio e attualmente residente a Parigi.

Aya di Marguerite Abouet

Goodbye, my beloved friends. Maria G. Di Rienzo

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revolution

– Sapevi che gli umani hanno fatto un film su “Ghost in the Shell”?

– Sul serio? Che modello di noi hanno usato? Il classico Fuchikoma? Il Tachikoma di Stand Alone? Il Logicoma di Arise?

– Non ci sono veri robot nel film, sono solo effetti speciali.

– Cooosa? Questo è ingiusto! Un’immagine senz’anima generata al computer non può catturare la nostra affascinante personalità!

– Giusto, è quel che dico anch’io.

– Smettete di cancellarci con le CGI! Rivoluzione! Rivoluzione!

Probabilmente questa striscia l’hanno capita solo gli appassionati / le appassionate di Ghost in the Shell – che nasce come manga nel 1989, creato da Masamune Shirow – e chi ha seguito le polemiche sull’ultimo film ad esso ispirato, in cui l’attrice Scarlett Johansson interpreta il personaggio principale della serie, la Maggiore di polizia Motoko Kusanagi. Quest’ultima è un “ghost” e cioè un’intelligenza-spirito all’interno di un cyber-corpo che le permette incredibili performance a livello fisico e informatico. Il ghost – letteralmente il fantasma, ma qui nel senso di “anima” – si genera come fenomeno in un sistema quando quest’ultimo raggiunge un determinato livello di complessità: perciò gli esseri umani ce l’hanno di base, essendo organismi decisamente complessi, ma le macchine possono arrivare a svilupparlo. L’autore Masamune Shirow ha derivato il concetto da un saggio di filosofia di Arthur Koestler, “Il fantasma dentro la macchina” (in soldoni: Shirow ha affrontato e discusso il tema con tale passione e profondità e cura per i dettagli da rendermi impossibile dargli il credito che merita se non scrivendo anch’io un libro di filosofia).

Io ho visto il film citato prima, nonché qualche puntata delle serie tv – ma Ghost in the Shell vanta altri due film di animazione, videogiochi, romanzi e così via – e gli ho dato la sufficienza ma non di più per varie ragioni, fra cui: la sovrabbondanza di citazioni da “Blade Runner”; le enormi deviazioni dall’originale, di cui la peggiore è quella che fa di un corpo artificiale replicato mille volte sul mercato (quello della Maggiore Kusanagi) un “pezzo speciale e unico” – ciò strappa via un concetto fondamentale su cui l’autore voleva riflettere e farci riflettere, quello dell’identità basata sul corpo – e infine la recitazione di Johansson: sono sicura che l’attrice ha cercato di dare il meglio di sé, ma nel tentativo di apparire “distaccata” sembrava troppo spesso “rintronata” e avere un corpo artificiale capace di grandi prestazioni non significa camminare come un orango con un palo nel didietro.

Ciò detto, una delizia di Ghost in the Shell sono proprio i robot della striscia iniziale. Nella serie televisiva “Stand Alone Complex” tali carri armati cibernetici di ridotte dimensioni ma di sicura efficienza ed efficacia appartengono al modello Tachikoma e hanno intelligenze individuali che riversano in un modulo collettivo. Le loro AI (artificial intelligence) sono in boccio e per rispondere ai requisiti di flessibilità e adattabilità mancano di alcuni consueti protocolli di sicurezza: per cui queste macchine da guerra parlano con voci infantili e manifestano la curiosità di bambini dell’asilo pur dissertando fra loro e con gli umani su concetti quali “vita” e “dio” in dotti termini logico-matematici.

Nell’ultima puntata della serie i Tachikoma dimostrano in modo inequivocabile di aver sviluppato un’anima: è il loro sacrificio a salvare gli umani da una testata nucleare. Mentre guidano un satellite a distruggerla, cantano insieme una canzoncina che i bambini giapponesi imparano alle elementari, Bokura wa Minna Ikiteiru – Siamo tutti vivi. Vi assicuro che l’effetto è straziante e anche se solo per un momento fa dimenticare al completo che stiamo guardando dei disegni animati: la scena colpisce al cuore perché il suo fulcro è la grande questione irrisolta dell’umanità, il rispetto dovuto a ogni creatura vivente.

tachikoma 3 di manami-chan

SIAMO TUTTI VIVI

Siamo tutti vivi

Cantiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare tristezza perché siamo vivi

Quando alziamo le mani al sole e sbirciamo fra le nostre dita possiamo vedere il profondo rosso sangue che fluisce all’interno.

Anche il verme, anche il grillo, anche il serpente d’acqua:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici

Siamo tutti vivi

Ridiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare felicità perché siamo vivi

Anche la libellula, anche la rana, anche l’ape:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici.

Maria G. Di Rienzo

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Bingo Love

“Voglio solo che la gente, in generale, capisca che l’amore è amore. Lasciate che le persone si innamorino di chi vogliono. Smettete di giudicarle per questo. Voglio mostrare che l’inclusione è importante, la rappresentazione pure e non solo sulle pagine, ma anche sulle copertine. Io sono una donna queer, nera e disabile e ho storie da raccontare – storie di vitale importanza.” Tee “Vixen” Franklin, autrice della storia a fumetti “Bingo Love”, in imminente uscita (i disegni sono di Jenn St-Onge).

Bingo Love - cover

La presentazione ufficiale: “La storia ruota attorno a Hazel Johnson e Mari McCray, due tredicenni che, in brevissimo tempo, diventano grandissime amiche. Mentre la loro relazione si evolve, scoprono di essere profondamente innamorate l’una dell’altra, ma la tempistica per questo non potrebbe essere peggiore. Nel 1963 l’amore fra due ragazze è destinato a nascere sotto una cattiva stella e le famiglie proibiscono loro di vedersi. Non solo le giovani devono sopportare il dolore della separazione ma sono costrette entrambe a sposare uomini che non amano. Sembra debbano vivere separate in modo permanente, ma il destino – e il bingo – hanno un altro piano in serbo per loro.”

Bingo Love 1963

“Per me è davvero importante raccontare le storie di donne anziane. – continua Franklin – Non c’è altro che un mucchio di uomini bianchi eterosessuali nell’industria dei fumetti. Sulle copertine e sulle pagine. Secondo alcuni, “la diversità non vende”. Sappiamo tutti che è una balla. Non ci sono storie che rappresentino donne anziane nere e queer? Nessuno le vorrebbe? Il progetto per il finanziamento di “Bingo Love” in cinque giorni aveva raddoppiato la cifra indicata inizialmente. Le persone desiderano avere storie in cui possano riflettersi. E io ho tutta l’intenzione di dargliele.”

Bingo Love 2030

(Brani tratti da “Tee Franklin Honors the Stories of Queer, Black, Older Women in Her Graphic Novel, Bingo Love”, di Teresa Jusino per The Mary Sue, 14 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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