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Posts Tagged ‘organizzazione internazionale del lavoro’

“Ogni giorno, persone muoiono come risultato di incidenti sul lavoro o malattie collegate al lavoro: più di 2 milioni e 780.000 decessi per anno. In aggiunta, ci sono circa 374 milioni di infortuni sul lavoro non mortali che comportano più di quattro giorni di assenza. Il costo umano di questa avversità quotidiana è enorme e il fardello economico dovuto a pratiche insufficienti di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro è stimato attorno al 3,94% annuale del PIL globale. (…) Un lavoro decente è un lavoro sicuro.” Organizzazione Internazionale del Lavoro, 2019.

“Non solo gli infortuni sono in aumento, ma sono in aumento soprattutto le morti. Questa è una strage: se uno guarda i dati degli ultimi dieci anni sono 17 mila le persone che sono morte sul lavoro (in Italia) contando anche quelli morti mentre andavano o tornavano dal lavoro.”, Maurizio Landini, Segretario CGIL, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte. Le istituzioni e la comunità nel suo insieme devono saper reagire con determinazione e responsabilità. Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro. Ma tanto resta da fare per colmare lacune, per contrastare inerzie e illegalità, per sconfiggere opportunismi. Punto di partenza è un’azione continua, rigorosa, di prevenzione.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

Safety and Health at Work

Questo è l’unico “albero” che posso associare oggi al Natale (pubblicizzava un’iniziativa internazionale su lavoro e sicurezza), perché non riesco a smettere di pensare a Giuseppina Marcinnò, deceduta sul lavoro il 22 dicembre u.s. – a 66 anni e alla vigilia della pensione – e a Stefano Strada, 45 anni, deceduto sul lavoro due giorni dopo. Lasciano in uno scioccante dolore figlie e figli, amati, amici – e persino una sconosciuta come me: l’una schiacciata da una pressa, l’altro folgorato in una cabina elettrica, la loro fine ha raggiunto probabilmente le prime pagine proprio per la concomitanza con le festività natalizie.

Il numero 17.000 ci dice però che non sono eccezioni a una regola. Se il giornalismo italiano non fosse una barzelletta di sicurezza sul lavoro e di lavoro in genere darebbe conto quotidianamente (lavoro, non le pagliacciate sugli/sulle influencer e i resoconti sui pasti di un ex ministro che non ha mai lavorato un giorno in vita sua). L’Italia non è fatta di culi al vento, scarpine trendy e “vipperia” varia: le eccezioni sono loro – noi, noi italiani siamo un popolo intero invisibile ai media e da essi considerato mero target pubblicitario. La richiesta implicita in tale trattamento è che noi ci si accapigli sulla stupidaggine del momento (presepi o seni rifatti o biscotti alla Nutella) e si muoia in silenzio: da me, NO e tanti auguri per un veloce risveglio alla realtà.

Maria G. Di Rienzo

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Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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Ginevra 2019

“Governi, datori di lavoro e maestranze si stanno incontrando a Ginevra (…) per negoziare una nuova convenzione globale che metta fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

Chiediamo loro con urgenza di ricordare i 235 milioni di donne nel mondo che lavorano senza avere alcuna protezione legale, perché una nazione su tre non ha leggi contro le molestie sessuali sul lavoro. Sono le donne più povere a essere le più vulnerabili – domestiche, operaie, quelle donne che vivono alla giornata e non possono permettersi il rischio di perdere il lavoro difendendo se stesse e le altre. C’è bisogno urgente di una legislazione internazionale.”

Questo è il passo centrale di una lettera aperta diretta al governo britannico e pubblicata dal Guardian il 9 giugno scorso. E’ corredata da oltre quaranta firme “eccellenti” (attiviste/i e personalità politiche prominenti, artiste/i ecc. – dal sindaco di Londra Sadiq Khan a Annie Lennox passando per una considerevole serie di rappresentati di ong umanitarie e femministe) e fa riferimento alla 108^ sessione della Conferenza internazionale sul Lavoro – promossa dall’Organizzazione internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite – che si sta tenendo in Svizzera, a Ginevra, dal 10 al 21 giugno. La richiesta delle firmatarie e dei firmatari è che la compagine governativa inglese “usi saggiamente la propria influenza” per contribuire a metter fine alla violenza e alle molestie subite dalle donne nei luoghi di lavoro.

Nei cinque giorni trascorsi da che l’ho letta, ho cercato invano notizie relative alla Conferenza sui quotidiani nostrani. Ho scaricato dal sito dell’Organizzazione i documenti pubblici disponibili e rilevato la consistenza (nutrita) e la composizione della delegazione italiana: anche volendo confermare la completa indifferenza dell’attuale giornalismo italiano per il mondo del lavoro in generale e per le lavoratrici che non appartengono al settore dell’intrattenimento in particolare – la maggioranza – si poteva imbastire un trafiletto con le dichiarazioni dei partecipanti “famosi” (Di Maio è nella lista, per esempio). Per quanto vuote e banali potessero poi risultare tali dichiarazioni, almeno un settore maggiore dell’opinione pubblica avrebbe saputo di che si discute a Ginevra in questi giorni. Meglio ancora, si poteva prestare attenzione ai sindacati (gli unici al momento a pubblicizzare la Conferenza), chiedere qualcosa ai loro delegati e confrontare le loro risposte con quelle dei rappresentanti di Confindustria e Confcommercio che sono pure là.

Ma probabilmente non c’era spazio per articoli che trattino della violenza che le donne subiscono al lavoro. Nemmeno nelle rubriche a loro esplicitamente dedicate, giacché tale spazio è occupato da pezzi importantissimi che hanno questi titoli:

* Trend – Tutte in posa da fenicottero (articolo corredato da foto di fenicottero e foto di una modella scheletrica infagottata in velo rosa – ma la copertura è solo a “filo vagina” – in bilico su una gamba);

* In barca a vela con i cosmetici giusti, perché la bellezza non va in vacanza (vuoi mai che qualcuna pensi di tirare il fiato per cinque minuti);

* Sesso: i luoghi pubblici dove statisticamente le donne adorano farlo (i gusti sono gusti, ma quale che sia la percentuale delle esibizioniste non può essere fatta passare per “le donne” tout court);

* Jennifer Lopez in abito di Gucci: lo spacco rivela il calzoncino contenitivo (ORRORE!)

No, queste non sono le “cose che interessano alle donne”. Sono le cose di cui voi volete le donne si interessino, sia perché pensate che con quei cervellini da oche non possono certo desiderare / cercare / vivere altro, sia perché non vi comoda per niente quando mettono bocca in materie come politica, economia, lavoro – in altre parole, quando discutono del potere e lo reclamano.

Molestie sul lavoro? Nessuna o scarsa protezione legale? Suvvia, fate i fenicotteri e non rompete le scatole.

Maria G. Di Rienzo

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ilo conference

L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) sta tenendo la sua conferenza internazionale n. 107 – dal 28 maggio all’ 8 giugno 2018 – a Ginevra, in Svizzera. Oltre cinquemila funzionari di governo, rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, provenienti dai 187 paesi membri dell’Organizzazione hanno come tema portante di cui discutere, durante questa sessione, il lavoro delle donne e le molestie sul lavoro.

Nel suo intervento d’apertura il direttore generale Guy Rider – in immagine sopra, assieme ad alcune rappresentanti delle lavoratrici – ha presentato il suo nuovo rapporto “L’iniziativa donne al lavoro: la spinta per l’eguaglianza” e ha citato la campagna #MeToo (Anch’io) in questi termini: “La nostra risposta a ogni chiamata all’azione, fatta a voce ancora più alta, dev’essere Anche noi.” e ha invitato i presenti a stabilire negoziati che aprano la strada a posti di lavoro “completamente liberi da violenza e molestie”.

Il rapporto di Rider ha sottolineato in un passaggio particolarmente importante la situazione delle lavoratrici palestinesi: schiacciate da una crisi “umanitaria e dagli uomini creata” che ha quasi totalmente distrutto economia e mercato del lavoro, non trovano impieghi decenti e sono soggette a discriminazione di genere.

“Le donne continuano a essere lasciate indietro nel mondo del lavoro. E di recente le cose sono peggiorate, non migliorate, specialmente in alcune regioni del mondo.”, ha detto Catelene Passchier, delegata dei lavoratori / delle lavoratrici.

Attualmente, 235 milioni di donne in più di un terzo delle nazioni non hanno leggi a cui appellarsi contro le molestie sessuali sul lavoro e, come tutte le violenze, ciò ha un costo: solo nell’industria dell’abbigliamento esso ammonta a 89 milioni di dollari l’anno. Perciò, gli organizzatori della conferenza sperano di far arrivare ai datori di lavoro l’idea che contrastare la violenza non è solo un imperativo etico, ma anche semplice buon senso se si vogliono avere maggiori guadagni. Maria G. Di Rienzo

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(“No One Should Work This Way – Ending the Abuse of Asian Women Domestic Workers”, di Karen Emmons per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Trad. Maria G. Di Rienzo. Dal 2012 al 2014 la giornalista Karen Emmons, insieme con il fotografo Steve McCurry, ha raccolto nella regione asiatica del Pacifico le testimonianze di persone che lavorano come domestiche/i.)

Per due anni ho viaggiato attraverso l’Asia con il fotografo Steve McCurry per documentare gli abusi che alcuni lavoratori domestici sopportano nelle case dei loro datori di lavoro, nei loro paesi e all’estero. Abbiamo trovato casi di lavoro minorile, lavoro forzato, traffico di esseri umani, stupro, denutrizione, eccessiva lunghezza dell’orario lavorativo, scarso salario o nessun salario e restrizioni sulla libertà di movimento e di comunicazione.

Abbiamo parlato con persone che sono state picchiate con pentole, scope, bastoni e tubi di metallo.

domestic worker2

Abbiamo sentito le storie delle donne che sono tornate a casa in coma o in una bara. Le vittime erano femmine e maschi, giovani e anziani, istruiti e illetterati (e chi aveva abusato di loro condivideva questa varietà: femmine e maschi, ricchi e classe media, vecchi e giovani). Ciò che le univa era una combinazione tossica di disperazione, nata dalla povertà, e di mancanza di protezione da parte della legge; nella maggioranza delle nazioni i lavoratori domestici non sono protetti dalle leggi sul lavoro, e in alcune sono visti come un forma di “proprietà”.

Abbiamo incontrato una donna nepalese che è rimasta cieca a causa dei ripetuti pestaggi a lei inflitti dalla sua datrice di lavoro in Arabia Saudita, che le sfregava pure feci sul volto. La schiena di una donna indonesiana era stata pesantemente piagata – in modo surreale nella forma di ali d’angelo – da acqua bollente gettatale addosso dal suo datore di lavoro maschio in Malesia. Ho tentato di contare le cicatrici sul corpo di un’altra donna indonesiana ma ho perso il conto dopo essere arrivata a 20.

domestic worker

In Nepal abbiamo intervistato una donna incinta che, quando disse alla sua datrice di lavoro in Oman che il marito poliziotto di costei l’aveva stuprata, fu gettata in prigione per cinque mesi per “seduzione”. Poiché aspettata un bambino rimaneva nascosta, nel timore che la sua famiglia l’avrebbe respinta. Un’altra donna nepalese, assunta da una famiglia in Kuwait affinché badasse a 13 bambini, ha subito un pestaggio per essersi rifiutata di lavorare nel bordello familiare.

In un rifugio di Hong Kong una donna indonesiana mi ha raccontato come la sua datrice di lavoro si rivolgeva a lei: “Vieni qua, cagna. Sei stupida. Sei una cagna. Qua, serva, muoviti.” Nello stesso rifugio, una sua compatriota ricordava come, a causa del poco cibo che le davano, perse quasi 14 chili prima di riuscire a scappare.

Una donna filippina ci disse che le era stato assegnato come letto il ripiano della lavatrice. Spiegò che il suo datore di lavoro preferiva fare il bucato di notte, perciò lei doveva tentare di prender sonno mentre la lavatrice ribolliva e si scuoteva. Ma che poteva fare? A Hong Kong (uno dei pochi paesi al mondo che ha effettivamente una legislazione riguardante il lavoro domestico) la legge stabilisce che i domestici devono vivere con i loro datori di lavoro, anche se la loro “stanza” è un armadio, una rampa di scale, un bagno – o il ripiano della lavatrice.

Non si tratta solo di cattivi datori di lavoro e di leggi inadeguate. Anche le agenzie per l’impiego sono colpevoli di questi abusi. Abbiamo fotografato una donna indonesiana ad Hong Kong a cui chi l’aveva assunta disse: “Se ti pesto e ti uccido, non lo saprà mai nessuno.” La sua agenzia reagì offrendole un aumento di stipendio perché restasse. Quando lei rifiutò, l’agenzia mandò al suo posto un’altra donna. Quando anche questa lasciò il posto, l’agenzia la rimpiazzò con la cameriera indonesiana Erwiana Sulistyaningsih (1), i cui otto mesi di orripilanti abusi hanno avuto titoli internazionali e sono risultati in accuse penali contro il datore di lavoro.

Un’ulteriore donna indonesiana che abbiamo incontrato era scappata, in Malesia, a causa delle battiture inflittele dal giovane datore di lavoro maschio. Ha perso un dente quando lui le ha tirato una scarpa in faccia per aver riscaldato la zuppa “sbagliata” ed ha un’orecchia deformata in modo permanente dal costante torcergliela di costui. Pure, la polizia l’ha riportata indietro e l’agenzia di impiego l’ha minacciata di azioni legali se fosse fuggita di nuovo. Oggi sta considerando, riluttante, l’idea di tornare all’estero per lavorare come domestica perché suo marito non riesce a trovare un’occupazione.

Non si tratta di esperienze poco comuni. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha finanziato il nostro progetto fotografico, stima vi siano più di 52 milioni di lavoratrici / lavoratori domestiche/i al mondo. Se anche solo un piccola percentuale di esse/i fa esperienza di stupefacente meschinità e di azioni criminali, si tratta sempre di un vasto numero.

Ovviamente, molte persone che svolgono lavoro domestico hanno esperienze buone. E ci sono certamente molti datori di lavoro decenti, in ogni paese. Ma noi vogliamo far sapere a chi abusa che quel che accade dietro le porte chiuse non può essere tenuto segreto.

Steve McCurry ed io volevano che si sapesse come tali abusi lasciano le loro cicatrici sulle esistenze delle persone quanto le lasciano sui loro corpi. Steve, che è l’autore della famosa copertina del National Geographic detta “Ragazza afgana”, sa come i ritratti riescano a portare istanze alla luce e a rendere l’impegno per il cambiamento irresistibile e indimenticabile. Insieme, volevamo sostenere la campagna che chiede per le domestiche / i domestici la stessa effettiva protezione legale garantita agli altri lavoratori.

Nel 2011, una nuova Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che tratta nello specifico i diritti di svolge lavoro domestico è entrata in vigore. (2) Sino ad ora, è stata ratificata da 16 paesi – solo uno (Filippine) appartiene all’Asia del Pacifico e nessun paese l’ha ratificata in Medioriente. Ratificare la Convenzione n. 189 è importante, non solo perché obbliga i governi ad allineare ad essa le loro leggi nazionali, ma anche perché manda alla società il messaggio che le domestiche / i domestici hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori.

Nessuno dovrebbe lavorare nelle condizioni in cui hanno lavorato le persone che abbiamo fotografato.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/17/una-donna-come-me/

(2) Ndt.: L’Italia ha ratificato la Convenzione n. 189 nel 2013.

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(tratto da: “Facts and Figures: Ending Violence against Women” – UN Women – United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women, 2015, un elenco assai più lungo e circonstanziato di tutte le violenze perpetrate attualmente contro donne e bambine. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Di tutte le donne uccise al mondo nel 2012, circa la metà sono state assassinate dal partner o da membri della famiglia.

(UNODC Global Study on Homicide: 2013

http://www.unodc.org/documents/gsh/pdfs/2014_GLOBAL_HOMICIDE_BOOK_web.pdf )

Più spesso che no, i casi di violenza contro le donne non sono denunciati. Per esempio, uno studio basato su interviste a 42.000 donne dei 28 stati membri dell’Unione Europea rivela che solo il 14% riporta gli incidenti più gravi di violenza da parte del partner alla polizia e solo il 13% riporta gli incidenti più gravi di violenza da parte di altri.

(Violence against women: an EU-wide survey, European Union, 2014, Foreword, p. 3.)

In tutto il mondo, più di 700 milioni di donne vive a tutt’oggi hanno contratto matrimonio da bambine (sotto i 18 anni d’età). Più di 1 su 3 – circa 250 milioni – erano sposate prima di aver compiuto 15 anni. Le spose bambine spesso non sono in grado di negoziare sesso sicuro, il che le rende vulnerabili alle malattie a trasmissione sessuale, HIV incluso, assieme alle gravidanze precoci. Il fatto che le ragazze non sono fisicamente mature abbastanza per partorire mette a rischio sia le madri sia i bambini.

(Ending Child Marriage: Progress and Prospects.

http://www.unicef.org/media/files/Child_Marriage_Report_7_17_LR.pdf )

manuela

Guatemala, Clinica per la Gioventù San Benito. Manuela, nell’immagine, è con sua figlia Dani di un anno. Manuela di anni ne ha 14 ed è sposata da quando ne aveva 12. Come ha saputo che poteva accedere alla pianificazione familiare ha viaggiato per più di due ore per raggiungere la clinica.

Fra le spose bambine, l’attuale o l’ex partner intimo è il principale perpetratore di violenza fisica nei loro confronti, in tutti i paesi in cui vi sono dati disponibili al riguardo. Circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (un po’ più di una su 10) hanno fatto esperienza di coito forzato o di altri atti sessuali imposti con la forza.

(Hidden in Plain Sight: A Statistical Analysis of Violence against Children.

http://www.unicef.org/publications/files/Hidden_in_plain_sight_statistical_analysis_Summary_EN_2_Sept_2014.pdf )

Più di 133 milioni di bambine e donne hanno fatto esperienza di una qualche forma di mutilazione genitale femminile (MGF) nei 29 paesi in Africa e in Medioriente ove questa pratica dannosa è maggiormente comune. Oltre all’estremo dolore fisico e psicologico, le bambine e le donne sottoposte a MGF sono a rischio di emorragie prolungate, infezioni (HIV incluso), sterilità, complicazioni durante la gravidanza e morte.

(Female Genital Mutilation/Cutting: What might the future hold.

http://www.unicef.org/media/files/FGM-C_Report_7_15_Final_LR.pdf )

Il traffico di esseri umani costringe milioni di donne e bambine nella moderna schiavitù. Donne e bambine rappresentano il 55% dei 20 milioni e 900.000 vittime stimate del lavoro forzato in tutto il mondo, e il 98% dei quattro milioni e mezzo forzate a scopo di sfruttamento sessuale.

(International Labour Organization, 2012, “ILO Global Estimate of Forced Labour: Results and Methodology”)

P.S. Pregasi notare che Nazioni Unite – Unicef, Organizzazione internazionale del Lavoro e Unione Europea fanno correttamente uso – le organizzazioni più “vecchie” da circa 30 anni – della parola “gender”/”genere”, quale criterio di analisi che registra la costruzione sociale dei ruoli assunti da uomini e donne e dei loro rapporti sociali. Ma in Italia non abbiamo sentito niente per tre decadi e adesso stiamo al “complotto gender”. Ehi, complottari: SVEEEGLIAAAA!!!

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(The International Labour Organization (ILO) News, 3.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Rania

Sahab, Giordania. Due volte la settimana, la trainer specializzata Rania Shanti visita una fabbrica di indumenti nella città industriale di Sahab, e parla a piccoli gruppi di lavoratrici delle molestie sessuali. Tenta di creare un’atmosfera confortevole e confidenziale (è cruciale) che incoraggerà le partecipanti a parlare liberamente. Una di esse è Indrani, una donna dello Sri Lanka che lavora in fabbrica dal 2009: “Ho sempre pensato che parlare di molestie sessuali, per le donne, significasse che erano state stuprate. Adesso ho compreso che le molestie possono prendere molte forme diverse.”

Come Indrani, numerose sue colleghe operaie sono straniere: vengono principalmente dallo Sri Lanka, dall’India e dal Bangladesh. Perciò Shanti, nel portare avanti il programma “Lavoro Migliore” per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, spesso comunica tramite una traduttrice. “E’ difficile definire le molestie sessuali in queste fabbriche, per via della natura “sensibile” della questione e del timore di rappresaglie da parte delle lavoratrici.”, spiega, “Non è affatto garantito che le operaie escano allo scoperto come vittime di molestie.”

Due anni fa, giravano notizie di stupri diffusi commessi contro le lavoratrici di una delle fabbriche di indumenti più grandi di Giordania. Anche se le accuse non sono state sostanziate, i rapporti sulle molestie sessuali nei confronti delle operaie sono comuni nel settore globale della manifattura dei tessuti. Il lavoro d’indagine del programma “Lavoro Migliore” per la Giordania ha scoperto che molte delle lavoratrici non avevano una chiara comprensione di cosa fosse rubricato come molestia sessuale, anche se erano assai preoccupate al proposito. Il programma ha quindi lanciato un progetto pilota sulla prevenzione e la consapevolezza in materia con il datore di lavoro di Indrani, la “Jerash Garment and Fashion Manufacturing Company”. Il progetto mira ad insegnare alle lavoratrici, ai manager e ai supervisori come identificare, prevenire e denunciare le molestie sessuali.

Durante una sessione tenutasi a metà giugno, Indrani si è unita ad un gruppo di donne che timidamente e a voce bassa hanno raccontato alle colleghe dei palpeggiamenti, delle gonne sollevate e degli assalti da parte dei tassisti. Priyadorshani, un’altra lavoratrice dello Sri Lanka presente in questa fabbrica, dice che il progetto l’ha aiutata a capire meglio le leggi e i regolamenti della Giordania che fanno riferimento alle molestie sul luogo di lavoro: “Noi siamo straniere, per cui non sappiamo molto di leggi, regole e procedure. Grazie al training, adesso ho un’idea migliore di come maneggiare la situazione se accade qualcosa.”

Rania Shanti fa notare che sebbene alcune leggi di rilievo esistano, gli interventi più efficaci sono le politiche create e adottate all’interno delle fabbriche, che riguardano tutte le forme di molestia sessuale. “Parte del training consiste nell’aiutare le fabbriche a creare il proprio modello di prevenzione delle molestie. Noi condividiamo il nostro, che loro possono adattare se lo desiderano. – spiega Rania – Questo ha un grande impatto sull’andamento della fabbrica, perché fornisce un alto senso di responsabilità: ora sentono che maneggiare la situazione spetta a loro e che possono prenderne il controllo.”

Sanil Kumar, uno dei dirigenti della compagnia, è d’accordo. “Il training ha aiutato i manager e i supervisori su questioni che non conoscevano prima, come certe forme di molestia sessuale e come prevenirle o maneggiarle. Seguendo i consigli del team “Lavoro Migliore” abbiamo sviluppato la nostra politica interna di prevenzione delle molestie in fabbrica, che è stata ratificata dalla direzione.” Anche i sindacati stanno provando a giocare un ruolo in questo senso, dice Mervat Abdel Kareem al-Jamhawi, del sindacato tessile: “Tentiamo di suscitare consapevolezza sulla questione con le operaie nelle fabbriche, ma il farlo comporta diverse sfide, quali le barriere culturali e linguistiche. E’ però definitivamente un’alta priorità, per noi, ed abbiamo bisogno di maggior sostegno dai progetti come “Lavoro Migliore” per condurre più programmi in una serie di fabbriche.”

“Lavoro Migliore” per la Giordania intende creare sistemi di riferimento indipendenti per le lavoratrici che subiscono molestie sessuali o che sono minacciate. Il progetto pilota sarà esteso a numerose altre fabbriche il prossimo anno; alcune di esse impiegano sino a 7.000 lavoratrici provenienti da otto differenti paesi. “Continueremo il nostro training.”, dice Rania Shanti, “Continueremo a diffondere il messaggio, in special modo alle lavoratrici migranti, dicendo loro che non sono vittime, non sono deboli: sono venute dallo Sri Lanka e dal Bangladesh e da altre parti del mondo a lavorare qui, sono donne forti per aver fatto questo. Hanno bisogno di sapere che è possibile intraprendere azioni. Se non vogliono parlare ai loro capi delle molestie sessuali, possono parlarne con noi.”

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