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Archivio per la categoria ‘Recensioni’

(tratto da: “The Rape of James Bond”, un più ampio saggio di Sophia McDougall, 13.3.2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

L’anno scorso, quando ero circa a metà del secondo libro della serie, ho rinunciato a leggere “Cronache del ghiaccio e del fuoco” (“A Song of Ice and Fire”). Avevo apprezzato molto il primo romanzo: mi piaceva la sensazione che elementi fantastici stessero fornendo lenti diverse sul Medioevo. Ho goduto delle risonanze con episodi storici specifici: la Guerra delle Rose, le ribellioni giacobite. Il senso della storia sembrava vacillare un po’ nel secondo libro, ma alla fine non fu questo ad allontanarmi.

Invece, furono tutti quegli stupri.

Ciò mi ha sorpresa. Dopo tutto, lo sapevo iniziando a leggere che ce n’erano un mucchio, e sebbene fossi preparata a trovare il maneggio della questione almeno problematico, mi aspettavo anche di essere in grado di reggerlo. Di solito, sono capace di leggere scene molto esplicite senza diventare più stressata di quanto la storia esiga, e amiche mie che credevo si agitassero più facilmente avevano attraversato tutti i libri senza problemi. E, in verità, un bel mucchio di stupri in “Cronache del ghiaccio e del fuoco” non sono descritti esplicitamente.

Ma. Ce. Ne. Sono. Semplicemente. Così. Tanti.

Occasionalmente sono davvero dettagliati. Ma il fatto che la maggioranza non lo sia ha reso le cose peggiori, per me. Lo stupro come retroscena, come punto della trama, come motivazione, per quanto maneggiato male di solito lo reggo facilmente. Ho scoperto che non reggo lo stupro come sfondo. Quando ci sono stati due stupri di bambini (uno dei quali viene anche ucciso) nello spazio di venti pagine fra l’uno e l’altro, quando ho capito che entravo in tensione ogni volta in cui un maschio e una femmina erano nella stessa scena – perché qualcosa sarebbe comunque accaduto, anche se si trattava “solo” di abuso verbale sessualizzato – mi sono accorta che non provavo più alcun piacere a leggere il libro. Qui è dove i fans, sia di George R. R. Martin sia della cultura pop dello stupro in generale, dicono: “Ma è questo il punto! L’orribile sensazione che la violenza sessuale permei ogni cosa. E’ realistico.”

Perché non è solo George R. R. Martin, naturalmente. Sono i fumetti, e i film, e i video game, e la televisione. Buffy non ha potuto attraversare la sua serie senza un tentativo di stupro e la rivelazione che la violenza sessuale era la sorgente primaria di tutti i suoi poteri. In questo la serie si inserisce in un trend di lunga data. Quando nella fiction lo stupro non è lo scenario, come lo è così di frequente in “A Song of Ice and Fire”, è spesso una chiamata all’avventura. La tua ragazza è stata stuprata (e probabilmente uccisa)? Sei stata stuprata tu stessa, ma almeno sei viva e sei la protagonista? Forza, andate avanti e prendete a calci in culo qualcuno! Di recente, è stato deciso che Lara Croft non poteva più continuare senza un qualche stupro nella storia delle sue origini, perché la sua nuova incarnazione doveva essere ruvida, dura e oscura. E “realistica”.

Alcune femministe rispondono alla difesa fatta di “realismo” con l’argomentazione che se un mondo è pieno di draghi e magia è una sciocchezza lamentarsi di qualcosa di irrealistico. Io comprendo il punto ma non sono completamente d’accordo. Non accetto, in primo luogo, che sia sciocco usare la parola “realismo” in relazione alla SF, alla Fantasy o altre forme di fiction. Che il testo si discosti dalla realtà in qualche modo – introducendo magia, tecnologie impossibili o solo una premessa assai improbabile – non significa che i personaggi umani debbano smettere di comportarsi da esseri umani. Se così fosse questa letteratura sarebbe solo fuga e non potrebbe in alcun modo dire qualcosa di significativo su qualsiasi argomento. Secondariamente, dire che essa è irrealistica comunque e perciò perché non estendere questo irrealismo alla descrizione dello stupro, significa accettare che ciò che abbiamo attualmente sia realistico, e che non possa essere cambiato senza sacrificare quello stesso realismo.

Perciò, tanto per cominciare, dovrebbe essere detto che non è scontato che il Medioevo fosse una festa dello stupro onnipresente. E sebbene lo stupro sia prevalente in modo sconcertante nel nostro mondo moderno, c’è il 25% di possibilità che una donna sia stuprata nel corso della sua vita, non il 25% di possibilità che sia stuprata oggi. C’è ancora una maggioranza di donne che non subisce violenza sessuale, anche se non è così vasta come dovrebbe essere.

Per il momento, tuttavia, accordiamoci solo sul fatto che nella letteratura di genere (SF, F, ecc.) amiamo strappar via le protezioni dai nostri personaggi per dar loro l’interessante lavoro della lotta con se stessi: i genitori sono morti, o assenti, o violenti; le case sono bruciate sino alle fondamenta, figure autorevoli sono cieche od opprimenti; non puoi fidarti di nessuno, nessuno ti sentirà gridare… E tutte queste cose, nel mondo reale, aumentano la vulnerabilità di una persona ad ogni forma di violenza, inclusa la violenza sessuale. Perciò, sì, il realismo a volte significa l’aver a che fare con questa vulnerabilità in una forma o l’altra.

Ma la maggior vulnerabilità alla violenza sessuale si applica anche agli uomini. Quindi: dove sono tutti i personaggi maschili stuprati? La gente dice: “Sarebbe irrealistico se in questa situazione lei non fosse stuprata”, ma dà per garantito che lui, invece, non lo sarà. Perché? Circa un uomo su 33 subisce uno stupro. E’ una percentuale molto più bassa di quella che tocca alle donne (mi riferisco alle statistiche statunitensi) ma è pur sempre un numero significativo.

Prendete James Bond. E’ realistico che James Bond non sia mai stato stuprato? Quante volte si è trovato alla mercé di uomini che volevano ferirlo, degradarlo ed umiliarlo prima di ucciderlo? Posso accettare che, in tutte queste occasioni, la fortuna sia dalla sua parte. Suppongo sia plausibile che molti dei suoi nemici – persino la maggioranza di essi – non pensi di stuprarlo o di farlo stuprare da altri, nonostante lo abbiano catturato, legato e magari gli abbiano anche tolto parte dei vestiti. Ma tutti? Abbiamo dozzine e dozzine di persone orribili, distruttive e malvagie e nessuna di loro è malvagia in quel modo? Va bene, è improbabile comunque che ci mostrino una scena di stupro, anche se Bond fosse femmina, per via del sistema di rating dei film. Ma lo stupro è suggerito continuamente nei film “per tutti” o per “maggiori di 12 anni”, e in termini pratici significa minacciare un bel po’ con esso i personaggi femminili.

Così, senza neanche pensarci, mi vengono in mente Marion in “Robin Hood, Principe dei Ladri”; Elizabeth in almeno due film dei Pirati dei Caraibi, la Biancaneve di Kristen Stewart e persino Jasmine in “Aladino” (o vogliamo dimenticare cosa matrimonio forzato/“stregarla affinché si innamori di me” significa?). Per cui, non dovremmo aspettarci una Bond femmina come minimo legata ad una sedia, con una pistola puntata addosso e il cattivo che sbottona la sua camicia e le tocca la coscia in modo insinuante? Poi è uscito “Skyfall”. E il cattivo ha legato James Bond alla sedia sotto minaccia di pistola, gli ha sbottonato la camicia e gli ha toccato la coscia in modo insinuante.

skyfall

Ho trovato affascinanti le reazioni a questa scena. Molti spettatori di sesso maschile l’hanno vissuta come particolarmente disturbante. Alcuni, non solo uomini, hanno percepito la scena come omofobica, un modo per suggerire che il cattivo lo era ancora di più perché “gay”, sebbene la narrazione renda chiaro che il personaggio fa sesso con donne. Personalmente non credo si potesse desumere l’orientamento del personaggio di Javier Bardem (Silva) da quella scena. Che ricevesse eccitazione sessuale dall’avere di fronte un oppositore inerme, sì. Ma il film non fornisce alcun indizio o prova che sarebbe andato su di giri per un Bond consenziente incontrato online su un sito per incontri di spie, o che non avrebbe avuto lo stessa eccitazione dal dominare un’oppositrice. Pure, molti uomini hanno letto la scena come se Silva stesse “tentando di far diventare Bond gay” o “tentando di sedurlo”.

Ehm. Quando sei legato ad una sedia, con una pistola puntata alla testa (a meno che tu non abbia gusti specifici ed abbia consentito in precedenza allo scenario) non si tratta di seduzione. E’ qualcosa d’altro, qualcosa di preciso. La scena non riguarda il sesso, riguarda il potere. Ed è il modo più letterale in cui ho visto un eroe di sesso maschile (e l’ultra-mascolino Bond, tra l’altro) trattato come un personaggio di sesso femminile. E ci sono voluti solo cinquant’anni. Poiché era un uomo la faccenda è diventata importante, anche se quel che accade a Bond non va oltre qualche bottone slacciato e un tocco non voluto sulla coscia. In “Robin Hood, Principe dei Ladri”, Marion è soggetta ad un assalto protratto con tanto di vesti strappate, movenze coitali e ansiti – sapete, è per ragazzi! – ma quello era normale. Bond, tra l’altro, è lungi dall’essere l’unico personaggio maschile che realisticamente, seguendo la particolare e brutale definizione di realismo che stiamo usando in questo articolo, ormai avrebbe dovuto essere stato stuprato. Nel mondo reale, il rischio di diventare una vittima maschile di stupro si alza drammaticamente se finisci in prigione. Di nuovo, io ho solo i dati statunitensi, e spero che altrove il quadro non sia così fosco, anche se temo di essere troppo ottimista. Comunque, la percentuale negli Usa è circa 1 su 6. La vita di un supereroe può davvero essere meno pericolosa di una galera? Ecco, immaginate un supereroe in prigione, e in una prigione terribile e violenta… Oh, e qui abbiamo Batman, in uno stato fisico che lo rende incapace di difendersi, ad un momento della storia che dovrebbe rappresentare il punto più basso da lui toccato per poi risalire: e nessuno, in quello che si suppone essere il più orribile buco dell’inferno dimenticato da dio sulla faccia della Terra, pensa di abusare del vulnerabile nuovo arrivato? Si pensa di farci credere che tutti questi uomini, che a volte lacerano volti altrui per divertimento, che non usciranno mai di prigione, sono perfettamente casti? O che tutto il sesso che presumibilmente fanno gli uni con gli altri sia sempre consensuale? Scusate, ma non stavamo parlando di realismo?

Tornando brevemente alle “Cronache del ghiaccio e del fuoco”: i Guardiani della Notte (“Black Watch”), un’organizzazione totalmente maschile che assomiglia un po’ alla chiesa cattolica e un po’ all’esercito, ha dei problemi di bullismo. Alcuni di questi soldati sono esplicitamente “stupratori”. Ma non un atto del bullismo diventa sessuale, nemmeno da parte di quei personaggi formati come perpetratori di violenza sessuale. Nessuno dei ragazzi soffre uno stupro. Ne’ questo accade a nessuno dei poveracci maschi che sono presi prigionieri in svariati momenti da diverse fazioni. Nonostante sia più piccolo e più debole della maggioranza dei suoi pari di sesso maschile Tyrion non viene stuprato, ne’ lo si fa temere la violenza sessuale, neppure quando è catturato da nobili nemici o circondato da centinaia di violenti fuorilegge. Lo minacciano di morte, e persino di mutilarlo, ma non di stuprarlo. Perché no? Non è questo un mondo duro, spietato e realistico?

Uomini, se vi state sentendo un po’ a disagio all’idea di così tanti amati personaggi che soffrono uno stupro, se vi sentite disturbati da qualcuna come me che sta argomentando al proposito… be’, ciao. Benvenuti nel mondo delle donne.

Questa non è, ve l’assicuro, l’apertura di un’orrenda campagna affinché più personaggi di sesso maschile siano stuprati. Sebbene io confessi di aver apprezzato che nel romanzo “Uomini che odiano le donne” (“The Girl with the Dragon Tattoo”) l’eroe maschio, mentre vaga come un agnellino nella tana di un killer e stupratore seriale, sia catturato e legato, non sorprendendo nessun altro che lui stesso, e immediatamente il cattivo gli dica che intende stuprarlo prima di ucciderlo. Perché? Perché il cattivo in questione ha un sotterraneo insanguinato che gli serve per stuprare e uccidere persone, e l’eroe è lì dentro: cos’altro potrebbe accadere? Naturalmente poi non accade. Lo stupro completo è riservato ai personaggi di sesso femminile, ma ho apprezzato che vi fosse almeno la minaccia. E ho apprezzato che una donna dovesse irrompere là per salvarlo, come il Robin di Kevin Costner fa per Marion, perché lo aspettavo da quando avevo 12 anni. C’è da notare che il film svedese tratto dal libro (non ho visto la versione inglese) omette quella specifica minaccia a Blomqvist. Mi sono sempre domandata perché, se era questione di passo, di lunghezza, o se qualcuno ha pensato che Blomqvist sarebbe stato “svirilizzato” come eroe, se fosse stato solo minacciato da ciò che Lisbeth Salander effettivamente subisce.

Ma andiamo al punto. Il punto non è che io argomenti per tutti questi stupri: il punto è che, se vi sembra a posto il livello attuale di stupri di donne e ragazze nella fiction, dovreste farlo voi. Voi, se vi interessa così tanto il realismo, dovete chiedere lo stupro di Batman e James Bond. In effetti, visto che non solo così tanti personaggi maschili si trovano in ambienti ad alto rischio, ma che essi superano per presenza i personaggi femminili in un rapporto di circa 2 contro 1, noi dovremmo vedere nella fiction un numero praticamente eguale di uomini stuprati e donne stuprate.

Però c’è un altro modo. Anche se il “realismo” richiede che lo scenario includa un gran numero di stupri, c’è più di una maniera in cui si può comunicare ciò al lettore. Si possono avere vittime o vittime potenziali che ne parlano. Non necessariamente a lungo o nei dettagli: se è una presenza così grande nelle loro vite, un rischio quotidiano, non ce n’è necessità. I personaggi sanno che sta succedendo. Si possono avere i personaggi a minor rischio che si preoccupano per quelli più vulnerabili. Non c’è bisogno che noi lettori si veda ogni singolo stupro che accade o è accaduto nel corso della storia. E anche se di tanto in tanto è interessante e rivelatore mostrarci cosa gli stupratori pensano al proposito, se descrivete lo stupro principalmente dal punto di vista del perpetratore di sesso maschile e dell’amato della vittima che vuole vendicarla, e raramente o mai dalla prospettiva della vittima stessa, c’è il forte rischio che stiate rinforzando una narrativa sociale in cui lo stupro è fondamentalmente uno scambio di potere fra uomini (lo stupratore e il marito / l’autore di sesso maschile e il lettore di sesso maschile).

O, se state scrivendo un altro tipo di testo, ed usate lo stupro come crisi motivatrice per un’eroina… bene, può essere fatto in modo brillante, ma è stato fatto così tante volte, ormai, che si rischia di alimentare l’implicazione che le vite delle donne si svolgono in orbite più piccole e più sessualizzate di quelle degli uomini, che c’è solo un brutto tipo di esperienza che esse possono avere, che il resto del mondo con i suoi rischi e i suoi potenziali a loro è chiuso. Si rischia di implicare che le vite delle donne sono definite dalla presenza dello stupro: al punto che una donna non stuprata, o non minacciata di stupro, è una donna noiosa. Queste cose non sono innocue.

Alcune altre domande: “Devo veramente far attraversare al lettore questa esperienza?” Perché chi scrive ha tanti doveri verso chi legge quanti ne ha verso il “realismo”, specialmente mentre si scopre che il realismo è molto meno solido e molto meno unico di quanto lo si immaginava. I vostri lettori sono più reali del “realismo” e possono essere feriti più facilmente.

“Scriverei mai una storia in cui l’eroe maschio viene stuprato, come parte delle sue origini, o come punto focale dal quale poi inizia a lottare, o per ispirare qualcun altro a vendicarsi?” E se la risposta è affermativa, allora probabilmente dovreste farlo. Se lo fate bene, rispettosamente, potrebbe persino essere d’aiuto a liberare dalla stigmatizzazione l’esperienza dei sopravvissuti di sesso maschile. Potrebbe contribuire a diminuire la sensazione che lo stupro definisca in qualche modo l’esperienza dell’essere femmina.

Se invece non lo fareste, chiedetevi perché. E se la risposta è che non potreste mai trovare eroico il sopravvissuto ad uno stupro, che è troppo umiliante persino per pensarci: allora, per il bene di tutti, sino a che onestamente non riuscite a trovare in voi una risposta diversa, dovreste fare a meno del tutto di scrivere di stupro.

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Tra fine novembre e inizio dicembre 2012 si è svolta a Londra una rassegna di film femministi – http://londonfeministfilmfestival.com/ – che ha mostrato un po’ di verità e di varietà di corpi e menti femminili altrimenti assenti dal grande schermo. Alcuni registi odierni pensano che per far andare la gente al cinema ci vogliano tecnologie avanzatissime e mirabolanti effetti speciali, io continuo a pensare che ci vogliano innanzitutto una buona storia e la capacità di raccontarla. Fra le diverse sezioni del festival ho trovato particolarmente interessante “Herstories”, quella dedicata ai “corti” (in maggioranza documentari), per le questioni affrontate e per la brillantezza delle protagoniste.

festival Londra

E allora cominciamo con “Taxi Sister” ( http://www.youtube.com/watch?v=mGf6pVRRui0 ), prodotto da Theresa Traore Dahlberg. La vicenda è quella di un gruppo di donne di Dakar, Senegal, che grazie ad un programma governativo di sostegno (ora cancellato, ci dice il film nel finale) sono diventate autiste di taxi. Sono le prime, nel paese, e sono in 15: i tassisti uomini sono circa 15.000. Pure, questi ultimi sono convinti che siano davvero troppe e che non dovrebbero neppure esistere. Boury, la protagonista seguita dal documentario, sogna di diventare la prima donna che metterà in piedi la propria compagnia di taxi a Dakar. Boury è solare, determinata e positiva, ma non importa quanto bene lavori o quanto bene sostenga e depotenzi le aggressioni verbali da parte di sconosciuti e di colleghi: oltre a sentirsi dare dell’indecente, perché “i clienti maschi vorranno andare a letto con te”, viene continuamente messa a rischio da tamponamenti e scontri intenzionali da parte delle auto dei tassisti maschi. Non dimenticherò mai il suo volto che si gira verso la camera da presa, dopo uno di questi episodi, per dire: “Come mi trattano, così li tratto. Se mi insultano, li insulterò cinque volte tanto. E questo vale per tutto il resto.”

Dall’Argentina, grazie alla regista Nadia Benedicto, viene invece “Como una guerrera”. E’ la storia di Laura, la cameriera di una famiglia ricca il cui unico eloquio permesso nell’ambiente è “Sì, signora/ sì, signore/ sì, signorina” mentre sfacchina con addosso il classico (e orripilante) vestitino nero con grembiulino e crestina bianchi. Ma Laura sogna. Sogna di cavalcare uno splendido destriero fra deserti e foreste, e nel sogno il suo abbigliamento è quello di una guerriera e il suo viso non esprime che fierezza. Nella realtà, la vediamo andare a casa dal lavoro con un uomo violento e scalmanato, e tornare il giorno dopo ferita fisicamente ed emotivamente distrutta. Tuttavia, Laura continua a sognare, e il sogno si fa via via più nitido e pressante, sino a che la donna decide di diventare davvero quella “guerriera” e denuncia alla polizia il suo aggressore. La questione della violenza domestica è chiarita in quello splendido passaggio in cui noi spettatori non la vediamo direttamente: perché in effetti è un abuso nascosto, a meno che noi si decida di riconoscerne l’esistenza e di affrontarlo. Nadia Benedicto ha detto nelle interviste: “La verità è che io sono nata e cresciuta in una famiglia dove le donne erano disprezzate e tutte le decisioni erano prese dagli uomini. Penso che “Como una guerrera” sia il primo passo che ho fatto per recuperare quella voce, la mia propria, e la voce di tutte le donne che vivono in situazioni in cui non sono in grado di far valere i propri diritti.”

Il terzo breve, anzi brevissimo (sono poco più di due minuti), chiamato “Seating Code”, potete vederlo all’indirizzo: http://vimeo.com/30182700

La regista Hong Yane Wang esamina in esso una rispettabile tradizione cinese, a cui ovviamente dobbiamo il massimo rispetto nel nome del multiculturalismo, che consiste nel non permettere alle donne di sedersi sulle custodie metalliche che si usano nell’industria cinematografica. Potete ridere, ma il risultato è che in tutta la Cina, in omaggio a questa “tradizione”, c’è una sola “camerawoman”. Il cinema non esiste da abbastanza tempo per far risalire tale idiozia alla dinastia Qing e nessuna delle persone che ne parlano nel film è in grado di dire con esattezza quando e come sia nata, ma una tradizione è una tradizione, diamine, per cui va seguita senza farsi troppe domande… La regista, di diverso avviso, le fa. E le risposte sono allucinanti: “E’ perché non è pulito.”, spiega un uomo. Un secondo uomo esplicita: “Le donne hanno le mestruazioni, potrebbe accadere un sanguinoso disastro.” Un terzo reagisce seccato: “E’ maleducato che una donna si sieda su una di quelle custodie. Gli uomini stanno lavorando duro, le donne non lavorano: perché dovrebbero sedersi?”

E poi, continuano: “In Cina non si abbandonano le tradizioni, perché dovremmo farlo? Non è una cosa ingiusta, siamo già molto civilizzati.” Con un sorrisino delizioso, una ragazza aggiunge: “Credono che se una femmina si siede su qualcosa di fallico questo qualcosa si affloscerà. Il focus della ripresa diventerà blando.” Okay, non sono un’esperta di anatomia umana, e forse è questo il motivo per cui non riesco a comprendere cos’hanno a che fare le custodie metalliche (cubi e parallelepipedi) con i genitali maschili cinesi. L’unica cosa che capisco è questa: qualsiasi mezzo per ricordare alle donne che sono inferiori e sporche è buono, non importa quanto stupido sia e quanto stupido renda chi lo usa.

Tutt’altro paio di maniche con il documentario “Sari Stories”, dove la camera da presa è uno strumento di liberazione e conoscenza per le donne che la usano. (http://www.aljazeera.com/programmes/witness/2009/08/200981914759478896.html )

Un’associazione umanitaria, i “Video Volunteers”, ha messo in mano le cineprese a donne comuni di Andhra Pradesh, nell’India del sudest e ha detto loro: raccontate ciò che vi sta più a cuore. E le donne hanno prodotto un documentario sui loro matrimoni forzati. Notate bene: tutte sono state date in mogli da bambine. Latha, una delle protagoniste, ci racconta di essere stata venduta a suo marito a 12 anni. “Una volta mi ha picchiata tanto che non si credeva sarei sopravvissuta. Se è di cattivo umore mi costringe a mangiare sterco di mucca.” Per quanto i volontari benefattori cerchino di mettere una pezza “tradizionale” su tutta la violenza che emerge, con frasi del tipo “Le differenze volute da dio fra uomini e donne…”, la chiarezza della verità non ne viene offuscata. La verità è che di tutte queste donne si è abusato, che tutte hanno patito flagranti violazioni dei loro diritti umani, e che tutte ne sono consapevoli. Una di loro dice nel film: “Qualche volta penso di divorziare. Ma mio marito non farebbe che risposarsi. Un’altra donna sarebbe venduta. Un’altra donna soffrirebbe.” Il documentario ha comunque avuto un impatto positivo su chi ha partecipato al progetto e su chi ha visto il risultato finale. In parecchie assicurano che “Sari Stories” ha cambiato le loro vite.

Il London Feminist Film Festival si terrà anche il prossimo anno. Mano alla camera, ragazze, e sedetevi dove vi pare. Maria G. Di Rienzo

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kyung soon

“Questo documentario tratta dei corpi delle donne e del lavoro. Il capitalismo globalizzato espelle molte donne alle periferie della società, dove sono etichettate come casalinghe, lavoratrici del sesso, lavoratrici in trasferta, lavoratrici migranti, senzatetto e così via. Nel mondo marginalizzato delle donne questi corpi hanno significati specifici: un corpo di donna diventa un lavoro o una merce in se stessa e tuttavia spesso è visto come “macchiato” e soggetto a giudizio morale. Il film intende documentare questi corpi di donna, su cui il capitalismo globalizzato sostiene se stesso, nei luoghi più infimi, e intende porre la domanda – dalla prospettiva donne e lavoro – su cosa socialmente significhi lavorare duro”. Così la regista coreana Kyung Soon descrive il suo documentario “Red Maria”. Nel suo paese la pellicola è uscita a fine aprile scorso e più che dei cinema sta facendo il giro dei collettivi femminili e dei cineforum: ciò non sorprende, essendo la regista un’indipendente, per quanto spesso premiata, e non essendoci nel film nessuna delle facce-da-fetta-biscottata (leggi sedicenti attori/attrici) che fanno alzare l’audience.

“Red Maria” spazia fra Corea del Sud, Giappone e Filippine, seguendo le vite quotidiane di donne altrimenti invisibili, non importanti, non prese in considerazione. Le protagoniste non si conoscono l’un l’altra e le loro esistenze sembrano molto diverse; pure, sono connesse da qualcosa che trascende i confini nazionali: i loro corpi e il lavoro, i loro corpi al lavoro, il lavoro come riproduzione di ideologia sociale. Nel suo paese, Kyung Soon ha ripreso le storie di attiviste e di prostitute; in Giappone ha seguito una senzatetto, Ichimura, che chiama il Parco Yoyogi a Tokyo “casa mia” e Sato, licenziata da una grossa corporazione economica e perciò senza prospettive di impiego e Monica, una giapponese-peruviana che si occupa di sostenere la minoranza ispanico-giapponese; nelle Filippine ha ripreso una famiglia di Tondo, Manila, che vive accampata nei pressi delle rotaie ferroviarie, e le anziane Malaya, le ragazze-da-bar di Dao, eccetera. Sono 98 minuti di verità, splendidi e terribili come spesso la verità è. Indimenticabili le voci delle lolas (nonne) Malaya che raccontano dell’occupazione giapponese delle Filippine, del giorno in cui tutte le donne del villaggio furono portate alla grande casa comune dai soldati e subirono stupri di gruppo. Gli uomini del villaggio furono “giustiziati” davanti a loro occhi, senza eccezioni. Per decenni queste donne non hanno parlato per vergogna.

Sul titolo, “Red Maria”, Kyung Soon spiega che per lei il nome “Maria” indica la donna perfetta, la donna ideale; sul “Rosso” (Red) di continuo le chiedono se vuole rifersi al sangue mestruale, visto che di mestruazioni nel film si parla, ma Kyung Soon non aveva in mente niente del genere: ha aggiunto il Rosso a Maria perchè crede che la donna perfetta e ideale non esista. Esistono invece Grace, Rita, Monica, Sato, Soon-ja, Ichimura, Jenna-Lyn, Jong-hee, Klot… che non possono smettere di recitare e raccontarci cos’hanno provato a fingere di non sapere come mettere insieme pranzo e cena, o come hanno raccolto le loro emozioni per le scene in cui gli uomini le trattano come pezzi di carne su un bancone di macelleria. La regista è rimasta in contatto con tutte loro e qualcuna è venuta a trovarla a Seul.

Il colpo di genio di Kyung Soon è consistito nel fotografare i loro ombelichi per i manifesti pubblicitari: pance vecchie e giovani, piatte e tonde, più chiare o più scure, tese e morbide. Vedete quel punto, il punto focale che ci ha collegate alla vita? Vedete quanto siamo simili? Vi accorgete di quanto siamo irriducibilmente belle?

Nessuno purtroppo ha ancora doppiato o sottotitolato il film, e a me ci vorrà qualche altro anno di studio del coreano per essere produttiva ed efficace in questo senso. Se c’è qualcuna/o in ascolto… e se grazie a lei/lui/loro riuscirò a vederlo sui nostri schermi… assicuro che ne vale la pena, oltre alla mia imperitura gratitudine. Maria (Rossa!) G. Di Rienzo

 red maria manifesto

Colonna sonora – http://www.youtube.com/watch?v=1bWW6fjT7SQ

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=XJR_uDIp3Lk

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Le biografie non specificano che tipo di “infanzia travagliata” abbia avuto, ma a nove anni lascia volontariamente la propria casa (farà affidamento sulla madrina). A undici è già su un palcoscenico. A 13 resta memorabile, nello stesso teatro, la sua versione di “Summertime”. Fra gruppi d’appartenenza e collaborazioni con altre band, la sua voce spazia in 35 album prima della carriera solista. Corre dietro ai suoi sogni in interminabili tour europei e americani. E’ molto nota anche come attivista contro la violenza diretta ai bambini e agli animali. Si tratta di Sarah Jezebel Deva, all’anagrafe Sarah Jane Ferridge, inglese, classe 1977: una delle poche “regine” nel mondo della musica metal. Se le atmosfere gotiche e sinfoniche fanno per voi, se vi ispira una donna assolutamente disinvolta e splendida rispetto al proprio corpo, se preferite che sul palco ci sia qualcuno che sa usare la voce a qualcuno che sa dimenare il didietro, Sarah Jezebel fa per voi. E anche quel che canta e scrive non è niente male:

“Le lacrime della creazione echeggiano nel silenzio. Il sole dimenticato giace dormiente dietro il cielo. Ma ancora la sua bellezza rapisce la mente. – La mente si risveglia alle possibilità della vita, ma i ladri di sogni ne sopprimono il procedere. La coppa della vita è piena, mentre tu soffochi nell’apatia. Nel mezzo della catastrofe, la grandezza può prevalere.” (da Creation’s Tears)

“Mentre la vita risplende sulla tua pelle, trovi sempre una ragione per arrenderti. Non vi è lotta che sia rimasta in te? Il mondo non può prenderti per mano. Dimentica le parole amare, sii tu la mano che ti aiuta. Non c’è passione che sia rimasta in te? Questa è la tua vita! Non buttarti via, risvegliati da dentro.” (da The World Won’t Hold Your Hand)

C’è chi dice che il gothic metal ispiri malinconia, cupi pensieri o peggio, e che perciò sia “pericoloso” per gli adolescenti. Io, invece, avrei voluto davvero che qualcuno come Sarah mi cantasse queste cose, quando avevo 15 anni. Maria G. Di Rienzo

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Arang e il Magistrato. (Hangul: 아랑사또전)

Regia: Kim Sang-ho; Sceneggiatura: Jung Yoon-jung; Rete televisiva: MBC; Protagonisti principali: Shin Min-a (Arang) e Lee Jun-ki (il Magistrato Kim Eun-oh).

 

La storia di base è una leggenda assai nota: il fantasma di una giovane assassinata appare ad ogni nuovo Magistrato della città di Miryang chiedendo giustizia, sino a che uno di essi non si assume il compito di punire l’omicida. Il film basato in precedenza su questa premessa era inguardabile per i miei gusti: un horror cupo, a volte insensato, zoppicante nello svolgimento della trama, che non offriva sollievo neppure nel finale. Lo sceneggiato è tutt’altra faccenda – riesce ad essere intenso e lieve allo stesso tempo – e rielabora la vicenda a partire da questa premessa: il fantasma di Arang è privo di memoria e quel che cerca non è la vendetta ma la verità sulla propria morte. Non è il capolavoro dell’anno, a volte è scontato, ha qualche scena superflua o troppo lunga per i miei gusti, ma se ho deciso di continuare a vederlo dopo 6 puntate significa che mi trasmette qualcosa di gradevole.

In primo luogo è piacevole a livello visuale. Mi godo i colori, le sfumature, le nebbie sovrannaturali, il gioco di luci ed ombre, gli scenari e i costumi come se guardassi un quadro in movimento. In secondo luogo, i due protagonisti principali sono due attori e non due imbecilli tirati fuori da gruppi di idol-boys e idol-girls (sapete, quel tipo di intrattenitori anoressici ed ossigenati che sculettano a ritmo sui palcoscenici di Corea e che qualcuno, insultando Tersicore, Jimi Hendrix e l’intelligenza umana, osa chiamare “musicisti”). Shin Min-a e Lee Jun-ki almeno sanno recitare, il che rende credibile e fruibile uno scenario che potrebbe crollare facilmente, sospeso com’è fra realtà e magia, se gli attori non fossero capaci di bilanciarsi in esso. In terzo luogo, Arang è completamente diversa da come la leggenda la tramanda. Di base è determinata, positiva, persino allegra, ostinata al punto di riuscire ad estorcere un patto con gli dei dell’Aldilà (che le permetteranno di cercare la verità dandole di nuovo forma umana). Le scene in cui, da spettro, si difende a cazzotti dall’aggressione di altri fantasmi sono esilaranti e molto rare nei drama: di solito l’eroina frigna e urla in attesa dell’apparizione dell’eroe che la salverà. Anche il Magistrato, che possiede il raro dono di vedere i fantasmi, è differente da come ce lo aspettavamo a norma di leggenda: un nobilotto autocentrato – ma falsamente indifferente – che si vanta di non aver mai detto: grazie, scusa e ti voglio bene. Sebbene Arang finisca per piacergli, il motivo per cui decide di aiutarla è che la ragazza potrebbe essere collegata alla madre scomparsa che lui sta cercando: Arang porta infatti nei capelli lo stesso “binyeo”, un fermaglio tradizionale, da lui regalato alla madre.

Mi stanno bene anche gli ingredienti classici della commedia: la sciamana ciarlatana e il servitore sempliciotto, le punzecchiature e le allusioni sessuali, il trio comico degli amministratori cittadini. Mi stanno bene gli elementi pseudo-horror: la continua sparizione di fanciulle, la malvagia mangiatrice-di-anime mandante dei loro omicidi (che sembra essere la mamma del Magistrato…), l’esecutore incallito degli stessi che è diventato tale in cambio di una vita da nobile (ma potrebbe sbarrare di meno gli occhi, per favore? Abbiamo capito che in fondo è tormentato e infelice, se continua ad enfatizzarlo rischia di passare al comico anche lui).

La cosa principale che mi disturba, invece, sono le scene in cui Arang viene trascinata per il polso dal Magistrato e da lui trattata come una marmocchia di quattro anni. Dopo averci regalato un’eroina inusuale con cui riusciamo subito a simpatizzare e con cui per una ragazza è finalmente positivo identificarsi (Arang è indipendente, forte, spiritosa, onesta e fondamentalmente buona anche nei suoi commenti maliziosi o nei suoi scoppi di rabbia), lo show se ne pente e cerca di infantilizzarla un po’ e di mostrare che un uomo le è comunque “superiore”, vuoi mai che qualche confuciano molto conservatore si risenta nel vedere una donna troppo in gamba. La “bambinizzazione” delle donne è comunque un classico nei drama coreani: dall’altezza, per cui se la protagonista arriva al petto del suo corrispettivo maschile e deve montare su un rialzo per baciarlo è il massimo, alla vocetta da asilo – ascoltate le attrici parlare fuori scena e vi accorgerete che quel tono da ochette lagnose non è il loro tono usuale; per non parlare delle stanze di trentenni zeppe di orsetti di peluche e di specchi e cuscini a forma di cuoricino, o dei broncetti e delle bizze che secondo gli sceneggiatori coreani sarebbero i modi in cui una donna adulta risponde alle frustrazioni. Ma se in “Arang e il Magistrato” questo andazzo è appena accennato e il resto fa sì che lo si sopporti, esso è pervasivo e sommamente distruttivo nella delusione dell’anno, quel “Faith” (Hangul: 신의) di cui passo a parlarvi.

 

Fede”, o “Il Grande Medico”, della rete televisiva SBS, si è annunciato con tre trailer successivi molto misteriosi, in cui ad un panorama si susseguivano scene di incursioni notturne e battaglie, con poco dialogo o niente dialogo del tutto. Il primo della serie si apriva con brevi scene sfocate di altri sceneggiati prodotti dalla coppia assai rinomata che ha assemblato “Faith”: il regista Kim Jong-hak e la sceneggiatrice Song Ji-na.

In effetti questi due hanno creato veri e propri capolavori, alcuni dei quali hanno superato il 50% di share e sono stati rubricati come “drama nazionali”: nel caso di “Sandglass” (“Clessidra”), uno sceneggiato del 1995, negozi ed uffici chiudevano in anticipo per permettere ai loro dipendenti di correre a casa a vederlo. Io li ho conosciuti grazie a “Legend” (태왕사신기, noto anche come “Story of the First King’s Four Gods”, 2007) che ho trovato straordinario per congruenza narrativa, scenari, recitazione e messaggio. Pensate che passava persino l’Alison Bechdel Test: è capitato due o tre volte, infatti, che vi fossero due donneche parlavano insiemedi qualcosa di diverso da un uomo. Ed è stato davvero piacevole sentire un Re rivolgersi al suo esercito in questo modo: “Non morite. Non ho bisogno di uomini che gettino via la loro vita per me. Vivete e restate al mio fianco.”, o sentirlo dire prima della sua volontaria scomparsa: “Questa è la risposta che darò al cielo: io credo nell’umanità.”

(Gwanggaeto il Grande, il 19° monarca di Goguryeo, ha davvero lasciato dietro di sé una frase simile, probabilmente dopo aver effettuato una “separazione tra stato e tempio”: “Ora non è più l’uomo che aspetta, ma il cielo. Ora, ogni volta in cui mi giro, il cielo è dietro di me.”)

Quindi, le mie aspettative per il nuovo sceneggiato di Kim Jong-hak e Song Ji-na erano – doverosamente – alte, nonostante sapessi che il protagonista principale sarebbe stato quel Lee Min-ho faccia-da-saponetta che nei suoi fan-club internazionali viene chiamano Lee Min-hot … e questo dovrebbe già darvi la misura di quanto valga come attore: vale quanto il suo gradevole (de gustibus) aspetto. Quando avrà 40 anni dovrà giocoforza cambiare mestiere, perché un sacco di bei giovanotti incapaci di recitare come lui lo avranno rimpiazzato nel cuore delle sgallettate di tutto il mondo. La sua co-star, Kim Hee-seon, la conoscevo come partner di Jackie Chan nel film “The Myth”: non mi era sembrata eccezionale (d’altronde il film non richiedeva un’abilità sublime per il suo ruolo) ma nemmeno un’incapace.

Alcuni dettagli, protagonisti a parte, mi rendevano però dubbiosa. L’impianto narrativo, largamente abusato e malamente gestito nei drama recenti, basato su un “viaggio nel tempo”; l’aspetto del guerriero Choi Young (Lee Min-ho) in pratica identico al re di “Legend” per pose, acconciatura e costume; una delle co-protagoniste quasi uguale alla Kiha di “Legend” (lo stesso ramo, tipo corallo rosso, nei capelli acconciati allo stesso modo e la stessa capacità di controllare il fuoco con la propria volontà)… E dopo aver visto le prime puntate le impressioni negative sono diventate giudizi negativi: a livello visivo “Faith” è fatto con i rimasugli di “Legend”, e ne copia persino i dialoghi; a livello di storyline non riesce ad essere credibile. Non è perché c’è una porta temporale e un protagonista che scaglia fulmini di “chi” o “ki” (energia vitale) dalle mani: in “Legend” c’era un Re discendente di una creatura celeste, quattro semi-dei e un “cattivo” capace di usare il fuoco in maniere impossibilmente perverse, eppure tutto si teneva e collegava logicamente e noi spettatori siamo caduti nell’incantesimo e lo abbiamo creduto reale per 24 puntate – e ci siamo mangiati le dita perché ne avremmo volute di più.

In “Faith” abbiamo un protagonista, che già non è Laurence Olivier, ingessato in un ruolo in cui deve mostrarsi indifferente, freddo, non desideroso di vivere e interessato solo a dormire (perché dormendo entra in un altro mondo in cui parla con il papà defunto ecc.). Una “maschera” del genere deve trasmettere emozioni e idee con lo sguardo, con i gesti, con il corpo, mantenendo però una facciata superficiale di impassibilità: è recitazione per solutori più che abili, non per un Lee Min-ho qualsiasi.

Ma il disastro tocca punte abissali con la protagonista femminile, una dottoressa trascinata contro la propria volontà dall’epoca attuale ai tempi di Koryo (918-1392) per salvare la Regina gravemente ferita. Che una medica chirurga lasci il pronto soccorso per la chirurgia plastica, con l’idea di far soldi, è per me vomitevole ma accettabile dal punto di vista logico. Che una professionista trentenne si comporti come una bambina di cinque anni non riesco a mandarlo giù nemmeno con l’aiuto di un digestivo. Il personaggio della medica Yoo Eun-Soo si può descrivere con una sola parola: ebete. Trascinata in giro come un sacco (ma tenendola per il polso, ovvio) e all’occorrenza malmenata dal virile (???) guerriero protagonista che, inoltre, le consiglia o addirittura le ordina di continuo di stare zitta (non completamente a torto, tutto sommato, visto che dice solo stupidaggini), la nostra “eroina” mette il broncio, batte i piedini, si malmena la capigliatura tinta e frigna. Quando le è richiesto di descrivere il “Cielo” da cui proviene ad un giovanissimo sovrano in esilio comincia a parlargli dei gruppi di idol-girls “belle come bambole”. E’ la prima cosa che verrebbe in mente a chiunque provenisse dal 2012 e dovesse descriverlo, non è vero? Lo sceneggiato ci chiede di credere che questa tizia sia adulta, laureata, nonché affidabile quando ha in mano un bisturi. Non è un po’ troppo?

Aggiungete allo show un Re Tentenna, una Regina Innamorata di Lui Senza Speranza (e tante scene in cui, per espressività, tutti e due sembrano aver ingoiato un palo), Tre Cattivi di cui due così Cattivi da non poter smettere la smorfietta malvagia neppure al cesso, mentre il terzo, l’Assassino con Flauto, mantiene la stessa espressione vuota sotto un’indegna parrucca “alla Legolas” anche se il mondo crolla attorno a lui (fa bene: se dovesse provare a mostrarci altro non riusciremmo ad evitare di rotolarci per terra dalle risate). Il plot? Be’, i Cattivi vogliono uccidere la Regina e detronizzare il Re: sono abbastanza potenti da riuscirci in due puntate ma lo sceneggiato ne prevede 24. Così si impegnano in complessi giochi d’astuzia mentale, scommesse, minacce, promesse, avanzate, ritirate, elucubrazioni, complotti… Auguri, siamo alla sesta puntata con un rating attorno al 13% e il 14° posto in classifica su base nazionale. Kim Jong-hak, Song Ji-na: vi siete accorti che qualcosa non funziona?

 

Terza e ultima stroncatura: Gaksital (“Bridal Mask” = Maschera nuziale della sposa. Hangul: 각시탈). Questo sceneggiato è tratto da un fumetto di Huh Young-man, rielaborato da Yoo Hyun-mi, ed è diretto da Yun Seong-sik. La rete televisiva è la KBS. A Gaksital mancano due puntate a completare la serie di 28.

La premessa tratta dal fumetto è questa: nella Corea sotto occupazione giapponese un eroe popolare, vestito di bianco e con la maschera che nel teatro di strada tradizionale rappresenta la Sposa, eccezionalmente abile nelle arti marziali e armato solo di un “flauto” di metallo (credo sia l’attrezzo con cui si soffia nelle stufe per ravvivare il fuoco), vendica le brutalità commesse dagli occupanti ai danni della gente comune. Non so quanto il drama sia fedele al fumetto, ma gli elementi per una storia avvincente e di successo, a partire dal romantico scenario “Davide contro Golia”, ci sono. I rating sono lusinghieri: Gaksital viaggia ormai attorno al 20% e si posiziona da un po’ al secondo o terzo posto in classifica. Ma a mio avviso questo è solo il segno che gli elementi della storia continuano a tenere, mentre la sua rappresentazione televisiva è crollata da tempo sotto la recitazione da pupazzo a molla di Joo Won (il protagonista principale, un altro pollo da allevamento idol) e quella sempre fuori dalle righe di Park Ki-woong (il giapponese suo amico del cuore e poi nemico giurato, nonché partecipe di un triangolo amoroso vieto, inutile, nauseante, e visto solo già 50.000 volte.) La principale protagonista femminile, il cuore del triangolo, è Jin Se-yun, una ragazza di 19 anni che ha dovuto piangere per almeno 20 puntate di fila e il cui personaggio, privo di una pur minima evoluzione e vuoto come un guscio, è servito solo ad essere trascinato di qua e di là dai due uomini nei loro giochi a rimpiattino. Tuttavia, il difetto principale di Gaksital non è questa noia, è l’inaccuratezza. Il drama ci chiede di credere, ad esempio, che nella Corea coloniale qualcuno – il protagonista, unico ufficiale coreano nel corpo di polizia giapponese – possa nel giro della stessa giornata essere arrestato come terrorista, torturato, licenziato, assolto dalle accuse e riammesso in servizio. E non una sola volta. Senza che un modulo qualsiasi sia stato compilato, una denuncia formalizzata o sia apparsa un’aula di tribunale. E senza che le torture gli lascino più di qualche livido, e forse un leggero malumore, il giorno successivo.

Ci chiede inoltre di credere a delle trasformazioni impossibili anche per il più perfetto dei voltagabbana. Il protagonista, che assumerà l’identità di Gaksital alla morte del fratello maggiore cui tale identità apparteneva, non si limita a fare il poliziotto, come dice, perché un giorno così potrà comprare una bella casa per la sua mamma: disprezza i suoi connazionali, gode malignamente delle loro sofferenze e usa contro di loro una violenza da psicopatico. Poi, folgorato sulla via di Damasco dall’aver personalmente ucciso il vero Gaksital, suo fratello, e scoperto di dover vendicare la morte del padre, dopo un paio di piagnistei diventa estremamente sensibile alle indegnità subite dal popolo coreano. Come contraltare, il suo amico giapponese, un dolce e gentile maestro elementare, alla morte del proprio fratello diventa un torturatore che più bastardo e crudele non si può (ci vogliono sempre due piagnistei per la trasformazione). Affinché svolga al meglio questa metamorfosi gli danno l’incarico di Sovrintendente in polizia, senza che abbia frequentato un corso o un’Accademia, senza che possa vantare alcuna abilità necessaria al ruolo, ma è praticante di kendo e figlio di un pezzo grosso: forse è sufficiente, nel paese dei sogni, benché non lo fosse nella Corea coloniale. Visto che da un pezzo la storia ha smesso di avere senso, ed è diventata il tira e molla fra i due amici-nemici, ho una mezza idea di come finirà: si uccideranno a vicenda in un ultimo epico scontro. Tanto meglio per Mok Dan (il personaggio interpretato da Jin Se-yun), potrà finalmente dedicarsi alla lotta anticolonialista, se così crede, per propria scelta e non per servizio: non perché suo padre ne è uno dei partigiani, non perché le piace la figura di Gaksital, non perché è innamorata dell’uomo che porta quella maschera, ma perché vuole vivere da donna libera in un paese libero. Naaah, sarebbe troppo bello. Se non muore durante lo scontro dei due titani probabilmente, visto che è cattolica, la manderanno a piangere in convento. Sic transit, Maria G. Di Rienzo.

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“Quando sai di avere un posto dove andare, puoi percorrere enormi distanze per arrivarci.”, dice Baby Halder. Questa donna indiana di 38 anni è l’autrice di un bestseller del 2006 chiamato “Una vita meno ordinaria” e sta lavorando al suo terzo libro. Generalmente fa questo la sera, dopo aver finito di occuparsi della casa in cui continua a lavorare come domestica nonostante la sua fama di scrittrice, i record di vendite e gli inviti ai festival letterari in India e all’estero.

La vita di Baby Halder è stata “ordinaria”, in modo orribile, per un lungo periodo: povera, un padre violento e una madre che l’ha abbandonata da bambina, a 13 anni era sposata ad un uomo che la batteva più del padre e a 14 era madre. A 30, stanca delle umiliazioni e dei pestaggi e preoccupata perché le mani del marito cominciano ad alzarsi un po’ troppo sui loro tre figli, Baby fugge con loro a Delhi. E qui trova lavoro in casa di Prabodh Kumar, un anziano professore di antropologia in pensione, l’uomo che lei oggi vede come un padre e un maestro. E’ il professor Kumar a notare che la sua domestica non si limita a spolverare gli scaffali pieni di libri ma ha verso di loro un’attrazione magnetica, un desiderio bruciante. Intuitivamente, le mette in mano l’autobiografia di Taslima Nasrin: “Leggi.”, le dice, “Leggi e scrivi.”

Quel libro diventa la chiave magica che schiude il talento letterario di Baby Halder e la porta alla stesura della propria autobiografia, quell’ “Una vita meno ordinaria” che è molto di più della storia di una vita vissuta, è il resoconto del risveglio di una donna che arriva infine a dare riconoscimento a se stessa. All’inizio il tono della narrazione tenta di attenuare la ferita sotterranea, profonda, che percorre il senso dell’esistenza nell’autrice e si rifugia nella terza persona, ma mano a mano che Baby acquista fiducia in se stessa il linguaggio cambia, il dolore non ottunde più tutte le altre sensazioni, la ferita può arrivare alla superficie ed essere trasformata. In un passaggio particolarmente significativo, Baby descrive un incontro casuale con la propria madre:

“Rabbia, tristezza, felicità: non provava nulla di queste cose nel vedere i suoi figli dopo così tanti anni? Ricordava per caso il modo in cui si era disfatta della sua bambina, Baby, dandole una moneta da dieci paise come se fosse una bustarella, il giorno in cui se n’era andata da casa? (Un paisa è un centesimo di rupia, ndt.) Ricordava di non essersi girata indietro neppure una volta? Se lo avesse fatto, avrebbe visto Baby starsene in piedi a guardarla, sino a che divenne un mero puntolino all’orizzonte, sino a che gli occhi non riuscirono a vederla più. Si fosse girata e avesse visto sua figlia ferma là, non sarebbe forse tornata indietro ad abbracciarla, non l’avrebbe stretta a sé ed amata? Forse Mamma neppure sapeva che quella bambina, ora, era madre di tre figli.”

Con i guadagni derivanti dalla scrittura, Baby Halder si sta costruendo una casa a Kolkata, il luogo da cui proviene, ma ritiene di aver ottenuto risultati ben più importanti: i suoi figli sono orgogliosi di lei e vanno a scuola, gente che neppure la badava o la disprezzava ora le mostra del rispetto e, soprattutto, “Scrivere è stato come uscire da una conchiglia. Prima in qualche modo ero sola e isolata, adesso mi sento un membro della società in cui vivo.” Questo è il vero, lungo viaggio che Baby Halder ha compiuto. Per sé e per noi tutte. Maria G. Di Rienzo

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A volte il diavolo fa le pentole e i coperchi. E riesce persino a cucinare. Mentre negli ultimi anni le relazioni fra Israele e mondo arabo sono nettamente peggiorate, una band heavy metal israeliana sta unendo migliaia di ebrei, musulmani, cristiani, agnostici ed atei attraverso il Medioriente. Tutti insieme appassionatamente, grazie ad Orphaned Land (Terra Orfana), i pionieri israeliani del “metallo pesante”, i cui fans pullulano in paesi come la Turchia, il Libano, la Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Iran… nonostante in molti di essi la loro musica sia bandita. La comunità che si è formata attorno alla band è davvero consistente: basti dire che la loro pagina ufficiale su Facebook conta oltre 60.000 membri e ragazze e ragazzi da tutto il mondo la usano per postare messaggi, articoli, video e per parlare tra di loro.

La band incoraggia lo scambio ed il mutuo sostegno fra musicisti di diversa provenienza ed ha reso disponibile gratuitamente su internet il suo ultimo album per tutta una serie di paesi mediorientali e nordafricani, dove l’attenzione all’heavy metal è in crescita. Orphaned Land ha sempre collaborato con artisti musulmani ed arabi ed in quest’ultimo lavoro unisce le forze con l’Orchestra Araba di Nazareth e Zen Two, l’artista giordano che ha disegnato la copertina dell’album. Nel tour europeo 2012 erano accompagnati da una danzatrice libanese ed aprivano i concerti con gruppi di spalla turchi ed algerini: il primo tour heavy metal ebreo-musulmano della storia.

La realtà di scambio e relazione che Orphaned Land ha creato, il potere della musica nel trasformare persone rappresentate come inevitabilmente in conflitto in compagni che condividono una passione, e persino in amici, sono elementi sino ad ora sfuggiti ai politici e agli attivisti per la pace. I membri di Orphaned Land fondono il rock duro con gli strumenti, le melodie, i ritmi della tradizione mediorientale: nel far ciò, non solo entrano immediatamente in sintonia con la sensibilità artistica regionale esistente, ma dimostrano come ebrei di affondare le loro radici nella stessa acqua di vita che nutre palestinesi, arabi, musulmani, cristiani e quant’altro. E’ lo stesso battito del cuore per tutti noi. E’ la stessa danza sacra, che noi la si compia scuotendoci al suono di una chitarra elettrica o di un tamburo tradizionale. E ancora, l’attitudine di Orphaned Land ed il successo della stessa dimostrano almeno altre due cose: che globalizzazione non significa necessariamente erosione delle culture locali, e che tali culture non sono fossili ma possono e vogliono essere ricche di differenze e trasformazioni.

Il gruppo canta in inglese, arabo ed ebraico, e mette un po’ di peperoncino ai testi con frequenti citazioni dalla Torah, dal Vangelo e dal Corano: ovviamente c’è chi considera questo blasfemia, peccato mortale e assaggio d’inferno… ma in fin dei conti non stiamo parlando di rock, la musica del diavolo? La visione di spiritualità ecumenica che Orphaned Land trasmette è un altro facilitatore nella diffusione della sua musica, perché si connette alla sensibilità religiosa che è parte del moderno Medioriente. E i fans scrivono di continuo: “Conoscervi ha cambiato la mia vita, il modo in cui vedo gli altri, il modo in cui penso al conflitto, il modo in cui penso al cambiamento.” Credo che per un gruppo di artisti questo sia il trionfo più grande ed il segnale certo di star facendo le cose giuste, più dei premi che come “amici della pace” hanno raccolto in giro per il mondo o dei ritorni di vendite e concerti.

L’heavy metal non è “la mia tazza di tè”, per dirla all’inglese, ma la mia canzone preferita a 10 anni era “Sympathy for the Devil”… Cercate Orphaned Land su YouTube, ci sono un bel po’ di video. Non ve ne pentirete. Maria G. Di Rienzo

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Fu l’ultima, e la più persistente, oppositrice alla colonizzazione britannica dell’India: più esattamente, del Punjab di cui era regina. Si tratta della Maharani Jindan Kaur, una donna sikh che, a poco più di vent’anni, organizzò due guerre contro gli inglesi e sebbene sconfitta in entrambe continuò ad essere “una spina nella corona” della regina Vittoria d’Inghilterra. Il film documentario sulla sua vita, diretto da Michael Singh nel 2010, si chiama infatti “La regina ribelle – Una spina nella corona”.

“Prevalentemente,” dice in una sua recensione del film Herpreet Kaur Grewal, giovane sikh nata in Gran Bretagna, “se si parla di donne asiatiche si parla di delitti “d’onore”, matrimoni forzati e violenza domestica: e sono tutte cose serissime contro cui dobbiamo continuare a lottare. Ma non vi è alcun modello che possa ispirare le ragazze nei media, nell’arte o nei libri di storia con cui entrano in contatto, soprattutto se come me sono figlie di migranti. Quando ho visto il film sono rimasta colpita da quanto poco sapevo della mia stessa storia. Sono cresciuta a Londra in una famiglia di sikh del Punjab e sebbene guardassi ai miei genitori, alla loro onestà, alla loro fatica, quando pensavo a cosa volevo essere io costruivo un ibrido fra la detective dei gialli per ragazzi Nancy Drew, l’agente televisiva dell’FBI Dana Scully e Bruce Springsteen. Il tratto comune che io trovo in questi tre personaggi è l’aver abbattuto delle barriere per aprire un mondo di possibilità. Non c’era niente del genere nella mia cultura d’origine, o almeno questo era quel che credevo: dopo aver visto “Rebel Queen” mi sono sentita riconnessa ad un passato negletto. Un passato in cui ci sono donne come Mai Bhago, una santa guerriera nelle fila del 10° profeta sikh, il guru Gobind Singh Ji, o Bibi Dalair Kaur, un’altra guerriera del 17° secolo. Non erano solo sikh: la guerriera più nota in India è probabilmente Lakshmibai di Jhansi, una regina hindu che pure combattè contro la colonizzazione. E più vicino al nostro tempo ci sono state donne come Rokeya Hossain, l’autrice del romanzo utopico “Il sogno della sultana”, scritto nel 1905, in cui si descrive un mondo alternativo dove le donne dominano la sfera pubblica. Molte artiste d’origine asiatica, al presente, documentano le difficoltà relative all’avere un’identità “mista”, ma non si raccontano abbastanza storie come quella della Maharani Jindan, storie di quel che è accaduto prima che la mia famiglia dovesse lottare con il fatto di essere asiatica in una società di bianchi. Non siamo venuti all’esistenza nel momento in cui siamo immigrati, questo è quel che voglio dire.”

Non sono riuscita, ancora, a vedere il filmato per intero, ma alcuni spezzoni e trailer sì, e credo di avvicinarmi a capire come deve essersi sentita Herpreet: le sequenze e la vicenda stessa dell’ultima regina del Punjab sono davvero ammalianti. La rivolta di Jindan comincia con la morte del marito nel 1839, quando gli inglesi rifiutano di riconoscerne il figlio Duleep Singh come erede al trono e rivendicano il Punjab (che all’epoca comprendeva una zona più vasta di quella che oggi viene designata con tal nome). Sati e purdah – il destino delle vedove di immolarsi alla scomparsa del coniuge – non significano niente per lei: il Punjab è il suo regno, e lei presiede ogni consiglio di corte, dirige l’attività dei ministri, incontra i capi dell’esercito. Lo storico Peter Bance la definisce “una donna di fegato”, e aggiunge: “Tenne testa agli inglesi molto attivamente.” Altrettanto attivamente, gli inglesi cercarono di sottrarle il consenso del popolo che la proteggeva. Definita come un “serio ostacolo” al governo britannico dell’India, fu messa in moto contro di lei la macchina della propaganda per darle la reputazione peggiore possibile. La campagna denigratoria la definiva la “Messalina del Punjab”, “seduttrice ribelle”, “donna disonesta fuori controllo”, eccetera. Gli intrighi con vari potenti a corte fecero il resto. Fu chiesto a Jindan di cooperare e farsi da parte, ma poiché essa rifiutò e poiché la sua influenza sul figlio era notevole, gli inglesi decisero di separarli. Jindan fu trascinata fuori dalla corte di Lahore per i capelli e gettata in prigione: prima nella Fortezza di Sheikhupura e poi nel Forte Chunar ad Uttar Pradesh. Il figlio Duleep, che aveva allora 9 anni, fu portato in Inghilterra e convertito al cristianesimo. Là condusse l’esistenza tipica di un gentiluomo britannico e scambiava lettere con la regina Vittoria.

Dalla seconda prigione, Jindan riuscì a fuggire travestendosi da servetta. Viaggiò da sola per 800 miglia per raggiungere un santuario in Nepal, dal quale scrisse una lettera al governo britannico in cui si vantava di essere scappata “per magia”. Ma non riuscì più a radunare il suo popolo attorno a sé ed a riconquistare il suo regno. Parecchio tempo dopo, le fu permesso di andare in Gran Bretagna per rivedere il figlio (Jindan morirà due anni più tardi, nel 1863, e sarà sepolta a Londra). La riunione bastò, secondo le parole di quest’ultimo, a cancellare tutto il “lavaggio del cervello” che gli era stato fatto: lui era un sikh, figlio del re e della regina del Punjab, e tale sarebbe rimasto sino alla morte.

Così comincia il bel film che documenta tutto questo: “Una donna indiana che porta una crinolina assieme ai suoi abiti tradizionali, ed un intreccio di perle e smeraldi nei capelli sotto il cappellino, cammina nei Giardini di Kensington nel 1861. E’ l’ultima regina sikh del Punjab ed il suo nome è Jindan Kaur.” Maria G. Di Rienzo

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Andiamo al cinema? Sì, va bene, però non voglio vedere ne’ “Vacanze squallide”, ne’ “L’amore guarisce tutto, anche il cancro”, ne’ “Smembramenti selvaggi III”, ne’ “O’ vampiro ‘nnammurato”… Vero, esclusi questi generi mi resta ben poco da scegliere. Ma andrei al cinema, molto volentieri, a vedere uno dei seguenti film:

“Black Butterflies” (Farfalle Nere) – Regista: Paula van der Oest, Cast: Carice van Houten, Rutger Hauer, Liam Cunningham.

E’ la storia (vera) di Ingrid Jonker, la scrittrice sudafricana la cui poesia “Il bimbo morto di Nyanga” fu letta da Nelson Mandela in occasione del suo primo discorso al Parlamento sudafricano. Ingrid visse a Cape Town negli anni ’60 dello scorso secolo, in pieno apartheid e avendo per padre un funzionario di governo addetto alla censura. Il trailer mostra una scena stupenda – per me, ovvio – in cui il padre di Ingrid fa a pezzi un foglio su cui è scritta una sua poesia, proprio davanti a lei. La giovane donna, nonostante abbia gli occhi pieni di lacrime, risponde: “Fa’ pure.”, e indicandosi la testa aggiunge, “Tanto quelle parole sono tutte qui dentro.” Tra l’altro, il film potrebbe riconciliarmi con il “replicante” Rutger Hauer dopo la sua discutibile performance padana…

“Circumstance” (Circostanza) – Regista Maryam Keshavarz, Cast: Sarah Kazemy, Nikohl Boosheri, Reza Sixo Safai.

Le immagini, sebbene io le veda nella piccola finestra del trailer online, sono di una bellezza incantevole. Posso solo sbavare leggermente al pensiero di come devono risultare sul grande schermo… Il film è stato bandito dal governo iraniano (tanto per cambiare) e narra la storia di due ragazze sedicenni di Teheran, dell’amore che le lega, del loro viaggiare fra il mondo di “circostanza” (la scuola, il codice di abbigliamento coatto, ecc.), il mondo dei loro desideri (“Se potessi essere in qualsiasi posto al mondo, ora, dove vorresti essere?”) e quello ribelle della vita notturna nei club segreti della città.

“Pariah” – Regista: Dee Rees, Cast: Adepero Oduye, Pernell Walker, Aasha Davis, Charles Parnell, Sahra Mellesse, Kim Wayans.

Sempre in tema di adolescenti “fuori posto”, il film è la storia di Alike, ragazza afroamericana 17enne di Brooklyn. Come accade molto spesso, Alike deve lottare non con la propria identità omosessuale, che riconosce ed accetta con grazia ed umorismo, ma con la percezione che la sua famiglia e i suoi conoscenti hanno di essa. Grazie alla propria tenacia ed all’aiuto dell’amica del cuore, la giovane “pariah” è però intenzionata ad affrontare tutte le sfide.

“Oranges and Sunshine” (Arance e luce del sole – per metafora: Arance e bel tempo) – Regista: Jim Loach, Cast: Emily Watson, David Wenham, Hugo Weaving.

Storia (vera) di Margaret Humphrey, una comune donna inglese che – senza sostegno alcuno – costrinse le autorità del suo paese a rivelare la deportazione di massa di 130.000 bambini dagli orfanotrofi britannici all’Australia, dove furono vittime di abusi sessuali e fisici. Come risultato del suo lavoro, molti di questi bimbi furono soccorsi e tornarono in patria.

“The Naked Option” (L’opzione nudità), documentario – Regista: Candace Schermerhorn.

Narra la vicenda delle donne del Delta del Niger, di come dal 2002 denunciarono i disastri ambientali causati dalle compagnie petrolifere, di come occuparono i siti d’estrazione (uno per dieci giorni di seguito) – “armate” di grandi foglie con cui danzavano – e di come minacciarono di violare il tabù ultimo della loro comunità restando senza vestiti. E’ costume che quando tutto il resto, negoziazioni e discussioni, fallisce, le donne si spogliano: la loro nudità è una “maledizione” per chi vi è esposto, non per loro.

“The Lady” (La signora) – Regista Luc Besson, Cast: Michelle Yeoh, David Thewlis, Jonathan Ragget.

Forse, dato il nome del regista, sarà l’unico film della lista che riuscirò a vedere nei nostri cinema. E’ la storia della leader politica birmana, nonché Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi. La pellicola intreccia le vicende pubbliche a quelle intime e familiari della protagonista, e mi pare riesca a mostrare cosa una lotta per i diritti umani comporta davvero. Sono particolarmente felice della scelta di Michelle Yeoh per il ruolo principale, perché spesso questa grande attrice non ha l’occasione di recitare, ma solo di mostrare le sue (straordinarie) qualità in scene d’azione e combattimento.

“The Rescuers” (I soccorritori), documentario – Regista: Michael King.

Documenta l’amicizia fra lo storico dell’Olocausto Sir Martin Gilbert e l’attivista ruandese contro il genocidio Stephanie Nyombayire. Questi due, un anziano signore ed una giovane donna, hanno viaggiato insieme in tre continenti per raccogliere testimonianze dei sopravvissuti ed onorare i coraggiosi “soccorritori” che hanno salvato migliaia di vite durante l’Olocausto e in Africa. Nel trailer si vede Stephanie portare fiori sulle tombe della sua famiglia (interamente sterminata) mentre riattesta la sua fiducia nella vita e negli esseri umani. E’ una di quelle persone che mi piacerebbe abbracciare, ma visto che non succederà potreste almeno, esimi cinematografari, farmi vedere il film? Maria G. Di Rienzo

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(di Zoë Robert per Iceland Review Online, 18.9.2011, trad. M.G. Di Rienzo)

Il libro, di Sigríður Vídis Jónsdóttir, si chiama “Nazionalità: nessuna. La fuga dall’Iraq ad Akranes” (“Ríkisfang: Ekkert – Flóttin frá Írak á Akranes”). Racconta la storia di otto donne palestinesi e dei loro figli che sono fuggite dall’Iraq e sono finite a vivere qui in Islanda, ad Akranes, un piccolo villaggio di pescatori nella parte occidentale del paese.

Al simposio di presentazione del libro all’Università d’Islanda, viene letta la parte in cui Lina Mazar, una delle otto donne, descrive la vita nel campo profughi di Al Waleed. Parla del caldo torrido, della mancanza di igiene, delle durezze che lei ed i suoi bimbi hanno affrontato.

Queste donne si sono lasciate alle spalle Baghdad e tutto ciò che sapevano per trovarsi in uno spazio decisamente non familiare: un accampamento nel deserto. Più tardi avrebbero fatto lo stesso per arrivare in Islanda. “Non parlavo islandese ne’ inglese, e in Islanda la gente non parla arabo.”, dice Mazar delle prime difficoltà nel nuovo paese. Ma tre anni più tardi, Mazar parla un ottimo islandese.

Jónsdóttir, giornalista che per prima incontrò le donne ad Al Waleed e che ha seguito la loro storia sin da allora, continua a leggere estratti dal libro: come le donne sono finite al campo, le domande che hanno fatto sul paese che in seguito avrebbero chiamato “casa”. Mazar, lottando per trattenere le lacrime, lascia momentaneamente la stanza e come dò uno sguardo ad un pubblico decisamente numeroso (c’è gente seduta per terra ed altra che occhieggia dalla porta) vedo che questa folla sta pure piangendo.

Il viaggio di queste donne da Baghdad al campo profughi, e poi fino ad una piccola città del Nord Atlantico, è qualcosa di totalmente diverso da ciò che la maggioranza della gente in Islanda può arrivare ad immaginare e tocca le emozioni più nude.

Quando le chiedono perché ha scelto di raccontare la propria storia, Mazar risponde che vuole contribuire ad accrescere la comprensione della situazione che i palestinesi vivono in Iraq, e le ragioni per cui ha dovuto andarsene. Come palestinesi nate in Iraq, le donne non hanno ne’ nazionalità ne’ cittadinanza – da cui il titolo del libro.

Questo tuttavia potrebbe cambiare presto, perché le donne saranno in grado di chiedere la cittadinanza islandese fra due anni. Nel frattempo, dicono di essere felici delle loro nuove vite in Islanda.

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