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Posts Tagged ‘lampedusa’

naufragio lampedusa

(immagine da Il Corriere della Sera, 7 ottobre 2019)

(“Precedents 20:17” di Freesia McKee, poeta e saggista contemporanea statunitense, in immagine sotto. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Perché avevo fame e voi mi avete dato un test antidroga. Avevo sete e voi avete avvelenato la mia acqua.

Ero una straniera e mi avete scacciata. Avevo bisogno di vestiti e mi avete assalita sessualmente.

Ero malata e la vostra azienda mi ha negato copertura. Ero in prigione e sono diventata qualcosa d’altro per voi, la mia libertà trasformata nel vostro lavoro gratuito.

Come rispondono i giusti? “Una fame comune, una sete comune, un bisogno comune?” Quando abbiamo iniziato a vedervi come una minaccia? Quando abbiamo iniziato a credere che non avremmo mai dovuto pagare?

Quando vi abbiamo visti malati e in prigione? Chi lavora gratis? Quando abbiamo deciso che la nostra gioia più grande era far strabordare il nostro piatto?

Il Re risponderà: “Qualsiasi cosa abbiate ignorato quest’anno, lo avete fatto per me.”

mckee

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FORZA

Non permettere loro di dirti che il tuo dolore dovrebbe essere confinato al passato, che non riveste alcuna importanza nel presente. Il tuo dolore è parte di chi tu sei.

Loro non sanno quanto forte ciò ti rende.

(“Strenght”, di Lang Leav, scrittrice e poeta contemporanea. Lang è nata in cui campo profughi thailandese: la sua famiglia fuggiva dalla Cambogia e nello specifico dagli khmer rossi. E’ cresciuta in Australia e oggi vive in Nuova Zelanda.)

capitana

Carola Rackete, capitana della Sea Watch. La sua biografia professionale e da attivista è lunghissima nonostante la sua giovane età: ha frequentato tre università, è laureata in conservazione ambientale, parla cinque lingue, ha lavorato per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi e per Greenpeace ecc.

A sentire i nostri poco letterati ma ostinatamente feroci politici è “una sbruffoncella che fa politica sulla pelle degli immigrati” (Salvini, che forse si stava guardando allo specchio), vuole solo farsi pubblicità (Di Maio, probabilmente osservando il proprio riflesso in una vetrina), dovrebbe essere arrestata e la sua imbarcazione colata a picco (Meloni in C-3: colpito e affondato) – ma più che di battaglia navale in quest’ultimo caso si è trattato del gioco “Se la crudeltà guadagna consenso elettorale, riusciamo a dire cose più disumane di quelle che dice e fa sotto forma di leggi il Ministro dell’Interno?”. Ok, brava, Meloni per il momento ha vinto: nessuno ha ancora proposto la tortura e il plotone d’esecuzione (ufficialmente: fra i seguaci dei tre sui social media è un’altra faccenda).

Nessuno dei politici che ha rovesciato su Carola Rackete i propri giudizi sommari e denigratori ha fatto lo sforzo di cercare di parlarle direttamente. Nessuno ha cercato di avere informazioni sullo stato psicofisico delle persone che si trovano a bordo. Risolvere la situazione in maniera civile non è alla loro portata. Al massimo sanno sputare insulti, intimare altolà, schierare carabinieri e lagnarsi dell’Europa (“Assente, come al solito!”, strilla il vero assente, il ministro che se n’è sbattuto di tutti gli appuntamenti europei in cui avrebbe potuto e dovuto discutere di politiche condivise sull’immigrazione – prima gli italiani e meglio un comizietto in più).

La capitana Rackete e il suo equipaggio hanno salvato esseri umani che senza il loro intervento ora potrebbero ornare come cadaveri le reti dei pescatori; secondo il diritto marittimo devono sbarcarli nel porto sicuro più vicino – e non c’è altro da dire.

Fateli scendere. FATELI SCENDERE e basta.

Maria G. Di Rienzo

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“La gente” non ne può più degli immigrati. Sono solo vent’anni che lo sento dire e lo leggo e ancora non ho capito chi è “la gente”, ma mi sembra che il lungo periodo di tempo da che “non ne può più” indichi una sua resistenza maggiore del previsto. In effetti anche la cosiddetta “emergenza immigrazione” sta durando una vita, beninteso non quella dei migranti che affogano al largo di Lampedusa: sono numeri senza nome e saranno agevolmente rimpiazzati durante la prossima tragedia annunciata. Com’è ovvio, nessuno di noi si illude che quella più recente sia l’ultima, vero?

Com’è altrettanto ovvio in Italia, nessuno affronta le cause e le origini delle cosiddette disgrazie collegate all’immigrazione. La narrazione giornalistica – e politica – della questione non solo rimedia una solenne bocciatura in storia, geografia ed economia (da dove vengono le persone, perché vengono in Italia) ma crea una realtà alternativa spacciata per “verità disagevole” o “verità scomoda”.

La verità che a noi spiacerebbe sentire – sarà anche vero che è spiacevole, e non solo perché è falsa, ma perché di fatto non sentiamo altro – consiste in quel che pensa “la gente”: secondo media e politici gli italiani pensano che l’immigrazione sia fuori controllo; che se soffrono povertà, disoccupazione ed esclusione le cause siano da attribuirsi (in parte o in toto) ai migranti; che similmente essi siano altamente responsabili di atti criminali; che l’Italia non sia comunque in grado di accogliere nuovi cittadini da altri paesi e che sarebbe meglio “aiutare queste persone a casa loro”. In effetti, riguardo l’ultimo punto, in alcune delle “case loro” ci siamo già andati in passato di forza, grazie al fascismo, e stranamente il ricordo che abbiamo lasciato non è dei migliori e le ripercussioni di quel che abbiamo fatto in quelle “case loro” si estendono sino ai nostri giorni. Ma è comunque un dato di fatto che le ex colonie tendono a far riferimento al paese ex colonizzatore per i flussi migratori: perché già in parte lo conoscono, perché spesso sanno già la lingua, perché a volte esso fornisce ai migranti provenienti dall’ex colonia condizioni più favorevoli di un paese terzo, perché è il più vicino o il più facile da raggiungere. Queste sono piccole verità disagevoli che la più grande e strombazzata verità disagevole omette senz’altro.

I media sono spesso inflazionati di cifre che riguardano i richiedenti asilo, i rifugiati e i migranti, ma che io sia dannata se riesco mai a trovare rispondenza con i dati in mio possesso: che provengono da Nazioni Unite, Unione Europea, Organizzazione Internazionale del Lavoro, Organizzazione Mondiale della Sanità, ecc., che sono pubblici e a cui quindi può accedere – e dovrebbe farlo – chiunque si occupi a titolo professionale della questione. In genere, le cifre sparate dai giornali e dai politici sono assai più alte di quelle reali o addirittura campate in aria, frutto di “deduzioni” che sarebbero comiche se non avessero ritorni orribili, e senza riscontro su documenti ufficiali. Sì, è vero, tenere la contabilità di un fenomeno così complesso è difficile e gli errori nei dati ufficiali sono verosimili e possibili, ma io so almeno dire da dove vengono dei dati con una base reale, non me li invento per infiammare il mio pubblico o il mio elettorato.

E i pronunciamenti di cui sopra non sono solo scorretti da questo punto di vista, sono orientati negativamente dal punto di vista linguistico e tendono ad enfatizzare come criminale chiunque non possieda documenti o sia stimato “illegale” rispetto alla legge Bossi-Fini, un vomitevole pastrocchio razzista che da tempo avrebbe dovuto essere smantellato e che non ha tenuto un solo migrante lontano dall’Italia, ma ha invece contribuito ad imbarcarne parecchi sulle carrette dei trafficanti. Be’, ma che male gli faremo mai, ad esempio, se li chiamiamo clandestini? E’ quello che sono, no? In Gran Bretagna, dove l’andazzo è simile, si sono presi la briga di effettuare qualche studio, da cui è risultato che le parole usate durante gli attacchi razzisti e le molestie in luoghi pubblici a migranti rispecchiavano fedelmente le parole e i temi usati dai quotidiani, dalle televisioni e dalle agende politiche: ciò che le persone dicevano presumibilmente a livello personale variava a seconda di ciò che era stato detto pubblicamente. Per cui, non è: “stiamo solo dando voce a quel che la gente pensa”, bensì: “stiamo orientando le persone a pensare in una determinata maniera”. La verità che sconforta è questa. Ma ve ne darò anche un’altra.

Di solito, nella litania accusatoria contro i migranti ricorre la storia delle case popolari che questi ultimi si accaparrerebbero a scapito dei poveri italiani. Oggi l’ho infatti letta più volte nei commenti agli articoli sul massacro di Lampedusa. Un signore ha aggiunto che inoltre, nei quartieri dove si trovano queste case e dove i migranti vanno a vivere, le proprietà degli italiani si deprezzano. Ma vede, signore, se lei e i suoi simili non riteneste “degradante” avere vicini di casa stranieri, le vostre proprietà non sarebbero ritenute “degradate” anch’esse. Lei e i suoi amici che lasciate cadere questi commenti su centinaia di cadaveri potete ancora farcela. Come dice la Bibbia? Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi. Certo, a volte è un po’ “scomoda”. Maria G. Di Rienzo

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