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Nadiya

L’immagine ritrae la 34enne Nadiya Hussain, originaria del Bangladesh, una delle chef più note in Gran Bretagna. Questa settimana esce la sua autobiografia “Finding My Voice”, il decimo libro che ha scritto in soli tre anni. E’ un testo particolare perché dà conto della violenza sessuale che Nadiya subì a cinque anni, da parte di un amico di un familiare, e di cui ha parlato ai suoi parenti solo di recente. L’abuso le ha lasciato uno strascico di problemi di salute mentale che si è trascinato sino ai giorni nostri, nel mentre lottava per trovare la propria voce e il proprio posto partendo da una posizione scomoda per chiunque, in qualsiasi paese e classe sociale: essere nata femmina.

Quando Nadiya venne al mondo, suo padre ne fu così deluso da urlare “bastarda” alla moglie che aveva appena partorito: “Perciò, io spesso pensavo Non piaccio ai miei genitori perché sono una femmina… Nella nostra società, una bambina è un fardello. Io ho deciso di crescere i miei figli, due maschi e una femmina, in modo diverso, trattandoli esattamente alla pari.”

Nel condividere la sua storia di sofferenza e resistenza tramite il libro, Nadiya spera di raggiungere bambine e ragazze che attraversano le stesse traversie e di incoraggiarle a parlarne: “Se non avessi menzionato l’abuso sessuale sarei stata parte del problema, e non parte della soluzione. Accade continuamente e non ne stiamo parlando. Io sono privilegiata perché sono sotto i riflettori, ma a cosa serve questo se non ne faccio niente di utile?”

Così, Nadiya Hussain invia a tutte voi giovani donne là fuori il suo “mantra”, augurandosi che lo seguirete: “Spingerò i gomiti in fuori e mi farò spazio”.

Maria G. Di Rienzo

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biscotto grace lee boggs

“Non puoi cambiare nessuna società sino a che non ti prendi responsabilità per essa, sino a che non vedi te stessa/o come appartenente ad essa e responsabile del suo cambiamento.” – Grace Lee Boggs (1915 – 2015).

Il ritratto della citata filosofa, attivista per i diritti civili, politica, scrittrice e femminista che vedete qui sopra è… un biscotto.

Chi lo ha cucinato è la fornaia Jasmine Cho di Pittsburgh (Usa): ne fa molti di simili, ritraendo figure storiche asiatiche-americane, perché vede ciò come un sistema per favorire la rappresentazione di Storia e identità e crede che i biscotti rendano ogni cosa più gradevole, incluso il discorso su etnie e giustizia sociale che riguarda il suo Paese.

“Con tutto quel che è accaduto e sta ancora accadendo in America è molto facile diventare desensibilizzati. – spiega – I biscotti sono invitanti e sollecitano la curiosità: vedo sempre in chi li incontra l’entusiasmo e il desiderio di saperne di più.”

jasmine al lavoro

(Jasmine Cho al lavoro, foto di Kate Buckley)

L’attivismo “dolce” di Jasmine non si limita alle mostre dei suoi biscotti – che, va detto, riscuotono grande successo; tiene incontri e conferenze, usa la sua cucina artistica come terapia con le vittime di violenza (ed è stata premiata dalla sua città per questo) e ha anche scritto e illustrato un libro per bambini, “Role Models Who Look Like Me: Asian Americans & Pacific Islanders Who Made History”, dove le figure ritratte nei biscotti e le loro vicende sono narrate nel modo consueto.

Si tratta, dice sempre Jasmine, delle storie che a lei sono mancate durante la sua infanzia. Cresciuta a Los Angeles, figlia di un rinomato maestro di taekwondo, era l’unica bambina di origine coreana nella sua comunità: “Mi sentivo una minoranza all’interno di una minoranza. E crescendo come asiatica-americana avevo la sensazione di dover accettare l’invisibilità.”

Una sensazione, come è visibile, che la fornaia-artista ha brillantemente combattuto e sconfitto.

Maria G. Di Rienzo

biscotto afong moy

(Il biscotto ritrae Afong Moy, spesso citata come prima donna cinese a mettere piede negli Stati Uniti.)

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(“A Barcelona restaurant that tells refugee tales” di Sophie Davies per Thomson Reuters Foundation, 21 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Barcellona, 21 giugno – Celato in una piazza spagnola medievale, un ristorante non convenzionale sta facendo formazione ai rifugiati e raccontando le loro storie, sperando di cambiare le vite dei migranti e il modo in cui la gente li vede. Espai Mescladis è allo stesso tempo un ristorante e una scuola di cucina – e in parte una casa editrice.

mescladis

(Sulla destra le fotografie – pura arte, a detta di chi ha visitato il ristorante – che narrano le storie dei migranti.)

Insegna a cucinare e fornire ristorazione a migranti che vengono da paesi molto lontani, come il Venezuela, il Senegal e il Pakistan, di modo che essi possano avere un’opportunità migliore di trovare impieghi e integrarsi nella vita catalana. I tirocinanti sono anche aiutati a compilare i documenti per la richiesta di asilo, e i clienti guadagnano della conoscenza su com’è essere nuovi, senza un soldo e spaventati in una terra straniera. L’impresa sociale è sta fondata nel 2005 dall’imprenditore argentino Martin Habiague, il cui interesse in materia è stato acceso dal prestare volontariato presso un’associazione umanitaria in Belgio.

“L’immigrazione mi ha sempre interessato. Io qui sono un migrante e andando indietro di generazioni i miei familiari erano migranti europei in Argentina.”, ha detto in un’intervista.

Vista la crescente sfiducia nei migranti in molte società occidentali, Habiague ha affermato che è importante sottolineare i lati positivi di nuovi arrivati che “portano ricchezza a una cultura”.

Ha fondato Mescladis quando aveva trent’anni, dopo aver lasciato uno studio di consulenza e ha detto di aver scelto un ristorante perché il cibo unisce le persone.

“Lavorare in un ristorante è tutto basato sull’azione, non sulle parole, perciò è facile mettere insieme le persone. – ha dichiarato a Thomson Reuters Foundation – Inoltre, a tutti piace il cibo.

Ogni anno, circa 80 studenti si uniscono al corso culinario – noto come “Opportunità di Cucina” – durante il quale lavorano come tirocinanti al ristorante e in altri locali e bar nella capitale catalana.

mescladis menu

(Il menù)

Ndt.: Mescladis offre birre, vini e succhi artigianali e cibo organico. E’ molto professionale e chiaro nell’indicare da dove vengono e come sono processati gli alimenti che usa, informazioni che altrove non sono così disponibili. E’ situato nel distretto di El Born.

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lynn abrams uovo femminista

Come già sapete, i coniglietti e le uova (colorate o di cioccolata) che fanno da coreografia alla Pasqua non hanno alcuna radice nella Bibbia o nei Vangeli. Il coniglio – o la lepre – è l’animale associato a varie dee dell’alba e della primavera precedenti il cristianesimo, l’uovo come simbolo di nuova vita / nascita / rinascita è persino più antico: secondo alcune cosmogonie la Terra stessa è emersa da un uovo.

Delle focacce dolci preparate dalle donne in occasione dei festeggiamenti pagani della primavera abbiamo menzione nel Vecchio Testamento, ove i sacerdoti ebrei si oppongono alla pratica. Quelli cristiani, dopo aver tentato loro stessi di abolirla e aver trovato la resistenza delle cuoche troppo difficile da spezzare, sono stati più furbi: hanno benedetto le focacce.

Perciò oggi vi regalo un uovo di cioccolato femminista. Non c’è immagine più vera per augurarvi buona Pasqua. Maria G. Di Rienzo

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Antonia Childs, detta Neet, è la fondatrice e la proprietaria della pasticceria “Neet’s Sweets” a Charlotte, Carolina del Nord. Cucinare dolci e soprattutto decorarli in modo fantasioso – è superba in questo – era il suo sogno sin da bambina e sin qui non c’è nulla che esuli dall’ordinario. La cosa diversa dal solito è che al forno e al bancone e al catering lavorano ex prostitute. Anche Antonia è una di esse: “Neet’s Sweets è diventato molto di più di un lavoro, per me. E’ un movimento creato per sostenere giovani donne e ragazze che escono dallo sfruttamento sessuale e dal traffico interno di esseri umani. Diamo loro servizi, alloggi, formazione professionale e impieghi, a seconda di quel che è necessario affinché comincino il loro viaggio vero la crescita personale, l’empowerment e il successo.”

antonia childs

Il padre di Antonia abbandonò la famiglia quando lei era molto piccola e la madre si trovò a dover sostenere tutto il peso del crescere lei e i suoi fratelli: “Lavorava in fabbrica, unica donna in una linea di uomini. Era costretta a competere con loro per quanto il giorno era lungo. La ricordo tornare a casa e sprofondare nella vasca da bagno, sfinita.” I soldi erano pochi, la famiglia si era appena trasferita e Antonia non conosceva nessuno ne’ a scuola ne’ altrove. Sino a che non fu notata da un signore, laureato e benestante, 38enne all’epoca mentre Antonia di anni ne aveva 16, che gradualmente se la fece amica, assicurò di comprendere le sue difficoltà e prese a regalarle un po’ di denaro che Antonia usava per la spesa e la casa. Ma dopo un paio di mesi di quest’andazzo l’uomo cominciò a chiedere favori in cambio. E Antonia divenne una prostituta, trafficata più volte in giro per gli Usa.

Sei anni più tardi incontrò un’amica d’infanzia e le confidò disperata che non pensava più di riuscire ad uscire dalla prostituzione. Costei le ricordò il suo sogno, la pasticceria, e Antonia strinse i denti: “Sfidai me stessa a mettere sul mercato la mia mente, non il mio corpo. Con l’aiuto della mia amica e di chi mi voleva bene, decisi che avrei concretizzato quel sogno.” Non è stato facile, come potete immaginare, ma nel 2008 la pasticceria aprì i battenti e da subito Antonia prese a lavorare con e per altre sopravvissute allo sfruttamento sessuale: dopo quattro anni erano già più di 200.

Nel 2012 ho fondato l’ong “Market Your Mind, Not Your Body – Metti sul mercato la tua mente, non il tuo corpo” che si dedica a fornire alle giovani ex prostitute le risorse necessarie in termini di istruzione, sostegno emotivo e fisico, e in collaborazione con altri gruppi cerca di provvedere loro un processo olistico di guarigione. Noi trattiamo le sopravvissute come imprenditrici di se stesse che diventeranno le leader del futuro. Entro il 2015 speriamo di completare “L’Incubatrice di Sogni”, il primo complesso per la formazione professionale nella nostra contea. L’Incubatrice allevierà alcuni pesi per il sistema assistenziale locali con classi, aree comunitarie e un forno per le apprendiste.” Charlotte è nella lista delle dieci città statunitensi in cui il traffico di esseri umani è più presente e annualmente, a livello nazionale, dalle 100.000 alle 300.000 ragazze/bambine sono vittime del traffico.

Antonia, che desiderava “una vita più dolce” per se stessa, la sta rendendo più dolce a molte altre sue simili. Chi vuole si mangi pure i biscottini quaresimali dietetici, io sto con i pasticcini di Antonia.

Maria G. Di Rienzo

pasticcino

P.S. Il traffico di esseri umani è il reclutamento, la deportazione, la fornitura, l’ottenimento e il mantenimento di una persona – tramite l’uso della violenza, la frode o la coercizione – in condizioni di lavoro forzato, compresi gli atti sessuali commercializzati che costituiscono una delle sue industrie principali. Il traffico di esseri umani è per profitti la seconda impresa criminale mondiale (seconda solo al traffico di droga). 27 milioni di persone sono trafficate, al mondo, ogni anno. La maggioranza di esse sono donne e bambine. Ma naturalmente essere prostituite le rende tutte felici, libere e indipendenti, per non parlare dei 32 miliardi di dollari annui – stimati ovviamente per difetto – che i gioiosi imprenditori schiavisti spremono dalle loro vite…

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(tratto da: “Female chefs take a stand against sexist kitchen culture”, un più ampio articolo di Zosia Bielski per The Globe and Mail, 1° settembre 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Che direste se arrivando al lavoro trovaste il disegno di un pene sulla vostra scrivania, cortesia fattavi dal vostro capo? O se quello stesso capo vi prendesse da parte per mostrarvi sul suo cellulare un’istantanea del proprio pene? E se cominciasse a darvi strizzate fra le gambe in ufficio? Quando resistereste in quel lavoro?

La cuoca pasticcera Kate Burnham racconta che questi scenari disturbanti sono accaduti a lei e nel 2014 ha presentato una denuncia per violazione di diritti umani contro tre chef suoi superiori nel ristorante Weslodge, a Toronto.

kate burnham(Kate Burnham)

Burnham ha dichiarato nella denuncia di essere stata molestata verbalmente e che di routine sul lavoro le venivano toccati il seno e l’inguine, fra le altre indegnità. Sessismo, bullismo e rabbia continuano ad appestare molte cucine ad alta adrenalina e dominio maschile. Dopo che Burnham ha reso pubblica la sua storia in giugno, molte le si sono radunate intorno per condannare la rampante misoginia dell’industria della ristorazione.

Jen Agg, proprietaria del ristorante di Toronto “Black Hoof and Rhum”, si è spinta oltre: ha organizzato “Kitchen Bitches,” – http://kitchenbitches.ca/una conferenza il cui motto è “Fare a pezzi il patriarcato un piatto alla volta.” (Toronto, giovedì 3 settembre 2015)

kitchen bitches

Lo scopo, secondo il sito web, è “cambiare l’antiquata, ridicola nozione mantenuta ancora da troppe persone, che le donne non siano al loro posto nelle cucine dei ristoranti o in posizioni di dirigenza.” Fra le relatrici Suzanne Barr, proprietaria di “Saturday Dinette” e Sophia Banks, attivista transgender e cuoca al “The Beaver”, entrambe di Toronto. Noi abbiamo parlato con un’altra partecipante, che a Toronto è nata: Amanda Cohen, chef e proprietaria di “Dirt Candy”, un premiato ristorante vegetariano di New York.

Qual è stata la tua reazione, quando sono emerse le accuse relative al “Weslodge”?

Amanda Cohen (AC): Sono stata sorpresa e non lo sono stata allo stesso tempo. E’ ancora una parte della “cultura delle cucine”. Vorresti credere che non accada, ma accade.

Come mai il bullismo e le attitudini sessiste sono così radicate nella cucine professionali?

AC: Viene dall’idea francese di gerarchia nella cucina. C’è anche una mentalità da nonnismo: “Io ci sono passato, perciò adesso tormento te. Se vuoi farcela, devi passare attraverso queste prove.”

Jen Agg ha parlato di una specie di “fratellanza” che domina la scena dei ristoranti di Toronto. C’è un machismo giovane che gioca nelle dinamiche di genere in cucina?

AC: Quel che abbiamo è un bel mucchio di giovani senza troppa istruzione. Se i capi non li sorvegliano, possono oltrepassare la misura con il bullismo e gli abusi sessuali. E se i loro capi sono in cucina e il bullismo gli sta bene, avremo un’intera generazioni di cuochi che agiranno in tal modo.

Alcuni dei ragazzi che lavorano per me sono assai giovani; vengono fuori direttamente dalle superiori. Parliamo molto all’interno del nostro staff perché qualsiasi cosa noi facciamo, loro la copiano. Stanno imparando ad essere adulti nelle nostre cucine.

Lo chef Rene Redzepi di “Noma”, il cui ristorante ha due stelle Michelin, ha scritto di recente contro la misoginia nelle cucine. Ha chiesto ai cuochi di “uscire dal medioevo” e ha posto una domanda importante: “Possiamo essere migliori? Forse la vera domanda è: Vogliamo essere migliori?” Tu vedi della reticenza nel lasciare il medioevo?

AC: Ci sono alcuni che vogliono attenersi alla vecchia maniera. Ma ci sono troppi altri di noi che vogliono un cambiamento e non intendono tollerare oltre.

Perché alcuni chef sono riluttanti allo smettere di usare il bullismo con il loro staff? Cosa guadagnano da questo comportamento?

AC: Nulla. Alla fine non ne ricavi niente. I tuoi cuochi non diventano cuochi migliori, diventano solo persone disposte ad urlare addosso ad altre persone. Avendo lavorato in un paio di cucine di questo tipo e dirigendo la mia da 12 anni, ho scoperto che guadagno assai di più se piaccio ai miei sottoposti. Se non sono terrorizzati da me e mi rispettano, vogliono più facilmente restare e io non voglio perdere i miei cuochi: spendo un sacco di tempo ad istruirli e ad investire su di loro.

Kate Burnham era arrivata al punto di aver paura di andare al lavoro. Come suo capo, perché dovresti volere questo? Come convivi con te stesso nell’ambiente che tu stesso hai creato?

Cosa cambierà il sessismo nell’industria della ristorazione?

AC: E’ solo da un paio d’anni che la gente si è resa conto come l’industria abbia bisogno di essere regolata. Stiamo cominciando a pensare a politiche migliori, come al non imporre orari di lavoro troppi lunghi. Non abbiamo ancora il congedo di maternità. Non abbiamo regole nelle cucine, non ci sono standard a cui attenersi. Perciò non si tratta di cambiamento repentino, cambiamo le cose giorno dopo giorno.

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red monkey

C’è scritto: “Mamma, se vuole allattare al seno il suo bimbo, entri senza chiedere permesso e ordini un té caldo gratuito. Non deve comperare nulla.”

Il cartello lo ha messo fuori dalla propria porta un ristorante boliviano di La Paz, il “Scimmia Rossa”, in questo mese di agosto. Il ristorante si presenta come fautore della “cucina consapevole” (vegetariana e vegana), ma al di là delle sue scelte culinarie sembra ben cosciente anche di qualche discriminazione cui le donne vanno incontro semplicemente essendo donne.

Secondo il Ministero della Salute, la Bolivia è il paese sudamericano in cui le donne allattano maggiormente al seno e l’atto di farlo in pubblico non è sanzionato legalmente: tuttavia, ristoranti e locali spesso reagiscono male alla presenza di donne che allattano.

Ecco perché l’iniziativa del piccolo “Scimmia Rossa” nel quartiere di San Miguel ha ricevuto attenzione e plauso a livello internazionale. Adesso vediamo se in giro per il mondo, e in Italia, c’è qualcuno che ha il coraggio di imitarlo. Maria G. Di Rienzo

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