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Ius soli

Vennero portando nomi di un migliaio di villaggi

Un migliaio di madri e padri e le terre che lasciarono

Vennero perchè restare avrebbe significato morte certa

per mano di coloro che avevano requisito e preso senza riguardo

Vennero perchè sognavano di bambini che ancora non erano nati

E così lavorarono – nei ristoranti, alle bancarelle di dolci, nei negozi di liquori

E le loro lingue inciampavano su parole che non erano loro

E invecchiarono in un paese a cui ancora di loro non importava

Aggrappandosi a cibo, vestiti, parole, flebili eco provenienti dal passato

migrant ship

Non vediamo dietro di essi le storie con cui sono arrivati

I villaggi che hanno abbandonato, le sorelline che non sono riusciti a salvare,

i costumi che hanno perduto, le case che hanno dato via,

nella speranza che i loro figli non si sarebbero recati alle loro tombe

avendo fame.

Jason Chu (poeta rapper), figlio di migranti, maggio 2013 (tratto da un testo più ampio, trad. Maria G. Di Rienzo)

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(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

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(“To change the world, start inside yourself.”, di Zainab Salbi per Women in the World Foundation, 30 aprile 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Vent’anni fa, una studentessa universitaria 23enne, da poco sposata, vide le orribili immagini dei “campi di stupro” in Bosnia sui quotidiani e decise che doveva fare qualcosa al proposito. Così Zainab Salbi, irachena-statunitense, usò i soldi della luna di miele per dare inizio a “Women for Women International”, oggi un’ong nonprofit rispettata a livello globale che lavora con le sopravvissute alla guerra, dall’Afghanistan al Congo, ed ha distribuito più di 100 milioni di dollari ad oltre 350.000 donne. Salbi ha di recente pubblicato il suo ultimo libro “If You Knew Me You Would Care” (“Se mi avessi conosciuta ti importerebbe”), e sta lavorando ad un documentario sulle donne nella cosiddetta “primavera araba”.

zainab

Tu non sei definita da quel che ti accade, ma da quel che fai della tua storia.

Il mondo vede da lontano le donne rifugiate e sopravvissute alla guerra, come vittime. E sebbene le donne soffrano molte delle atrocità della guerra, dagli stupri agli sgomberi forzati, esse non si definiscono in base alle loro storie di vittimizzazione, ma da quel che fanno di queste storie. Mi hanno insegnato il vero significato di termini quali pace, forza, coraggio e bellezza, e mi hanno insegnato ad apprezzare ogni aspetto della vita.

La pace è dentro di te.

Io ho incontrato quel che chiamo il mio Dalai Lama in una donna congolese di nome Nanbito, che vive in una minuscola capanna dal tetto di latta con quattro figli: uno è il risultato di uno stupro. Quando le chiesi cosa “pace” significasse per lei, mi disse: “La pace è dentro il mio cuore. Nessuno può darmela e nessuno può portarmela via.” La sua saggezza è qualcosa che ognuno di noi cerca, anche quando conduciamo vite privilegiate: la semplice pace dentro i nostri cuori.

Possiamo trovare amore nel bel mezzo dell’orrore.

Gli individui si innamorano durante le guerre, si sposano e divorziano, hanno bambini e vanno a feste e perdono persone amate. Ci sono molte durezze ma ci sono anche momenti in cui le persone trovano gioia pur nel mezzo di grandi orrori. L’unico modo in cui possiamo davvero entrare in relazione con le donne sopravvissute di guerra sta nel non vederle come differenti, ma nel vederle come noi stesse. Noi siamo loro. Loro sono noi. Le esistenze sono diverse, i sentimenti sono uguali.

C’è grande bellezza in luoghi inaspettati.

Ho visto donne che avevano attraversato tutta una serie di esperienze terribili, dal matrimonio da bambine alla violenza sessuale al diventare rifugiate, alla guerra e alla perdita di coloro che amavano: e lo viste risollevarsi ancora e ancora, nei modi più magnifici. Ho incontrato donne afgane che hanno ricostruito le proprie vite partendo da zero e ora danno lavoro a centinaia di altre donne ed uomini. Ho incontrato le sopravvissute al genocidio in Ruanda che hanno perdonato gli assassini delle persone che amavano e ora si dedicano all’agricoltura biologica per assicurare un futuro migliore ai loro bambini. Questo e molto altro mi fa credere nella bellezza di questo mondo e nella bellezza dell’umanità a dispetto di tutta l’oscurità. Se le mie sorelle in Congo e in Iraq possono ancora cantare e ballare, chi sono io per non farlo e per non essere grata di tutti i privilegi che ho.

Per cambiare il mondo, comincia con il viaggio interiore.

Se vogliamo cambiare il mondo, le voci delle donne devono essere udite, forti e chiare, in tutti i settori e non essere più confinate in un solo angolo. Ma oltre a ciò, dobbiamo essere il cambiamento che aspiriamo a vedere nel mondo. Tale cambiamento comincia con il viaggio interiore. Ciò che mi spinge avanti è il mio assoluto e pieno convincimento che il cambiamento è possibile ed è possibile per ciascuna di noi vivere la nostra verità e dispiegare il nostro pieno potenziale.

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(“Kenya: A Cruel Cut in the Name of Tradition”, di Gladys Kiranto per World Pulse, 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Gladys Kiranto

Il terrore di quel che doveva accadere mi aveva sopraffatto. Non potevo più fuggire e sapevo che per risparmiare a mia madre i pestaggi e forse la morte dovevo sottomettermi alla volontà di mio padre. Dovevo essere “circoncisa” e non potevo fare nulla per evitarlo. All’epoca non sapevo nulla del rischio di sanguinare a morte, della trasmissione di malattie infettive, del danno permanente inflitto alla vita di una ragazza: tutte cose che derivano dalle mutilazioni genitali femminili (MGF).

Avevo solo 12 anni quando mio padre mi tolse da scuola e mi disse che era venuto il momento di essere circoncisa. Chiesi aiuto a mia madre. Lei rispose che come donna non poteva contrastare quel che mio padre voleva. “Tutto quel che puoi fare è fuggire.”, mi disse. Parlai con mia sorella Esther: “La mamma ha ragione.”, replicò, “Ti costringeranno.” Esther mi aiutò dandomi un po’ di denaro e una mattina presi l’autobus e andai da una sorella più anziana che viveva a Nairobi. Pensavo di averla scampata.

Ma mio padre cominciò a chiedere: “Dov’è Naingol’ai?” (Il mio nome Maasai) Mia madre negò di sapere dove io fossi e mio padre la minacciò e la picchiò. “Se Naingol’ai non ritorna entro una settimana, ti picchierò fino a che morirai.”, le disse. Mia madre era molto spaventata, e mi scrisse una lettera implorandomi di tornare. Io diventai molto ansiosa all’idea di perderla e feci ritorno a casa. La trovai in un angolo buio della capanna, ferma come una pietra. Pensai che fosse morta, pensai di essere arrivata troppo tardi.

Mio padre l’aveva picchiata così forte con il suo tradizionale bastone Maasai – la sua testa, le sue gambe, le sue mani… era ferita ovunque. I suoi occhi erano così gonfi che non riusciva a vedere. Io ero in uno stato di profonda angoscia. “Grazie per essere tornata.”, mi sussurrò mia madre, esausta e sofferente. Tre giorni dopo, le cerimonie per la circoncisione cominciarono.

Io vengo da una famiglia Maasai molto grande, perché mio padre ha sei mogli ed io sono una dei suoi 50 figli. C’erano trenta ragazze che dovevano essere circoncise. Sei di loro erano mie sorelle, le altre erano vicine di casa. Ci diedero degli abiti nuovi e la maggioranza delle ragazze era eccitata, ignorando completamente quel che stava per accadere. Alcune delle donne di maggiore età scherzavano, dicendo che se fossero state giovani di nuovo sarebbero scappate via. Nessuna disse perché.

Sebbene le mutilazioni genitali femminili siano illegali in Kenya dagli anni ’90, la polizia non impediva la pratica. Gli insegnanti non menzionavano le MGF e la ragione per cui erano proibite. Ci si aspettava che accadesse a tutte le ragazze nella nostra comunità. Secondo le credenze tradizionali, le mutilazioni trasformano una ragazza in una donna adatta al matrimonio. La pratica dovrebbe “purificare” la ragazza e garantire che sarà una moglie fedele.

La cerimonia iniziò con due giorni di canti e danze. Poi, il terzo giorno, alle 6 del mattino, fummo portate fuori. Erano presenti tutti i nostri familiari e vicini; i bimbi piccoli saltavano in giro giocando e ridendo. Le ragazze che dovevano essere circoncise giacevano su una pelle di mucca, due o tre ciascuna. Arrivò una donna con un coltello e ci tagliò. La procedura prese un minuto a ragazza. Senza anestetico, senza che la lama fosse pulita o disinfettata. Piangere durante questa cerimonia sarebbe stato vergognoso, per cui nessuna gridò. Inizialmente la sofferenza sembrava di breve durata: il dolore che arrivò in seguito fu terribile.

Fummo spostate in una grande casa e altre donne si presero cura di noi, usualmente sorelle maggiori. Eravamo troppo deboli per camminare da sole o per andare in bagno senza aiuto. Per una settimana intera non vi furono che lacrime e dolore. Nulla alleviava la sofferenza. Le ragazze gridavano notte e giorno, incapaci di mangiare o di dormire. Io persi molto sangue. Fu un sollievo quando persi conoscenza.

Io sono stata abbastanza fortunata da sopravvivere. Molte ragazze muoiono di emorragia dopo essere state mutilate. Altre muoiono dalle infezioni relative alla procedura. L’Hiv/Aids si diffonde sovente tramite le mutilazioni. In più, le MGF aumentano il rischio di complicazioni durante il parto e la mortalità infantile, perché il tessuto cicatriziale rallenta il travaglio. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, circa 92 milioni di bambine africane, decenni o poco più, sono state mutilate.

La mia storia non finisce con la cerimonia. E’ costume sposarsi subito dopo il taglio. Io dovevo sposarmi il mese successivo. Una mattina, un uomo di circa 60 anni, che aveva già cinque mogli, venne a casa mia. Io chiesi a mia madre: “Quello chi è?” Lei rispose: “E’ l’uomo che vuole sposarti. Ha portato cibo, bevande e coperte e sta parlando ora con tuo padre.” Io ero furibonda: “Non voglio assolutamente sposare questo sconosciuto!”

Tre settimane più tardi, l’uomo tornò. Fu stabilita la data del matrimonio e l’ammontare della dote. Sapevo che dovevo fuggire di nuovo, questa volta in modo permanente. All’alba cominciai il mio viaggio vero la Riserva Maasai Mara Game. Sapevo che là si poteva trovare lavoro e forse qualcuno mi avrebbe aiutata. Camminai l’intero giorno, sino al tramonto. All’arrivo incontrai un uomo del mio distretto che era disponibile a darmi una mano e mi fu dato un lavoro. Di nuovo, fui fortunata.

Nel frattempo, a casa, mia madre non aspettò che mio padre ricominciasse a pestarla come mezzo per farmi tornare. Prese con sé il mio fratellino più piccolo (fortunatamente tutti gli altri erano abbastanza grandi e avevano già lasciato la casa) e scappò dai suoi genitori. Suo fratello maggiore parlò a mio padre e calmò la situazione. Infine, mio padre promise che non avrebbe più bastonato mia madre: tuttavia, disse che io non ero più sua figlia e che non voleva rivedermi. Ero stata “espulsa”. Non vidi mio padre per sette anni. Durante quel periodo ci furono cambiamenti in meglio. I miei fratelli rifiutarono di mutilare le loro figlie, nonostante le pressioni di mio padre. Alla fine, persino lui si persuase e cambiò idea. Quando ci incontrammo dopo tutti quegli anni mi disse: “Vieni a casa Naing’olai. Sei la benvenuta.” Mi rispettava perché avevo mantenuto la mia posizione.

Nel 2009 fondai un’organizzazione, “Tareto Maa”, basata sulla mia visione personale e sulla determinazione di mettere fine a questa pratica barbarica a cui ero stata sottoposta anch’io. Volevo offrire protezione alle bambine e alle ragazze che non avevano alcun luogo dove andare per chiedere aiuto. Parlai con moltissime persone nella mia comunità che concordavano nel sostenere l’obiettivo di proteggere le ragazze dalle circoncisioni e dai matrimoni in età infantile. All’inizio, ci furono sette ragazze a chiedere rifugio. Entro 18 mesi erano ventisette, tutte ospitate in case private. Presto non ci furono più spazi per le ragazze che venivano a chiedere protezione e dovemmo mandare indietro le nuove. Non dimenticherò mai le loro lacrime e la loro disperata domanda: “Perché hai aiutato altre bambine, ma non puoi aiutare me?”

Entro l’ottobre 2010, avevamo raccolto abbastanza fondi per un rifugio, che aprimmo nel gennaio dell’anno successivo. Attualmente, abbiamo con noi 96 ragazze. Le nostre campagne all’interno delle comunità locali hanno pure avuto successo. Numerose famiglie stanno cominciando a ripensare le pratiche delle mutilazioni e dei matrimoni precoci. Ma la lotta non è certo terminata. Troppe ragazze sono ancora a rischio e c’è molta strada da fare.

Io voglio offrire alle ragazze la protezione di cui io e tante altre come me avevamo bisogno nella nostra infanzia. Credo ci possa essere un rito di passaggio alternativo, per una ragazza che diventa donna, una pratica in cui lei è di beneficio alla sua famiglia essendo in salute ed istruita. “Tareto Maa” lavora per trasformare in realtà questo sogno.

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(tratto da: “An Interview With Our 2013 Voices of Courage Honoree Atim Caroline Ogwang”, un più ampio servizio di Emily Shrair, per Women’s Refugee Commission – http://www.womensrefugeecommission.org/ – aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nata in quello che è ora il Sudan del Sud, Atim Caroline Ogwang ha perso l’udito quando aveva cinque anni: degli esplosivi abbandonati dai ribelli del Lord’s Resistance Army detonarono mentre lei stava raccogliendo frutta. Attualmente è la responsabile su diritti umani, genere e linguaggio dei segni per un’organizzazione chiamata Southern Sudan Deaf Development Concern (SSDDC), di cui è co-fondatrice.

Atim Caroline

Dove sei nata? Parlaci della tua famiglia.

Subito dopo la mia nascita nel Sudan del Sud, la mia divenne una famiglia di rifugiati in Uganda. Ci sono otto figli nella mia famiglia, tre ragazze e cinque ragazzi. Io sono la numero sette. Ho perso entrambi i genitori a causa della guerra quando avevo 10 anni. Di me si sono occupate le mie sorelle e i miei fratelli adolescenti, mentre tentavamo di sopravvivere in condizioni molto dure.

Com’è stata la tua infanzia?

Proprio come altri normalizzano la povertà, gli abusi dei diritti umani, l’abbandono e l’oppressione, tutto mi sembrava normale. I rapimenti nel campo profughi erano normali. Perdere membri della famiglia era normale. Dormire per terra era normale. Alzarsi affamati e vedere se i tuoi vicini potevano darti qualcosa da mangiare era normale. Non sapevo nemmeno di provenire dal Sudan del Sud sino a quando andai alle elementari, e là ci divisero fra rifugiati sudanesi e rifugiati interni ugandesi.

Come sei diventata sorda? Sei stata trattata in modo diverso dagli altri, mentre crescevi?

Quando avevo cinque anni, andai con altri bambini a cercare frutti selvatici: la fame e il non aver nulla da fare spingono i bambini a qualsiasi impresa per trovare del cibo. Sono sopravvissuta ad un’esplosione di munizioni abbandonate dal Lord’s Resistance Army sotto un albero di mango. Non sono stata ferita in modo più serio, ma il trauma è durato per settimane durante le quali non riuscivo a parlare, a sentire. Provavo dolore alle orecchie che sanguinavano, ma niente è stato fatto per salvarmi l’udito, nessuna medicazione. La cosa ritardò di due anni la mia istruzione, sino a che una chiesa mi aiutò a frequentare una scuola per non udenti. Sfortunatamente, tutti gli altri pensavano che istruire una sorda era una perdita di tempo e risorse.

Quali sono i problemi che le donne e le ragazze non udenti o con altre disabilità devono affrontare nel Sudan del Sud?

Ve ne sono molti, inclusi la mancanza di informazioni e di istruzione, nessun servizio di interpretazione del linguaggio dei segni e l’abbandono da parte dei genitori. Numerose ragazze disabili restano incinte da nubili. La maggior parte delle donne e delle ragazze sorde non hanno finito le scuole medie. Più dell’80% fanno pulizie negli uffici o nelle case o le lavandaie.

Perché hai fondato l’SSDDC? Parlaci della tua organizzazione.

Abbiamo fondato l’SSDDC perché non eravamo soddisfatti dell’Associazione Nazionale Non Udenti Sudanese: non hanno neppure mai sviluppato il linguaggio dei segni per i sordi del Sudan del Sud. La nostra organizzazione non governativa fornisce training sul linguaggio dei segni, alfabetizzazione per gli adulti non udenti, addestramento professionale, campagne per il diritto all’istruzione, accesso alle informazioni e collegamento con il governo. Cerchiamo anche di aiutare i rifugiati in altri paese a ritrovare i loro familiari. Coordiniamo queste attività con la “Commissione per i disabili di guerra, le vedove e gli orfani” e con il Ministero per il genere, i bambini e il benessere sociale.

Il tuo lavoro è basato sui diritti umani e concentrato sull’inclusione. Perché questo è importante per le donne e le bambine disabili?

E’ importante includere le donne e le ragazze e le bambine con disabilità, perché persino nelle azioni affermative c’è la tendenza a dimenticarsi delle loro necessità. Non possono competere nel normale mercato del lavoro e ciò causa discriminazioni. I più poveri fra i poveri sono le donne disabili. Le meno istruite sono le donne disabili. Quando le ragazze ottengono borse di studio quelle disabili non sono neppure considerate. Il sostegno alle donne affinché diventino autosufficienti esiste, ma i programmi non considerano le donne con disabilità. Bisogna correggere questo.

Che consiglio daresti alle donne e alle ragazze che sono sorde o hanno altre disabilità?

Il mio consiglio è di lottare per i propri diritti. Anche se non dovessimo aver successo per noi stesse, dobbiamo lottare per la generazione che verrà dopo di noi. Dobbiamo gettare le fondamenta, così che le donne e le ragazze siano viste in primo luogo come esseri umani e in secondo luogo come persone disabili. Prendete ogni opportunità di ottenere dell’istruzione. Aiutate i nostri leader politici a capire che siamo interessate all’istruzione e incoraggiate le bambine ad andare a scuola. A nessuno piace essere discriminato.

Che ruolo pensi abbiano donne e bambine nel futuro del Sudan del Sud?

Sono centrali per il suo sviluppo. Devono essere messe in grado di avere impieghi, di portare avanti iniziative commerciali e di formare le loro famiglie. Le donne e le ragazze disabili dovrebbero poter insegnare alle persone “normali” e provvedere cura a chi ora si cura di loro.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Voglio diventare un’avvocata e usare la mia istruzione per promuovere i diritti umani delle persone disabili in tutto il continente africano. Voglio guidare tramite l’esempio, per mostrare ad altri che avere una disabilità non mette fine alla tua vita. Credo che diventerò la prima deputata non udente di un Parlamento africano.

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Per quasi un mese, un gruppo di donne di diversa provenienza chiamato “Mettere in comunicazione le figlie” – http://www.connectingdaughters.com/ – ha viaggiato dal sud della Giordania sino in Palestina ed Israele, ospitato durante il cammino da altre donne: palestinesi, israeliane e beduine. Viaggiando a piedi, su cammelli e cavalli, su autobus e camion, le donne hanno seguito antichi tracciati dal 27 marzo al 21 aprile 2013, portando con sé il meno possibile ed onorando la Madre Terra in un “pellegrinaggio verde”. Il gruppo è sostenuto da vari uomini e due di essi, olandesi, le hanno seguite nel loro viaggio, filmando e documentando la storia. Le donne hanno viaggiato da Petra e Wadi Rum in Giordania e sono arrivate in Israele toccando molti luoghi, villaggi e montagne, luoghi ebrei e luoghi arabi, dal sud al nord e ritorno, passando per Neve Shalom.

(Ndt: l’Oasi della Pace fondata da Bruno Hussar nel 1970. Vedi http://www.neveshalom.org/ oppure in italiano http://www.oasidipace.org/ )

tappeto

Perché queste donne hanno deciso di fare le pellegrine? “Perché condividiamo un desiderio di pace. Siamo donne con diversi retroscena, veniamo dalla Giordania, dall’Olanda, dalla Palestina e da Israele. Durante i nostri viaggi incontriamo altre donne nelle loro comunità, sediamo insieme, fabbrichiamo vasi insieme, prepariamo cibo e tè insieme, ci scambiamo le nostre storie e le nostre danze.”

Tessere un nuovo racconto per terre martoriate da una guerra permanente è il loro scopo ultimo e sanno benissimo quanto lungo e difficile è un percorso con tale meta. Poiché sono attiviste pacifiste da tempo non stanno con le mani in mano: ma visto che c’erano hanno deciso di concretizzare questo nuovo racconto almeno a livello simbolico. Renderlo visibile, fare in modo che si potesse toccarlo… e così hanno tessuto il Tappeto della Pace e se lo sono portate dietro ovunque durante il pellegrinaggio: le donne che hanno incontrato nelle varie tappe sono intervenute aggiungendo al tappeto il loro contributo di ricami, stoffe, nastri, bottoni, colori, parole.

tappeto 2

Nel nostro progetto cerchiamo le somiglianze e celebriamo le differenze. E’ un progetto in cui le figlie delle bibliche Sara, Hagar e Ketura viaggiano insieme per mostrare al mondo che stare insieme è possibile, che fare la pace è possibile. Attraversiamo confini, culture, linguaggi, religioni, per trovare pace e costruire pace, dentro di noi e fuori di noi. Lavorando insieme alla decorazione del Tappeto della Pace abbiamo fatto in modo che riflettesse le nostre preghiere e il nostro potere.”

Marjon Bovens, olandese co-fondatrice del gruppo, ha lavorato come facilitatrice per tutta la vita, sempre cercando nuovi modi di portare attorno allo stesso tavolo, o di far sedere sullo stesso tappeto, persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate. Da cinque anni ci prova in Israele e Palestina, con la collaborazione di Lana Nasser, danzatrice, scrittrice e ritualista giordana, e di donne israeliane e palestinesi come Tali, Diana, Ora, Dafna… “La pace è possibile. Le donne possono portarla ovunque. – sostiene Marjon – Gli uomini dovrebbero sostenerle, emularle e seguirle. Nel corso del nostro viaggio abbiamo invitato le donne che incontravamo ad unirsi a noi nel pellegrinaggio sino alla sua ultima tappa, Gerusalemme.” E così quelle che potevano hanno fatto, e il 21 aprile ce n’erano un bel po’ a distendere il Tappeto della Pace e a danzare e a cantare insieme: La mia casa sta dove sta il mio cuore, e il mio cuore è con te. Maria G. Di Rienzo

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(“I am a laughing woman”, di Fozia Yasin, giornalista indiana, per World Pulse, 16 aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Non alzare la voce. Le brave ragazze non parlano a voce alta.” Questa è la “saggezza solo per ragazze” prevalente nella mia parte di mondo. Nata ribelle, io chiedevo: “Cos’altro fanno le brave ragazze?” Soffrono in silenzio. S’imbronciano. E piangono, ma silenziosamente. Ne ho viste così tante attraversare l’inferno… Perciò, ho deciso di essere una cattiva ragazza. Le brave ragazze stanno a casa, ma le cattive ragazze vanno dappertutto!

ragazze

Sono diventata una cattiva ragazza non appena ho visto quel che accadeva ad una mia buona amica. Lei era anche mia prima cugina, e viveva con noi. Era la maggiore di tre sorelle e suo padre era solito biasimare mia zia per aver gettato su di lui la maledizione di così tante figlie. Per alleggerire il suo fardello, mio padre la portò a casa nostra.

Mio padre non era benestante lui stesso. Gestiva un piccolo commercio d’artigianato che fu duramente compromesso dal conflitto in Kashmir. Pure, nessun compromesso fu fatto sulla nostra istruzione. Andavamo a scuola insieme, leggevamo libri e condividevamo storielle buffe. Lei era solita ridere forte alle mie battute. “Le brave ragazze non ridono.”, ci dicevano allora, “Manda un brutto segnale all’esterno.” Perciò, dovevamo accontentarci di sogghignare. Noi due, brave ragazze.

Tutto cambiò 6 giorni prima del suo 15° compleanno. Suo padre venne a prenderla con l’annuncio di aver combinato il suo matrimonio. Ma come? E’ solo una bambina, deve dare gli esami a scuola fra poco e la persona a cui andrà sposa ha 21 anni più di lei… “Devo disfarmi di questo peso.”, tagliò corto suo padre, gettando via assieme alle critiche tutti i sogni di mia cugina. Lei non parlava. Io tentai di scherzare, lei sorrise appena e se ne andò.

Quindici anni dopo, la mia buona amica sembra 15 anni più vecchia di me. Suo marito voleva un figlio maschio e ne ha avuto uno dopo quattro figlie. Non è facile mantenere cinque bambini, per lui. E’ frustrato e violento. Ogni giorno mia cugina ha un prova fresca della violenza sul suo corpo. Lui batte anche le bambine. E lei trangugia tutto in silenzio.

Il giorno fatale in cui lei fu portata via, divenne il punto di svolta anche della mia vita. Da quel giorno cominciai a guardare la vita attraverso una lente diversa. La lente di una donna. Cosa fa di lei un “peso”? Perché è così silenziosa? Perché non alza la voce? Cosa sarebbe accaduto se lei avesse alzato la voce quel giorno? E perché le brave ragazze non possono ridere?

La vita andò avanti. Io finii il liceo e andai all’università. Scelsi di diventare una giornalista. Viaggiai e presi fotografie. Durante gli anni, ho incontrato così tante donne in cui ho rivisto la mia buona amica. Come lei, dicono di essere state piene di vita, un tempo, ma di non averle mai controllate, le proprie vite. Come lei, sono prive di voce. Io offro loro ascolto. Credetemi, è ciò di cui hanno più bisogno.

Hanno bisogno di sentirsi dire che non sono sole. Io ritengo mia responsabilità non solo dar loro voce, ma anche far sì che quelle voci siano alte tramite il megafono della mia penna. E’ necessario condividere le loro storie con il mondo intero.

Ma lo so che la battaglia contro il patriarcato sarà lunga. Perciò, non possiamo stare tutto il tempo con le facce tristi. Ora, cattiva ragazza quale sono, io rido. Rido davvero tanto. Perché il patriarcato non sopporta le donne che ridono. Una donna che ride è una donna libera. E’ una donna che non ha paura.

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(tratto da “Everyday Sexism Creator Laura Bates on Helping Women Speak Out”, di Anna Klassen per The Daily Beast, 9 aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Laura Bates

Una ragazzina è fermata per strada da un uomo che guida un furgone. L’uomo le chiede: “Ce l’hai stretta la passera?” La ragazzina, che ha solo 11 anni, non ha idea di cosa lui stia dicendo.

Un’altra ragazzina cambia la strada che la porta da casa a scuola perché ripetutamente molestata dai compagni di classe maschi. E un’altra ancora sta tornando a piedi da scuola con un’amica quando uno sconosciuto le ferma e chiede ad entrambe di mostrargli i seni. “Abbiamo solo 13 anni!”, gli urla la ragazzina. La risposta di lui? “Meglio ancora.”

Queste storie si possono trovare sul popolare blog britannico “Everyday Sexism” (Sessismo quotidiano), una piattaforma libera e aperta dove donne e ragazze possono dettagliare gli episodi di sessismo nelle loro vite in uno spazio pubblico e anonimo. Laura Bates, 26enne londinese, l’ha fondato circa un anno fa, dopo aver tentato di parlare del sessismo che lei stessa fronteggiava ed aver ottenuto responsi infurianti.

“Di continuo, la gente mi diceva che il sessismo non era più un problema, che le donne sono eguali, ora, più o meno, e che se non sei in grado di stare allo scherzo o di accettare un complimento allora dovresti smettere di essere così “frigida” e costruirti un po’ di senso dell’umorismo. – racconta Laura Bates – Anche se non potevo risolvere il problema subito, ero determinata sul fatto che nessuno dovrebbe permettersi di dire che non possiamo più parlarne.”

Bates, come molte donne, è bersaglio frequente dell’oggettificazione sessuale: dall’essere apostrofata allusivamente “quasi ogni giorno” mentre passeggia all’avere il didietro afferrato per strada. Ma, come molte altre donne, Bates ha scoperto che quando tentava di parlare delle molestie le veniva detto di smettere di far un gran casino, che le situazioni non erano “così gravi”, erano solo “normali”. Che qualcuno afferri parti del tuo corpo, o che tu sia il bersaglio di frasi volgari e di richieste sessuali è davvero considerato normale? Secondo Bates, assolutamente sì.

Considerate solo come le donne sono molestate nei nightclubs, dice. “Il problema è stato normalizzato al punto che le vittime non sono neppure coscienti di tratti di aggressioni sessuali e non userebbero questo termine per definirle.” Ma tecnicamente, sottolinea, le donne sono protette dai toccamenti indesiderati dalla legge inglese, un fatto di cui parecchie non sono a conoscenza. “La definizione di aggressione sessuale copre le esperienze dei nightclub, – continua Bates – ma se ad una ragazza palpeggiano il didietro o i seni in un club e lei dice agli amici che ha subito un’aggressione sessuale, le rispondono di smettere di esagerare e di non essere melodrammatica.”

Dopo aver scritto un articolo sulla definizione di aggressione sessuale, Bates ricevette centinaia di tweets e di e-mail da donne e molte le dissero che non sapevo di avere il diritto di dire di no a un toccamento inappropriato. Sebbene “Everyday Sexism” si concentri sulle donne comuni, costoro non sono le uniche a dover affrontare il pregiudizio su base giornaliera. Le donne celebri sono costantemente esaminate, disumanizzate e ridotte a parti del loro corpo. Prendete per esempio Kim Kardashian, una celebrità la cui gravidanza ha interessato innumerevoli prime pagine nei media. Uno di essi, il blog del magazine Now, chiedeva: “Sono io che ci vedo male, o Kim Kardashian farà nascere il bambino dal suo sedere?” Alla cerimonia degli Oscar quest’anno, la vittoria di Anne Hathaway come miglior attrice non protagonista è stata oscurata dal dibattito se ella avesse o meno un difetto nell’abbigliamento. “In ogni titolo ci si chiedeva se i suoi capezzoli erano visibili o no.”, dice Bates, “E questo aveva la precedenza sul suo attuale riconoscimento.”

Gli attori maschi possono dover fronteggiare lo stesso stigma, ed essere ridotti al loro bell’aspetto ma, dice Bates, la sessualizzazione delle attrici cancella ogni loro altro tratto degno di nota: “Ci sono un mucchio di straordinari attori maschi che hanno avuto molto successo senza essere convenzionalmente “belli”. Fra le donne, ve ne sono davvero pochissime a non essere altamente sessualizzate. Devono conformarsi all’ideale definito dai media: la stella molto magra, bianca, dal seno prosperoso, giovane e con le gambe lunghe.”

Anche le donne sulla scena pubblica che non sono attrici, donne con potere politico, donne d’affari, e persino criminali, non sfuggono a questo processo. Quando Hillary Clinton faceva campagna per la nomination democratica nel 2008, un gruppo di uomini nel pubblico le gridò: “Stirami la camicia!” e Rush Limbaugh, parlando ai suoi ascoltatori della sua possibile presidenza disse: “Gli americani vogliono davvero avere sotto i loro occhi una donna che invecchia di giorno in giorno?”

“Un uomo può essere padre, medico, politico, avvocato, senza che il suo sesso sia una questione di cui parlare.”, dice Bates, “Ma alla Clinton si fanno domande sui suoi designer di moda preferiti, invece che sulle sue politiche.”

Laura Bates si sta preparando a lanciare 15 versioni internazionali del suo sito. La reazione a “Everyday Sexism” è stata “enormemente positiva” da parte di ambo i generi, dice, ma “una piccola minoranza di uomini ha reagito molto male.” Così male, in effetti, che Bates è stata costretta a cambiare casa dopo aver ricevuto minacce di morte.

Il blog, che compirà un anno il 16 aprile prossimo, ha già ottenuto una significativa vittoria nel dare alle donne uno spazio sicuro, in cui si sentono legittimate e trovano solidarietà: “Centinaia di donne stanno scrivendo le loro “storie di successo”: dicono che leggere quel che c’è sul sito ha dato loro la fiducia necessaria a contrastare il sessismo sui loro luoghi di lavoro, a condividere esperienze con amici o familiari a cui non erano riuscite a parlare in precedenza, e persino in molti casi a denunciare aggressioni sessuali. Ogni singola donna ha una storia al proposito.”

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L’aneddoto che sto per raccontarvi le/gli appassionate/i di fantascienza lo conoscono già, ma poiché la sua protagonista l’ha narrato di nuovo con molto piacere di recente, durante il Mese della Storia delle Donne (questo marzo, intervista filmata), lo riporto anch’io per chi è nuovo/a all’ambiente o per chi vuole rinfrescarsi la memoria.

Durante la mia infanzia, mi imbarcavo spesso idealmente su un’astronave, la Enterprise, che compiva missioni quinquennali nello spazio alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà. Naturalmente sto parlando della serie originale di “Star Trek” (1966) che se non veniva trasmessa sui canali Rai mi andavo a cercare su TeleCapodistria – dove la mandavano in lingua inglese con sottotitoli locali (uno spasso: capivo una parola su dieci ma le lingue erano una mia passione già allora). Credo che a modo suo “Star Trek” abbia contribuito a rafforzare la mia propensione ad essere semplicemente curiosa, e non timorosa, delle persone o delle cose strane e nuove; dopotutto, gli extraterrestri erano sempre, più o meno, tali e quali a noi: avevano solo l’abitudine di far avventurare matita nera e eye-liner in zone del viso che tali manufatti non avevano mai visitato prima…

Dott. Spock

L’equipaggio dell’Enterprise era di per sé una festa dell’incontro e della coesistenza fra persone diverse (compreso un “alieno”, il vulcaniano dott. Spock) per etnia, provenienza, genere, ed ebbe anche il pregio di presentare in tv una donna di colore, per la prima volta, in un ruolo non stereotipato come domestica, balia, serva, ecc.. Sto parlando di Nichelle Nichols, e cioè della Tenente Uhura: donna, nera e quarta in comando nel periodo in cui i neri americani maschi e femmine stavano lottando per essere trattati almeno come esseri umani. Il successo della serie testimoniò sin dall’inizio che la presenza di Uhura era vissuta bene (forse anche i razzisti e i sessisti più accaniti pensavano che avrebbero perso qualche partita entro il 23° secolo…), ma quando in un episodio si mostrò il primo bacio inter-razziale, fra la Tenente di colore e il Capitano bianco Kirk, l’audience andò un po’ in fibrillazione. Il bacio era stato telepaticamente indotto da alieni, ma la sua immagine, avulsa dal contesto dell’episodio, restava piantata là come un monito, l’orribile incredibile sconcertante disgustoso monito che l’amore è cieco ai colori, intesi nei significati arbitrari che noi attribuiamo ad essi.

Uhura

Nell’intervista, Nichelle dice che le reazioni negative di parte del pubblico e i dispetti razzisti del personale dello studio televisivo – tipo il gettare via la posta dei fans – l’avevano convinta a lasciare la serie: aveva già scritto la sua lettera di dimissioni. Ma un visitatore le fece cambiare idea. “C’è un tuo ammiratore, vorrebbe vederti.”, le annunciarono misteriosamente. “E quando mi girai non riuscivo a credere ai miei occhi. Non lo avevo mai incontrato prima. Era Martin Luther King jr.” Il dott. King era entusiasta della presenza di Nichelle Nichols in “Star Trek” ed era venuto a dirle di non essere il solo: sua moglie, altre donne di colore, le ragazze e le bambine di colore, erano fiere della Tenente Uhura. Il suo ruolo simbolico di apripista per le donne afroamericane era troppo importante. Poteva Nichelle restare al suo posto sull’Enterprise, per questo? Nichelle restò. E quando la serie finì, lavorò sino al 1987 come reclutatrice di aspiranti astronauti per la Nasa: il primo astronauta di colore, Guion Bluford, e la prima donna astronauta, Sally Ride, furono due dei suoi successi. Poi Nichelle tornò a cantare, che era la sua originaria vocazione, recitò nei musical, scrisse due libri e non mancò mai, ne’ manca a tutt’oggi, di partecipare alle feste dei “trekkers”, gli irriducibili fans della serie televisiva. E’ la splendida signora che vedete qui sotto. Maria G. Di Rienzo

Nichelle Nichols

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Semillas

La prima cosa che mi piace davvero è il logo dell’associazione: una bella fetta d’anguria, dai colori brillanti e con tutti i semi bene in vista. Si tratta del simbolo di Semillas, che significa appunto “semi”, la Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer (Associazione messicana per i diritti della donna). La seconda cosa sono le immagini e i video delle socie, che per gesti e ornamenti sembrano fiori in movimento. E la terza, la più importante, è ciò che queste donne fanno:

Siamo un’organizzazione non-profit che fornisce fondi ai gruppi organizzati di donne che cercano di sviluppare progetti relativi ai diritti umani delle donne. Le differenti responsabilità e capacità che le donne hanno come madri, educatrici, generatrici di risorse, politiche, lavoratrici, leader sociali, studiose, artiste, eccetera, ne fanno il fattore fondamentale del cambiamento nelle famiglie, nelle comunità e nelle società. Siamo anche consce che rafforzare i diritti umani delle donne messicane significa costruire una società più giusta, promuovere una nuova cultura dell’eguaglianza fra uomini e donne e migliorare le condizioni di vita delle prossime generazioni. Le nostre principali aree di intervento sono quattro: diritti umani, donne e lavoro, diritti sessuali e riproduttivi, violenza di genere.”

L’impatto che hanno non solo a livello sociale ma proprio nelle vite personali delle attiviste che sostengono è grandioso. Questa è Flor de Jesus Perez Ramirez, del gruppo “Donne indigene e rurali per il diritto alla terra”: “Mentre crescevo, molte cose mi attraversavano la mente, quando vedevo situazioni che non potevo risolvere ne’ cambiare. Le esperienze che ho fatto in aree diverse mi hanno condotta a volere un miglioramento non solo per me stessa, ma per altre donne. Oggi imparo, condivido, e soprattutto lotto: per me stessa, per mia figlia, per le altre donne, perché sono stanca di tutte le ingiustizie, tutte le discriminazioni, tutte le subordinazioni.”

E questa è Reina Hernandez Morales, del Collettivo lavoratrici domestiche Los Altos – Chiapas: “Sono cambiata come persona, ci sono stati cambiamenti nella mia vita, nella mia casa. Prima ero costantemente umiliata da mio marito: mi ripeteva che ero inutile, che non avevo nessun diritto, che dovevo stare chiusa in casa perché quello era il mio dovere di moglie e madre. Se fossi uscita di casa, diceva, non mi sarei presa cura di lui. Mi minacciava, gridava, e io me ne stavo quieta. Mi sentivo senza valore, ignorante, ero sempre zitta, non rispondevo mai. Da quando faccio parte del collettivo e ho incontrato Semillas non sto più zitta. Parlo a voce alta. Ora dico a mio marito che sono una persona di valore e che anche lui deve curarsi dei bambini, perché è il loro padre. Ora sono capace di dirgli: “Ho valore, ho diritti, sto uscendo”. In precedenza passavo la vita a piangere, ora parlo e rido.”

Cosa vi dicevo? I semi germogliano, le piantine crescono. Angurie e agave. Fiori in movimento. L’immagine di Reina che ride è vento di primavera, profumato, pungente, rivelatore. Maria G. Di Rienzo

panca fiorita messicana

P.S. Molti delle antiche divinità maya e azteche erano nate da fiori (le immagini mostrano spesso dee e dei che emergono da boccioli) e accettavano solo fiori e frutta quali offerte.

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