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Quello che segue è un esercizio che proviene dal programma seminariale di educazione al genere di DCAF – Centro per la sicurezza, lo sviluppo e la legalità, tenutosi l’anno scorso alle forze di polizia di diversi paesi, fra cui Sudafrica, Norvegia, Timor Est, Sierra Leone.

Ve lo propongo principalmente per due ragioni: la disintossicazione dai commenti vomitevoli agli ultimi stupri/pestaggi/omicidi di donne e la prova provata che da altre parti uno sforzo per essere civili lo fanno. Maria G. Di Rienzo

evil queen

Un Re e una Regina vivono in un castello da qualche parte. Un giorno, il Re lascia il castello per un viaggio che concerne affari di stato. Prima di partire, ordina alla Regina di non uscire sino a che lui non farà ritorno. Non appena se ne è andato, però, la Regina si reca ad un villaggio vicino per vedere il suo amante. Dopo aver passato molte ore con lui ritorna al castello.

La Guardia le sbarra l’ingresso, perché ha avuto ordine dal re di non lasciarla rientrare se fosse uscita. La Regina torna dal suo amante per chiedere aiuto, ma lui le risponde che la loro relazione non è seria al punto che lui debba farsi carico dei suoi problemi. La Regina corre allora da un’Amica che ha nel villaggio e chiede la sua assistenza. La risposta è che, purtroppo, questa donna è amica anche del re e non vuole distruggere la relazione che ha con lui.

La Regina comincia ad essere disperata. Si ripresenta alla Guardia e chiede di essere lasciata entrare al castello, ma la Guardia rifiuta di nuovo. Come ultima possibilità, la Regina si rivolge ad un uomo del villaggio che possiede una barca: gli chiede di portarla in barca dietro il castello (che è circondato dall’acqua) di modo che lei possa entrare di nascosto, prendere quel che le appartiene e andarsene. Il Barcaiolo è disposto a farlo, se la regina gli paga 50 monete d’oro e questo denaro lo vuole subito. La Regina non può pagarlo, perché il suo oro è nel castello. Ma il Barcaiolo non sente ragioni. O le dà i soldi prima, o non avrà il passaggio. Non avendo altri a cui rivolgersi, la Regina decide di entrare correndo nel castello, prendere le sue cose e scappare via subito dopo. Così fa, e la Guardia la uccide.

Pensateci su un attimo. Adesso attribuite ai personaggi un grado di responsabilità per la morte della Regina, cominciando da quello che per voi è maggiormente responsabile. Possono uscire liste del tipo: Re, Regina, Amante, Amica, Guardia, Barcaiolo; oppure: Guardia, Regina, Re, Amica, Barcaiolo, Amante, o ogni altra possibile variante.

Adesso riflettete sul perché avete messo ogni personaggio nella tale posizione. Fatto? Domandatevi: cosa sapete veramente del re e della regina? Le vostre risposte sarebbero state uguali se: la regina fosse uscita, nonostante la proibizione, perché nel castello non c’era cibo ed era affamata; il re avesse detto che era in viaggio per ragioni di stato ma in realtà fosse andato dalla sua amante; aveste saputo che i due erano stati sposati a forza e che era impossibile per loro divorziare, o che il re picchiava regolarmente la regina.

La nostra socializzazione rispetto al genere, i nostri pregiudizi sul genere, le opinioni scontate su uomini/donne ripetute perché “tutti” le sostengono, la doppia morale per cui ciò che è di pregio per un sesso (un uomo sposato che abbia una o più amanti) è disdicevole per l’altro (una donna sposata che abbia uno o più amanti), intervengono nel modo in cui classifichiamo la violenza. Soprattutto, intervengono nel modo in cui ci rivolgiamo, come società e come istituzioni sociali, alle vittime di violenza. L’Amante, l’Amica e il Barcaiolo hanno agito come spesso le istituzioni agiscono sulla questione della violenza di genere: più preoccupate delle relazioni da mantenere, del denaro e del potere che del dare sostegno a qualcuno in difficoltà.

Inoltre: il Re ha dato l’ordine di uccidere, la Guardia lo ha eseguito. La Regina poteva persino chiamarsi Messalina e agire di conseguenza, ma questi due restano mandante ed esecutore del suo omicidio. Quant’era cattiva la Regina non ha la minima importanza nel loro grado di responsabilità.

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(tratto da: “Teresa Forcades, a nun on a mission”, di Giles Tremlett per The Guardian, 17.5.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Teresa Forcades, suora benedettina, è nata a Barcellona nel 1966. E’ laureata in medicina e teologia e autrice di “Els crims de les grans companyies farmacèutiques” (I crimini delle grandi compagnie farmaceutiche) “La Trinitat avui” (La Trinità oggi) e “La teologia feminista en la història” (Teologia femminista nella storia). E’ diventata molto popolare nel 2009, durante la pandemia H1N1 – influenza suina, contestando in un video la ricerca e la produzione del vaccino relativo.)

Teresa Forcades

Il contachilometri dell’ammaccata Peugeot color argento di Teresa Forcades segnala 130 all’ora, ma la monaca radicale più famosa di Spagna è così impegnata a parlare che sembra ignara del segnale che limita la velocità a 80km orari sulla strada che dal suo convento benedettino serpeggia lungo il Montserrat, la montagna sacra della Catalogna.

Questa donna, la cui aspre critiche a banche e grande compagnie farmaceutiche l’hanno gettata sotto i riflettori della scena politica si sta affrettando verso la stazione dei treni di Barcellona, per poter viaggiare sino a Valencia dove deve tenere un discorso. Poi volerà alle Isole Canarie per il prossimo appuntamento sulla sua agenda di conferenze pubbliche.

Teresa sta facendo campagna per promuovere un manifesto radicale per un cambiamento politico rivoluzionario: è emersa come una delle più franche e atipiche leader della sinistra frammentata e confusa del sud Europa. Assieme all’economista Arcadi Oliveres ha scritto un manifesto che chiede la rifondazione dello stato spagnolo, con una Catalogna indipendente, banche e compagnie fornitrici di energia nazionalizzati, e l’uscita dalla Nato. Sperano di riaccendere lo spirito degli indignados che occuparono le piazze spagnole nel 2011, ma concentrandolo su obiettivi più concreti.

“Io ed altre persone abbiamo sentito la necessità di intervenire, nel mio caso per via della popolarità che ho acquisito. Ho pensato che sarebbe stato bene tentare di organizzare questo scontento, questo sentimento di profonda delusione e di tensione crescente. – dice suor Teresa – Non sto dando inizio ad un partito politico e non intendo candidarmi alle elezioni. Non è cosa per una benedettina e non è cosa per me.”

Sebbene non corra per cariche politiche, Teresa Forcades non si sottrae al dibattito pubblico, apparendo regolarmente sulla tv locale. Le sue conversazioni includono riferimenti alla teologia della liberazione, alle teorie marxiste sul plusvalore, al Venezuela di Hugo Chávez e alla Tobin Tax, ma anche alla figura storica (12° secolo) di Ildegarda di Bingen o alla regola di San Benedetto: i precetti secondo cui lei tenta di vivere. Visitando il Venezuela nel 2009, Teresa non riconobbe il paese come descritto criticamente dai giornali spagnoli: “Le persone marginalizzate parlavano come se quel che pensavano e quel che volevano fosse importante per la politica del loro paese. Avevano l’impressione di contare qualcosa, il che è essenziale in democrazia.”

La sua critica al capitalismo neoliberista include non solo il desiderio cristiano di proteggere i più vulnerabili, ma anche un attacco all’ipocrisia di un sistema che dà a merci e capitale la libertà di varcare le frontiere, mentre lo impedisce ai lavoratori. “E’ una versione del capitalismo dove i diritti e i bisogni della popolazione sono messi da parte.”, spiega, sottolineando come le tasse sulla vendita del pane siano più alte di quelle sulla speculazione finanziaria.

La sua fama nasce da uno scontro polemico con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità e l’industria farmaceutica sui vaccini anti-influenzali nel 2009. Un video filmato nel suo convento, in cui Teresa Forcades parla per un’ora buona di quelli che lei ritiene siano i pericoli del vaccino, divenne virale. “Ciò che avevo scoperto mi aveva lasciata allibita: la mancanza di base scientifica per le politiche pubbliche e le decisioni prese. Il video ebbe più di un milione di spettatori. Quello fu l’inizio della mia presenza pubblica.” Il quotidiano “El País”, l’ha definita “paranoide ossessionata dalle cospirazioni” e “suora delle bufale”, dicendo che ha usato mezze verità e il suo status di religiosa per diffondere paura. Ma Forcades, medica, risponde che ha speso tre mesi a studiare la questione scientificamente prima di rilasciare il video: “La campagna non era basata su dati scientifici, ma orchestrata in favore degli interessi industriali delle grandi compagnie farmaceutiche.”

A Barcellona la sua popolarità varia. I giovani e i lavoratori per lo più non la conoscono, o la associano vagamente ai vaccini, ma le persone di mezza età e la classe media sanno tutto di lei e, per la maggior parte, la approvano. Alcuni, tuttavia, si chiedono come possa essere una femminista e di sinistra, e far parte nel contempo di una chiesa misogina che bandisce la contraccezione e appoggia legislazioni punitive per l’aborto.

Prima di prendere i voti nel 1997, Forcades fece una sorta di test alle altre suore, parlando loro di un gruppo di gay cattolici che celebravano la propria sessualità come dono di Dio. Le risposte umane delle suore la sopraffecero e così si unì a loro. Poiché aveva già studiato medicina a Barcellona e a New York e si era iscritta a Teologia ad Harvard, le suore la incoraggiarono a finire prima gli studi e poi a venire in convento, dove avrebbe potuto avere funzioni di segretariato e la libertà di viaggiare e studiare ovunque. Teresa non trova oppressa la vita in convento. “Il mito che le donne non sanno aggiustare un lavandino svanisce rapidamente quando in giro non ci sono uomini.”, dice, ricordando che storicamente spesso le donne hanno goduto di maggior libertà dietro le mura di un convento che nel mondo esterno.

E non frena la lingua su Papa Francesco, argomentando a favore del sacerdozio femminile e lasciando contraccezione e interruzione di gravidanza alla coscienza individuale: “La chiesa cattolica romana, che è la mia chiesa, è misogina e patriarcale nella sua struttura. Ciò deve essere cambiato il più velocemente possibile.”

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(“What I learned from my mother”, di Titilope Akosa, maggio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Titilope è un’avvocata e ricercatrice nigeriana, attivista per i diritti umani delle donne, direttrice del “Centre for 21st Issues”. E’ un’esperta dell’intersezione fra genere e cambiamenti climatici, coordinatrice della rete GECAN – Gender, Environment and Climate Action Network per il suo paese.)

Mi ero sempre chiesta perché mia madre si fosse separata da mio padre. Le ci sono voluti anni per dirmi la ragione che l’aveva costretta ad andarsene: mio padre non si curava di lei, ne’ le mostrava affetto quando era incinta. Mia madre aveva avuto tre aborti spontanei prima di mettere al mondo me ed in quelle occasioni mio padre non era presente per darle l’amore, la cura e il sostegno di cui lei aveva bisogno per andare oltre il trauma. Invece, si lamentava per i soldi che aveva dovuto spendere all’ospedale. Mia madre disse che il punto di rottura fu la mia nascita: le complicazioni relative al parto le costarono quasi la vita. Mio padre, invece di concentrarsi su come i medici potevano aiutarla, era indaffarato a mettere in questione la sua paternità: perché io ero di pelle “molto scura”, mentre lui era più chiaro.

La storia di mia madre fu un incubo per me. Continuavo a chiedermi perché mio padre aveva mostrato tale grossolana irresponsabilità nel momento in cui mia madre aveva maggior necessità di lui. Finii per pensare che mio padre era l’uomo più malvagio della terra: sino a che mia madre non tentò di avere un altro marito. Era un uomo molto gentile. Fu gentile sino a che mia madre non restò incinta. Fu l’ultima volta che lo vedemmo. Come se non bastasse, mia madre ci provò una terza volta, ad avere un marito. Ed anche questo sparì non appena fu chiaro che lei aspettava un bambino. La mamma ci ha allevati da sola.

Gli uomini nella sua vita rappresentano quella categoria di maschi che non danno valore alle donne e alla maternità, neppure come ruolo sociale, ma non rappresentano tutti gli uomini. Io ho avuto il privilegio di lavorare con molti alleati di sesso maschile che danno valore alle donne e si curano di loro. Hanno amore nei loro cuori e sono in grado di capire fatiche e dolori di cui le donne fanno esperienza durante gravidanza e parto. In tutta la Nigeria, il lavoro dei nostri alleati maschi sta facendo una differenza, per le donne. Negli stati di Kano e Kaduna, i membri del sindacato nazionale degli autotrasportatori forniscono trasporto d’emergenza alle donne in travaglio verso ospedali e cliniche. Questo progetto ha contribuito a salvare le vite di donne che altrimenti sarebbero morte a causa di complicazioni legate alla gravidanza. Gli uomini coinvolti testimoniano di apprezzare e riconoscere sempre di più l’importanza di chi mette al mondo i bambini, le donne, e del loro ruolo di sostegno ad esse. Credo che non tratteranno le loro mogli incinte allo stesso modo in cui gli uomini nella vita di mia madre hanno trattato lei.

L’attiva partecipazione degli uomini nella cura di mogli, fidanzate, amiche incinte è la chiave per trovare soluzioni al problema della mortalità materna in Nigeria. Gli uomini possono e devono fare la loro parte nel rispondere a questa sfida. Molto spesso, la mancanza di attenzione e di cure verso le donne con cui sono in relazione rende la gravidanza un’avventura traumatica e rischiosa per le donne, e non importa quanto bene equipaggiamo i nostri ospedali se la cura e l’amore mancano.

Io celebro mia madre per la sua resistenza e per il suo coraggio, e celebro tutte le donne che stanno faticando per portare al mondo la nuova generazione. Inoltre, celebro gli uomini che stanno al loro fianco per mettere fine alle deplorevoli condizioni che le donne incinte sono costrette ad affrontare.

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Sembra ci sia una sproporzione nell’impatto che le politiche di austerità (i tagli) hanno sulle donne europee. Sembra anche che, essendo “già discriminate in un gran numero di settori”, essendo le “principali fornitrici di cura e le principali utenti dei servizi pubblici”, le rigorose politiche economiche le mandino un altro po’ a ramengo. Be’, ma di sicuro questa è la solita lamentela femminista, non datevene pena…

IMPIEGO

La percentuale di disoccupate nell’Eurozona è cresciuta al 12,1% nel gennaio 2013, si tratta della percentuale più alta da oltre un decennio.

La percentuale di donne con un lavoro nei 22 paesi europei è tornata indietro ai livelli del 2005 e si allontana dall’obiettivo dell’UE di raggiungere il 75% di impiego per donne e uomini entro il 2020.

Più di un quarto della forza lavoro femminile è attualmente senza lavoro in Grecia e in Spagna. In Grecia, le giovani donne sono le più colpite: il 62,1% è senza lavoro.

Le donne italiane con figli sono 9 volte più disoccupate dei padri nel nord dell’Italia, 10 volte di più al Centro e 14 volte di più nel Sud, con una donna su quattro impiegata prima di diventare madre ancora senza lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio.

Mezzo milione di donne italiane non appaiono nelle statistiche ufficiali sull’impiego, per cui la vera percentuale di disoccupazione femminile è ancora più alta di quella registrata.

Più di 100.000 donne hanno perso il loro lavoro nel Sud dell’Italia fra il 2008 e il 2010.

In Italia, nel settore dell’istruzione, i posti di lavoro di 19.700 donne sono stati “tagliati” e si prevede un ulteriore taglio di 87.000 posti nei prossimi anni.

Entro il 2017, 710.000 posti nel settore pubblico andranno persi: è previsto che le donne perderanno i loro lavori in percentuale doppia rispetto agli uomini.

RETRIBUZIONE

Il 47% delle donne spagnole guadagna meno di 15.000 euro l’anno e la disoccupazione e le riforme del lavoro stanno aumentano il divario di genere negli stipendi.

Nel settore della sanità, in Portogallo, i nuovi contratti a breve termine per le infermiere hanno ora una paga oraria di 4 euro, 2 euro in meno del 2011.

Nel 2008 le donne in Latvia guadagnavano di base il 13,4% in meno degli uomini: nel 2010 la differenza è cresciuta sino al 17,5%.

In Latvia il fardello del taglio agli stipendi è caduto pesantemente sugli insegnanti, che all’80% sono donne. Nel 2011 il salario minimo stabilito per legge era di soli 6.000 euro annui, il 30% in meno rispetto al 2008.

POVERTA’

Il 17% delle donne dell’Unione Europea sono in povertà; la percentuale si alza al 20% in Italia, Romania, Svezia e Austria.

Il 21% delle donne spagnole (e il 19% degli uomini) sono in povertà, e un terzo delle donne più anziane è a rischio di povertà.

Il 33,7% delle donne italiane fra i 25 e i 54 anni d’età non hanno un introito.

tagli

Se volete, potete andare a vedere come si sono tagliati gli stipendi delle donne in maternità (sino al 25%) e si è ridotto il tempo del relativo congedo; come i sostegni a malati e disabili sono stati drasticamente ridimensionati; come si sono ristretti i budget relativi alle politiche che promuovono eguaglianza e che combattono la violenza di genere: nel mentre, la prostituzione è cresciuta e centinaia di migliaia di piccole imprese gestite da donne sono andate in rovina, su “How austerity is hurting women in Europe – Data” – http://revolting-europe.com/

Maria G. Di Rienzo

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salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

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WAVE (Onda – acronimo di Women against violence Europe), con sede a Vienna, è una rete di organizzazioni di donne che lavorano per eliminare la violenza contro donne e bambine/i. Il network ha lo scopo di promuovere e rafforzare i diritti umani di donne e bambine/i in accordo con vari documenti internazionali, dalla Dichiarazione di Vienna alla Piattaforma d’azione di Pechino.

All’inizio del 2013, le organizzazioni che partecipano a WAVE erano 106, collocate in 46 diversi paesi europei, che sono stati l’oggetto, l’anno precedente, della rigorosa indagine “Country report 2012. Reality check on data collection and european services for women and children survivors of violence.”, che esamina appunto quali dati e quali servizi siano disponibili in relazione a donne e bambine/i che sono sopravvissute/i alla violenza. Il sottotitolo ha un appropriato punto di domanda: “Diritto alla protezione e al sostegno?”: perché sulla carta i governi firmano e approvano poi tornano ad occuparsi di cose più serie del benessere della loro cittadinanza. Il rapporto è dettagliato, puntuale e corretto a livello metodologico, e sommamente benvenuto nel momento in cui in Italia si comincia a parlare di interventi nazionali sulla violenza di genere. Direi che ci serve di più della prossima petizione.

Non se ne abbiamo a male le promotrici di documenti e appelli: generalmente firmo tutto quel che si muove nella direzione giusta (a meno che non contenga qualche analisi o proposta che non posso in assoluto condividere sul piano etico), ma ho fondate riserve sull’efficacia della mia firma, anche quando sta assieme a 300.000 altre. Sino ad ora, ho visto ben poco seguito a troppe iniziative simili, perché – come ogni attivista sa – convincere qualcuno/a a mettere una firma è abbastanza facile, convincerlo/a a continuare l’impegno con azioni diverse affinché quell’appello o quella petizione dia risultati concreti è più arduo e non sempre chi promuove il documento dà l’esempio.

Allora, venite con me a pagina 149 e seguenti del rapporto di WAVE, e se siete in grado di farlo portateci la Ministra alle Pari Opportunità o la locale Assessora, Consigliera o quant’altro. Vi accorgerete ad esempio, che come vi ripeto – stressandovi – da tre anni circa, i posti disponibili nelle case rifugio sono clamorosamente inferiori al fabbisogno e il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adeguarli. Ci sono 60 rifugi e 500 posti a fronte dei 6.019 necessari. 49 dei rifugi sono gestiti da gruppi di donne, 5 da Comuni e i rimanenti da cooperative o altre associazioni simili.

C’è una linea telefonica di aiuto (Arianna – 1522) che risponde a tutti i criteri in materia, dalla presenza 24 ore al giorno al responso in più lingue, ma non possiamo ringraziare il governo, dobbiamo ringraziare le donne di Le Onde di Palermo, che fanno questo lavoro. Nel frattempo, 113 organizzazioni femministe tengono aperti centri per le donne su tutto il territorio nazionale. Voglio dire: nella maggior parte dei casi ce ne stiamo occupando da noi, con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni. Meno male che siamo solo delle cagne rabbiose o delle vittimiste il cui unico scopo è odiare gli uomini e farli soffrire.

tenendosi per mano

E volete saperne un’altra? E quando ve l’avrò detta, vorreste girarla a quelli/e che: “Il Piano nazionale antiviolenza c’è già, le leggi ci sono già, e c’è la violenza psicologica e un cugino di un mio amico è stato violentato dalla moglie”? Eccola: le ricercatrici possono solo essere approssimative sull’estensione della violenza di genere in Italia, perché nel nostro paese non ci prendiamo la briga di registrarla per tale. Non analizziamo ne’ disaggreghiamo i dati per genere, età, eccetera, ne’ indaghiamo la relazione fra perpetratore e vittima; finisce tutto in calderoni del tipo “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto.” (2006) e “Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia” (2010). Il Ministero dell’Interno, in pratica, non sa che accidente succede e non gliene può importare di meno. Forse anche consapevoli di quest’attenzione nei loro confronti, ad esempio, le vittime delle violenze sessuali non denunciano: nel 92% dei casi.

Dato che il primo posto dove finisci, in genere, quando ti malmenano o ti stuprano è il pronto soccorso, ci si aspetterebbe di trovare qualche dato almeno negli ospedali, ma “Non esistono in Italia protocolli sanitari nazionali per il maneggio della violenza domestica o della violenza da parte di partner intimo. Inoltre, gli ospedali in Italia non sono attrezzati per provvedere soggiorno d’emergenza alle donne vittime di violenza domestica.”

Faranno la task force sulla violenza di genere, non la faranno? Non lo so, ovviamente. Sono qui che aspetto. In particolare, aspetto di sapere chi i membri del governo chiameranno al loro tavolo. Se non ci sono la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, l’Associazione Nazionale D.i.Re contro la violenza di Roma, Telefono Rosa (le tre organizzazioni che hanno permesso a WAVE di effettuare la ricerca), le 113 associazioni femministe di cui sopra, e una nutrita delegazione delle cosiddette “stakeholders” (portatrici di interesse primario) e cioè di sopravvissute alla violenza; e se non ci sono rappresentanti di magistratura, lavoratori della sanità, polizia e carabinieri, si tratterà del solito petardo bagnato. E nessuno disturberà gli organi genitali del povero Sallusti, ne’ l’infelice Toscani sarà costretto a darci altre perle della sua saggezza. Maria G. Di Rienzo

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Le rompe il vetro dell’auto con un’accetta, che cade all’interno. La insegue per le strade del paese, Lido di Camaiore, speronandole il mezzo più volte nel tentativo di bloccarla. Quando lei riesce ad arrivare alla stazione dei carabinieri ed esce dall’automobile, il signore ha già posizionato la sua di traverso per impedirle di fuggire e tenta di recuperare l’ascia. Il tutto è ripreso dalle telecamere di sorveglianza, ed è un video che vi consiglio davvero di guardare, perché è l’immagine esatta del “raptus”: il signore che l’orrendo raptus rende “non consapevole” di quel che sta facendo, ritorna in sé in meno di un secondo, alla vista del primo carabiniere. Miracolosamente, in un battito di ciglia, si mette a passeggiare con l’aria più tranquilla del mondo. Per fortuna, i carabinieri lo agguantano subito. La donna ha riportato lesioni durante i vari speronamenti, ne avrà per 25 giorni: ovviamente, lo aveva già denunciato per stalking, “diverse volte”, dicono i giornali.

I giornali li leggete anche voi, sapete che è solo l’ultima notizia in ordine di tempo nella lunga fila di stupri, aggressioni e omicidi di donne di quest’anno, in Italia. Forse provate sentimenti di stanchezza, depressione, tristezza, soprattutto se siete donne anche voi. Forse non ne potete più degli appelli “erga omnes” firmati anche dai sessisti più incalliti allo scopo di darsi una riverniciata. Forse temete che per questo bruttissimo andazzo non ci sia fine possibile. Non so se vi sarà di conforto, ma io sono convinta che qualcosa si stia muovendo.

violette selvatiche

Ormai non è più possibile sostenere che si tratti di una dozzina, o di un centinaio, di individui mentalmente malati o sociopatici. Abbiamo raggiunto il punto in cui stupratori, violenti e assassini non si possono definire più outsider rispetto alla “nostra cultura”, una cultura che tollera o incoraggia la violenza sulla donne a livello sistemico. A partire dall’anno scorso, un’enorme transizione ha avuto inizio a livello globale: che si trattasse di Jimmy Savile in Gran Bretagna, degli studenti violentatori da party o delle donne segregate in cantina negli Stati Uniti, o della ragazza sventrata di Delhi, dovunque il responso di indignazione è stato superiore al previsto, inaspettato in molti casi. Inaspettato in particolar modo per le istituzioni e i governi, che in maggioranza hanno risposto in preda al panico: non sapevamo, non eravamo là e non abbiamo visto, e persino con una qualche versione del “sono tutte zoccole che mentono”. I colpevoli, se portati davanti alla giustizia, e i loro fans, hanno per lo più sostenuto di essere stati in preda al famigerato raptus o di “non sapere che quel che facevano era sbagliato, o illegale.”

E in effetti, è un bel po’ che ripetiamo agli uomini che non c’è niente di sbagliato nell’abusare dei corpi di donne e bambini/e per il proprio intrattenimento. Per gli uomini di potere questo è doppiamente vero. Ad esempio, non si può chiamare uno dei più ricchi farabutti del nostro paese a rispondere di favoreggiamento della prostituzione minorile, innanzitutto perché tre quarti degli italiani di sesso maschile lo imiterebbero volentieri e volentieri lo scusano, poi perché ha abbastanza soldi e influenza a livello mediatico e legislativo per comprare non solo donne, ma prescrizioni, condoni e non luogo a procedere, e infine perché la cultura della violenza contro le donne e del loro degrado è così pervasiva che molti – maschi e femmine – non si sognano neppure di metterla in discussione: è meglio manifestare contro i magistrati piuttosto di prendere le distanze da questo individuo (vero, anche i 30 euro e il panino alla mortadella per ogni manifestante aiutano).

La “cultura” di cui parlo, per chi eventualmente necessitasse spiegazioni, è quella che tollera stupro, aggressione sessuale e violenza fisica sino all’omicidio, purché la vittima sia di sesso femminile, con la motivazione che in qualche modo la vittima ha provocato e cercato il proprio triste destino. E’ la stessa cultura che infetta i media e la pubblicità, così zeppi di tette e culi e di modelle cadaveriche messe in pose contorte che suggeriscono sottomissione e violenza subita, se non morte vera e propria, da essere inadatti ad ogni uso umano, sputacchiere comprese. Media e pubblicitari hanno cominciato a cambiar canzone solo di recente e in modo leggerissimo, ma unicamente perché il processo dell’aumentata consapevolezza attorno alla violenza di genere li impaurisce: non hanno ancora capito cosa sta succedendo, ne’ perché, e sono prontissimi a tornare indietro.

La cosa più importante, in questo scenario, l’attitudine che deve cambiare per prima, non riguarda chi abusa delle donne, ma il ben più vasto scaglione di quelli che semplicemente restano a guardare e lasciano che accada. Sono coloro a cui si è insegnato, o hanno appreso per esperienza, che stupri, pestaggi e femminicidi sono parte delle dinamiche di potere in questa società, forse non proprio morali, ma non abbastanza di valore per rischiare dissociandosi: sono solo donne, dopotutto, e probabilmente in quanto tali se la sono andata a cercare. Per secoli a donne e ragazze e bambine si è ripetuto: non farti stuprare e se succede, per amor di dio, stai zitta. Non fare la zoccola. Non abbassare la guardia. Non pensare neppure per un secondo di avere lo stesso diritto di un uomo di esistere, in uno spazio privato o pubblico, senza dover temere aggressioni e umiliazioni. Adesso il messaggio viene scosso dalle proteste popolari ovunque e sostituito con “Non dite a noi come vestirci, dite a loro di non stuprare.”, non molestate, non ferite, non picchiate, non uccidete donne e ragazze e bambine o chiunque altro. L’incredibile successo di One Billion Rising, nel febbraio scorso, è figlio anche di questa atmosfera. Alla maggior parte di uomini e ragazzi la situazione richiede, per la prima volta in vita loro, di mutare il modo in cui pensano allo stupro, alle molestie, all’abuso: subito.

Confrontarsi con una violenza strutturale è doloroso, che si sia donne o uomini. Il dolore viene, in parte, dal capire che a volte tu stessa/o sei in qualche modo complice, che spesso hai chiuso gli occhi o ti sei rifugiata/o in una comoda ignoranza, che persone di cui ti fidi o che rispetti o che ami hanno fatto cose orribili solo perché pensavano fosse loro permesso, per sesso e per censo. Non si tratta di una manciata di mostri, questa scusa non è più praticabile. Bastano i numeri a distruggerla. Ordinari cittadini, amici, colleghi, parenti, hanno consentito e perpetuato una cultura che definisce le donne “meno che umane” e le ferisce, le umilia e le uccide impunemente. Questo è il bubbone che sta scoppiando e che dobbiamo maneggiare, per quanto male possa farci. Dobbiamo tenere in mente che curarci e guarire, femmine e maschi, è una buona cosa, che una nuova cultura del rispetto, del consenso, della reciprocità di dono e piacere, sta premendo per emergere, e se saremo abbastanza coraggiosi e coraggiose potremo farne esperienza molto più in fretta. Maria G. Di Rienzo

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(Intervista ad Anna Nikoghosyan, di Julia Lapitskii per Kvinna till Kvinna, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è Direttrice della programmazione per l’organizzazione armena “Società senza violenza”.)

Anna Nikoghosyan

Come sei rimasta coinvolta nel lavoro per i diritti delle donne?

Quando avevo 14 anni, un’organizzazione non governativa visitò la nostra scuola e tenne un seminario sui diritti umani, con speciale attenzione ai diritti delle donne. Io divenni molto interessata all’argomento e cominciai ad arrangiare discussioni e dibattiti su questi temi a scuola. Quando mi iscrissi all’università, a Yerevan, dove studiavo amministrazione, ho fatto domanda per un lavoro a “Società senza violenza”. Volevo veramente lavorare su queste istanze.

Perché è importante lavorare sulle istanze di genere in Armenia?

La nostra società è estremamente patriarcale. Io stessa, che sono una donna giovane, sono costantemente oggetto di discriminazione. E fuori da Yerevan, la situazione delle donne è assai peggiore. Nessuna persona in grado di pensare può restare indifferente davanti a tanta discriminazione e tanta violenza. Il ruolo di una donna, in Armenia, è principalmente tenere in ordine la casa. Se nasci femmina tu devi lavare i piatti, cucinare, essere sottomessa e obbedire a qualsiasi cosa la tua famiglia voglia da te. Una ragazza che desideri studiare o lavorare si trova davanti una miriade di ostacoli, mentre per i ragazzi tutte le porte sono aperte. Tuttavia, questa non è neppure la discriminazione più significativa, perché abbiamo un enorme problema di violenza domestica. Le statistiche variano, ma si stima che una donna su tre, in Armenia, subisca violenza domestica. Gli abusi psicologici sono prevalenti.

Che cosa fa “Società senza violenza”?

Lavoriamo su tre questioni fondamentali: istruzione al genere, costruzione di pace e violenza domestica. Per l’educazione al genere provvediamo sessioni di studio sull’eguaglianza di genere, in maggior parte fuori da Yerevan, nelle varie regioni. Lavoriamo anche con gli amministratori scolastici, gli insegnanti, i funzionari e i politici affinché l’istruzione al genere sia integrata nelle scuole.

Il nostro secondo focus è la costruzione di pace. Nel 2011, incontrammo le ragazze e le giovani donne della provincia di Syunik, che confina con l’Azerbaijan. Parlammo del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti, delle diverse iniziative che vengono dalle donne in questo campo e, ovviamente, del movimento internazionale delle Donne in nero. E le giovani hanno voluto creare il loro proprio gruppo di Donne in nero. E’ un gruppo che in questo momento si sta espandendo, con ragazze che si uniscono ad esso anche da altre province.

La terza cosa su cui ci concentriamo è la violenza domestica. Nel 2012 abbiamo formato un’Unità di Responso Rapido. Ciò significa che non appena sappiamo di un qualsiasi caso di violenza domestica in qualsiasi angolo dell’Armenia, una nostra Unità, formata da una giornalista e un’assistente sociale, va sul posto a compiere indagini di tipo giornalistico. Lavoriamo con i media e forniamo loro informazioni su quel che accade. Facciamo questo per aiutare le sopravvissute alla violenza, ma vogliamo anche dire all’opinione pubblica quanto la violenza domestica è diffusa nella nostra società. Oltre a questo, abbiamo partecipato alla stesura di una legge contro la violenza domestica. Sfortunatamente, il Parlamento l’ha rigettata all’inizio di quest’anno.

Dato che non stai conducendo la vita tipica di una giovane donna armena, suppongo che molte persone disapprovino quel che fai. Come maneggi la questione?

Per essere onesta, è assai difficile. Ho un mucchio di problemi con la mia famiglia, vorrebbero che non lavorassi per “Società senza violenza”. Ma per me, la cosa più importante è questa: quando hai capito qual è la tua strada e l’hai intrapresa, allora devi lottare, indietro non si torna.

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Le tue piccole mani, i tuoi piedini… Ancora ricordo quando hai cominciato ad esistere come parte di me. Ero molto più giovane, allora. Le notti insonni, ricordo, quando tu avevi bisogno di essere nutrita ed io, affaticata e stanca com’ero, mi alzavo barcollando dal letto. Ma quando guardavi profondamente nei miei occhi e scambiavi un sorriso con me, tutti i sacrifici svanivano.

Gli anni sono passati, tu sei cresciuta e cresciuta, essendo sempre una ragione per esistere. La tua intelligenza sveglia e il tuo essere amabile erano tutto quel che vedevo. Il legame di una madre con il proprio bimbo, femmina o maschio, è difficile da capire per chi non ha mai percorso quella strada. Ma per quel che mi riguarda, figlia mia, sono assolutamente sicura che non cambierei una virgola del nostro passato. Tu sei la mia vita. Ruth Kuttler

baby girl

(Il primo Giorno della Madre fu proclamato nel 1870 da Julia Ward Howe: era un appello alle donne nell’ambito di una richiesta appassionata di disarmo e di pace. Quest’anno cade domenica 12 maggio. Più di 100.000 donne muoiono ogni anno per complicazioni legate alla gravidanza e al parto che sarebbero prevenibili; l’accesso alla contraccezione viene impedito ad oltre 200 milioni di donne al mondo che continuano a chiederlo; la stima di quelle che annualmente muoiono a causa di aborti clandestini nei paesi dove l’interruzione di gravidanza è proibita è difficile da fare: la cifra si aggirerebbe fra le 40.000 e le 50.000. Nonostante coltivino l’assoluta maggioranza del cibo in tutto il mondo, le donne – e quindi le madri – sono pure la maggioranza delle persone cronicamente affamate: più del 60%. Verrebbe da dire, con triste ironia, che la “festa alla mamma” la si fa 365 giorni l’anno… Maria G. Di Rienzo)

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Ius soli

Vennero portando nomi di un migliaio di villaggi

Un migliaio di madri e padri e le terre che lasciarono

Vennero perchè restare avrebbe significato morte certa

per mano di coloro che avevano requisito e preso senza riguardo

Vennero perchè sognavano di bambini che ancora non erano nati

E così lavorarono – nei ristoranti, alle bancarelle di dolci, nei negozi di liquori

E le loro lingue inciampavano su parole che non erano loro

E invecchiarono in un paese a cui ancora di loro non importava

Aggrappandosi a cibo, vestiti, parole, flebili eco provenienti dal passato

migrant ship

Non vediamo dietro di essi le storie con cui sono arrivati

I villaggi che hanno abbandonato, le sorelline che non sono riusciti a salvare,

i costumi che hanno perduto, le case che hanno dato via,

nella speranza che i loro figli non si sarebbero recati alle loro tombe

avendo fame.

Jason Chu (poeta rapper), figlio di migranti, maggio 2013 (tratto da un testo più ampio, trad. Maria G. Di Rienzo)

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