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Archivio per la categoria ‘Arte’

salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

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Celebra con me

(“Won’t you celebrate with me”, di Lucille Clifton, 1936 – 2010, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Lucille Clifton

Non festeggeresti con me

ciò a cui ho dato forma

in un certo tipo di vita?

Non avevo modelli.

Nata in Babilonia

nata non bianca e donna

cosa potevo vedere di essere se non me stessa?

Ho costruito

qui su questo ponte

tra la luce delle stelle e la creta

la mia propria mano;

vieni, celebra con me che ogni giorno

qualcosa ha tentato di uccidermi

ed ha fallito.

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“Io voglio sostenere ed accelerare il sorgere della consapevolezza femminile. Voglio promuovere il potere delle donne. Uno degli attrezzi che uso per questo è il più antico rituale femminile al mondo che sia stato tramandato. Si chiama Raqsat Al Ilaha e cioè Danza della Dea, oppure Raqsat Al Wilada, Danza della Nascita. In occidente si conosce questo rituale come… danza del ventre! Ma “danza del ventre” è un termine coniato proprio in occidente: è la traduzione dal francese “danse du ventre”, il nome dato alla danza dai viaggiatori europei che per primi la incontrarono. Non è abbondantemente ora che le donne entrino orgogliosamente nell’arena del potere, non come duplicati degli uomini, ma come dee gioiose che desiderano partecipare all’innovazione ed al cambiamento del mondo?”

Così Kaouthar Darmoni, tunisina-olandese, assistente docente in “Genere e Media” all’Università di Amsterdam, pedagogista e terapeuta, ricercatrice sulle danze tradizionali in una dozzina di paesi dal Medioriente all’Africa del nord, spiega perché ha fondato il centro “Kaouthar Feminine Capital & Goddess Dance”. La musica e il ballo sono per lei “ponti di comunicazione” fra culture e ritiene che i “ponti” forniti dalle danze delle dea siano molto validi in questo senso, nonché un’eredità umana che se non preservata rischia di sparire a causa della modernizzazione e dei fondamentalismi.

kaouthar darmoni

Dice ancora Kaouthar: “La Danza del ventre della Dea, come io la chiamo, ha una lunga storia. Nata per celebrare la Madre Terra, metteva in scena i movimenti che rendono possibile il parto. Per tutta la preistoria le donne hanno danzato con altre donne in cerimonie sacre. La Danza della Dea era intesa a connettere le donne con il loro potere di essere fertili e a ristorare i muscoli del corpo e della vagina dopo il parto. Un’altra sua funzione era sociale: il creare tramite la celebrazione solidarietà, amicizia e intimità fra donne. Ma la funzione principale era l’ottenere sostegno spirituale e fisico per il parto. Le donne si ancoravano alla terra tramite la danza a piedi nudi, mandavano la loro forza nella terra tramite le loro anche. Tendendo e rilassando lo stomaco e i muscoli genitali, imitavano i vitali movimenti del travaglio. La danza addestrava le donne ad essere forti e concentrate e allo stesso tempo gentili: questa è la dualità che è necessaria durante un parto.

Quando 4.000 anni fa le religioni patriarcali si imposero, la danza fu trasformata in intrattenimento. Durante l’Impero Ottomano, danzatrici gitane erano assunte per intrattenere le donne degli harem, continuando la tradizione di donne che danzavano esclusivamente per altre donne. Al termine dell’Impero Ottomano alle donne fu permesso di nuovo danzare in pubblico, questa volta sia per le loro simili sia per gli uomini. I pittori europei scoprirono la danza della Dea nel 18° secolo, durante la loro “febbre” orientalista, e la introdussero in occidente dove, affascinati dai ventri esposti, la chiamarono “danza del ventre”. Da allora è stata vista e usata come “stimolo sessuale”, specialmente nel cinema di Hollywood, invece che come danza, come arte. Questa immagine artificiosa, non la danza in sé, è per molti disagevole o disturbante.

La Danza del ventre della Dea è per TUTTE le donne. Giovani e anziane. Figure ampie e figure sottili. Il vostro peso non conta niente, quel che è importante è come esprimete i vostri sentimenti e la vostra passione nella danza. Si tratta di una forma di danza gentile e intensa; se fatta correttamente protegge le giunture e la spina dorsale, migliora la flessibilità e la capacità cardiovascolare, tonifica i muscoli. Il muovere quest’area del corpo, il ventre, in modi piacevoli, con ondulazioni e figure a “otto”, anziché con strappi e torsioni, è un tale cambiamento di attitudine che ha effetti immediati anche sull’autostima. Questa danza è l’esatto contrario dell’aerobica o del balletto classico, dove c’è un’enorme pressione sociale ad essere magre e dove i movimenti sembrano “strambi” se non lo sei: nella Danza della Dea ogni corpo è elegante, aggraziato e forte. Danzarla crea un’oasi in cui liberarsi dalle pressioni e dallo stress, crea pace dentro di noi, che è il primo passo per creare pace attorno a noi.” Maria G. Di Rienzo

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Una lettera da Cho Chang

“A J.K. Rowling, da Cho Chang”

Monologo di Rachel Rostad, 14 aprile 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo

Rachel Rostad

Quando mi hai messo nei tuoi libri, milioni di ragazze asiatiche attraverso l’America hanno esultato!

Finalmente, un potenziale costume per Halloween che non era geisha o Mulan! Cosa c’è di non amabile, in me? Sono il personaggio favorito di tutti! Ho la totale opportunità di combattere tonnellate di Mangiamorte e ho un gran senso dell’umorismo e sono piena di complesse emozioni!

Oh, un momento. Questa è la versione di Harry Potter dove io non sono fottutamente priva di alcun valore.

Prima di tutto, mi hai messo nei Corvonero. Ovviamente, l’unica asiatica a Hogwarts doveva stare nella casa dei secchioni. Peccato non ci fosse una casa specializzata in computer, matematica e karate, eh?

Lo so, tu pensavi di essere stata tollerante. Fra me, Dean e i gemelli indiani, Hogwarts ha circa… cinque persone di colore? Non importa, siamo tutti personaggi minori. No, tu non sei razzista!

Proprio come non sei omofobica, perché Silente è completamente gay!

Naturalmente non viene mai detto nei libri, ma caspita: la società non è avanzata, ormai? Adesso i gay non devono stare nell’armadio solo nella vita reale – possono anche stare negli armadi della fiction!

Ms. Rowling. Parliamo del mio nome. Cho. Chang.

Cho e Chang sono entrambi cognomi. Sono entrambi cognomi coreani.

Si suppone che io sia cinese.

Che io mi chiami “Cho Chang” è come se un francese si chiamasse “Garcia Sanchez.”

Perciò grazie. Grazie per non avermi dato storia. Grazie per avermi dato un nome generico come un costume da ninja. Come i bastoncini per il cibo usati quali ornamenti per capelli.

Ms. Rowling, so che tu sei solo l’ultima dei partecipanti ad un lunga tradizione che tramuta le donne asiatiche in feticci tragici.

Madame Butterfly. Donna giapponese si innamora di un soldato bianco, viene abbandonata, si uccide.

Miss Saigon. Donna vietnamita si innamora di un soldato bianco, viene abbandonata, si uccide.

“Memorie di una geisha”. Lucy Liu vestita di cuoio. Pornografia con scolarette.

Per cui fammi piangere per i ragazzi più di quanto io parli.

Lascia che io soddisfi la tua quota di diversità.

Solo una ragazza di colore in più che lamenta la perdita del suo eroe bianco.

Non mi stupisce che Harry Potter si sia preso la febbre gialla.

Noi facciamo risolini dietro piccole mani dicendo “No pallo inglese”.

Cos’altro un uomo può vedere in me?

Cos’altro posso essere, se non quello che tu hai fatto di me?

Subordinata. Sottomessa. Sottotrama.

Va’ avanti. Dimmi che esagero.

Ignora il fatto che i tuoi libri hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo.

Io sono plastificata sugli schermi dei cinema, una caricatura bestseller.

La scorsa estate,

ho incontrato un ragazzo il cui parlare era come pioggia contro le finestre.

Aveva gli occhi blu di suo padre.

Ha premuto il suo polso contro il mio e ha detto di essere troppo pallido.

Che la mia pelle era molto più bella.

Per lui, io ero il tramonto sul Pacifico,

latte di mandorla, una coppa di porcellana.

Quando mi ha lasciata, mi sono detta che avrei dovuto aspettarmelo.

Non sono sicura di essere stata triste ma ho pianto lo stesso.

Ci si aspetta che le ragazze che somigliano a me piangano per i ragazzi che somigliano a lui.

Ho visto tutti i film e letto tutti i libri.

Noi abbiamo solo seguito la trama.

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Initiation under the orange tree

La Collezione Fuoco dell’Anima è la dichiarazione di 42 donne pittrici che la guarigione e la trasformazione sono possibili attraverso la creatività intenzionale.

Solo due anni fa nessuno di questi dipinti esisteva. La tela ci è servita da portale per accedere alle nostre menti e ai nostri cuori. 8 su 10 di noi non si identificano come artiste.

Questi lavori sono una testimonianza del potere della bellezza e della storia come antidoti alle immagini negative di sé e alla sofferenza.

In molte di noi abbiamo passato le nostre vite tentando di nascondere chi siamo e di ridurre al silenzio le nostre voci e le nostre immagini per essere al sicuro.

Il rischio dell’espressione di sé è il rischio dell’essere completamente vive.

Questa esibizione è dedicata all’accensione dei fuochi dell’anima negli esseri umani.

Stiamo radunando una tribù di esseri creativi… Siamo la Nazione del Filo Rosso.”

La collezione è visibile all’indirizzo: www.redthreadnation.com

Il 4 marzo u.s. i 126 dipinti sono stati presentati alle Nazioni Unite, come parte dell’intervento di Shiloh Sophia McCloud alla 57^ Commissione NU sullo Status delle Donne. Sophia, che vi ho già fatto conoscere in un paio di articoli, ha fatto parte del gruppo di discussione “Donne e violenza: attivismo pro-diritti umani tramite l’arte e i film”.

Queen of my Heart

Le immagini in questo pezzo provengono dalla collezione di cui si parla, sono “Initiation under the orange tree” di Flora Aube e “Queen of my Heart” di Annette Wagner.

Di quest’ultimo quadro l’autrice dice: “Chi è Queen of my heart, la Regina del mio cuore? Porta una corona segnata dai simboli dei templi neolitici. Ha una porta che si sta aprendo sopra la sua testa, la porta del suo cuore. Poiché è contemplativa sembra vulnerabile, pure è immensamente intrisa di potere nel suo stesso essere. La Regina è venuta da un luogo profondo dentro di me che è ben protetto dal mondo esterno. E’ tempo che la sua presenza si faccia avanti nella mia vita.” E nella nostra, io credo. Maria G. Di Rienzo

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(“When Egypt Deletes Women’s Rights Heroines From School Textbooks”, di Maha El Nabawi per Worldcrunch, marzo 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

 Brigate Mona Lisa

Il Cairo – Fu un giorno cruciale quello in Doriya Shafiq, prominente attivista per i diritti delle donne, guidò coraggiosamente una marcia di 1.500 donne sino alle porte del Parlamento egiziano: era il 19 febbraio 1951. La dimostrazione durò senza cedimenti per molte ore, e Shafiq fu infine ricevuta all’interno del Parlamento, dove il consiglio accettò di prendere in considerazione le richieste delle donne egiziane.

Assieme a coloro che l’hanno preceduta, incluse Hoda Shaarawi, Nabawiya Moussa e Ceza Nabarawi, Shafiq resta una delle pioniere del movimento di liberazione delle donne nel ventesimo secolo in Egitto. La sua marcia sul Parlamento ebbe come risultato più tardi l’inclusione del suffragio per le donne nella Costituzione del 1956. Ma, nonostante le sue molte gesta, è probabile che Shafiq venga dimenticata dalle future generazioni egiziane.

Le edizioni 2013/2014 dei libri di testo relativi all’istruzione pubblica egiziana sono state emendate dall’immagine di Doriya Shafiq e delle donne uccise durante la rivoluzione del 25 gennaio. L’immagine di Shafiq è stata rimossa perché la donna non portava il velo.

Tuttavia, mentre la sovversione delle donne egiziane continua, gli artisti locali sensibili ai diritti umani sono diventati maggiormente creativi nella loro lotta per l’eguaglianza rappresentativa e di diritti delle donne. Collettivi di “arte da strada” come Noon El Neswa e Mona Lisa Brigades, assieme a svariati sforzi indipendenti, stanno diffondendo una nuova ondata di graffiti e campagne visive per sfidare il basso status delle donne egiziane dipingendole in una luce positiva.

“Stanno già cancellando le donne attiviste dai nostri libri di storia.”, spiega Shady Khalil, co-fondatore di Noon El Neswa, un collettivo di writers sensibile al genere, “Per aiutare a rovesciare gli effetti di questa cosa e dei molteplici attacchi ai diritti delle donne, stiamo creando campagne di graffiti con lo scopo di reclamare la posizione dovuta alle donne negli spazi pubblici.” Il giovane dice che lo scopo è utilizzare arte di strada sensibile al genere o centrata sul femminile per contrastare e ribaltare convincimenti sociali e stereotipi negativi verso le donne.

La co-fondatrice Merna Thomas dice che: “L’idea è stata quella di raggruppare giovani attiviste/i per i diritti delle donne e artiste/i “visuali”, affinché collaborassero per costruire campagne pubbliche mirate a cambiare la narrativa sulle donne in Egitto.” Il collettivo è stato ufficialmente lanciato il 9 marzo 2012, data simbolica che coincideva con l’anniversario dei “test di verginità” condotti da membri dell’esercito e delle forze dell’ordine sulle dimostranti arrestate.

L’organizzazione “Nazra per gli studi femministi”, con cui Khalil all’epoca collaborava, accettò di favorire l’iniziativa fornendo al collettivo spazio per riunirsi e consulenza legale. Anche Thomas viene dal volontario per le cause delle donne e in particolare ha lavorato con Harassmap, un’organizzazione con sito web creato dalle attiviste per portare alla luce la prevalenza e persistenza delle molestie sessuali.

“La prima campagna che abbiamo lanciato come Noon El Neswa si chiamava Graffiti Haremi (graffiti di donne).”, racconta Thomas, “Il concetto era creare immagini positive da promuovere.” I graffitisti locali come Diaa al-Sayed e Mohamed El Moshir, assieme ai membri del collettivo, svilupparono una serie di stencil che usavano icone familiare della cultura pop egiziana, incluse donne “potenti” come l’attrice Soaud Hosni, la cantautrice Om Kalthoum e la star cinematografica Faten Hamama.

“Avevamo notato che le donne erano usate nei graffiti solo come forma di insulto. Volevano rovesciare questo coprendo le strade con le icone femminili che ogni egiziano conosce ed ama.”, dice Khalil. Un notevole lavoro è lo stencil creato da Moshir, che raffigura Om Kalthoum con i versi di una sua canzone: Dammi la mia libertà e lascia libera la mia mano. Thomas spera che il collettivo continui a crescere, nonostante le scarsità di risorse a disposizione: la sua ambizione è continuare a creare campagne che rafforzino le donne in collaborazione con i gruppi di attiviste femministe.

writer egiziana

Nel frattempo, un altro collettivo giovanile chiamato “Brigate Monna Lisa” si è unito alla causa dell’empowering di donne e bambini/e, e alla promozione di giustizia sociale tramite campagne organizzate di arte di strada. Mohamed Ismail e Mostafa Ali hanno fondato le Brigate come risposta diretta all’eccessiva forza usata contro i dimostranti dall’allora in carica Consiglio Supremo delle forze armate. Lo stencil che è la firma del gruppo può essere visto dappertutto in città: è Mona Lisa su un segnale stradale in giallo brillante, con un occhio coperto da una benda e le mani che reggono una lattina di vernice spray.

La campagna più nota del gruppo si intitola “Voglio essere” ed è visibile nel quartiere di Ard al-Lewa a Giza. “Dopo aver fatto un bel po’ di ricerche in loco scoprimmo che c’erano migliaia di bambine e bambini che non avevano ne’ voce ne’ rappresentazione nel movimento.”, dice Ismail, “Perciò ci siamo seduti a discutere con molti di loro. Abbiamo discusso i loro sogni e le loro speranze. Subito dopo, con la loro approvazione, abbiamo dipinto i loro volti sui muri. Sotto ogni immagine abbiamo scritto il sogno della persona raffigurata. In questo modo, camminano per le loro strade che portano i loro visi sui muri e non dimenticheranno mai i loro sogni.”

La campagna che stanno preparando in questo momento si chiama “Siamo tutti umani” e si diffonderà nei prossimi mesi. Lo scopo è enfatizzare la necessità di comprensione inter-culturale in Egitto. Ismail spera che l’arte di strada possa confluire sempre di più in campagne politiche. I graffiti, dice, sono un’espansione dal basso della politica, uno strumento che costa poco e si diffonde con facilità.

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The Man Prayer, di Eve Ensler (trad. Maria G. Di Rienzo)

http://onebillionrising.org/blog/entry/menrise-watch-the-man-prayer

 preghiera

Possa io essere un uomo

la cui fiducia in se stesso viene dalla profondità del mio dare

che capisce come la vulnerabilità sia la mia più grande forza

che crea spazi anziché dominarli

che apprezza l’ascoltare più del sapere

che cerca la gentilezza in una misura che oltrepassa il controllo

che piange quando il dolore è troppo

che rifiuta lo schiaffo, la pistola, lo strozzare, l’insulto, il pugno

Possa io non temere di perdermi

Possa io apprezzare il tocco più della prestazione

e l’esperienza più del risultato

Possa io muovermi con lentezza e non bruscamente

Possa io essere abbastanza coraggioso

da condividere la mia paura e la mia vergogna

e da raccogliere altri uomini affinché facciano lo stesso

Possa io smettere di far finta di nulla

e aprire le parti di me che sono state a lungo addormentate

Possa io apprezzare, rispettare e amare mia madre

Possa la risonanza di quell’amore

tradursi nell’amare tutte le donne e ogni creatura vivente

P.S. La traduzione si riferisce alle frasi che scorrono nel filmato (il link è sopra) ed è il più letterale possibile. Gli uomini presenti nel filmato traducono le frasi in lingue diverse, ma quello che parla italiano, ad esempio, dice una frase leggermente diversa dalla scritta inglese che dovrebbe rappresentarla. Il senso resta.

One Billion Rising India

One Billion Rising India

P.P.S. Ho visto in quante parti d’Italia vi solleverete, donne e uomini, per danzare contro la violenza di genere il 14 febbraio prossimo, evviva! Non dimenticate di consultare il sito del coordinamento italiano http://obritalia.livejournal.com e di comunicare ad esso le vostre iniziative.

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fatoumata diawara

“Da bambina ero una combina-guai.”, racconta la giovane donna ridendo sommessamente, “E avevo una star: ero la star di me stessa.” Guardo l’intervista televisiva a Fatoumata Diawara, intervallata da brani di performance ora intense e vibranti, ora scatenate e piene di un’energia irresistibile, e penso che è un’artista straordinaria. Ha imparato a suonare la chitarra da sé e di quando compone dice: “Ci siamo solo io, la mia voce, e un piccolo angelo che mi sussurra all’orecchio.”

Fatoumata Diawara ha trent’anni ed è del Mali, un paese in cui sta infuriando una guerra e in cui la paura cresce: “Avevamo sentito del nuovo gruppo islamista in Mali, ma penso che solo ora stiamo comprendendo quanto seria sia la situazione. Le cose sono davvero cambiate, l’energia delle persone a Bamako (la capitale, nda.) è cambiata. E poiché in Africa gli uomini se la passano comunque meglio delle donne, la mia preoccupazione è che gli uomini non affrontino questa situazione e permettano al gruppo islamista di separare il nord del paese, perché le cose che questo gruppo vuole non avranno un grosso impatto sugli uomini, ma ne avranno uno terribile sulle donne.”

In un’altra intervista (“Fatoumata Diawara Sings for Peace and the Emancipation of Women in Mali”, di Marco Werman per The World, 15.1.2013), Fatoumata spiega che con un sistema politico quasi completamente collassato, agli abitanti del Mali non si propone alcun modello di società che non sia militarizzata. Per questo molti di essi stanno guardando ai musicisti come guide: “Il popolo del Mali guarda a noi. Hanno perso completamente fiducia nella politica. Ma la musica ha sempre portato speranza nel nostro paese, è sempre stata forte e spirituale, ed ha un ruolo molto importante. Perciò, nella situazione attuale, la gente guarda ai musicisti per ritrovare un senso, una direzione.”

Il mese scorso, Fatoumata ha deciso di rispondere a questa richiesta e assieme ad alcuni dei migliori musicisti del Mali ha registrato a Bamako una nuova canzone. “Maliko”, così si chiama il pezzo, ha messo insieme artisti come il suonatore di kora Toumani Diabate, il chitarrista e cantautore Habib Koite e la leggendaria cantante Oumou Sangare. “Maliko” fa due richieste: la pace e l’emancipazione delle donne del Mali. “Perché – ribadisce Fatoumata – se c’è una jihad nel nostro paese, gli uomini saranno sempre in grado di fare compromessi con altri uomini, ma le condizioni di vita per le donne diventeranno durissime.” E’ difficile prevedere che impatto possa avere una canzone, ma Fatoumata Diawara crede possa essere d’aiuto.

Non ho mai visto una tale desolazione. – dice fra l’altro il testo di “Maliko” – Vogliono imporre la sharia su di noi. Dite al nord che il nostro Mali è un’unica nazione, indivisibile.

Maria G. Di Rienzo

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(“There It Is”, di Jayne Cortez, trad. Maria G. Di Rienzo)

E se non lottiamo

se non resistiamo

se non ci organizziamo ed uniamo e

prendiamo il potere di controllare le nostre stesse vite

allora indosseremo

l’aspetto esagerato della cattività

l’aspetto stilizzato della sottomissione

l’aspetto bizzarro del suicidio

l’aspetto disumanizzato della paura

e l’aspetto decomposto della repressione

nei secoli dei secoli e per sempre

E questo è quanto

 jayne cortez on stage

Jayne Cortez è mancata il 4 gennaio u.s., all’età di 78 anni. Nata come Sallie Jayne Richardson, la poeta assunse il cognome da nubile della nonna materna, Cortez. Era stata sposata con il sassofonista Ornette Coleman, da cui divorziò nel 1964. Nel 1975 si risposò con lo scultore Melvin Edwards.

Sin dal suo coinvolgimento nel movimento per i diritti civili, durante gli anni ’60, Jayne ha lottato contro l’ingiustizia a 360° gradi: per cause sociali e ambientaliste, per l’eguaglianza di genere, contro il razzismo.

La sua poesia è inseparabile dalla musica: la sua band, Firespitters (che comprende il figlio avuto con Coleman, Denardo), ha fornito la trama jazz-funk-blues in cui Jayne ha intessuto le sue parole.

Così spiegava Jayne nel 2011: “L’arte può farci vedere e sentire la realtà e può aiutarci a cambiare quella realtà. L’arte è rivelazione. L’arte è duro lavoro. L’arte è parte della protesta.” Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Poetry Is Not a Luxury”, di Audre Lorde, Conferenza sulla storia delle donne, 23/25 agosto 1978, trad. Maria G. Di Rienzo)

Io parlo qui della poesia come rivelazione o distillazione di esperienza, non come gioco sterile di parole. Per le donne, vi dico, la poesia non è un lusso. E’ una necessità, vitale per la nostra esistenza. Forma la qualità della luce tramite cui esprimiamo le nostre speranze e i nostri sogni diretti alla sopravvivenza e al cambiamento, che diventano dapprima linguaggio, poi idee, poi azioni tangibili.

I padri bianchi ci dicono: penso, perciò sono. Le madri nere sussurrano nei nostri sogni: provo sentimenti, perciò posso essere libera. La poesia conia il linguaggio per esprimere e cartografare questa consapevolezza rivoluzionaria, questa richiesta rivoluzionaria, l’implementazione della libertà.

Perché all’interno delle strutture definite dal profitto, dal potere lineare, dalla disumanizzazione istituzionalizzata, non è previsto che i nostri sentimenti sopravvivano. Ai sentimenti si chiede di inginocchiarsi davanti al “pensiero”, come alle donne si chiede di inginocchiarsi davanti agli uomini. Ma le donne sono sopravvissute. Come poete. I nostri sogni puntano verso la via della libertà. Le nostre poesie ci hanno dato la forza e il coraggio di vedere, di sentire, di parlare, di osare.

Se ciò che abbiamo bisogno di sognare, per muovere i nostri spiriti più profondamente e più direttamente attraverso e nella direzione di questa promessa, lo consideriamo un lusso allora abbiamo rinunciato al cuore, alla fonte del nostro potere di donne; abbiamo rinunciato al futuro dei nostri mondi.”

 Sleeping Muse - Miguel Martinez

E’ l’ultimo post del 2012, quindi auguri per un felice anno nuovo, in cui la vostra Musa Dormiente si risvegli in tutto il suo splendore. Con affetto, la vostra Anfitriona, Maria G. Di Rienzo

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