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(“Denial of life” di Mónica Roa, maggio 2013. Mónica Roa dirige i programmi di Women’s Link Worldwide, tesi a promuovere e difendere i diritti riproduttivi. Nel 2006 Mónica presentò una causa legale relativa alla Costituzione della Colombia che ebbe come risultato la cancellazione del bando sull’interruzione di gravidanza che il paese aveva mantenuto sino ad allora.)

monica roa

La storia, di solito, è la stessa. Una giovane donna povera si accorge di essere incinta. Accade qualcosa e lei si sente male, così va al consultorio in città. Là non capiscono esattamente cosa ci sia che non va e la mandano al più vicino – spesso non è affatto vicino – ospedale.

I medici fanno qualche esame e capiscono che la gravidanza è in qualche modo una minaccia per la sua salute. Sono tutti d’accordo – in privato – che un aborto le salverebbe la vita o almeno le permetterebbe di usufruire delle migliori cure a disposizione. La donna non aveva pensato ad abortire, prima, ma non appena apprende la situazione le lacrime le scorrono sul viso e chiede ai medici di salvarla. Ma uno o più dottori ricordano a tutti gli altri che l’interruzione di gravidanza è proibita. Alcuni altri dottori si sentono dispiaciuti per la donna ma sono troppo spaventati per fare qualcosa. Parenti, marito, amici di lei sono angosciati.

A volte tramite la famiglia, a volte tramite il personale ospedaliero, qualcuno contatta il locale gruppo di donne. Loro parlano con la giovane e promettono di aiutarla. In quel momento, la gravidanza è di solito almeno nell’ultima parte del primo trimestre. Il gruppo locale delle donne organizza dimostrazione e allerta altri gruppi. I media locali pubblicizzano il caso e il locale movimento anti-aborto viene fuori gridando “salvate il non nato”. Anche loro mettono in allarme altri gruppi. Presto, le più grandi associazioni nazionali (favorevoli o sfavorevoli all’autodeterminazione) stanno dibattendo sui media nazionali sulla legalità dell’aborto usando le consuete argomentazioni ancora e ancora.

Nel frattempo, la vita della donna è appesa ad un filo e la sua gravidanza continua ad avanzare: è una corsa contro il tempo. Quando la comunità internazionale si accorge del caso e un sofisticato sistema di mobilitazione trova il suo momento per avere risultati politici, la donna è già morta. E il suo caso diventa eccellente per essere dibattuto in un tribunale internazionale.

Oggi il suo nome è Beatriz (1) e il posto è il Salvador, dove 19 donne sono attualmente in prigione, con sentenze che arrivano sino ai 40 anni, per aver abortito. In altre occasioni è solo un nome diverso, in un paese diverso. Raramente la storia cambia un pochino, e allora la donna non è giovanissima e non è così povera, ma è una migrante. Come nel caso di Savita Halappanavar, la dentista indiana 31enne che è morta in Irlanda perché i medici hanno detto “Questo è un paese cattolico” e l’interruzione di gravidanza non è permessa sino a che il feto ha un battito cardiaco.

Io sono un’avvocata internazionale per i diritti umani delle donne. Assieme alle mie colleghe, porto in tribunale questi casi tragici nel tentativo di fissare degli standard globali: al minino, le donne e le ragazze non dovrebbero morire perché viene negato loro un aborto che proteggere il loro proprio diritto alla vita, alla salute e all’integrità. Io ho visto la storia svolgersi sotto i miei occhi troppe volte. Si ripete al rallentatore, mentre noi cerchiamo disperatamente di cambiare il finale. Poche volte abbiamo successo.

Nel dicembre dello scorso anno, il Tribunale inter-americano per i diritti umani ha stabilito che: “la difesa del non nato è essenzialmente agita tramite la protezione della donna” e che “non vi sono precedenti per garantire lo status di persona ad un embrione.” Io ero contenta, pensando che era una grande apertura e che avrebbe messo fine a tante argomentazioni irrealistiche e dannose. Ma poi qualche settimana fa ho sentito il Ministro spagnolo della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón dire in Parlamento che abolirà il diritto all’interruzione di gravidanza, portando indietro l’orologio di trent’anni sui diritti acquisti, disprezzando il principio della non regressione dei diritti umani, per proteggere la vita del non nato. Perciò, temo che dovrò essere testimone di molte altre storie uguali, prima che il nostro lavoro sia compiuto. Per il momento, c’è ancora un po’ di tempo per salvare Beatriz.

(1) Nota della traduttrice: Beatriz è un nome fittizio che protegge l’identità della giovane donna menzionata. La donna in questione ha 22 anni e già un figlio. E’ nel secondo trimestre di gravidanza e il feto è anancefalico (non ha cervello e non sopravviverebbe comunque al parto). Beatriz è malata di lupus, e il suo sistema immunitario produce anticorpi che aggrediscono cellule e organi del suo stesso corpo: nel suo caso, le hanno causato insufficienza renale. I medici che hanno esaminato Beatriz hanno concluso che questa gravidanza ha altissime probabilità di ucciderla, ma non possono farla abortire, giacché una legge salvadoregna del 1998 proibisce l’interruzione di gravidanza in qualunque caso; i medici possono ricevere sino a dodici anni di carcere se la trasgrediscono, a Beatriz possono esserne comminati sino a cinquanta. Il sostegno a Beatriz va dall’organizzazione femminista che per prima ha presentato istanza alla Corte Suprema affinché si salvi la sua vita, alle successive petizioni e interventi (Amnesty International, Commissione inter-americana per i diritti umani, Nazioni Unite e persino la stessa Ministra della Sanità salvadoregna Maria Isabel Rodriguez). Al 22 maggio 2013, mentre scrivo, non ho notizie sulla decisione della Corte Suprema.

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(tratto da: “Teresa Forcades, a nun on a mission”, di Giles Tremlett per The Guardian, 17.5.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Teresa Forcades, suora benedettina, è nata a Barcellona nel 1966. E’ laureata in medicina e teologia e autrice di “Els crims de les grans companyies farmacèutiques” (I crimini delle grandi compagnie farmaceutiche) “La Trinitat avui” (La Trinità oggi) e “La teologia feminista en la història” (Teologia femminista nella storia). E’ diventata molto popolare nel 2009, durante la pandemia H1N1 – influenza suina, contestando in un video la ricerca e la produzione del vaccino relativo.)

Teresa Forcades

Il contachilometri dell’ammaccata Peugeot color argento di Teresa Forcades segnala 130 all’ora, ma la monaca radicale più famosa di Spagna è così impegnata a parlare che sembra ignara del segnale che limita la velocità a 80km orari sulla strada che dal suo convento benedettino serpeggia lungo il Montserrat, la montagna sacra della Catalogna.

Questa donna, la cui aspre critiche a banche e grande compagnie farmaceutiche l’hanno gettata sotto i riflettori della scena politica si sta affrettando verso la stazione dei treni di Barcellona, per poter viaggiare sino a Valencia dove deve tenere un discorso. Poi volerà alle Isole Canarie per il prossimo appuntamento sulla sua agenda di conferenze pubbliche.

Teresa sta facendo campagna per promuovere un manifesto radicale per un cambiamento politico rivoluzionario: è emersa come una delle più franche e atipiche leader della sinistra frammentata e confusa del sud Europa. Assieme all’economista Arcadi Oliveres ha scritto un manifesto che chiede la rifondazione dello stato spagnolo, con una Catalogna indipendente, banche e compagnie fornitrici di energia nazionalizzati, e l’uscita dalla Nato. Sperano di riaccendere lo spirito degli indignados che occuparono le piazze spagnole nel 2011, ma concentrandolo su obiettivi più concreti.

“Io ed altre persone abbiamo sentito la necessità di intervenire, nel mio caso per via della popolarità che ho acquisito. Ho pensato che sarebbe stato bene tentare di organizzare questo scontento, questo sentimento di profonda delusione e di tensione crescente. – dice suor Teresa – Non sto dando inizio ad un partito politico e non intendo candidarmi alle elezioni. Non è cosa per una benedettina e non è cosa per me.”

Sebbene non corra per cariche politiche, Teresa Forcades non si sottrae al dibattito pubblico, apparendo regolarmente sulla tv locale. Le sue conversazioni includono riferimenti alla teologia della liberazione, alle teorie marxiste sul plusvalore, al Venezuela di Hugo Chávez e alla Tobin Tax, ma anche alla figura storica (12° secolo) di Ildegarda di Bingen o alla regola di San Benedetto: i precetti secondo cui lei tenta di vivere. Visitando il Venezuela nel 2009, Teresa non riconobbe il paese come descritto criticamente dai giornali spagnoli: “Le persone marginalizzate parlavano come se quel che pensavano e quel che volevano fosse importante per la politica del loro paese. Avevano l’impressione di contare qualcosa, il che è essenziale in democrazia.”

La sua critica al capitalismo neoliberista include non solo il desiderio cristiano di proteggere i più vulnerabili, ma anche un attacco all’ipocrisia di un sistema che dà a merci e capitale la libertà di varcare le frontiere, mentre lo impedisce ai lavoratori. “E’ una versione del capitalismo dove i diritti e i bisogni della popolazione sono messi da parte.”, spiega, sottolineando come le tasse sulla vendita del pane siano più alte di quelle sulla speculazione finanziaria.

La sua fama nasce da uno scontro polemico con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità e l’industria farmaceutica sui vaccini anti-influenzali nel 2009. Un video filmato nel suo convento, in cui Teresa Forcades parla per un’ora buona di quelli che lei ritiene siano i pericoli del vaccino, divenne virale. “Ciò che avevo scoperto mi aveva lasciata allibita: la mancanza di base scientifica per le politiche pubbliche e le decisioni prese. Il video ebbe più di un milione di spettatori. Quello fu l’inizio della mia presenza pubblica.” Il quotidiano “El País”, l’ha definita “paranoide ossessionata dalle cospirazioni” e “suora delle bufale”, dicendo che ha usato mezze verità e il suo status di religiosa per diffondere paura. Ma Forcades, medica, risponde che ha speso tre mesi a studiare la questione scientificamente prima di rilasciare il video: “La campagna non era basata su dati scientifici, ma orchestrata in favore degli interessi industriali delle grandi compagnie farmaceutiche.”

A Barcellona la sua popolarità varia. I giovani e i lavoratori per lo più non la conoscono, o la associano vagamente ai vaccini, ma le persone di mezza età e la classe media sanno tutto di lei e, per la maggior parte, la approvano. Alcuni, tuttavia, si chiedono come possa essere una femminista e di sinistra, e far parte nel contempo di una chiesa misogina che bandisce la contraccezione e appoggia legislazioni punitive per l’aborto.

Prima di prendere i voti nel 1997, Forcades fece una sorta di test alle altre suore, parlando loro di un gruppo di gay cattolici che celebravano la propria sessualità come dono di Dio. Le risposte umane delle suore la sopraffecero e così si unì a loro. Poiché aveva già studiato medicina a Barcellona e a New York e si era iscritta a Teologia ad Harvard, le suore la incoraggiarono a finire prima gli studi e poi a venire in convento, dove avrebbe potuto avere funzioni di segretariato e la libertà di viaggiare e studiare ovunque. Teresa non trova oppressa la vita in convento. “Il mito che le donne non sanno aggiustare un lavandino svanisce rapidamente quando in giro non ci sono uomini.”, dice, ricordando che storicamente spesso le donne hanno goduto di maggior libertà dietro le mura di un convento che nel mondo esterno.

E non frena la lingua su Papa Francesco, argomentando a favore del sacerdozio femminile e lasciando contraccezione e interruzione di gravidanza alla coscienza individuale: “La chiesa cattolica romana, che è la mia chiesa, è misogina e patriarcale nella sua struttura. Ciò deve essere cambiato il più velocemente possibile.”

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salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

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Celebra con me

(“Won’t you celebrate with me”, di Lucille Clifton, 1936 – 2010, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Lucille Clifton

Non festeggeresti con me

ciò a cui ho dato forma

in un certo tipo di vita?

Non avevo modelli.

Nata in Babilonia

nata non bianca e donna

cosa potevo vedere di essere se non me stessa?

Ho costruito

qui su questo ponte

tra la luce delle stelle e la creta

la mia propria mano;

vieni, celebra con me che ogni giorno

qualcosa ha tentato di uccidermi

ed ha fallito.

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Rita MacNeil

Rita MacNeil – canadese, scomparsa il mese scorso – è stata una straordinaria cantante, grandemente apprezzata e famosa in patria. Era anche una straordinaria persona. Una volta, durante un’intervista televisiva per la CBC, il giornalista (anche lui ormai deceduto) Eric Malling le chiese “se avrebbe potuto avere ancora più successo qualora fosse stata bella.” Rita replicò senza esitazione: “Ma Eric, io sono bella.” Quel momento fu cruciale per parecchi spettatori, che riuscirono a togliersi gli occhiali del “canone” imposto e a vedere la sua bellezza. Maria G. Di Rienzo

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Sul suo epitaffio si legge: “Cantava sino a farti piangere e poi cantava sino a che ballavi di gioia.” Musicista gospel, suonava la chitarra elettrica con venature jazz, blues e folk ed un ritmo inconfondibile. Al suo stile sono debitori Chuck Berry, Elvis Presley, Eric Clapton. Dichiararono di essere ispirati da lei Aretha Franklin, Johnny Cash e Little Richard. Si tratta di Sorella Rosetta Tharpe, passata alla storia nell’ambiente musicale come la Madrina del Rock’n'Roll.

rosetta

Nata nel 1915 da Katie Bell Nubin (il padre resterà sconosciuto), suonatrice di mandolino e predicatrice evangelica, a quattro anni è già su un palcoscenico assieme alla madre che ha riconosciuto il suo precoce talento e la incoraggerà a dispiegarlo senza reticenze. A 19 anni, Rosetta sposa il predicatore Thomas Thorpe che aveva accompagnato lei e la madre in innumerevoli tour musicali. Il matrimonio non durò a lungo, ma Rosetta decise di incorporare una versione del cognome del marito nel suo nome d’arte, e fu così che diventò Sorella Rosetta Tharpe. Durante gli anni ’40, quelli del suo successo, formò un duo con la cantante gospel Marie Knight non solo in senso artistico: la loro relazione di coppia era il classico “segreto di Pulcinella”.

rosetta 2

Nel 1951 Rosetta contrasse un nuovo matrimonio con Russell Morrison, in una cerimonia clamorosa terminata in una sua performance gospel in abito da sposa. C’è chi dice si trattasse di una parata di fuochi d’artificio simbolica, come quella che venne inscenata realmente al termine delle nozze, per allontanare da sé e dalla compagna ostilità e pettegolezzi. Da Marie si separò comunque solo nel 1953, quando il loro tentativo di lasciar da parte la musica gospel e di lanciare un album blues finì in un fallimento. Rosetta passò i restanti due decenni della sua vita suonando in giro per il mondo. Mentre era in tour in Europa con i Muddy Waters, nel 1970, si ammalò improvvisamente e dovette tornare negli Usa. Soffrì un primo attacco di cuore poco dopo il suo ritorno e le complicazioni che seguirono risultarono nell’amputazione di una gamba. Imbattibile, Sorella Rosetta Tharpe riprese a suonare non appena fu abbastanza forte per levarsi dal letto e per tre anni regalò ancora emozioni al suo pubblico. Nell’ottobre 1973, un secondo attacco di cuore se la portò via. Ma la sua voce e la sua chitarra, magnifiche, continuano a ricordarci che “sopra la nostra testa c’è musica nell’aria”. Maria G. Di Rienzo

Up Above My Head

http://www.youtube.com/watch?v=JeaBNAXfHfQ

Who Rolled The Stone Away

http://www.youtube.com/watch?v=y5yhBDxiynQ

Trouble In Mind

http://www.youtube.com/watch?v=rzRm4K7NZm0

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Ars longa…

audre lorde

Non sono libera sino a che una donna qualsiasi non lo è, anche se le sue catene sono molto differenti dalle mie. Audre Lorde

vale la pena

La vita è troppo breve per svegliarsi al mattino con dei rimpianti.

Perciò, ama le persone che ti trattano bene e dimenticati di quelle che non lo fanno.

E credi, tutto accade con una ragione…

Se hai un’occasione – afferrala.

Se cambia la tua vita – lascia che lo faccia.

Nessuno ha detto che sarebbe stato facile…

Hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena.

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“Io voglio sostenere ed accelerare il sorgere della consapevolezza femminile. Voglio promuovere il potere delle donne. Uno degli attrezzi che uso per questo è il più antico rituale femminile al mondo che sia stato tramandato. Si chiama Raqsat Al Ilaha e cioè Danza della Dea, oppure Raqsat Al Wilada, Danza della Nascita. In occidente si conosce questo rituale come… danza del ventre! Ma “danza del ventre” è un termine coniato proprio in occidente: è la traduzione dal francese “danse du ventre”, il nome dato alla danza dai viaggiatori europei che per primi la incontrarono. Non è abbondantemente ora che le donne entrino orgogliosamente nell’arena del potere, non come duplicati degli uomini, ma come dee gioiose che desiderano partecipare all’innovazione ed al cambiamento del mondo?”

Così Kaouthar Darmoni, tunisina-olandese, assistente docente in “Genere e Media” all’Università di Amsterdam, pedagogista e terapeuta, ricercatrice sulle danze tradizionali in una dozzina di paesi dal Medioriente all’Africa del nord, spiega perché ha fondato il centro “Kaouthar Feminine Capital & Goddess Dance”. La musica e il ballo sono per lei “ponti di comunicazione” fra culture e ritiene che i “ponti” forniti dalle danze delle dea siano molto validi in questo senso, nonché un’eredità umana che se non preservata rischia di sparire a causa della modernizzazione e dei fondamentalismi.

kaouthar darmoni

Dice ancora Kaouthar: “La Danza del ventre della Dea, come io la chiamo, ha una lunga storia. Nata per celebrare la Madre Terra, metteva in scena i movimenti che rendono possibile il parto. Per tutta la preistoria le donne hanno danzato con altre donne in cerimonie sacre. La Danza della Dea era intesa a connettere le donne con il loro potere di essere fertili e a ristorare i muscoli del corpo e della vagina dopo il parto. Un’altra sua funzione era sociale: il creare tramite la celebrazione solidarietà, amicizia e intimità fra donne. Ma la funzione principale era l’ottenere sostegno spirituale e fisico per il parto. Le donne si ancoravano alla terra tramite la danza a piedi nudi, mandavano la loro forza nella terra tramite le loro anche. Tendendo e rilassando lo stomaco e i muscoli genitali, imitavano i vitali movimenti del travaglio. La danza addestrava le donne ad essere forti e concentrate e allo stesso tempo gentili: questa è la dualità che è necessaria durante un parto.

Quando 4.000 anni fa le religioni patriarcali si imposero, la danza fu trasformata in intrattenimento. Durante l’Impero Ottomano, danzatrici gitane erano assunte per intrattenere le donne degli harem, continuando la tradizione di donne che danzavano esclusivamente per altre donne. Al termine dell’Impero Ottomano alle donne fu permesso di nuovo danzare in pubblico, questa volta sia per le loro simili sia per gli uomini. I pittori europei scoprirono la danza della Dea nel 18° secolo, durante la loro “febbre” orientalista, e la introdussero in occidente dove, affascinati dai ventri esposti, la chiamarono “danza del ventre”. Da allora è stata vista e usata come “stimolo sessuale”, specialmente nel cinema di Hollywood, invece che come danza, come arte. Questa immagine artificiosa, non la danza in sé, è per molti disagevole o disturbante.

La Danza del ventre della Dea è per TUTTE le donne. Giovani e anziane. Figure ampie e figure sottili. Il vostro peso non conta niente, quel che è importante è come esprimete i vostri sentimenti e la vostra passione nella danza. Si tratta di una forma di danza gentile e intensa; se fatta correttamente protegge le giunture e la spina dorsale, migliora la flessibilità e la capacità cardiovascolare, tonifica i muscoli. Il muovere quest’area del corpo, il ventre, in modi piacevoli, con ondulazioni e figure a “otto”, anziché con strappi e torsioni, è un tale cambiamento di attitudine che ha effetti immediati anche sull’autostima. Questa danza è l’esatto contrario dell’aerobica o del balletto classico, dove c’è un’enorme pressione sociale ad essere magre e dove i movimenti sembrano “strambi” se non lo sei: nella Danza della Dea ogni corpo è elegante, aggraziato e forte. Danzarla crea un’oasi in cui liberarsi dalle pressioni e dallo stress, crea pace dentro di noi, che è il primo passo per creare pace attorno a noi.” Maria G. Di Rienzo

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Fra il 1960 e il 1996, la guerra civile in Guatemala ebbe come risultato la morte o la sparizione di oltre 200.000 persone, di cui più dell’80% appartenevano a popolazioni indigene Maya. Secondo le ricerche effettuate dalla Comisión para el Esclarecimiento Histórico (CEH – Commissione per la chiarificazione storica) le donne subirono non solo omicidi e sparizioni, ma torture e stupri, alcune a causa del loro impegno sociale e politico o delle loro convinzioni, mentre altre caddero vittime nei 600 massacri perpetrati in quegli anni. Il periodo maggiormente violento di un conflitto durato 36 anni fu il quinquennio 1978/1983, sotto la dittatura dei generali Romeo Lucas García (1978-1982) e Efraín Ríos Montt (1982-1983). Quest’ultimo, assieme al comandante Jose Mauricio Rodriguez, è attualmente sotto processo per genocidio. A partire dal 1° aprile scorso, le donne sopravvissute hanno cominciato a testimoniare ciò che hanno sofferto per mano di forze militari e paramilitari; misure eccezionali sono state prese per proteggere l’identità delle donne, i cui volti erano completamente coperti e i cui nomi il giudice ha chiesto alla stampa di non pubblicare. Le testimoni vittime degli abusi sessuali sono infatti preoccupate di come potrebbero reagire i loro familiari e le loro comunità: “Se la mia famiglia lo scopre sarò picchiata. La mia famiglia non sa.” Le seguenti sono dichiarazioni rese dalle donne il 2 aprile, l’ottavo giorno del processo:

“Uno mi ha afferrata e pugnalata, ho ancora le cicatrici. Sono qui a testimoniare perché ho sofferto, sono stata violentata per tre notti di seguito. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo a camminare. Mi prendevano a calci come una palla. E’ questo che mi ferisce, che mi addolora. Tenevano chiusa a forza la bocca del mio bambino. A mio figlio usciva sangue dal naso, dalla bocca, dagli occhi. Mio figlio è morto. Quello che mi ha pugnalata e stuprata mi ha poi lasciata con i suoi compagni. Quando mi sono fisicamente ripresa dovevo preparare loro da mangiare. Io non mangiavo con loro, ero terrorizzata.”

“Mia figlia 17enne era in casa con i fratelli più piccoli. I soldati l’hanno spogliata, le hanno separato le gambe e hanno cominciato a stuprarla violentemente di fronte ai bambini, che piangevano spaventati.”

“Mi hanno stuprata in così tanti che non riuscivo più a muovermi. Rimasi là ferma per un bel po’ e loro intanto avevano deciso di uccidere un uomo. Mi chiesero se era il mio compañero. Lui non poteva dire niente, non aveva più la lingua, gliela avevano tagliata.”

“Volevano violentare mia zia e lei disse: Non voglio, è meglio che mi uccidiate. Così la uccisero, e uccisero anche i suoi tre figli.”

Molte donne ricostruivano le esperienze di fronte alla corte singhiozzando. Alcune hanno descritto il dover ricordare e dire quanto accaduto come “un secondo stupro”. E nonostante il dolore, nonostante la paura di ritorsioni e di rigetto, ognuna è venuta in tribunale perché:

“Voglio solo chiedere giustizia a questa corte.”

“Voglio giustizia.”

“Ciò che sto chiedendo è giustizia.”

“Se giustizia sarà fatta, vi ringrazierò.”

guatemala

Lo striscione rosso delle loro sostenitrici fuori dall’aula recita: La vostra verità è la nostra verità. Maria G. Di Rienzo

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(di Sonia Randhawa per GenderIT – www.genderit.org – trad. Maria G. Di Rienzo. Sonia Randhawa dirige il Centro per il giornalismo indipendente in Malesia, e si sta laureando in storia del diritto all’Università di Melbourne, Australia, con una tesi sul ruolo delle donne nel giornalismo malese degli anni ’90.)

 Sonia Randhawa

Stanotte, mentre riflettevo scorrendo questo blog (GenderIT), la mia bambina di tre anni si è offerta di aiutarmi.

“Non è facile.”, l’ho avvisata, “Vedi, c’era questo uomo che fece male ad una donna. Le fece davvero molto male e le disse che, se non stava zitta, l’avrebbe ferita ancora. Ma lei non restò in silenzio e raccontò ad altre persone la sua storia.”

“E’ stata coraggiosa, vero?”

“Sì. Ma il problema è che se io racconto ad altra gente ancora la sua storia quell’uomo potrebbe di nuovo farle del male, molto di più. Per cui non so se raccontarla o no, ma se non lo faccio lei non può più dirla.”

“Dovresti proprio raccontare la sua storia, mamma.”

E mia figlia ha ragione. La storia di una donna che si oppone ad un uomo che le stava facendo del male deve essere narrata, perché è così difficile per le donne ferite, le donne che stanno subendo violenza, parlare apertamente e raccontare le loro storie, le nostre storie. Non ci sono molti spazi, in alcune società meno di altre, per raccontare queste storie.

Ma nel mondo che sta fuori la cameretta di mia figlia, ci sono ripercussioni nel raccontare queste storie, ripercussioni che possono cadere sulla narratrice, sullo spazio in cui si dà la narrazione, e su altri: familiari, amici, società. E una volta che la storia sia narrata vive di vita propria, come tutte le storie fanno. Può non funzionare nel modo in cui vogliamo funzioni. La sofferenza, i luoghi dolorosi da cui la storia viene, possono non solo essere esaminati e rispettati, possono diventare una fonte di dileggio, possono essere negati, possono essere gonfiati in qualcosa di più grosso, qualcosa di spaventoso.

Nel mondo esterno alla cameretta di mia figlia, quando facciamo i nomi, o persino quando provvediamo uno spazio per fare i nomi, queste ripercussioni crescono di interi ordini di grandezza. Ci sono effetti legali, e a meno che noi si sappia che la storia è vera (nel senso tradizionale del termine), che quell’uomo particolare ha causato quella particolare ferita, lo spazio per narrare storie diventa vulnerabile. La diffamazione è un affare costoso. E abbiamo la necessità di mantenere l’integrità degli spazi per i racconti delle donne, perché una sola storia messa in discussione può causare il dubbio su tutte le altre. In questo caso, quando si tratta di storie di violenza contro le donne, lo spazio può diventare precisamente l’opposto di quel che intendevamo: va a indebolire le basi su cui lottiamo per azioni legislative e politiche.

Ma nel momento in cui impediamo a una donna di raccontare la sua storia, stiamo assumendo di avere il diritto di farlo, stiamo pensando che noi, per qualche ragione, sappiamo cosa fare meglio di lei. E stiamo dicendo alla donna ferita che la sua storia non è importante, non ha valore. Le stiamo dicendo che altre cose hanno più peso del suo diritto ad avere una voce. Ciò significa che alcune decisioni devono essere prese.

Quel che facciamo qui con le storie condivise è lavorare con la donna, o le donne, che raccontano le loro storie per assicurarci di aver pensato a tutto quel che può accadere dopo. Cosa accade se la storia diventa immensamente popolare. Cosa accade se il perpetratore decide di aumentare le molestie, o prende a bersaglio membri della famiglia della donna, o porta la violenza ad un livello superiore. Significa che, se vi sono nomi, dobbiamo essere in grado di verificare indipendentemente le basi della storia. Non azzittiamo le donne e non teniamo storie chiuse dietro un cancello.

Non abbiamo tutte le risposte e non possiamo prevedere tutte le conseguenze, buone o cattive, del raccontare una storia. Ma abbiamo la responsabilità di lavorare con le donne coraggiose che condividono con noi le loro storie nel tentare di assicurarci che i risultati siano il più positivi possibile: discutendo le conseguenze, controllando con le narratrici se esse sono al sicuro, e cercando qualche volta una verifica indipendente. In questo modo, spero, soddisferemo gli standard richiesti dalla mia bambina e racconteremo tutte le storie che donne coraggiose dividono con noi.

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