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A chiunque stia scrivendo, commentando, parlando della signora Angela Bruno e del suo malaugurato incontro con il signor Berlusconi: vorreste, e non dico per favore perché è vostro dovere comportarvi civilmente con gli altri membri della società umana, mostrarle un po’ di rispetto?

La signora Angela Bruno non è “una ragazza”, è un giovane donna, una madre e una lavoratrice; ragazza è un’adolescente, una studentessa liceale o universitaria, eccetera. Una donna di trent’anni è una giovane donna.

Smettete di addossarle la responsabilità di quel che è accaduto. L’unico responsabile è quello che l’ha molestata sul lavoro, il sig. Berlusconi. Che tra l’altro non è esattamente il primo che passa: è uno che telefona in Questura e fa rilasciare una fermata perché “nipote di Mubarak” ed è uno che se vuole si compra l’azienda per cui la signora lavora con gli spiccioli.

Ripeto: smettete di addossarle la responsabilità di quel che è accaduto. Se, come, quanto si è divertita, se non si è divertita affatto, cos’ha detto prima, cos’ha detto dopo: è lo stesso atteggiamento con cui si offendono ulteriormente le vittime di violenza sessuale, cercando di stabilire che hanno “provocato” o “favorito” quest’ultima. Nessuna di noi vuol essere molestata, umiliata, stuprata. Vi è chiaro? Essere molestate, umiliate, stuprate non è un apprezzamento nei nostri confronti e non siamo noi a sbagliare se qualche ominicchio crede il contrario. Chi ha sbagliato è chi ha trattato la signora Bruno come una cosa in vendita (“si giri”, che vedo se la merce è di mio gusto).

Smettete, se siete donne, di fingere che a voi non è capitato mai o che avreste risposto fulmineamente in modo eroico e netto. Personalmente, ho ingoiato e abbozzato e rigirato simili molestie sul lavoro per un bel pezzo: ero di un paio d’anni più giovane della signora Bruno quando ho ottenuto il posto e avevo una dannata paura di perderlo, di essere oggetto di mobbing più di quanto non lo fossi già perché identificata come “di sinistra”, di essere ridicolizzata (“Ma era uno scherzo, non sai stare allo scherzo?”), eccetera eccetera. Mi c’è voluto qualche anno per riuscire a sbattere una cartella sul tavolo e dire che se il linguaggio e le battute continuavano ad essere di un certo tipo la tal commissione poteva scegliersi un’altra segretaria. E alla fine mi sono comunque licenziata. Non facciamo finta che sia facile. E volete sapere un’altra cosa? Chiedere rispetto non significa ottenerlo automaticamente. Se fosse così noi donne avremmo vinto la lotta contro la violenza da qualche secolo.

Rendetevi conto che la signora Bruno è ormai a serio rischio di perdere il lavoro, ha ricevuto inquietanti “ammonizioni” televisive da Giancarlo Galan (e neppure lui è il primo che passa, è l’ex governatore del Veneto) e quel “simpatico siparietto” – come l’ha definito l’azienda – le ha già rovinato l’esistenza. Per cui, ha abbastanza stress da maneggiare senza che giornalisti e commentatori e idioti vari si arroghino il compito di insegnarle a vivere. Chi ha bisogno di imparare l’educazione non è lei, ma chi l’ha messa nella condizione in cui si trova. Capisco che quest’ultimo ha ormai un’età veneranda e che non è semplice insegnargli qualcosa, ma provate almeno a togliergli il brodo in cui sguazza: smettete di ridere alle sue squallide battute, smettete di farne di simili voi stessi, smettete di pensare alle donne esclusivamente in posizione orizzontale, smettete di scrivere/dire stupidaggini su questa vicenda.

Per esempio: le scuse che Angela Bruno non ha ancora ottenuto non sono “l’eleganza di lasciare a una signora l’ultima parola”, non stiamo giocando a dame e cavalieri. Quelle scuse sarebbero solo il minimo segno di rispetto per la sua persona e l’ammissione di aver sbagliato: conoscendo il personaggio che dovrebbe farle, possiamo tranquillamente scommettere che non le riceverà mai. Maria G. Di Rienzo

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(“Honduran Women Campaign For Rights And Dignity”, intervista a Reyna Isabel Quintanilla di Francis McDonagh per Latin America Bureau, 5.2.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Honduras ha la più grande industria manifatturiera tessile del bacino dei Caraibi ed è il terzo paese esportatore negli Usa dopo la Cina e il Messico. Le sue 24 “zone di lavorazione per l’export” impiegano oltre 133.000 lavoratori, di cui il 75% sono donne.

(Ndt: Non per cercare il pelo nell’uovo, ma se tre quarti sono donne forse si sarebbe dovuto scrivere “impiega oltre 133.000 lavoratrici, di cui il 25% sono uomini.” Scusa Francis, dev’essere un raptus… non ho saputo trattenermi.)

Queste zone sono complessi industriali ideati per attrarre finanziamenti stranieri tramite basse tassazioni o assenza delle stesse. Sin dagli anni ’70 le multinazionali si sono avvantaggiate di tale offerta tagliando i costi della produzione e massimizzando i loro profitti.

Le lavoratrici guadagnano, di base, 100 lempiras al giorno (circa 3 euro) che non sono sufficienti a coprire i costi base dell’esistenza come il cibo, la cura della salute e l’istruzione per i loro bambini. Le lavoratrici devono anche difendersi da molestie e violenza da parte dei manager. La sicurezza sul lavoro è scarsa. Poiché unirsi a un sindacato o crearne uno è attivamente scoraggiato, poche lavoratrici sono in grado di denunciare queste ed altre violazioni dei loro diritti.

Il Collettivo delle donne dell’Honduras (Colectiva de Mujeres Hondureñas, in sigla Codemuh) lotta per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori da oltre vent’anni. E’ l’unica organizzazione nel paese che si occupa della salute di chi lavora, specialmente delle donne che sono la maggioranza della forza lavoro delle maquilas (Ndt: dette anche sweatshops. Laboratori in condizioni disagiate e insicure in cui si opera uno sfruttamento intensivo della forza lavoro, spesso per 14/16 ore al giorno.) Reyna Isabel Quintanilla ci parla del lavoro di Codemuh.

 Reyna Isabel Quintanilla

Reyna Isabel Quintanilla: La nostra organizzazione concerne i diritti umani, in special modo i diritti umani delle donne. Ha ventitré anni. E’ nata nella capitale, Tegucigalpa, ma si è spostata verso nord, a Cortès, il centro delle maquilas dove si abusa delle donne. Abbiamo cercato di organizzarle, di persuaderle che il nostro gruppo poteva difendere i loro diritti umani.

E’ stato difficile persuadere le donne? C’era molta paura?

Reyna Isabel Quintanilla: Sì, è stato difficile. Abbiamo di fronte un sistema patriarcale, dominato dai maschi, in cui le donne non prendono decisioni: sono gli uomini che decidono. All’inizio è stato difficile convincere le donne a uscire dalle loro case, dal mondo fra quattro mura, perciò abbiamo inventato attività a cui potevano partecipare, come la costruzione di giocattoli per i loro figli o di bigiotteria. E quando venivano, spiegavamo loro che avevano diritti e di come questa conoscenza sia necessaria per rivendicarli. Quando tornavano a casa potevano mostrare di aver costruito giocattoli eccetera, non erano sospette. Ma era chiaro che dovevamo trovare anche altri modi. Abbiamo prodotto materiali d’informazione, abbiamo fornito loro tutti i servizi che potevamo fornire.

Ma ora, dopo 23 anni, Codemuh è un’associazione conosciuta e rispettata?

Reyna Isabel Quintanilla: Sì, a livello nazionale ed internazionale. Siamo cresciute moltissimo. Abbiamo oltre 1.000 donne nell’organizzazione. La maggior parte di esse sono lavoratrici nelle maquilas e poi ci sono le madri delle lavoratrici, che si occupano dei piccoli, e giovani e adolescenti che studiano. In maggioranza, le lavoratrici delle maquilas sono molto giovani. Codemuh opera sistematicamente per renderle consapevoli dei loro diritti. Diciamo loro che sono innanzitutto donne, prima di essere operaie nei laboratori sono donne, e che nessuno può permettersi di interferire con i nostri corpi eccetto noi, parliamo dei nostri diritti relativi alla riproduzione. E’ istruzione al genere, ai diritti sessuali e riproduttivi e sulla violenza nei luoghi di lavoro. Abbiamo 32 gruppi nelle comunità che maneggiano quest’ultima questione, raccogliendo testimonianze e assistendo le denunce.

Ho visto sul vostro sito che gli infortuni sul lavoro sono un problema serio.

Reyna Isabel Quintanilla: In aggiunta alla discriminazione e alla violenza domestica le donne soffrono anche di violenza industriale. Le ditte violano i loro diritti alla libertà e alla salute. Abbiamo investigato l’intera faccenda ancora nel 1996. Abbiamo cominciato con i seminari e i forum, invitando i medici del servizio sanitari e i rappresentanti dei movimenti sociali affinché capissero il problema. Abbiamo intrapreso una serie di ricerche per capire come accadeva, e abbiamo scoperto che parte del problema è il modo in cui le maquilas organizzano il lavoro, gli orari lunghissimi, le posizioni che le lavoratrici sono costrette a tenere.

Le leggi sul lavoro dell’Honduras dicono che la giornata lavorativa è di otto ore, o sette/sei la notte. Ma i laboratori hanno infranto le leggi e stabilito un sistema che chiamano “quattro per quattro”, quattro giorni al lavoro e quattro giorni no. Suona bene, vero? Lavori solo quattro giorni. Ma la giornata lavorativa è lunghissima, e le donne compiono 60.000 movimenti ripetitivi ogni giorno, il che causa problemi alla loro struttura ossea.

Per cui siamo andate a vedere cosa il sistema di sicurezza sociale aveva da offrire. C’era una Commissione per gli infortuni sul lavoro, ma non era funzionante: c’era un ufficio, vuoto, senza personale. Per cui abbiamo fatto in modo che l’ufficio cominciasse a lavorare, di modo che le donne fossero esaminate da specialisti e la Commissione potesse poi stabilire se si trattava di infortuni sul lavoro o no. In 48 casi le ditte sono state riconosciute responsabili dell’infortunio e hanno dovuto compensare le lavoratrici; inoltre, 12 donne hanno ottenuto una pensione dallo stato. Noi diciamo alle donne “Il tuo corpo non ha prezzo”, ma le ditte pagano i compensi irrisori fissati dalla legge per gli infortuni e non fanno nient’altro. Però persino un compenso irrisorio è meglio che niente. Il risultato principale del nostro lavoro è stato far riconoscere legalmente gli infortuni sul lavoro nelle maquilas: il codice era stato scritto cinquant’anni fa e riconosceva gli infortuni in miniera, ma non nei laboratori.

Perché le maquilas non rispettano le leggi sul lavoro? Sono in una zona franca?

Reyna Isabel Quintanilla: Dovrebbero rispettarle, ma sono compagnie straniere che non rispondono alla nostra Costituzione. Il problema è la tolleranza del nostro governo. Queste ditte transnazionali vengono nel nostro paese e ottengono i posti migliori per mettere in piedi le loro industrie. Violano le nostre leggi, sfruttano le lavoratrici, e ricevono servizi praticamente gratis: per esempio, non devono pagare bollette dell’acqua o dell’elettricità.

A chi appartengono le maquilas?

Reyna Isabel Quintanilla: La gran maggioranza appartiene agli Stati Uniti. C’è capitale hondureño, c’è capitale asiatico, ma principalmente appartengono agli Usa, dove le merci poi sono vendute. Dopo il colpo di stato le condizioni di lavoro sono peggiorate. E’ stata emanata una legge sull’impiego a ore, presentata come “risposta alla crisi”. Tre anni fa ci avevano detto che era un esperimento. I tre anni stanno per finire e il Presidente del Congresso ha detto: “La legge funziona”. La lobby affaristica ha risposto: “Perché non renderla permanente?” e sta raccogliendo firme per questo. Ma si tratta di una violazione del codice sul lavoro: questa legge non riconosce alle donne il congedo per maternità, o una tredicesima, o vacanze, e neppure la copertura sanitaria, perché sono pagate a ore. E’ un tremendo passo indietro e noi di Codemuh lo stiamo combattendo, assieme ad altri movimenti sociali. Stiamo facendo campagna contro la legge e se passerà come permanente resisteremo ad essa.

La maggioranza delle persone che sono scese in strada opponendosi al colpo di stato erano donne, e Codemuh fra loro. Il nostro gruppo è membro del Fronte nazionale di resistenza popolare. Abbiamo fatto campagne per riavere un governo costituzionale, sottolineando le violazioni dei diritti umani, la violenza contro le donne, gli omicidi di donne e gli attacchi ai diritti dei lavoratori.

Che prospettive ci sono per la resistenza?

Reyna Isabel Quintanilla: Be’, noi facevamo resistenza da prima del colpo di stato. Resistenza al patriarcato, al machismo, al sistema capitalista, e sappiamo che il modo di resistere è organizzare e istruire le donne, è il solo modo in cui otteniamo cambiamenti. Il governo attuale sta violando i nostri diritti di base come persone, come donne, i nostri diritti all’istruzione e alla salute. Questi servizi hanno subiti tagli finanziari. In molti ospedali non ci sono medicine: la gente ottiene la prescrizione ma non il farmaco. I costi dell’elettricità sono altissimi, i servizi pubblici sono stati privatizzati, e noi stiamo lottando contro tutto questo perché alla fine chi paga il costo maggiore sono le donne. Continueremo a lottare per una vita decente e per il rispetto dei nostri diritti umani.

Prima hai parlato di omicidi di donne.

Reyna Isabel Quintanilla: E’ una situazione assai difficile. C’è stato un aumento di questi omicidi. Nel 2010 il numero delle assassinate era 400. Nel 2011 sono state uccise circa 500 donne, e nel 2012 si è andati oltre questo numero. Le donne uccise sono molto giovani: dai 18 ai 25/30 anni. I casi non vengono registrati specificatamente come femminicidi. Quando chiediamo informazioni ci rispondono che stanno indagando, ma le autorità non appaiono davvero preoccupate. Non hanno interesse a dar risposte alla gente, o a fare giustizia per i due grandi gruppi vulnerabili, che sono i giovani e le donne.

Perché sta accadendo? E’ violenza domestica?

Reyna Isabel Quintanilla: Ha certamente a che fare con la violenza domestica, ma è molto difficile scoprire cosa è davvero accaduto in parecchi casi. Ad esempio, due donne della nostra organizzazione sono state assassinate. Una era a casa sua e parlava con un’altra persona: un uomo è passato in bicicletta e le ha sparato. L’altra era appena uscita al mattino presto, per andare al lavoro nella maquila, ed è stata uccisa allo stesso modo. Abbiamo chiesto alle autorità di darci informazioni su quel che è accaduto e non abbiamo ottenuto nulla. Le famiglie hanno spesso paura di denunciare gli omicidi.

Sono state uccise per le loro attività sindacali o sociali?

Reyna Isabel Quintanilla: Durante il colpo di stato ci sono stati parecchi omicidi. C’era violenza organizzata, c’erano sparizioni, e le donne venivano uccise perché coinvolte nella resistenza. E’ davvero arduo dire cosa succede. Le autorità non fanno nulla. La repressione, durante il colpo di stato, è stata terribile, sia da parte dell’esercito sia da parte della polizia. Le donne venivano portate alle stazioni di polizia e stuprate. E’ un modo per tentare di farci stare zitte. La tortura, lo stupro, lo sparare in bocca: tutto manda un messaggio.

E tu, che messaggio vuoi mandare a chi legge la tua intervista?

Reyna Isabel Quintanilla: La solidarietà internazionale è davvero importante. E’ importante nei paesi in cui i governi non agiscono per assicurare giustizia alla povera gente. La solidarietà è importante quando i diritti umani sono violati. Ogni persona può agire nel suo paese, diffondendo le informazioni che noi provvediamo. (Ndt: Fatto, mia cara Reyna Isabel!)

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feminist

Il femminismo non ha combattuto guerre. Non ha ucciso oppositori. Non ha attrezzato campi di sterminio, affamato nemici, praticato crudeltà.

Le sue battaglie sono state per l’istruzione, per il voto, per migliori condizioni di lavoro, per la sicurezza sulle strade, per la cura dei bambini, per il benessere sociale, per i centri di intervento contro lo stupro, per i rifugi delle donne, per le riforme legali.

Se qualcuno dice: “Oh, io non sono femminista.”, io chiedo: “Perché, qual è il tuo problema?”

Dale Spender (femminista australiana)

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“All’economia mettiamoci una madre di tre figli.” Questa frase, assieme alle aperture ai neo-nazisti e al desiderio di abolire i sindacati, ha fatto parte di recente dell’ossessivo e urlato show con cui il solito politicomico italiano tenta di tenere i riflettori su di sé. Se la si accetta senza pensare, può persino sembrare appetibile: solo che ne’ una laurea ad Harvard ne’ 30 figli permetteranno alla madre in questione di agire l’economia in maniera diversa se non ha appunto nessuna idea diversa da quelle dei ministri (maschi o femmine) che l’hanno preceduta. Una madre di tre figli troverà innanzitutto assai più difficile vivere, in un paese in cui il nazismo è sdoganato e i sindacati cancellati d’arbitrio. Per il primo, avrà un valore solo in relazione ai bisogni degli uomini e senza i secondi nulla starà più fra lei e gli abusi che può subire come lavoratrice.

L’economia, come molte altre discipline accademiche, è di solito descritta come una “zona di pensiero” neutrale, priva di pregiudizi. La sua vulgata assomiglia ad un libro contabile sacro sul cui frontespizio sta scritto in caratteri cubitali: Non ci sono alternative. Per cui il debito pubblico si può pagare solo così, non si può fare altro che questo e quest’altro (generalmente, ridurre opportunità, spazi, diritti, speranze, nelle esistenze di chi ha meno). In maggioranza, gli economisti sono ancora maschi, di pelle bianca e appartenenti ad una cerchia privilegiata: costoro hanno creduto e credono che la loro descrizione della vita sia vera per tutti. L’ingresso nella disciplina economica di persone provenienti da ambiti diversi e della cosiddetta “economia femminista” (che vanta nomi come Marilyn Waring o Vandana Shiva, ma conta non pochi pensatori e sostenitori di sesso maschile) ha cambiato un po’ il quadro, mettendo in luce gli assunti arbitrari di teorie e politiche economiche. Ad esempio, l’economia tradizionale pensa che:

1) Le donne sono dipendenti. Da padri, mariti, compagni di sesso maschile che provvedono ai loro bisogni di base. Perciò, le loro entrate sono viste come “secondarie”. Perciò, possono e devono essere pagate meno anche se fanno lo stesso tipo di lavoro di un uomo a parità di orario e mansioni: cosa che accade ovunque nel mondo. A parte il fatto che vi sono moltissime donne “sole” (con figli o senza), a parte il fatto che si tratta di una violazione dei loro diritti umani, l’assunto ignora che queste entrate “secondarie” spesso sono assolutamente necessarie perché la famiglia intera non vada a ramengo. Le donne, le persone in genere, economicamente parlando non sono indipendenti o dipendenti: sono tutte interdipendenti.

2) Le famiglie “papà-mamma-bambini” sono l’unità economica di base. Questa definizione di famiglia è specifica e ristretta: un padre che guadagna, una madre che fornisce cura e lavoro domestico, figli dipendenti. Certamente, stando alle ricerche, non descrive la maggioranza delle famiglie, in Italia o altrove, quindi manca di vedere la realtà per omissione ideologica. Ma persino per le famiglie che rispondono a queste caratteristiche non si ha alcuna attenzione particolare quando si tratta di effettuare tagli alla spesa pubblica o di chiedere “sacrifici”. Si può dire che il nostro modo di procedere economicamente, in questo periodo, dichiara di non avere nessun rispetto neppure per quella che considera la sua unità di base.

3) Le donne sono improduttive. L’economia vigente ha diviso la vita in due categorie separate: sfera economica e sfera domestica. La prima è concentrata sul mercato: produttori, compratori, venditori; la seconda include tutti i lavori non pagati che sono necessari per il funzionamento della vita. Poiché questo tipo di economia conteggia e valuta solo la produzione che si concretizza in qualcosa di vendibile sul mercato, la seconda sfera è vista come “esterna” e “improduttiva”. Il lavoro domestico delle donne (riproduzione, crescita dei bambini, mantenimento della casa, cucinare e provvedere cibo, fornire sostegno emotivo) è dato per scontato: sebbene l’economia sia totalmente dipendente da esso. L’economista femminista Helen Longino dice che questa grave omissione ha significato “sottostimare grandemente il costo della produzione”.

4) Ognuno per sé e dio per nessuno. Un altro assunto pericoloso dell’economia “tradizionale” è l’idea che le persone siano separate e atomizzate: agenti liberi e razionali sul mercato, prenderanno decisioni che si basano sulla massimizzazione del loro interesse individuale. Diana Strassman, economista femminista, sostiene che questo: “sposta l’attenzione dalle connessioni che rendono possibile la vita umana e dalle complessità delle relazioni interdipendenti. Inoltre, la nozione che ogni persona sia un agente indipendente responsabile solo dei propri bisogni personali riflette una visione del mondo sproporzionatamente maschile, adulta e privilegiata.” Le nostre relazioni con altre persone sono invece cruciali nelle decisioni che prendiamo: e molte di esse non consistono della nostra pura e semplice volontà, ma si danno nello spazio limitato delle scelte che possiamo fare (comprare una lavatrice, iscriversi ad un corso, mandare il bambino a ripetizione: denaro a disposizione, tempo, benefici futuri, cura per gli altri, giocano tutti un ruolo enorme nelle nostre decisioni).

Marilyn Waring

Per come la vedo io:

Società umana, ambiente ed economia non sono entità in competizione.

La società fa parte dell’ambiente in una relazione di interdipendenza, l’economia non è un’entità a sé stante, è un attrezzo che noi esseri umani abbiamo creato ed usiamo. Non si tratta, quindi, di riuscire ad integrare l’economia con il resto: quel che c’è da decidere è in che maniera usare questo attrezzo, ad esempio per il profitto di pochi, o perché soddisfi i nostri bisogni collettivi. Le economiste femministe sono concentrare sul cosiddetto “social provisioning”, e cioè su come le società si organizzano per provvedere sostegno alla vita. La salute dell’economia di un paese si basa quindi sul suo successo o sul suo fallimento nell’assicurare vite decenti a chi in quel paese vive.

L’economia deve “crescere”?

L’assunto imperativo attuale: un’economia che cresce (imprese e banche) è un’economia sana, il che equivarrebbe ad una comunità sana in cui la felicità ed il benessere dei cittadini crescono di pari passo. Purtroppo, l’ammontare di denaro che si muove attraverso i sistemi economici del nostro paese non dice nulla della salute e della soddisfazione della cittadinanza. Il famigerato PIL (prodotto interno lordo) è del tutto scollegato al benessere di una comunità. Gli attuali modi di misurare l’economia non misurano in che modo il denaro è distribuito in un paese, ne’ in che modo l’attività economica contribuisca a produzioni e servizi che fanno del bene alla società e all’ambiente naturale. La rappresentazione economica unidimensionale che ne risulta non ha relazione con le vite reali delle persone.

Ogni crescita ha un costo. Anzi, più d’uno.

Una maniera più seria di misurare includerebbe parametri quali il costo per l’ambiente, il costo per le persone, il costo per la società nel suo complesso. E cercherebbe di misurare le cose che sono veramente importanti in un’esistenza: felicità, salute, relazioni, vita. Con semplice buon senso, si favorirebbero quindi le “crescite” che non comportano danni ad esse, e si fermerebbero quelle che invece le mettono in pericolo o le diminuiscono.

La chiave temporale.

Alcune economiste femministe suggeriscono di mappare il fluire del tempo per analizzare le nostre società e ridisegnare le manovre economiche. Se ad esempio i 2/3 del tempo dedicato alle cure relative alla salute avvengono nelle case (anziani, malati cronici, disabili) il budget sanitario dev’essere diretto alle case stesse, in proporzione.

Cos’ha valore?

Se ne avessero, ad esempio, il lavoro domestico, il volontariato, la cura dei piccoli, la manutenzione e messa in sicurezza del suolo, le energie rinnovabili, i trasporti sostenibili, il calcolo dell’impronta ecologica, la qualità dell’aria e dell’acqua, il riciclo dei rifiuti, la distribuzione equa di risorse e opportunità, la salute, l’istruzione, il godimento di diritti umani, la libertà dalla violenza… il nostro governo non penserebbe ne’ a comprare armi ne’ a consumare suolo e risorse per opere faraoniche e inutili.

Dire che economia volete è un vostro diritto. Non dovete essere “esperte/i” per farlo. Dire ad esempio che desiderate il mantenimento o il miglioramento delle reti e meccanismi che proteggono i più vulnerabili (sistema sanitario, istruzione, assistenza sociale, tutela dei lavoratori/delle lavoratrici) non fa di voi dei folli o dei “buonisti”. I settori nominati non sono “beneficenza” ma parti essenziali di un’economia sana. Un’economia sana è quella che non distrugge persone e ambiente per il profitto delle corporazioni o dei potentati. Un’economia sana riesce a riconoscere la ricchezza andando oltre il soldo: idee, tempo, sensibilità, creatività sono doni di cui ogni nazione – e la nostra in particolare – ha bisogno. In questo modo persone di tutte le età, di qualsiasi provenienza o appartenenza, in possesso delle abilità più disparate sarebbero riconosciute come persone che contribuiscono al benessere della società in cui vivono (l’economia monetizzata non è in grado di farlo).

Per finire: all’economia vorrei una persona che conoscesse e valutasse quel che ho scritto sopra, e lo mettesse in pratica, non mi importa se è femmina, maschio, se ha tre figli o non li ha. Mi basta che sia un essere umano sensato e decente. Maria G. Di Rienzo

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(“Women’s struggle for peace in Colombia”, di Hasan Dodwell per Insight on conflict, 8.1.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Betty Puerto Barrera è un’attivista per la pace colombiana. Il suo lavoro si è concentrato in particolar modo sulle donne e sulla lotta per mettere fine a tutte le forme di violenza subite dalle donne in Colombia. Betty è membro di una delle più antiche associazioni di donne del paese, l’Organizzazione delle donne del popolo, e fa parte di una piattaforma nazionale che promuove una soluzione negoziata al conflitto armato.

dipinto di Carlos Orduna

Cos’è l’Organizzazione delle donne del popolo (ODP)?

L’ODP è un processo organizzativo sociale e politico. Favorisce la formazione di soggetti politici che abbiano allo stesso tempo coscienza di classe e coscienza di genere. Facciamo resistenza al conflitto armato e a tutte le forme di violenza, siano esse culturali, sociali, economiche o politiche; lavoriamo per promuovere il diritto ad una vita dignitosa e per proteggere i diritti umani fondamentali delle donne e delle comunità locali. L’ODP vede il processo dell’organizzare le comunità, l’istruzione e la mobilitazione di massa come sistemi per trasformare la realtà colombiana e raggiungere una pace con giustizia sociale.

Che impatto ha il conflitto armato in Colombia sulle donne?

Le realtà che hanno portato al conflitto armato sono presenti in modo esagerato nelle vite delle donne. Le cause del conflitto hanno le loro radici nella diseguaglianza sociale, nella proprietà della terra, nella relazione storicamente violenta fra popolo e governo, negli sgomberi dei territori, nella politica di sterminio contro chiunque osi pensare in maniera diversa, o pensare alla pace. Tutte queste ragioni e cause che stanno dietro il conflitto hanno un grandissimo impatto sulle donne. Senza eccezioni, le donne in Colombia sono attaccate da un lato dalle condizioni strutturali di diseguaglianza sociale, dall’altro dallo stato che protegge un sistema sessista e patriarcale, e infine dagli agenti il conflitto illegalmente armati, le forze militari e paramilitari che trasformano le donne in oggetti per lo sfruttamento sessuale.

Qual è stato il ruolo delle donne nella lotta per la pace in Colombia?

Sono le donne a soffrire maggiormente le conseguenze di una guerra e sono state le donne ad aver avanzato con convinzione proposte per mettere fine a questi mali sociali, culturali e politici che piagano le loro comunità. Solo per fare qualche numero, ci sono in giro cinque milioni di rifugiati interni, e il 70% sono donne e bambine. Ci sono quattro milioni di persone fatte “scomparire” a forza, quattromila sindacalisti sono stati uccisi e non è ancora possibile calcolare i danni causati alle donne dalle violenze sessuali. Le ricerche portate avanti sino ad ora ci hanno mostrato che nella maggioranza dei casi di sgomberi forzati la violenza sessuale è stata usata come arma per affrettare il processo. Questi sgomberi hanno avuto la funzione di far passare le terre migliori dai contadini e dalle comunità indigene alle forze paramilitari e statali: in tal misura che oggi l’1% della popolazione possiede l’80% della terra.

In Colombia la maggioranza dei movimenti sociali che lottano contro la guerra e in favore della pace sono costituiti o guidati da donne. Persino prima che la Corona spagnola arrivasse sul continente americano, le donne in Colombia hanno fatto la storia difendendo il loro territorio, e questa in sostanza è stata la motivazione della nascita di ODP quarant’anni fa. Per quarant’anni ODP ha lavorato con le donne e le comunità per superare le fratture lasciate dalla guerra. Nel 2000 promosse la formazione del “Movimento sociale delle donne contro la guerra e per la pace”, come proposta politica in favore di una soluzione negoziata al conflitto armato e sociale in Colombia.

Che lavoro fa il Movimento?

Il Movimento è l’espressione delle donne che chiamano il governo e gli attori armati a raggiungere una soluzione negoziata e politica al conflitto. L’iniziativa nacque nella città di Barrancabermeja, dove le donne avanzarono una proposta di soluzione negoziata, e oggi è un fenomeno nazionale, in cui siamo accompagnate da organizzazioni alleate che attraversano tutta l’America e altri continenti. Il Movimento è composto da donne delle regioni povere, donne contadine, politiche, indigene, studenti, lavoratrici, casalinghe, rifugiate, donne di città, accademiche, donne delle organizzazioni regionali pacifiste, donne delle organizzazioni delle vittime: tutte hanno contribuito ai principi di autonomia e civiltà del Movimento.

Nel 1996, le donne esasperate dalla guerra cominciarono a riunirsi per trovare soluzioni e spinsero per la creazione di questo nuovo movimento. Dapprima fu solo l’espressione delle preoccupazioni e dei disagi, poi diventò una serie di proposte e oggi è un processo da cui abbiamo costruito una piattaforma per lottare a livello nazionale.

Che lezioni avete appreso da questi differenti processi di resistenza?

Senza dubbio ci sono state molte esperienze, molte lezioni: e molte sono impregnate di dolore, dell’alto costo che si viene inevitabilmente a pagare quando si lotta contro la guerra. Durante questo lungo viaggio abbiamo perso parecchie vite umane e abbiamo perso un bel po’ anche in senso materiale. Siamo tuttavia convinte che valesse la pena di unirsi in una lotta comune, di costruire diverse proposte e di migliorare le vite delle persone, rimuovendo i più giovani dalla guerra, piantando i semi della vita nelle crepe dell’oscurità. Abbiamo fatto numerose esperienze tese a creare una cultura di pace e coesistenza.

Negli ultimi cinque anni abbiamo registrato 147 casi di minacce di morte contro di noi. Nostre attiviste sono state fatte “scomparire”, sono state assassinate, torturate, screditate o costrette a vivere in esilio. Ora che ci penso, siamo davvero riuscite a reinventare noi stesse per poter andare oltre la paura e dire al mondo, e agli agenti armati del conflitto, che “E’ meglio aver paura ed esistere, che cessare di esistere a causa della paura.”, e dire allo stato colombiano: “Non un altro uomo o un’altra donna o un altro soldo per la guerra”.

Diamo una valutazione estremamente positiva della costruzione di una rete sociale e politica e siamo orgogliose dell’internazionalizzazione delle proposte del Movimento. Abbiamo tenuto cinque eventi internazionali cui hanno partecipato donne da tutti i continenti: insieme, siamo state in grado di condividere conoscenze, iniziative e sogni.

Che messaggio vuoi mandare ad altre donne che vivono in situazioni di conflitto armato?

Il messaggio di una resistenza globale. E un messaggio di speranza. Prendersi cura le une delle altre è terribilmente importante, perciò abbiate cura di voi stesse. Per resistere alla guerra ed alle sue devastanti conseguenze dobbiamo globalizzare le nostre resistenze, dobbiamo unirci a persone che stanno dall’altra parte come a quelle vicine a noi, e dobbiamo unirci a quelle di altri continenti, riaffermando la decisione di lavorare insieme per il diritto ad un’esistenza libera da ogni forma di violenza: per ottenerla dobbiamo contrastare le diseguaglianze, il sessismo e la guerra.

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Sebbene persino la Commissione asiatica per i diritti umani avesse attestato che le accuse nei suoi confronti non erano state provate, nonostante le innumerevoli petizioni e gli appelli che chiedevano la revisione del processo o la sua liberazione, Rizana Nafeek – nata il 4 febbraio 1988 – è stata decapitata in Arabia Saudita il 9 gennaio 2013.

Rizana aveva 17 anni, nel 2005, quando i suoi datori di lavoro l’accusarono di aver soffocato uno dei loro figli, dopo che la madre di questi l’aveva rimproverata. Rizana ha sempre sostenuto che il piccolo si è strozzato bevendo da una bottiglia.

Prima dell’esecuzione, la famiglia della giovane aveva accettato di incontrare i reporter di “World Socialist Website”. Quello che segue è un estratto dell’articolo di costoro, S. Ajithan e Panini Wijesiriwardena:

Safi Nagar, dove Rizana viveva, è uno dei villaggi musulmani estremamente impoveriti del distretto di Muttur in Sri Lanka. In pratica tutti i residenti abitano piccole capanne di fango o mattoni con il tetto di paglia. La ragazza accettò un impiego in Arabia Saudita perché aveva il disperato bisogno di guadagnare qualcosa per se stessa e la sua famiglia. Poiché non hanno altra via per uscire dalla povertà, molte giovani cercano lavoro in Medio Oriente, anche se sanno quali condizioni terribili le aspettino come lavoratrici straniere. (…) La madre di Rizana, Refeena Nafeek, è triste ed esausta dall’aver aspettato ormai cinque anni il rilascio della sua figlia maggiore. All’inizio era riluttante a parlare, ma più tardi ha spiegato: “Ho rilasciato numerose interviste, ma la mia povera figlia è ancora in prigione, sulla soglia della morte. Aveva queste grandi speranze di aiutare la famiglia, perché viviamo in povertà. Desiderava una casa decente e una buona istruzione per i suoi fratelli e sorelle. Poco tempo dopo la sua partenza, nel 2005, ricevemmo una lettera da lei, in cui diceva di dover badare a dieci bambini. Non era felice, e voleva cambiare datore di lavoro. Era sovraccarica di lavoro. Doveva alzarsi alle tre del mattino e stare in piedi sino a tardi.” Poi la famiglia Nafeek fu informata che Rizana era stata arrestata dalla polizia saudita con l’accusa di omicidio. Nel 2007, dopo che era stata condannata a morte, i suoi genitori furono portati nella prigione di Riyadh in cui era tenuta la figlia: “Rizana piangeva. Ci disse: Non sono un’assassina.” (…) Mohamed Jihad, che è stato uno degli insegnanti di Rizana a scuola, condanna il governo dello Sri Lanka e la sua Ambasciata in Arabia Saudita: “Abbiamo sentito dire che il Presidente [Mahinda Rajapakse] ha mandato una lettera al re saudita chiedendo il perdono per questa povera ragazza. E’ solo una farsa. Tutto quel che importa alle autorità sono le rimesse di danaro straniero. L’Ambasciata non sta prendendo misure adeguate a proteggere le vite dei lavoratori immigrati dello Sri Lanka. Per quel che riguarda Rizana Nafeek, non hanno neppure seguito il caso da vicino, non sapevano nemmeno della condanna a morte sino a che non è stata confermata dalla Corte Suprema.”

La madre di Rizana è la donna a destra

La madre di Rizana è la donna a destra

Cosa posso dire? E’ un’altra giornata schifosa per l’umanità intera. Riesco solo a pensare di abbracciare la madre di Rizana e piangere con lei. Ma sulla pena di morte lascio parlare un’altra madre:

Per quel che riguarda la “giustizia” per i familiari della vittima, io dico che non c’è ammontare di morti per rappresaglia che possa compensarmi per l’inestimabile valore della vita di mia figlia, ne’ esso potrebbe riportarla fra le mie braccia. Dire che la morte di un’altra persona sarebbe il giusto compenso è insultare l’immenso valore delle vittime che erano nostri cari. Non possiamo mettere un prezzo sulle loro vite. Questo tipo di “giustizia” non farebbe che disumanizzarci e degradarci, perché legittima una vendetta viscerale assetata di sangue. Nel mio caso, mia figlia era un tale dono di gioia e dolcezza e bellezza che uccidere qualcuno in nome suo significherebbe violare e profanare la bontà della sua vita: l’idea stessa mi offende e la trovo ripugnante. Marietta Jaeger, la cui figlia di sette anni fu rapita e assassinata nel 1973.

Maria G. Di Rienzo

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(“How Violent Economic ‘Reforms’ Contribute to Violence Against Women”, di Vandana Shiva per Al Jazeera, 1.1.2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Vandana Shiva è un’ecofemminista, attivista per la biodiversità e i diritti dei contadini, vincitrice del Premio Nobel Alternativo – Right Livelihood Award – nel 1993, autrice di oltre 20 libri e 500 dissertazioni accademiche, fondatrice della “Fondazione per la ricerca nella scienza, la tecnologia e l’ecologia”.)

La coraggiosa vittima dello stupro di gruppo di Delhi ha tratto il suo ultimo respiro il 30 dicembre 2012. Questo articolo è un tributo a lei e alle altre vittime della violenza contro le donne. (nota introduttiva dell’Autrice)

 vandana shiva

La violenza contro le donne è vecchia quanto il patriarcato, ma si è intensificata ed è divenuta più pervasiva nel passato recente. Si è volta a forme più brutali, come nella morte della vittima dello stupro di gruppo di Delhi e nel suicidio della 17enne vittima di stupro a Chandigarh.

I casi di stupro e di violenza sono cresciuti durante gli anni. Il National Crime Records Bureau (NCRB) registrava 10.068 casi di stupro nel 1990, che sono aumentati a 16.496 nel 2000. Con la cifra di 24.206 nel 2011, i casi di stupro fanno un incredibile balzo del 873% dal 1971, quando l’NCRB cominciò a registrarli. New Delhi è emersa come la “capitale dello stupro dell’India”: vi accadono il 25% dei casi.

Il movimento per fermare questa violenza deve essere sostenuto sino a che giustizia sarà fatta per ciascuna delle nostre figlie e sorelle che è stata violata. E mentre intensifichiamo la nostra lotta perché le donne abbiano giustizia, dobbiamo anche chiederci perché i casi di stupro sono aumentati del 240% a partire dagli anni ’90, quando le nuove politiche economiche furono introdotte. Abbiamo necessità di esaminare le radici della crescente violenza contro le donne.

Può esserci una connessione fra la crescita di politiche economiche violente, imposte in modo non democratico e ingiuste, e la crescita dei crimini contro le donne? Io credo ci sia.

In primo luogo, il modello economico che si concentra in modo miope sulla “crescita” comincia con la violenza contro le donne, non tenendo in conto il loro contributo all’economia. Più il governo parla, sino alla nausea, di “crescita inclusiva” e di “inclusione finanziaria”, più esclude i contributi delle donne all’economia e alla società.

Secondo i modelli economici patriarcali, la produzione per il sostentamento vale come “non-produzione”. La trasformazione del valore in disvalore, del lavoro in non-lavoro, della conoscenza in non-conoscenza, si ottiene tramite il numero più potente che governa le nostre vite, il costrutto patriarcale detto “Prodotto Interno Lordo” (PIL), che molti commentatori hanno cominciato a chiamare “Problema Interno Lordo”. I sistemi contabili nazionali che sono usati per quantificare la crescita come PIL sono basati sull’assunto che se i produttori consumano ciò che producono, in effetti non hanno prodotto per nulla, perché si situano fuori dai confini dell’area produttiva.

L’area produttiva è una creazione politica che lavora per escludere da sé i cicli di produzione che implicano rigenerazione e rinnovo. Perciò, tutte le donne che producono per le loro famiglie, per i loro bambini, per le loro comunità e società, sono trattate come “non-produttive” e “inattive economicamente”. Quando le economie sono confinate nel mercato, l’autosufficienza economica è percepita come deficienza economica. La svalutazione del lavoro delle donne, e del lavoro fatto nelle economie di sussistenza del Sud, è il risultato naturale di confini di produzione costruiti dal patriarcato capitalista.

Restringendosi ai valori dell’economia di mercato, così come definita dal patriarcato capitalista, i confini della produzione ignorano il valore di due vitali economie che sono necessarie alla sopravvivenza ecologica e umana. Nell’economia della natura e nell’economia di sussistenza, il valore economico è una misura di come la vita della Terra e la vita umana sono protette. La sua moneta corrente sono i processi che danno la vita, non il denaro o il prezzo di mercato.

In secondo luogo, un modello di patriarcato capitalista che esclude il lavoro e la creazione di ricchezza fatti dalle donne, approfondisce la violenza cacciando le donne dagli ambienti naturali da cui dipendono le loro vite: le loro terre, le loro foreste, la loro acqua, i loro semi, la loro biodiversità. Riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono essere mantenute da un potere che si appropria delle risorse di chi è vulnerabile. L’arraffamento delle risorse che è essenziale per la “crescita” crea una cultura dello stupro: lo stupro della Terra, delle economie locali autosufficienti, delle donne. L’unico modo in cui questa “crescita” è “inclusiva” è che include numeri sempre più grandi nei suoi cerchi di violenza.

Ho ripetuto più volte che lo stupro della Terra e lo stupro delle donne sono intimamente connessi, sia metaforicamente nel dare forma a visioni del mondo, sia materialmente nel dare forma alle vite quotidiane delle donne. La sempre più profonda vulnerabilità economica delle donne le rende più vulnerabili ad ogni forma di violenza, incluse le aggressioni sessuali, come abbiamo scoperto durante una serie di udienze pubbliche relative all’impatto delle riforme economiche sulle donne, organizzate dalla Commissione nazionale sulle donne e dalla Fondazione per la ricerca nella scienza, la tecnologia e l’ecologia.

In terzo luogo, le riforme economiche tendono a sovvertire la democrazia e a privatizzare i governi. Il governo parla di riforme economiche come se esse non avessero nulla a che fare con la politica e il potere. Parlano di tenere la politica fuori dall’economia, anche nel mentre stanno imponendo un modello economico a cui danno forma le politiche specifiche per genere e classe. Le riforme neoliberiste lavorano contro la democrazia. Le riforme guidate dalle corporazioni economiche creano una convergenza di potere economico e politico, approfondendo le diseguaglianze e la crescente separazione tra la classe politica e la volontà del popolo che si suppone essa rappresenti. Questa è la radice della sconnessione fra i politici e l’opinione pubblica, di cui qui abbiamo fatto esperienza durante le proteste contro lo stupro di gruppo di Delhi.

Peggio ancora, una classe politica alienata ha timore dei suoi cittadini. Questo spiga l’uso della polizia per schiacciare le proteste nonviolente che abbiamo testimoniata a Nuova Delhi, le torture e gli arresti (Sori Sori a Bastar, Dayamani Barla a Jharkhand), le migliaia di violenze contro le comunità che lottano per non avere una centrale nucleare a Kudankulam. Uno stato privatizzato dalle corporazioni economiche deve giocoforza diventare rapidamente uno stato di polizia. Perciò i politici devono circondarsi di sicurezza al massimo livello, distogliendo le forze dell’ordine dai loro compiti di protezione dei cittadini ordinari e delle donne.

In quarto luogo, il modello economico del patriarcato capitalista si basa sulla mercificazione di tutto, donne incluse. Quando fermammo i lavori del WTO ministeriale a Seattle, il nostro slogan era: “Il nostro mondo non è in vendita”. Un’economia “liberalizzata” che deregolarizza il commercio, privatizza e mercifica semi e cibo, terre e acqua, donne e bambini, rinforza il patriarcato ed intensifica la violenza contro le donne. I sistemi economici influenzano le culture e i valori sociali. Un’economia di mercificazione crea una cultura di mercificazione, dove tutto ha un prezzo e nulla ha un valore. La crescente cultura dello stupro è l’esternalizzazione sociale delle riforme economiche. Dobbiamo tenere udienze pubbliche istituzionalizzate per le politiche neoliberiste, che sono lo strumento centrale del patriarcato nella nostra epoca. Se vi fossero state udienze pubbliche di chi lavora nel nostro settore dei semi, 270.000 contadini non si sarebbero suicidati in India, come invece è avvenuto sin da quanto le nuove politiche economiche sono state introdotte. Se vi fossero state udienze pubbliche di chi lavora sul cibo e in agricoltura, non avremmo un Indiano su quattro che ha fame, una donna indiana su tre malnutrita, e un bambino su due perduto o devastato a causa della denutrizione. L’India, oggi, non sarebbe la Repubblica della Fame di cui ha scritto Utsa Patnaik.

La vittima dello stupro di gruppo a Delhi ha innescato una rivoluzione sociale. Dobbiamo sostenerla, approfondirla, espanderla. Dobbiamo chiedere che la giustizia per le donne sia più veloce e più efficace, che i processi condannino rapidamente i responsabili di crimini contro le donne. Dobbiamo assicurarci che le leggi cambino, di modo che la giustizia non sia così elusiva per le vittime di violenza sessuale. Dobbiamo continuare a chiedere che vengano resi noti i politici che hanno precedenti penali. E mentre facciamo tutto questo, dobbiamo cambiare il paradigma vigente che ci viene imposto in nome della “crescita” e che sta alimentando i crimini contro le donne. Mettere fine alla violenza contro le donne include il muoversi oltre l’economia violenta formata dal patriarcato capitalista, verso le economie pacifiche e nonviolente che rispettano le donne e la Terra.

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kyung soon

“Questo documentario tratta dei corpi delle donne e del lavoro. Il capitalismo globalizzato espelle molte donne alle periferie della società, dove sono etichettate come casalinghe, lavoratrici del sesso, lavoratrici in trasferta, lavoratrici migranti, senzatetto e così via. Nel mondo marginalizzato delle donne questi corpi hanno significati specifici: un corpo di donna diventa un lavoro o una merce in se stessa e tuttavia spesso è visto come “macchiato” e soggetto a giudizio morale. Il film intende documentare questi corpi di donna, su cui il capitalismo globalizzato sostiene se stesso, nei luoghi più infimi, e intende porre la domanda – dalla prospettiva donne e lavoro – su cosa socialmente significhi lavorare duro”. Così la regista coreana Kyung Soon descrive il suo documentario “Red Maria”. Nel suo paese la pellicola è uscita a fine aprile scorso e più che dei cinema sta facendo il giro dei collettivi femminili e dei cineforum: ciò non sorprende, essendo la regista un’indipendente, per quanto spesso premiata, e non essendoci nel film nessuna delle facce-da-fetta-biscottata (leggi sedicenti attori/attrici) che fanno alzare l’audience.

“Red Maria” spazia fra Corea del Sud, Giappone e Filippine, seguendo le vite quotidiane di donne altrimenti invisibili, non importanti, non prese in considerazione. Le protagoniste non si conoscono l’un l’altra e le loro esistenze sembrano molto diverse; pure, sono connesse da qualcosa che trascende i confini nazionali: i loro corpi e il lavoro, i loro corpi al lavoro, il lavoro come riproduzione di ideologia sociale. Nel suo paese, Kyung Soon ha ripreso le storie di attiviste e di prostitute; in Giappone ha seguito una senzatetto, Ichimura, che chiama il Parco Yoyogi a Tokyo “casa mia” e Sato, licenziata da una grossa corporazione economica e perciò senza prospettive di impiego e Monica, una giapponese-peruviana che si occupa di sostenere la minoranza ispanico-giapponese; nelle Filippine ha ripreso una famiglia di Tondo, Manila, che vive accampata nei pressi delle rotaie ferroviarie, e le anziane Malaya, le ragazze-da-bar di Dao, eccetera. Sono 98 minuti di verità, splendidi e terribili come spesso la verità è. Indimenticabili le voci delle lolas (nonne) Malaya che raccontano dell’occupazione giapponese delle Filippine, del giorno in cui tutte le donne del villaggio furono portate alla grande casa comune dai soldati e subirono stupri di gruppo. Gli uomini del villaggio furono “giustiziati” davanti a loro occhi, senza eccezioni. Per decenni queste donne non hanno parlato per vergogna.

Sul titolo, “Red Maria”, Kyung Soon spiega che per lei il nome “Maria” indica la donna perfetta, la donna ideale; sul “Rosso” (Red) di continuo le chiedono se vuole rifersi al sangue mestruale, visto che di mestruazioni nel film si parla, ma Kyung Soon non aveva in mente niente del genere: ha aggiunto il Rosso a Maria perchè crede che la donna perfetta e ideale non esista. Esistono invece Grace, Rita, Monica, Sato, Soon-ja, Ichimura, Jenna-Lyn, Jong-hee, Klot… che non possono smettere di recitare e raccontarci cos’hanno provato a fingere di non sapere come mettere insieme pranzo e cena, o come hanno raccolto le loro emozioni per le scene in cui gli uomini le trattano come pezzi di carne su un bancone di macelleria. La regista è rimasta in contatto con tutte loro e qualcuna è venuta a trovarla a Seul.

Il colpo di genio di Kyung Soon è consistito nel fotografare i loro ombelichi per i manifesti pubblicitari: pance vecchie e giovani, piatte e tonde, più chiare o più scure, tese e morbide. Vedete quel punto, il punto focale che ci ha collegate alla vita? Vedete quanto siamo simili? Vi accorgete di quanto siamo irriducibilmente belle?

Nessuno purtroppo ha ancora doppiato o sottotitolato il film, e a me ci vorrà qualche altro anno di studio del coreano per essere produttiva ed efficace in questo senso. Se c’è qualcuna/o in ascolto… e se grazie a lei/lui/loro riuscirò a vederlo sui nostri schermi… assicuro che ne vale la pena, oltre alla mia imperitura gratitudine. Maria (Rossa!) G. Di Rienzo

 red maria manifesto

Colonna sonora – http://www.youtube.com/watch?v=1bWW6fjT7SQ

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=XJR_uDIp3Lk

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Le braccia incrociate in quella maniera particolare, a formare una X, significano universalmente: “Basta”, “Smettetela”, “Stop”. Sui mutandoni c’è scritto “Esamina” in caratteri cinesi attraversati dall’altrettanto universale striscia rossa di bando.

Non è stata una protesta di massa. Una decina di studentesse universitarie l’hanno inscenata accanto ad un ufficio governativo nella città di Wuhan. Ma il motivo per cui protestano è clamoroso: dal 2005, le donne che vogliono lavorare nell’amministrazione pubblica devono sottoporsi ad esami ginecologici invasivi atti a determinare la presenza di malattie a trasmissione sessuale e di tumori maligni. Alle donne è anche richiesto di provvedere informazioni sul loro ciclo mestruale.

Nel marzo scorso, l’associazione per la giustizia sociale “Centro Yirenping”, con sede a Pechino, inviò una lettera aperta alle agenzie governative, incluso il Ministero per le risorse umane e la sicurezza sociale, chiedendo che la legge fosse cancellata. Non hanno mai ricevuto risposta. Gli avvocati del Centro ribadiscono che “le malattie a trasmissione sessuale non si trasmettono lavorando, perciò il test non è necessario”. Anche la sinfonia del “lo facciamo per la vostra salute”, se pure qualcuno volesse suonargliela, non la prederebbero bene, giacché agli uomini nella stessa situazione nulla viene esaminato, ne’ si richiede loro di dettagliare il loro ciclo testosteronico (non indagate, stavo per dire di peggio).

Le altre cose interessanti sono due: 1) la piccola dimostrazione di lunedì scorso a Wuhan è stata riportata dal “Quotidiano legale”, un giornale sotto la direzione del governo, con la fotografia che avete visto e interviste alle giovani donne. Non è usuale, in Cina, dove le manifestazioni di dissenso sono controllate e spesso represse con molta durezza; 2) un numero crescente di attiviste per i diritti umani delle donne sta facendo cose simili in tutto il paese.

Durante l’estate, a Guangzhou e a Pechino, le donne hanno “occupato” gli orinatoi della città protestando contro la mancanza di toilette pubbliche femminili. Nella capitale sono state disperse, ma gli amministratori di Guangzhou hanno assicurato che rimedieranno al problema. E durante tutto quest’anno giovani donne, in svariate regioni della Cina, si sono rasate per protesta (come saprete il tagliarsi i capelli è un modo di esternare il proprio lutto) contro le norme discriminatorie per l’ammissione all’Università. Alcuni dipartimenti universitari (quelli in cui la presenza femminile è maggiore) chiedono infatti alle studentesse di avere voti più alti, per essere iscritte, di quelli che sono richiesti agli studenti. Il Ministro dell’Istruzione ha approvato la pratica perché “salvaguarda l’interesse nazionale”.

Naturalmente. Se dalle Università escono più zucconi, purché siano maschi, è solo un bene per il paese. Davvero, è sempre sorprendente notare come tramite l’ideologia patriarcale, nel mentre sono intenti ad asfissiare e tormentare metà dell’umanità, alcuni uomini non manchino mai di martellare… i propri stessi interessi. Maria G. Di Rienzo

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Quando studi capisci cose che chi non va a scuola non capisce. Il modo in cui parli diventa diverso, le decisioni che prendi sono diverse e sono benefiche per te e per la tua famiglia. Se non sei istruito, sei come del tè senza zucchero.” E’ per questo che l’adolescente liberiana Mercy Womeh spacca pietre per molte ore al giorno, guadagnando circa 30 centesimi di euro per ogni secchio riempito: vuole un diploma liceale. Mercy crede fermamente che avere un’istruzione trasformerà la sua vita. Tre anni fa, la sua famiglia si è trasferita dalla campagna alla capitale, Monrovia, cercando lavoro. In un paese con la disoccupazione all’85%, l’unica scelta era spaccare pietre.

L’istruzione è ora libera e obbligatoria, in Liberia, ma Mercy ha scelto di frequentare un liceo privato: “Non ci sono abbastanza insegnanti nella scuola pubblica, e quelli che ci sono spesso neppure si presentano. Le classi sono sovraffollate. E devi comunque pagare per i testi scolastici e altro materiale. Se non hai soldi per farlo, devi lasciare la scuola. Quando abitavamo in campagna nessuno di noi bambini andava a scuola. I nostri genitori non avevano i soldi per far studiare me e i miei fratelli. Io li aiutavo nei campi, cacciando gli uccelli dalle piante o battendo il riso durante il raccolto. Adesso spacco pietre perché non ho altro modo per mantenermi. Quando mi pagano io pago le tasse scolastiche, e con il resto compro da mangiare. Mi piacerebbe andare all’università, in futuro, lasciare questo lavoro e farne uno più sostenibile.”

Mercy dice anche che la Presidente Ellen Johnson Sirleaf è un’ispirazione, per lei: “E’ istruita, e promuove l’istruzione per donne e bambine. Io credo che dobbiamo tentare di somigliarle, perché ha dato grande speranza a tutte le donne della Liberia.” Le donne e le ragazze giocano un ruolo chiave nell’economia liberiana. Sono il 54% della forza lavoro, provvedono il 93% dei raccolti di piante alimentari, svolgono l’85% delle attività di vendita ad essi relative, e si sobbarcano tutto il lavoro domestico e di cura. Nelle infrastrutture e nei settori pubblici sono pochissime. E, ovviamente, guadagnano meno degli uomini.

Mercy Womeh studia di notte, alla luce di una lampada solare. A me sembra che risplenda di suo. Maria G. Di Rienzo

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