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(Intervista ad Anna Nikoghosyan, di Julia Lapitskii per Kvinna till Kvinna, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è Direttrice della programmazione per l’organizzazione armena “Società senza violenza”.)

Anna Nikoghosyan

Come sei rimasta coinvolta nel lavoro per i diritti delle donne?

Quando avevo 14 anni, un’organizzazione non governativa visitò la nostra scuola e tenne un seminario sui diritti umani, con speciale attenzione ai diritti delle donne. Io divenni molto interessata all’argomento e cominciai ad arrangiare discussioni e dibattiti su questi temi a scuola. Quando mi iscrissi all’università, a Yerevan, dove studiavo amministrazione, ho fatto domanda per un lavoro a “Società senza violenza”. Volevo veramente lavorare su queste istanze.

Perché è importante lavorare sulle istanze di genere in Armenia?

La nostra società è estremamente patriarcale. Io stessa, che sono una donna giovane, sono costantemente oggetto di discriminazione. E fuori da Yerevan, la situazione delle donne è assai peggiore. Nessuna persona in grado di pensare può restare indifferente davanti a tanta discriminazione e tanta violenza. Il ruolo di una donna, in Armenia, è principalmente tenere in ordine la casa. Se nasci femmina tu devi lavare i piatti, cucinare, essere sottomessa e obbedire a qualsiasi cosa la tua famiglia voglia da te. Una ragazza che desideri studiare o lavorare si trova davanti una miriade di ostacoli, mentre per i ragazzi tutte le porte sono aperte. Tuttavia, questa non è neppure la discriminazione più significativa, perché abbiamo un enorme problema di violenza domestica. Le statistiche variano, ma si stima che una donna su tre, in Armenia, subisca violenza domestica. Gli abusi psicologici sono prevalenti.

Che cosa fa “Società senza violenza”?

Lavoriamo su tre questioni fondamentali: istruzione al genere, costruzione di pace e violenza domestica. Per l’educazione al genere provvediamo sessioni di studio sull’eguaglianza di genere, in maggior parte fuori da Yerevan, nelle varie regioni. Lavoriamo anche con gli amministratori scolastici, gli insegnanti, i funzionari e i politici affinché l’istruzione al genere sia integrata nelle scuole.

Il nostro secondo focus è la costruzione di pace. Nel 2011, incontrammo le ragazze e le giovani donne della provincia di Syunik, che confina con l’Azerbaijan. Parlammo del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti, delle diverse iniziative che vengono dalle donne in questo campo e, ovviamente, del movimento internazionale delle Donne in nero. E le giovani hanno voluto creare il loro proprio gruppo di Donne in nero. E’ un gruppo che in questo momento si sta espandendo, con ragazze che si uniscono ad esso anche da altre province.

La terza cosa su cui ci concentriamo è la violenza domestica. Nel 2012 abbiamo formato un’Unità di Responso Rapido. Ciò significa che non appena sappiamo di un qualsiasi caso di violenza domestica in qualsiasi angolo dell’Armenia, una nostra Unità, formata da una giornalista e un’assistente sociale, va sul posto a compiere indagini di tipo giornalistico. Lavoriamo con i media e forniamo loro informazioni su quel che accade. Facciamo questo per aiutare le sopravvissute alla violenza, ma vogliamo anche dire all’opinione pubblica quanto la violenza domestica è diffusa nella nostra società. Oltre a questo, abbiamo partecipato alla stesura di una legge contro la violenza domestica. Sfortunatamente, il Parlamento l’ha rigettata all’inizio di quest’anno.

Dato che non stai conducendo la vita tipica di una giovane donna armena, suppongo che molte persone disapprovino quel che fai. Come maneggi la questione?

Per essere onesta, è assai difficile. Ho un mucchio di problemi con la mia famiglia, vorrebbero che non lavorassi per “Società senza violenza”. Ma per me, la cosa più importante è questa: quando hai capito qual è la tua strada e l’hai intrapresa, allora devi lottare, indietro non si torna.

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Una lettera da Cho Chang

“A J.K. Rowling, da Cho Chang”

Monologo di Rachel Rostad, 14 aprile 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo

Rachel Rostad

Quando mi hai messo nei tuoi libri, milioni di ragazze asiatiche attraverso l’America hanno esultato!

Finalmente, un potenziale costume per Halloween che non era geisha o Mulan! Cosa c’è di non amabile, in me? Sono il personaggio favorito di tutti! Ho la totale opportunità di combattere tonnellate di Mangiamorte e ho un gran senso dell’umorismo e sono piena di complesse emozioni!

Oh, un momento. Questa è la versione di Harry Potter dove io non sono fottutamente priva di alcun valore.

Prima di tutto, mi hai messo nei Corvonero. Ovviamente, l’unica asiatica a Hogwarts doveva stare nella casa dei secchioni. Peccato non ci fosse una casa specializzata in computer, matematica e karate, eh?

Lo so, tu pensavi di essere stata tollerante. Fra me, Dean e i gemelli indiani, Hogwarts ha circa… cinque persone di colore? Non importa, siamo tutti personaggi minori. No, tu non sei razzista!

Proprio come non sei omofobica, perché Silente è completamente gay!

Naturalmente non viene mai detto nei libri, ma caspita: la società non è avanzata, ormai? Adesso i gay non devono stare nell’armadio solo nella vita reale – possono anche stare negli armadi della fiction!

Ms. Rowling. Parliamo del mio nome. Cho. Chang.

Cho e Chang sono entrambi cognomi. Sono entrambi cognomi coreani.

Si suppone che io sia cinese.

Che io mi chiami “Cho Chang” è come se un francese si chiamasse “Garcia Sanchez.”

Perciò grazie. Grazie per non avermi dato storia. Grazie per avermi dato un nome generico come un costume da ninja. Come i bastoncini per il cibo usati quali ornamenti per capelli.

Ms. Rowling, so che tu sei solo l’ultima dei partecipanti ad un lunga tradizione che tramuta le donne asiatiche in feticci tragici.

Madame Butterfly. Donna giapponese si innamora di un soldato bianco, viene abbandonata, si uccide.

Miss Saigon. Donna vietnamita si innamora di un soldato bianco, viene abbandonata, si uccide.

“Memorie di una geisha”. Lucy Liu vestita di cuoio. Pornografia con scolarette.

Per cui fammi piangere per i ragazzi più di quanto io parli.

Lascia che io soddisfi la tua quota di diversità.

Solo una ragazza di colore in più che lamenta la perdita del suo eroe bianco.

Non mi stupisce che Harry Potter si sia preso la febbre gialla.

Noi facciamo risolini dietro piccole mani dicendo “No pallo inglese”.

Cos’altro un uomo può vedere in me?

Cos’altro posso essere, se non quello che tu hai fatto di me?

Subordinata. Sottomessa. Sottotrama.

Va’ avanti. Dimmi che esagero.

Ignora il fatto che i tuoi libri hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo.

Io sono plastificata sugli schermi dei cinema, una caricatura bestseller.

La scorsa estate,

ho incontrato un ragazzo il cui parlare era come pioggia contro le finestre.

Aveva gli occhi blu di suo padre.

Ha premuto il suo polso contro il mio e ha detto di essere troppo pallido.

Che la mia pelle era molto più bella.

Per lui, io ero il tramonto sul Pacifico,

latte di mandorla, una coppa di porcellana.

Quando mi ha lasciata, mi sono detta che avrei dovuto aspettarmelo.

Non sono sicura di essere stata triste ma ho pianto lo stesso.

Ci si aspetta che le ragazze che somigliano a me piangano per i ragazzi che somigliano a lui.

Ho visto tutti i film e letto tutti i libri.

Noi abbiamo solo seguito la trama.

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volti

Una femmina adolescente su cinque in una relazione “seria” viene colpita, schiaffeggiata o presa a spintoni dal suo ragazzo.

Un adolescente su tre (maschi e femmine) conosce una coetanea che è stata colpita con pugni, calci, schiaffi dal suo ragazzo.

Una femmina adolescente su quattro riporta di aver subito pressioni, all’interno di una relazione, a fare sesso orale o completo.

Più di una femmina adolescente su quattro subisce ripetuti abusi verbali dal suo ragazzo.

Più di un terzo degli adolescenti (maschi e femmine) hanno avuto una relazione con un/una partner che frequentemente chiedeva loro dov’erano e con chi.

A una femmina adolescente su quattro il partner ha impedito di passare tempo con amiche/amici o familiari, o le ha fatto pressioni affinché trascorresse il proprio tempo libero esclusivamente con lui.

Una femmina adolescente su cinque riporta che il suo ragazzo l’ha minacciata di violenza o di autolesionismo quando posto di fronte alla richiesta di rompere la relazione.

Un adolescente su tre (maschi e femmine) riporta di aver ricevuto dal/dalla partner dai dieci ai trenta messaggi di testo l’ora in cui veniva chiesto loro dov’erano, cosa stavano facendo e con chi si trovavano.

Il 68% degli adolescenti (maschi e femmine) ritiene un serio problema la condivisione di immagini o video privati su cellulari e computer da parte del/della partner.

Il 71% degli adolescenti (maschi e femmine) ritiene un serio problema la diffusione di insulti e maldicenze sul proprio conto, da parte del/dalla partner, sui cellulari o sui social network.

(I dati si basano sulla combinazione di studi diversi, ma poiché la ricerca a livello internazionale sulla violenza nelle relazioni degli adolescenti è ancora allo stadio iniziale, fanno per lo più riferimento all’emisfero nord del pianeta. Il termine “adolescente” indica la fascia d’età fra i 13 e i 19 anni. Ringraziamenti meritati e doverosi a LeAnna M. Gutierrez e Liz Claiborne, che hanno prodotto più di uno studio in merito. Maria G. Di Rienzo.)

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(“When Egypt Deletes Women’s Rights Heroines From School Textbooks”, di Maha El Nabawi per Worldcrunch, marzo 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

 Brigate Mona Lisa

Il Cairo – Fu un giorno cruciale quello in Doriya Shafiq, prominente attivista per i diritti delle donne, guidò coraggiosamente una marcia di 1.500 donne sino alle porte del Parlamento egiziano: era il 19 febbraio 1951. La dimostrazione durò senza cedimenti per molte ore, e Shafiq fu infine ricevuta all’interno del Parlamento, dove il consiglio accettò di prendere in considerazione le richieste delle donne egiziane.

Assieme a coloro che l’hanno preceduta, incluse Hoda Shaarawi, Nabawiya Moussa e Ceza Nabarawi, Shafiq resta una delle pioniere del movimento di liberazione delle donne nel ventesimo secolo in Egitto. La sua marcia sul Parlamento ebbe come risultato più tardi l’inclusione del suffragio per le donne nella Costituzione del 1956. Ma, nonostante le sue molte gesta, è probabile che Shafiq venga dimenticata dalle future generazioni egiziane.

Le edizioni 2013/2014 dei libri di testo relativi all’istruzione pubblica egiziana sono state emendate dall’immagine di Doriya Shafiq e delle donne uccise durante la rivoluzione del 25 gennaio. L’immagine di Shafiq è stata rimossa perché la donna non portava il velo.

Tuttavia, mentre la sovversione delle donne egiziane continua, gli artisti locali sensibili ai diritti umani sono diventati maggiormente creativi nella loro lotta per l’eguaglianza rappresentativa e di diritti delle donne. Collettivi di “arte da strada” come Noon El Neswa e Mona Lisa Brigades, assieme a svariati sforzi indipendenti, stanno diffondendo una nuova ondata di graffiti e campagne visive per sfidare il basso status delle donne egiziane dipingendole in una luce positiva.

“Stanno già cancellando le donne attiviste dai nostri libri di storia.”, spiega Shady Khalil, co-fondatore di Noon El Neswa, un collettivo di writers sensibile al genere, “Per aiutare a rovesciare gli effetti di questa cosa e dei molteplici attacchi ai diritti delle donne, stiamo creando campagne di graffiti con lo scopo di reclamare la posizione dovuta alle donne negli spazi pubblici.” Il giovane dice che lo scopo è utilizzare arte di strada sensibile al genere o centrata sul femminile per contrastare e ribaltare convincimenti sociali e stereotipi negativi verso le donne.

La co-fondatrice Merna Thomas dice che: “L’idea è stata quella di raggruppare giovani attiviste/i per i diritti delle donne e artiste/i “visuali”, affinché collaborassero per costruire campagne pubbliche mirate a cambiare la narrativa sulle donne in Egitto.” Il collettivo è stato ufficialmente lanciato il 9 marzo 2012, data simbolica che coincideva con l’anniversario dei “test di verginità” condotti da membri dell’esercito e delle forze dell’ordine sulle dimostranti arrestate.

L’organizzazione “Nazra per gli studi femministi”, con cui Khalil all’epoca collaborava, accettò di favorire l’iniziativa fornendo al collettivo spazio per riunirsi e consulenza legale. Anche Thomas viene dal volontario per le cause delle donne e in particolare ha lavorato con Harassmap, un’organizzazione con sito web creato dalle attiviste per portare alla luce la prevalenza e persistenza delle molestie sessuali.

“La prima campagna che abbiamo lanciato come Noon El Neswa si chiamava Graffiti Haremi (graffiti di donne).”, racconta Thomas, “Il concetto era creare immagini positive da promuovere.” I graffitisti locali come Diaa al-Sayed e Mohamed El Moshir, assieme ai membri del collettivo, svilupparono una serie di stencil che usavano icone familiare della cultura pop egiziana, incluse donne “potenti” come l’attrice Soaud Hosni, la cantautrice Om Kalthoum e la star cinematografica Faten Hamama.

“Avevamo notato che le donne erano usate nei graffiti solo come forma di insulto. Volevano rovesciare questo coprendo le strade con le icone femminili che ogni egiziano conosce ed ama.”, dice Khalil. Un notevole lavoro è lo stencil creato da Moshir, che raffigura Om Kalthoum con i versi di una sua canzone: Dammi la mia libertà e lascia libera la mia mano. Thomas spera che il collettivo continui a crescere, nonostante le scarsità di risorse a disposizione: la sua ambizione è continuare a creare campagne che rafforzino le donne in collaborazione con i gruppi di attiviste femministe.

writer egiziana

Nel frattempo, un altro collettivo giovanile chiamato “Brigate Monna Lisa” si è unito alla causa dell’empowering di donne e bambini/e, e alla promozione di giustizia sociale tramite campagne organizzate di arte di strada. Mohamed Ismail e Mostafa Ali hanno fondato le Brigate come risposta diretta all’eccessiva forza usata contro i dimostranti dall’allora in carica Consiglio Supremo delle forze armate. Lo stencil che è la firma del gruppo può essere visto dappertutto in città: è Mona Lisa su un segnale stradale in giallo brillante, con un occhio coperto da una benda e le mani che reggono una lattina di vernice spray.

La campagna più nota del gruppo si intitola “Voglio essere” ed è visibile nel quartiere di Ard al-Lewa a Giza. “Dopo aver fatto un bel po’ di ricerche in loco scoprimmo che c’erano migliaia di bambine e bambini che non avevano ne’ voce ne’ rappresentazione nel movimento.”, dice Ismail, “Perciò ci siamo seduti a discutere con molti di loro. Abbiamo discusso i loro sogni e le loro speranze. Subito dopo, con la loro approvazione, abbiamo dipinto i loro volti sui muri. Sotto ogni immagine abbiamo scritto il sogno della persona raffigurata. In questo modo, camminano per le loro strade che portano i loro visi sui muri e non dimenticheranno mai i loro sogni.”

La campagna che stanno preparando in questo momento si chiama “Siamo tutti umani” e si diffonderà nei prossimi mesi. Lo scopo è enfatizzare la necessità di comprensione inter-culturale in Egitto. Ismail spera che l’arte di strada possa confluire sempre di più in campagne politiche. I graffiti, dice, sono un’espansione dal basso della politica, uno strumento che costa poco e si diffonde con facilità.

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La fatica del cuore

(tratto da: “Battling Feminist Burnout”, di Jessica Valenti per The Nation, 1.3.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

 Simbolo

C’è una domanda che mi viene posta spesso quando parlo alle femministe più giovani: “Come riesci a continuare a fare questo lavoro quando è così deprimente?” Ogni giorno c’è una brutta notizia. Un politico dice qualcosa di vergognoso sullo stupro. Passa una legge sessista. Un film o uno spettacolo televisivo promuove uno stereotipo orrendo su donne e sessualità. Per non dire dell’oltraggioso numero di donne che subiscono aggressioni sessuali o che sono investite dalla violenza dei loro partner.

La ciliegina sulla torta, nel maneggiare la cruda tragicità dei modi in cui la misoginia opera nel mondo, per quelle di noi che fanno lavoro femminista – dalle scrittrici alle volontarie alle attiviste – sta nell’essere circondate da gente che ci ripete: “Vi state immaginando tutto!”. Lindy West di “Jezebel” la chiama “fatica del sessismo”:

“Sono stanca di essere chiamata bisbetica ululante perché indico diseguaglianze così tangibili ed evidenti da essere regolarmente codificate in leggi. Sono stanca che mi si chieda di fornire documentazione delle diseguaglianze nella sezione dei commenti di un sito web dove uno staff di donne intelligenti le documenta alla massima velocità a cui delle dite umane possono andare. E’ come chiedermi di scrivere una nota su una buccia di banana per provarvi che le banane esistono. Sono stanca che mi si chieda di “citare le fonti” per provare che il sessismo (e persino lo stupro!) esiste, perché non è possibile citare in modo conciso decenni e decenni di rigorosi studi accademici.”

Mi piacerebbe poter dire alle femministe più giovani che “poi va meglio”, che non faccio caso all’esaurimento emotivo, alla rabbia e alla tristezza che vengono dal fare questo lavoro. Ma non posso. Allora, dico loro questo:

“Tentate di essere grate per la fatica femminista. Un mucchio di persone fanno lavoro femminista in condizioni di mera sopravvivenza. La capacità di prender nota della vostra stanchezza, e rabbia, e tristezza, significa che avete dello spazio nella vostra giornata e nella vostra testa, privilegio che non tutte si possono permettere. Per cui spostate la prospettiva e considerate quanto siamo fortunate a tenere questa conversazione.”

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L’età delle bambine vendute e trafficate a scopo sessuale diventa sempre più bassa, il loro numero sempre più alto. Degli attuali 21 milioni di persone costrette al lavoro forzato – e cioè che per coercizione o inganno svolgono un lavoro che non possono lasciare – 4 milioni e mezzo sono bambine e donne vittime di sfruttamento sessuale. (Agenzia Donne NU, ILO-International Labour Organization).

In India, l’età media delle prostitute nei distretti “a luce rossa” va dai 9 ai 13 anni. (Apne Aap Women Worldwide)

Circa metà delle violenze sessuali in tutto il mondo sono dirette a femmine minori di 15 anni: quindi, si abusa di circa 6.000 bambine al giorno. (Unicef, Right to Education Project)

Una delle ragioni avanzate da vari commentatori per spiegare questi dati è “l’effetto della crisi economica nei paesi poveri”. Sicuramente la miseria gioca un ruolo importante in tali faccende. Ma la vicenda di Minh Dang, statunitense di origine vietnamita, suggerisce che le cause principali sono davvero altre e che molto di quel che c’è scritto all’inizio di questo articolo accade nelle nostre case o in quelle a noi vicine.

 Minh Dang

Minh Dang, oggi 28enne, è un’attivista contro il traffico di esseri umani dell’ong “Don’t sell bodies” (“Non vendete corpi umani”). Suo padre ha cominciato ad abusare di lei quando di anni ne aveva tre. Quando ne ebbe dieci, fu portata a “lavorare” in un bordello: dove, se non doveva andare a scuola, poteva essere lasciata per settimane intere. Allevata nel culto di dover servire i suoi genitori, per lungo tempo Minh ha pensato che la prostituzione fosse uno dei suoi compiti. “Mia madre metteva annunci in vietnamita su giornali e riviste. Mio padre mi portava in quelli che erano caffè di facciata e bordelli nel retro. Non ero l’unica bambina ad essere venduta, in quei posti.”

I genitori di Minh Dang non erano miserabili, ma grazie alla continua vendita della figlia se la sono passata ancor meglio, e la madre ha aperto un salone per la cura delle unghie. Più che la povertà, qui hanno lavorato attitudini patriarcali, sessismo, avidità e insensibilità.

Minh era una studentessa eccellente e manteneva il segreto in modo quasi perfetto: “Due delle mie insegnanti, alle medie, si accorsero in momenti diversi che c’era qualcosa che non andava. Ma non riuscirono a collegare questo “qualcosa” allo sfruttamento sessuale, perché io ero diversa dallo stereotipo della ragazzina abusata.” Quando ebbe 18 anni, e veniva ancora venduta regolarmente, Minh tagliò di netto ogni contatto con i suoi genitori: “Dissi loro che se mi avessero contattata ancora avrei chiamato la polizia.”

Ma restava un mucchio di lavoro da fare, come Minh ricorda, per sentirsi di nuovo umana. “Quando mi prostituivano, mi trattavano come un animale in gabbia allo zoo: i miei movimenti erano limitati e controllati, l’ambiente mi era estraneo, ed ero isolata dalle altre della mia specie. Ero una creatura esotica che la gente poteva guardare e toccare se pagava i miei proprietari, se pagava per avere il privilegio di usare il mio corpo per divertirsi. C’è anche un’altra metafora che mi viene sempre in mente: per lungo tempo ho pensato di essere un’aliena. Ero solo somigliante ad un essere umano. Gli occhi, le braccia, le gambe, la forma del corpo… era tutto simile, ma io non vivevo come un essere umano, non pensavo come un essere umano.

La maggior parte del mio lavoro di guarigione è consistita nel riconnettermi alla mia umanità e all’umanità altrui. Ho dovuto imparare o re-imparare che ero umana, lo ero sempre stata, e che quelli attorno a me, persino quelli che mi hanno ferito in modo così profondo, erano pure umani. Quando avete a che fare con le sopravvissute all’abuso sessuale, che sono state trattate come oggetti, dovete ricordare che sulla loro umanità si è, al minimo, sputato. Dovete ricordare che la relazione base di queste persone con “chi” loro sono e con quello che possono aspettarsi dagli altri, e con ciò che è possibile in questo mondo è stata danneggiata. Per cui, assicuratevi di trattarle da esseri umani. Non separatevi da loro. Quando ascoltate le loro storie non pensate, ad esempio: “Quel che ho passato io è niente, al confronto. I miei traumi sono minori.” Ciò non vi aiuta a vedere la nostra comune umanità. Trovate le vostre personali esperienze con la disumanizzazione ed esaminatele: in questo modo svilupperete quell’empatia che vi sosterrà e vi renderà quindi capaci di sostenere le vittime.

Come amate voi stessi/e? Io non ho bisogno mi amiate in modo differente. Io come sopravvissuta non sono diversa da voi. Voi non siete diversi/e da me. Trovate una via per connettervi alle sopravvissute: non c’è necessità di aver fatto esperienza delle medesime cose per immaginare cos’hanno provato. Voi potete connettervi a me anche se non capite. La maggioranza delle persone che sopravvive allo sfruttamento sessuale non si aspetta che lo facciate: desiderano in primo luogo che le trattiate come esseri umani. E un’ultima cosa: “sopravvissute” non è un titolo che definisce interamente ciò che una persona è. Le sopravvissute hanno interessi e abilità, colori preferiti e animaletti da compagnia, speranze e sogni, sofferenze e rimpianti. Proprio come ciascuno/a di voi, sono persone complesse e sfaccettate.”

Minh ha usato un’altra similitudine per descrivere il suo cammino di guarigione. Dice che è stato come imparare una “nuova canzone”, con un testo diverso che rimpiazzasse la “vecchia canzone”, quella che aveva sentito sino alla nausea durante 15 anni di violenze sessuali: “Il mio nuovo testo parla di libertà, di speranza e di amore.” Maria G. Di Rienzo

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(“A woman’s life – A journey of constant fear”, di Konda Delphine, dicembre 2012, trad. Maria G. Di Rienzo. L’autrice, venticinquenne del Camerun, è un’attivista per i diritti umani delle donne e co-fondatrice di “VOW Initiative”, un progetto che usa i social media per dare visibilità e voce alle donne e che fornisce addestramento al cosiddetto “citizen journalism”: il giornalismo dei cittadini/delle cittadine, l’informazione dal basso.)

 Konda Delphine

Devo ammettere che sono stata spaventata per tutta la vita. La gente non lo nota, per la forza con cui sostengo le mie opinioni.

Da bambina, sono stata testimone di un mucchio di violenza domestica. In Camerun è assai comune, in famiglia, nel vicinato, nell’intera comunità. In effetti, in certe tribù del mio paese si dice che se un uomo non picchia sua moglie non la ama. Mentre crescevo in un ambiente violento mia madre era costantemente preoccupata che potessero violentarmi, perché anche lo stupro di bambine è una cosa assai comune. A 12 anni, la maggior parte delle bambine del villaggio erano sposate. Io no, perché i miei genitori rifiutavano di sentirne parlare. Inoltre io volevo andare a scuola, imparare e aiutare le mie amiche e le bambine in generale. Volevo essere la “dirigente” della mia vita ed è esattamente quel che sono ora.

Da bambina cominciai a capire come le cose funzionavano attorno a me. Gli uomini parlano e le donne ascoltano. Compresi anche che i miei sogni spaventavano la gente. In maggioranza continuavano a dirmi che una donna non doveva sedersi, parlare, camminare e vestirsi così o colà: Una donna non dovrebbe essere così orgogliosa. Una donna deve stare a sentire e non deve parlare. Le donne non devono essere più istruite degli uomini. Se un uomo ti picchia è perché lo hai provocato. Pure, tutto questo indottrinamento sociale cadde in orecchie sorde. Non appena il mio ex ragazzo si fece ardito al punto di dirmi che mi avrebbe schiaffeggiata, si trovò fuori dalla mia vita più velocemente di quanto avesse mai immaginato.

Potrei andare avanti all’infinito con gli esempi, ma il mio punto è che viviamo immerse in una paura costante. Paura di essere stuprate, discriminate, giudicate, criticate e paura di fallire e paura di non poter neppure reagire. Ciò che il mondo non riesce davvero a capire è la sofferenza delle donne. Intorno alle donne tutto va continuamente a pezzi e le donne persistono a raccogliere quei pezzi con dignità. Anni e anni di cose tenute dentro possono far impazzire veramente una persona.

Nel 2011 ho compiuto delle ricerche su due prigioni in Camerun. In una di esse incontrai una ventiquattrenne che era in galera per la morte del marito. Quando mi interessai alla sua vita fuori di prigione sentii solo storie orribili: che era un’adultera, una donna disprezzabile, che aveva ucciso il marito quando era stata scoperta e così via. Tuttavia non mi convinsero, proprio perché l’avevo conosciuta. Così tornai a farle visita e lei mi raccontò la sua storia: era stata la vittima di un matrimonio forzato e aveva subito la violenza del marito per anni. Le botte di quell’uomo l’avevano fatta abortire due volte. Durante l’ultimo assalto si era difesa e lui era rimasto ucciso.

Organizzai un’azione comunitaria, al proposito, con la mia associazione, gli amici e i familiari, ma più di raccogliere donazioni per lei e le altre donne in prigione non potemmo fare. Ero sconvolta al sentire il biasimo buttato interamente su di lei: tutti concordavano sul fatto che il marito la batteva da anni, ma si aspettavano che lei sopportasse. Dopo tutto, dicevano, mica è l’unica a far esperienza di violenza domestica. Ci sono così tanti problemi che si risolverebbero eliminando la violenza contro le donne. E io capisco come quella giovane si è sentita, perché quel che le è accaduto poteva accadere a qualunque donna si stancasse di essere il punching-ball di un uomo.

Ricordo quanta paura avevamo io e le altre ragazze all’università. Ogni giorno, finite le lezioni, c’erano notizie di questa ragazza o quest’altra che erano state stuprate o molestate. Quando c’erano scioperi ero ancora più terrorizzata, perché un maggior numero di ragazze sarebbero state violentate durante lo sciopero. E se non è abbastanza, di recente due ragazze in Camerun sono state spogliate in pubblico perché “i loro vestiti erano indecenti”. Chi determina se una persona è vestita bene o no? Avete visto in giro il detector della decenza, per caso? E spogliare a forza delle persone in pubblico è per me la cosa più indecente che possa esserci. E’ per tutto questo che io non posso smettere di scrivere e lavorare per i diritti delle donne. Sono cruciali per lo sviluppo delle società. Tutte e tutti dovremmo far voto di impegnarci a fermare questa violenza.

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Anita Haidary

(di Anita Haidary, studentessa afgana, co-fondatrice di Young Women for Change – http://www.youngwomenforchange.org/ – novembre 2012, trad. Maria G. Di Rienzo.

Avevo 14 anni quando fui molestata per la prima volta: mi si chiese di non rispondere. “Se parli lo provocherai ancora di più.”, disse la mia amica, “Le gente penserà che sei una poco di buono.”

Così mi ingoio le parole, con il cuore a pezzi e odiandomi, mi allontano. E tra me e me penso:

Sto indossando un abito della “lunghezza giusta”.

Sto portando la sciarpa nel “modo giusto”.

Ho una sciarpa della “dimensione giusta”.

Camminando tengo le spalle curve.

Sto indossando le “scarpe giuste”.

Tengo basso lo sguardo.

Non sto neppure pensando.

Non sto ridendo.

Non sto parlando.

Sto nascondendo ogni parte della mia esistenza.

In quel momento capii che non esistevo più: stavo nascondendo qualsiasi cosa facesse di me una donna. Controllai la “lista delle cose da fare per essere una brava ragazza” e non ne avevo saltata nessuna. Avevo fatto tutto quel mia madre mi aveva detto di fare per essere buona. Perché io, allora? Cosa mai avevo fatto di sbagliato per “provocarlo”?

Pensare di essere io la causa di quel che mi è accaduto mi strazia. E lei è mia amica, perché mi ha chiesto di restare zitta, se sono io che ho subito il torto? Ci dev’essere qualcosa di sbagliato in me. Sono spaventata, corro a casa più velocemente possibile per chiedere a mia madre: “Cos’ho fatto, ti sei dimenticata di dirmi qualche regola?” Quando vedo la porta di casa mia sono sollevata come non lo sono mai stata prima. Faccio la domanda a mia madre, nella speranza che lei risponda: “Non sei tu che hai sbagliato.” E capisco quale regola si è dimenticata di dirmi: Io sono una donna e tutto quel che faccio è sbagliato, perché la mia esistenza come donna è sbagliata.

Allora decisi che non avrei più seguito quelle regole. Decisi di darmi io stessa le mie regole. Decisi di reagire e dire a chi mi avesse molestata che persona orribile lui era.

Il giorno dopo fui molestata ancora, e ancora la mia amica mi disse di restare ZITTA.

Io replicai: “Io so di aver ragione. Tu puoi seguire le regole, se ti va, IO NO.”

E urlo. Urlo per provocare questo sentimento in lui, e cioè che le donne sono esseri umani.

Urlo ripetendogli le parole che mi ha detto, per mostrargli quanto sono brutte.

Urlo dirigendo verso di lui tutti i pensieri di odio che ho avuto per me stessa.

Urlo perché la prossima volta in cui vede una donna abbassi lo sguardo.

Urlo più forte che posso, urlo sino a consumarmi il cuore.

Urlo perché lui odi quel che mi ha fatto.

Urlo perché si vergogni di esistere come me ne sono vergognata io.

Urlo per riprendere possesso del mio corpo.

Urlo per fargli sapere che ho una voce.

Urlo perché sappia che si sbaglia.

Urlo perché corra a nascondersi.

Urlo per buttar fuori tutta la rabbia.

Urlo per buttar fuori tutta la paura.

Urlo sino a che lui saprà che sono viva e che non mi atterrò alle loro “regole per essere buona”.

Urlo, urlo e urlo sino a che il mio cuore si svuota e ritrovo la mia esistenza, quella che avevo perduto fra le sue parole. Io merito di vivere e non resterò in silenzio e non darò a nessuno il diritto di dirmi come devo vivere. Qui finisce la mia storia. Come finirà la vostra è nelle vostre mani.

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Le braccia incrociate in quella maniera particolare, a formare una X, significano universalmente: “Basta”, “Smettetela”, “Stop”. Sui mutandoni c’è scritto “Esamina” in caratteri cinesi attraversati dall’altrettanto universale striscia rossa di bando.

Non è stata una protesta di massa. Una decina di studentesse universitarie l’hanno inscenata accanto ad un ufficio governativo nella città di Wuhan. Ma il motivo per cui protestano è clamoroso: dal 2005, le donne che vogliono lavorare nell’amministrazione pubblica devono sottoporsi ad esami ginecologici invasivi atti a determinare la presenza di malattie a trasmissione sessuale e di tumori maligni. Alle donne è anche richiesto di provvedere informazioni sul loro ciclo mestruale.

Nel marzo scorso, l’associazione per la giustizia sociale “Centro Yirenping”, con sede a Pechino, inviò una lettera aperta alle agenzie governative, incluso il Ministero per le risorse umane e la sicurezza sociale, chiedendo che la legge fosse cancellata. Non hanno mai ricevuto risposta. Gli avvocati del Centro ribadiscono che “le malattie a trasmissione sessuale non si trasmettono lavorando, perciò il test non è necessario”. Anche la sinfonia del “lo facciamo per la vostra salute”, se pure qualcuno volesse suonargliela, non la prederebbero bene, giacché agli uomini nella stessa situazione nulla viene esaminato, ne’ si richiede loro di dettagliare il loro ciclo testosteronico (non indagate, stavo per dire di peggio).

Le altre cose interessanti sono due: 1) la piccola dimostrazione di lunedì scorso a Wuhan è stata riportata dal “Quotidiano legale”, un giornale sotto la direzione del governo, con la fotografia che avete visto e interviste alle giovani donne. Non è usuale, in Cina, dove le manifestazioni di dissenso sono controllate e spesso represse con molta durezza; 2) un numero crescente di attiviste per i diritti umani delle donne sta facendo cose simili in tutto il paese.

Durante l’estate, a Guangzhou e a Pechino, le donne hanno “occupato” gli orinatoi della città protestando contro la mancanza di toilette pubbliche femminili. Nella capitale sono state disperse, ma gli amministratori di Guangzhou hanno assicurato che rimedieranno al problema. E durante tutto quest’anno giovani donne, in svariate regioni della Cina, si sono rasate per protesta (come saprete il tagliarsi i capelli è un modo di esternare il proprio lutto) contro le norme discriminatorie per l’ammissione all’Università. Alcuni dipartimenti universitari (quelli in cui la presenza femminile è maggiore) chiedono infatti alle studentesse di avere voti più alti, per essere iscritte, di quelli che sono richiesti agli studenti. Il Ministro dell’Istruzione ha approvato la pratica perché “salvaguarda l’interesse nazionale”.

Naturalmente. Se dalle Università escono più zucconi, purché siano maschi, è solo un bene per il paese. Davvero, è sempre sorprendente notare come tramite l’ideologia patriarcale, nel mentre sono intenti ad asfissiare e tormentare metà dell’umanità, alcuni uomini non manchino mai di martellare… i propri stessi interessi. Maria G. Di Rienzo

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Intervista a Noorjahan Akbar, di Alyse Walsh per “The Daily Beast”, ottobre 2012. Trad. Maria G. Di Rienzo. Noorjahan Akbar, 21enne, è co-fondatrice dell’ong afgana “Giovani donne per il cambiamento” – http://www.youngwomenforchange.org/ – ed è l’autrice della poesia “Il mondo non ha tremato” che ho postato qui il 22 ottobre scorso. Dell’organizzazione avevo parlato in precedenza, nel post “Questa è anche la mia città”.

Qual è stata la reazione, fra le giovani donne afgane e pakistane, al tentato omicidio della quattordicenne Malala Yousafzai?

Molte delle ragazze che conosco io sono ovviamente spaventate, specialmente le attiviste. I loro genitori sono parimenti spaventati, perché temono che la stessa cosa accada alle loro figlie. Ma il grande sostegno manifestatosi attraverso i media e le proteste, in Afghanistan e Pakistan, è il simbolo di quanto potente è Malala e di quanto potenti altre donne possono essere. La situazione in questo momento è terribile per lei e spaventosa per noi tutte, ma a giudicare dall’enorme attenzione che ha ricevuto, e dal fatto che anche i suoi concittadini la difendono, penso ci sia anche un messaggio di speranza.

Questa tragedia è stata uno shock o la violenza contro donne e bambine sta crescendo?

Non penso sia stata vissuta come uno shock. Succede di continuo. Solo quest’estate, in Afghanistan, l’attivista per i diritti delle donne Hanifa Safi è stata assassinata. Da marzo ad oggi abbiamo avuto 50 “delitti d’onore”.

Il caso di Malala ha suscitato più orrore perché è molto giovane, e perché nessuno può considerare una minaccia una quattordicenne che promuove l’istruzione. Quando ad essere assalita è una donna di maggiore età non fa notizia: nessuno ha riportato l’omicidio di Hanifa Safi. Nelle scuole afgane si prega per Malala, ed è bene che si continui a parlare di lei, perché le aggressioni alle studentesse e alle scolare non sono nulla di nuovo. Quindici ragazze afgane hanno avuto acido gettato in faccia perché andavano a scuola, due anni fa, ma nessuno ha protestato pubblicamente. E sempre quest’estate, 300 ragazze sono state avvelenate nelle scuole afgane per lo stesso motivo. E’ gravissimo, ma non ne parla nessuno.

Io sono una che tende ad informarsi molto su quel che succede in tutto il mondo, ma non avevo mai sentito parlare di Malala, prima del tentato omicidio. I media non vedono le donne mentre costoro lavorano giorno dopo giorno; io ho connessioni con attiviste per i diritti delle donne un po’ ovunque, ma i media non coprono queste storie, le storie di donne eroiche, sino a che qualcosa di brutto non accade loro. E’ molto triste.

La vicenda sta avendo effetto sul lavoro tuo e delle altre attiviste del tuo gruppo?

Dieci o dodici anni fa, la gente non avrebbe protestato perché avevano tentato di uccidere una ragazza. Ma ora sta accadendo. Le persone stanno condannando, lottando, dimostrando. Questo mi dà grande speranza per il futuro, non solo per me e il mio gruppo, ma per le donne in genere. Quando Hanifa Safi è stata uccisa, per settimane siamo state paralizzate dal terrore. Ma dalla vicenda di Malala stiamo ricevendo sostegno e coraggio. Il sapere che ci sono persone pronte a spalleggiarci ci darà la possibilità di lavorare ancora di più. Tuttavia, è possibile che coloro che non sono già coinvolte non si avvicinino all’attivismo per timore.

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