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Ius soli

Vennero portando nomi di un migliaio di villaggi

Un migliaio di madri e padri e le terre che lasciarono

Vennero perchè restare avrebbe significato morte certa

per mano di coloro che avevano requisito e preso senza riguardo

Vennero perchè sognavano di bambini che ancora non erano nati

E così lavorarono – nei ristoranti, alle bancarelle di dolci, nei negozi di liquori

E le loro lingue inciampavano su parole che non erano loro

E invecchiarono in un paese a cui ancora di loro non importava

Aggrappandosi a cibo, vestiti, parole, flebili eco provenienti dal passato

migrant ship

Non vediamo dietro di essi le storie con cui sono arrivati

I villaggi che hanno abbandonato, le sorelline che non sono riusciti a salvare,

i costumi che hanno perduto, le case che hanno dato via,

nella speranza che i loro figli non si sarebbero recati alle loro tombe

avendo fame.

Jason Chu (poeta rapper), figlio di migranti, maggio 2013 (tratto da un testo più ampio, trad. Maria G. Di Rienzo)

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La cartomante

tarocchi

La cartomante non usava solo i tarocchi, pare. Le altre carte che maneggiava erano quelle dei permessi di soggiorno fasulli per stranieri, un affare che gestiva con un ex marito indiano immigrato in Italia, di vent’anni più giovane di lei. Il 7 aprile u.s., dopo una lite con la donna concernente i proventi dell’attività, costui la uccide a coltellate e allo stesso modo uccide la figlia di lei. Francesca Di Grazia, la prima vittima, aveva 56 anni; sua figlia Martina Incocciati ne aveva 19.

Quel che la cartomante e il suo ex marito facevano è illegale: non entro nella disamina di come una legge sull’immigrazione che sembra tanto una legge razziale favorisca il ricorso ad espedienti simili, ma il sottobosco dei permessi falsi o, come in questo caso, dovuti a impieghi fittizi, negli ultimi anni è stato assai affollato, coinvolgendo persino membri delle forze dell’ordine. Comunque, quello a cui la cartomante, l’ex marito e i loro complici (i datori di lavoro che certificavano menzogne) dovevano andare incontro se denunciati o scoperti era il carcere. Lo sgozzamento non è previsto dal nostro codice penale, ma alcuni giornalisti italiani sono convinti la cartomante se lo meritasse ampiamente e che sia l’unica responsabile di quanto accaduto: ricattava l’ex marito, viveva di espedienti (come il mestiere di pseudo-cartomante) e purtroppo ha trascinato anche la figlia in un gorgo senza uscita. L’assassino? Una persona tranquilla senza precedenti penali, ha perso la testa, è stato vittima di un raptus in seguito alla lite, è fuggito sconvolto. Era talmente fuori di sé che ha confessato di aver assassinato la ragazza per eliminare la testimone del primo omicidio: alla faccia del raptus. Ma tranquilli, insistono i professionisti dell’informazione, sono semplicemente cose che capitano: la somma di denaro che la donna chiedeva da giorni al suo ex marito, il 35enne indiano, ha scatenato la discussione degenerata nel duplice omicidio.

Tutto chiaro e limpido, mi restano solo alcune domande. Scenario di illegalità a parte: è prudente chiedere soldi a un debitore purchessia? In che modo si può discutere con costui senza che la discussione “degeneri” in omicidio? Come si riconosce una cartomante effettiva da una “pseudo-cartomante”? E anche: perché molte persone tranquille, senza precedenti penali, purtroppo vittime dei raptus vanno a discutere portandosi dietro coltelli, pistole, eccetera? Misteri della fede. Anzi, del giornalismo italiano. Maria G. Di Rienzo

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Sebbene persino la Commissione asiatica per i diritti umani avesse attestato che le accuse nei suoi confronti non erano state provate, nonostante le innumerevoli petizioni e gli appelli che chiedevano la revisione del processo o la sua liberazione, Rizana Nafeek – nata il 4 febbraio 1988 – è stata decapitata in Arabia Saudita il 9 gennaio 2013.

Rizana aveva 17 anni, nel 2005, quando i suoi datori di lavoro l’accusarono di aver soffocato uno dei loro figli, dopo che la madre di questi l’aveva rimproverata. Rizana ha sempre sostenuto che il piccolo si è strozzato bevendo da una bottiglia.

Prima dell’esecuzione, la famiglia della giovane aveva accettato di incontrare i reporter di “World Socialist Website”. Quello che segue è un estratto dell’articolo di costoro, S. Ajithan e Panini Wijesiriwardena:

Safi Nagar, dove Rizana viveva, è uno dei villaggi musulmani estremamente impoveriti del distretto di Muttur in Sri Lanka. In pratica tutti i residenti abitano piccole capanne di fango o mattoni con il tetto di paglia. La ragazza accettò un impiego in Arabia Saudita perché aveva il disperato bisogno di guadagnare qualcosa per se stessa e la sua famiglia. Poiché non hanno altra via per uscire dalla povertà, molte giovani cercano lavoro in Medio Oriente, anche se sanno quali condizioni terribili le aspettino come lavoratrici straniere. (…) La madre di Rizana, Refeena Nafeek, è triste ed esausta dall’aver aspettato ormai cinque anni il rilascio della sua figlia maggiore. All’inizio era riluttante a parlare, ma più tardi ha spiegato: “Ho rilasciato numerose interviste, ma la mia povera figlia è ancora in prigione, sulla soglia della morte. Aveva queste grandi speranze di aiutare la famiglia, perché viviamo in povertà. Desiderava una casa decente e una buona istruzione per i suoi fratelli e sorelle. Poco tempo dopo la sua partenza, nel 2005, ricevemmo una lettera da lei, in cui diceva di dover badare a dieci bambini. Non era felice, e voleva cambiare datore di lavoro. Era sovraccarica di lavoro. Doveva alzarsi alle tre del mattino e stare in piedi sino a tardi.” Poi la famiglia Nafeek fu informata che Rizana era stata arrestata dalla polizia saudita con l’accusa di omicidio. Nel 2007, dopo che era stata condannata a morte, i suoi genitori furono portati nella prigione di Riyadh in cui era tenuta la figlia: “Rizana piangeva. Ci disse: Non sono un’assassina.” (…) Mohamed Jihad, che è stato uno degli insegnanti di Rizana a scuola, condanna il governo dello Sri Lanka e la sua Ambasciata in Arabia Saudita: “Abbiamo sentito dire che il Presidente [Mahinda Rajapakse] ha mandato una lettera al re saudita chiedendo il perdono per questa povera ragazza. E’ solo una farsa. Tutto quel che importa alle autorità sono le rimesse di danaro straniero. L’Ambasciata non sta prendendo misure adeguate a proteggere le vite dei lavoratori immigrati dello Sri Lanka. Per quel che riguarda Rizana Nafeek, non hanno neppure seguito il caso da vicino, non sapevano nemmeno della condanna a morte sino a che non è stata confermata dalla Corte Suprema.”

La madre di Rizana è la donna a destra

La madre di Rizana è la donna a destra

Cosa posso dire? E’ un’altra giornata schifosa per l’umanità intera. Riesco solo a pensare di abbracciare la madre di Rizana e piangere con lei. Ma sulla pena di morte lascio parlare un’altra madre:

Per quel che riguarda la “giustizia” per i familiari della vittima, io dico che non c’è ammontare di morti per rappresaglia che possa compensarmi per l’inestimabile valore della vita di mia figlia, ne’ esso potrebbe riportarla fra le mie braccia. Dire che la morte di un’altra persona sarebbe il giusto compenso è insultare l’immenso valore delle vittime che erano nostri cari. Non possiamo mettere un prezzo sulle loro vite. Questo tipo di “giustizia” non farebbe che disumanizzarci e degradarci, perché legittima una vendetta viscerale assetata di sangue. Nel mio caso, mia figlia era un tale dono di gioia e dolcezza e bellezza che uccidere qualcuno in nome suo significherebbe violare e profanare la bontà della sua vita: l’idea stessa mi offende e la trovo ripugnante. Marietta Jaeger, la cui figlia di sette anni fu rapita e assassinata nel 1973.

Maria G. Di Rienzo

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Ciudad Juarez - Messico

(Intervista ad Ana Carcedo di Cefemina – Centro Feminista de Información y Acción, Costa Rica, di Gabriela De Cicco per Awid, 30.11.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Cosa si intende per “femicidio” e “femminicidio”?

Ana Carcedo (AC): In Honduras e in Costa Rica, quando cominciammo nel 1994 ad indagare sulle morti delle donne, adottammo il concetto di “femicide” sviluppato da Diana Russell (http://www.dianarussell.com/) e lo traducemmo come “femicidio”. Contemporaneamente, senza che noi lo sapessimo, nella Repubblica Dominicana Susy Pola stava conducendo ricerche simili alle nostre e tradusse “femicide” come “feminicidio”. Marcela Lagarde espanse il concetto di Russell includendo l’impunità: lei sostiene che questo è qualcosa di nuovo e che si chiama “feminicidio”.

Per cui, nell’America Centrale ci sono due differenti termini per descrivere due tipi di crimine. Il femicidio è l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere. Tale subordinazione è dovuta alle relazioni diseguali di potere fra donne e uomini a cui ci si riferisce nella Convenzione Inter-Americana sulla prevenzione, la sanzione e lo sradicamento della violenza contro le donne, chiamata Convenzione “Belem do Para”.

Questa violenza non è casuale. E’ il prodotto di una particolare struttura sociale in cui le donne occupano una posizione più bassa e subordinata, il che facilita la violenza contro di esse. Il femicidio è la forma più estrema di violenza contro le donne.

Femminicidio si riferisce all’impunità e alla complicità relative ai femicidi. Il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice. In questo caso, noi diciamo che lo Stato commette il crimine di non garantire alle donne una vita libera dalla violenza e di non garantire il loro diritto alla giustizia.

Cosa vi ha spinto ad indagare sulle morti delle donne nel 1994?

AC: Sin dagli anni ’80, le femministe hanno lavorato duro per rendere visibili le differenti forme di violenza contro le donne. Fu durante il primo incontro latino-americano e dei Caraibi (Bogotà, Colombia, luglio 1981, ndt.) che il 25 novembre fu stabilito come Giorno Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Che la violenza uccidesse era una realtà che avevamo compreso da prima, ma durante gli anni ’90 cominciammo a voler portare attenzione su questa realtà. In questo periodo un legge che includeva misure protettive passò in Costa Rica, ma non era quella che le femministe avevano proposto. Le organizzazioni femministe, inclusa Cefemina, avevano proposto una legge che proteggesse le donne all’interno delle relazioni, ma quella che passò parlava invece di proteggere le “persone”. Per cui, nel 1997, cominciammo a lavorare per avere una legge che criminalizzasse la violenza contro le donne.

Restammo irremovibili rispetto al fatto che doveva essere un legge che rispettasse la “Belem do Para”, e non una legge neutra rispetto al genere, ad uso e consumo degli uomini. In quel contesto volevamo dimostrare che la violenza non è simmetrica, non è lineare; volevamo provare che i femicidi esistevano e che non esisteva situazione paragonabile per gli uomini. Fu così che la prima ricerca sul femicidio ebbe inizio in Costa Rica.

Secondo te i femicidi stanno aumentando? Se sì perché pensi che accada? Dove sono maggiormente prevalenti?

AC: In Honduras, Guatemala, El Salvador, i femicidi sono aumentati, non solo di numero, sono cresciuti anche in brutalità. Nel resto dell’America Centrale il dato fluttua, ad eccezione del Messico che ha un tasso permanentemente alto di femicidi. L’ipotesi che noi avanziamo nella ricerca, che si intitola “Noi non dimentichiamo, Noi non accettiamo. Femicidio nell’America Centrale.”, è che l’aumento sia collegato agli attuali contesti economici e politici della regione. L’imposizione dell’economia della globalizzazione ha significato perdite consistenti per i nostri paesi, in special modo per le donne. Ciò ha dato come risultato il crescente successo degli affari di mafia. Le condizioni che nutrono la violenza contro le donne sono create nei nostri paesi, come il traffico di donne e di droghe. Anche la migrazione comporta rischi seri per le donne. A livello economico esse sono relegate nelle maquilas (laboratori in cui operano in condizioni di semi-schiavitù, ndt.), e anche la militarizzazione e le maras (gang criminali giovanili, ndt.) sono problemi.

Per il passato, le reti mafiose avevano una sorta di codice di condotta che lasciava le donne fuori da tutto. Oggi è l’esatto opposto: i criminali usano le donne come leve. Per esempio, usano le donne delle famiglie “nemiche”, perché esse sono comunque “a disposizione” e i nemici si sentiranno minacciati. E’ quella che Rita Segato (femminista brasiliana, ndt.) chiama il messaggio orizzontale inviato da uomini ad altri uomini uccidendo donne. Esso dice: “Questo è il mio territorio. Se oso uccidere senza temere ritorsioni è perché mi sono già comprato a mazzette le autorità locali.” Le giornaliste e le difensore dei diritti umani delle donne, poiché apertamente espongono queste situazioni, sono particolarmente vulnerabili a tale forma di violenza.

Dove hanno fallito le politiche per contrastare i femicidi nei paesi in cui essi sono in crescita?

AC: Nonostante tutte le leggi, il problema continua ad essere la fallacia dell’indagine legale. Non c’è interesse a farla in modo corretto. In Costa Rica noi abbiamo leggi che criminalizzano la violenza contro le donne, ma a più del 70% delle denunce che ricadono sotto queste leggi non viene dato proseguimento legale: il magistrato decide che nessun crimine è stato commesso. Alle donne che chiedono giustizia per le loro figlie si risponde che le ragazze erano mareras (appartenenti alle gang criminali giovanili, ndt.), puttane, tossicomani, quando in effetti erano solo studentesse. E inoltre, cosa importerebbe anche se fossero mareras o prostitute? Alla denuncia deve seguire un’indagine, punto e basta.

Gli Stati reagiscono solo quando organismi internazionali esercitano pressione su di loro. Il Guatemala ha risposto bene alle pressioni: nel 2008 hanno approvato la legge “Contro il femicidio ed altre forme di violenza dirette alle donne”. Ora hanno avvocati e magistrati specializzati in materia. E quest’anno hanno risolto casi di femicidio commessi dalle maras, dimostrando che la cosa può essere fatta se c’è la volontà politica di farla.

Quali cambiamenti sono necessari affinché queste politiche siano efficaci? Cos’altro dovrebbero fare gli Stati?

AC: Quasi tutti i paesi dell’America Centrale hanno leggi specifiche sulla violenza contro le donne. Abbiamo bisogno di magistrati che sappiamo come indagare e presentare le accuse, e che vogliamo farlo. Dobbiamo chiedere che il pm raccolga tutte le prove e gli esami specifici richiesti. Più polizia dev’essere istruita ad un responso rapido, in particolar modo nelle situazioni ad alto rischio. A livello regionale ed internazionale dobbiamo creare spazi dove agli Stati si richieda di rispondere per quanto sta accadendo.

Puoi dirci qualcosa del “Modello di protocollo per investigare e documentare efficacemente il femicidio/femminicidio”?

AC: Ci stiamo lavorando. Tentiamo di mettere insieme alcune linee guida specifiche per indagare sui femicidi, che tendono a non essere seguite quando i femicidi sono indagati come omicidi ordinari. Sviluppare l’ipotesi è cruciale: il primo che arriva sulla scena del crimine crea un’ipotesi basata sulle sue prime impressioni. Ad esempio, se un cadavere di donna è scoperto in uno spazio vuoto, si può concludere che l’attacco è derivato da un tentativo di rapina; se questa ipotesi diventa la sola ipotesi in campo non c’è altro da fare, il caso è chiuso. La chiave è avere una buona ipotesi investigativa che non sia chiusa e, soprattutto, che contempli la possibilità di un omicidio intenzionale, commesso da persone che conoscevano la donna. Per le analisi tecniche non è diverso: secondo il nostro modello gli esperti fanno le autopsie al modo solito, ma stanno più attenti (e riportano al magistrato) se vi sono segni di morsi, marchi di coltello, se la parola puta (puttana) è stata incisa sul petto della donna, eccetera.

Io sono fra quelle che pensano che ogni omicidio di donna dovrebbe essere investigato dapprima come possibile femicidio, scartando l’ipotesi qualora nulla la comprovi. Ciò permetterebbe di evitare la perdita di informazioni importanti e più casi potrebbero essere risolti.

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Scozia, 2005. Durante la notte a Drumchapel, Glasgow, una famiglia è sgomberata di forza dalla propria casa e portata via per essere successivamente deportata. Si tratta di rifugiati Rom provenienti dal Kosovo e la loro vicenda non era inusuale in quel periodo: dalla fine degli anni ’90 il numero di richiedenti asilo nel paese era costantemente aumentato e nel 2005 un alunno su otto al Liceo di Drumchapel era un rifugiato. Tuttavia, se l’asilo non veniva garantito, i funzionari dell’Home Office arrivavano in massa a prendere le persone mentre queste dormivano e le trasferivano ai centri di detenzione. E’ proprio al Liceo di Drumchapel che comincia la nostra storia perché la famiglia fuggita dalla guerra in Kosovo, e residente in Scozia ormai da anni, aveva una figlia che lo frequentava, Agnesa Murselaj, e Agnesa aveva delle amiche.

Erano le sue compagne di scuola Amal Azzudin (originaria della Somalia), Roza Salih (dal Kurdistan), Ewelina Siwak (Rom polacca) e le native di Drumchapel Emma Clifford, Jennifer McCarron e Toni Henderson. Costoro diedero vita ad una campagna straordinaria, per visibilità e coinvolgimento della comunità locale, contro i raid notturni e per i diritti dei rifugiati, confrontandosi coraggiosamente con l’Home Office e il governo scozzese e costringendo infine il Primo Ministro a rispondere pubblicamente alle loro preoccupazioni. Nel frattempo avevano mobilitato amici e parenti e dato vita ad un sistema di allarme preventivo contro le deportazioni con base nei vari quartieri. La lotta per la vita della loro amica divenne il simbolo di una nuova Scozia interculturale, giusta e aperta. Dove gli adulti e i politici avevano fallito le “Ragazze di Glasgow”, come da allora furono chiamate, vinsero. Agnesa e la sua famiglia restarono a Drumchapel, i raid notturni cessarono, i regolamenti sul diritto d’asilo furono rivisti.

La BBC ha prodotto due documentari su questa vicenda, ma ora essa è approdata al teatro in forma di musical grazie alla regista Cora Bissett (autrice di un lavoro rinomato come “Roadkill” sul traffico a scopo di sfruttamento sessuale) e al librettista David Greig. Il musical “Glasgow Girls” viene rappresentato attualmente al Citizens Theatre di Glasgow (31 ottobre/17 novembre) e nella primavera del 2013 raggiungerà il Theatre Royal Stratford East di Londra.

Emma Clifford, che oggi lavora proprio per la BBC, dice di essere stata, all’inizio, molto sorpresa da quest’ultima idea: “Ho pensato: santo cielo, fanno un musical su un gruppo di ragazze di Drumchapel che hanno lottato per i diritti dei richiedenti asilo, non vedo come il jazz riuscirà ad incastrarsi in questa cosa. Ma poi, riflettendoci su, ho pensato anche che la musica è stata una grande parte della nostra campagna. Che fossimo sulle strade o che celebrassimo un risultato c’era sempre della musica, e ci ispirava.”

A distanza di sette anni, e su diversi sentieri professionali o di studio (Jennifer in una scuola materna, Agnesa nell’amministrazione sanitaria, Roza fra poco laureata in legge…), le ragazze si incontrano regolarmente e il loro legame ha la stessa forza di quando lo strinsero a 15/16 anni. Tutte dicono: “Non è qualcosa che vogliamo o possiamo perdere. Non molte persone cementano la propria amicizia attraversando quel che noi abbiamo attraversato.” Maria G. Di Rienzo

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(Intervista a Mimi Chakarova, di Bryan Shih per Women in the World Foundation, 2 ottobre 2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Nel 1990, quando aveva 13 anni, Mimi Chakarova emigrò con la madre dalla Bulgaria agli Stati Uniti in cerca di una nuova vita. Quando si recò in visita al suo paese, due anni più tardi, scoprì che molte delle sue coetanee erano pure emigrate con lo scopo di trovare un lavoro e sostenere economicamente le loro famiglie impoverite. Di parecchie non si sapeva più nulla. Mimi pensò allora che era molto strano non mantenessero il contatto con i propri parenti, quando erano di sicuro spaesate in quelle terre straniere, ma genitori e nonni le dicevano che davvero non sapevano dove fossero le loro figlie e nipoti.

Passarono altri anni e nella seconda metà dei ’90 l’attenzione di Mimi fu attratta dai servizi giornalistici sulla crescente industria del sesso che si diffondeva dall’Europa dell’est. I suoi pensieri tornarono in Bulgaria, alle ragazze che aveva conosciuto mentre cresceva. Era possibile che ad alcune di loro fosse accaduto proprio quello che i servizi riportavano? Ormai una fotogiornalista con esperienza di zone di conflitto, Mimi pensò che la questione meritava ulteriori indagini. Il contenuto salace di quei pezzi, spesso scritti in tono voyeuristico da giornalisti maschi che fingevano di essere clienti, la disturbava: “Mi dissi che invece di star là a leggere e lamentarmi e scuotere la testa, dovevo provare ad andare più in profondità.” E così fece, lavorando per quasi dieci anni al suo progetto di giornalismo investigativo e producendo tra l’altro un documentario che ha già vinto dei premi, “Il prezzo del sesso”.

Il titolo del tuo progetto, “Il prezzo del sesso”, è semplice ma efficace. Perché lo hai scelto, cosa significa per te?

Nel 2006 stavo lavorando ad una storia per Frontline World sul traffico di esseri umani a Dubai. Incontrai i produttori per chiarire alcuni dettagli e loro mi dissero: “Allora, come si chiamerà il tuo servizio?” Io non avevo ancora scelto un titolo e loro continuarono: “Be’, comunque lo chiami assicurati di metterci dentro la parola sesso.” Mentre ero alla guida dell’auto per tornare a casa mi ripetevo: “E’ disgustoso. Non posso crederci.” Ma questo mi ha costretta a riflettere su una cosa che ha molteplici significati. Per esempio, qual è il prezzo del sesso? Il prezzo del sesso è ciò che un bel po’ di queste donne hanno pagato. E’ la degradazione del loro spirito. Questo è il prezzo che hanno pagato per essere vendute.

Il tuo progetto multimediale fornisce molte risorse per comprendere la questione del traffico di esseri umani, ma che impatto ha avuto il filmato sulle sue protagoniste?

Le ragazze che appaiono nel film non hanno accesso ad internet. Devi capire le condizioni in cui vivono. Non è che possono accendere un portatile e andare a vedere. Ma una di loro, Jenea, aveva bisogno urgente di serie cure mediche: molti di quelli che hanno visto la sua storia nel documentario hanno mandato donazioni e Jenea ha potuto affrontare l’intervento chirurgico. Per cui anche se non conoscono il prodotto finito sono consapevoli che c’è un ritorno dall’aver raccontato le proprie storie.

Non abbiamo chiuso il film su una nota ottimistica o speranzosa, anche se avremmo potuto, perché sarebbe stata in gran parte falsa: non avrebbe mostrato le altre donne in situazioni simili le cui storie non sono udite. Gran parte di loro non sopravvivono. Non possono raccontare le loro vicende. Nello strutturare un messaggio indirizzato alla comunità globale io penso si debba avere un tono realistico. E questa è stata la critica principale fatta al film, e cioè che si tratta di un documentario davvero “pesante”. E lo è per via della materia che tratta: le vite delle persone sono distrutte e non è semplice rimetterle insieme dopo che sono state spezzate tante volte.

Una delle critiche in generale ai servizi sul traffico a scopo sessuale è che distolgono l’attenzione da altri traffici di esseri umani, per esempio il traffico di lavoratori, solo perché trattano di sesso. Tu cosa ne dici?

Io penso sia vero, penso che il traffico di lavoratori esista su una scala enormemente più grande. Ma penso anche che questo tipo di traffico è molto più difficile da documentare perché è letteralmente dappertutto: fabbriche, campi, case. Accade con le domestiche, che spesso sperimentano pure abusi sessuali. So bene che il traffico di lavoratori ha definitivamente bisogno di maggior copertura giornalistica, ma ognuno sceglie le proprie battaglie.

La gente mi ha anche chiesto: “Perché non sei andata in altri luoghi, perché ti sei concentrata sull’Europa dell’est, la Turchia e Dubai?” Perché avevo connessioni e contatti in questi luoghi. Dopo la caduta del comunismo le cose sono cambiate drammaticamente. Girare il documentario mi ha dato l’opportunità di indagare qualcosa che mi interessa, che credo dovrebbe far riflettere tutti, e cioè i sistemi sociali. Cosa accade quando un sistema sociale collassa? Che ne è delle questioni di genere? Come ci trattiamo l’un l’altro? Come sono trattate le donne? Nell’Europa dell’est e nei Balcani le società sono assai patriarcali, e allora in che modi le ragazze sono trattate diversamente dai ragazzi? Perché questi genitori non stanno facendo domande sulle loro figlie scomparse, perché non fanno le domande che farebbero se a scomparire fossero stati i loro figli maschi? Tutto questo, genere, opportunità economiche, sistemi sociali, che degradano e si dissolvono, è molto più interessante da indagare, per me.

Dopo dieci anni di lavoro sul traffico a scopo sessuale quanto pensi di occupartene ancora? Come ti ha toccato personalmente?

Sicuramente non farò questo per il resto della mia vita. E’ qualcosa che ti cambia. Che ti si attacca addosso. Le mie colleghe che hanno passato solo due settimane a leggere e far ricerche ogni giorno sul traffico di esseri umani e sullo stupro mi hanno detto che avevano gli incubi e che la cosa le stava angustiando troppo. Adesso tu moltiplica questo per dieci anni, e non si tratta solo di leggere ma di parlare con le persone e di andare in certi posti. Finisci per sviluppare il terrore che qualcosa di terribile ti accadrà, perché incontri costantemente persone a cui cose terribili sono già accadute. Ti investe ad un livello assai profondo. Per cui, se dovessi continuare a lavorare solo in quest’area non so quanto bene potrei fare alle persone o al mio stesso lavoro.

Mi piacerebbe espandere le ricerche, aggiungere gli altri due elementi sovrani del profitto, le armi e le droghe, e chiudere il triangolo. I giocatori chiave di tutte e tre le partite sono gli stessi: i paesi che beneficiano maggiormente del traffico di armi e droghe sono gli stessi che trafficano donne, le reti criminali sono le stesse.

Come trovi bilanciamento nella tua vita, cosa ti sostiene?

Mi piacerebbe davvero saper meditare. Ho colleghi e colleghe che maneggiano soggetti difficili e so che lo yoga e la meditazione li aiutano molto. Io maneggio la mia rabbia, la mia frustrazione e la mia ansia facendo pugilato.

Ho cominciato ad allenarmi perché volevo avere la forza di andare in posti non sicuri durante il mio lavoro da reporter. Sapevo che se accadeva qualcosa niente poteva tirarmene fuori, perché non ho protezioni e nessuna squadra alle spalle, per cui avevo bisogno di sentirmi forte, in grado di entrare in situazioni difficili ed uscirne bene. Faccio boxe da sei anni, anche eccessivamente. Il mio rilassarmi è un processo in cui rendo esausti corpo e mente, proprio l’opposto della meditazione e dello yoga, ma sembra che per me funzioni.

http://www.mclight.com/slideshow.html

Ndt: All’indirizzo riportato sopra potete vedere lo slideshow del documentario, che si apre con queste parole: “Quando ero piccola, mia madre mi disse che quando piove e contemporaneamente esce il sole una prostituta partorisce. Il sole è il bambino, le gocce di pioggia sono le lacrime della madre. – Rima”

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(Fonti: Reuters, Al Jazeera, The Australian, Al Arabiya)

 

Ci avete mai pensato? Quante intuizioni, quante idee, quante azioni e persino quante rivoluzioni sono germinate attorno a tavolini da bar, circondate da aromi di ogni tipo e vapori di caffè? E a volte, può essere una rivoluzione in se stessa persino aprire un locale: soprattutto se si tratta di uno spazio riservato alle donne.

Ramallah (Palestina) ha ora il suo “Caffè per signore”, un locale dai colori vivaci situato sulla strada principale della città. Lo ha aperto, assieme a sette amiche, la ventunenne Balsam Qadoura. Il gruppo è composto in maggioranza da studentesse universitarie che hanno in mente di intraprendere attività professionali autonome una volta terminati gli studi ma, spiega Balsam, questo progetto non poteva attendere. “Quando noi donne entriamo nei locali pubblici gli uomini presenti si comportano come se non fossimo esseri umani. Cosa fate qua?, ci dicono aggressivamente, Questo non è il vostro posto.” I recenti decreti emanati da Hamas sul comportamento delle donne (divieto di fumare la pipa ad acqua, codice di abbigliamento ecc.) non hanno di certo migliorato la situazione.

Nel “Caffè per signore” le avventrici trovano un luogo tranquillo, dove possono rilassarsi, ascoltare la musica che preferiscono e fumare la pipa senza che nessuno le molesti, faccia apprezzamenti volgari sul loro aspetto e sui loro vestiti o le aggredisca – cose, queste ultime, che accadono ormai troppo spesso nella zona. I prezzi di cibi e bevande sono irrisori, perché è chiaro che “il gruppo di ragazze con delle idee”, come le giovani che gestiscono il posto si definiscono, non ha messo in piedi questa faccenda per arricchirsi. Qualcuno ha detto a Balsam che aprire un caffè per donne è un passo indietro nella lotta per l’eguaglianza, ma lei sostiene che: “Abbiamo bisogno di uno spazio nostro per organizzarci e contrastare la dominazione maschile.”

La necessità di uno spazio proprio è anche la motivazione delle studentesse afgane che l’8 marzo scorso hanno festeggiato il Giorno Internazionale della Donna aprendo l’internet caffè femminile “Sahar Gul” a Kabul. Il nome del locale è quello della 15enne imprigionata e torturata, l’anno scorso, dal marito e dai familiari di quest’ultimo perché rifiutava di prostituirsi. Del gruppo che gestisce il caffè vi ho già parlato: sono le “Giovani donne per il cambiamento” che lottano contro la violenza di genere e che al proposito hanno già prodotto documentari, organizzato manifestazioni e dibattiti pubblici ed hanno partecipato a programmi radiofonici e televisivi.

Per raccogliere i fondi necessari ad aprire il locale si sono affidate all’aiuto di altre donne, quelle delle ong locali ed internazionali: “In questo modo”, spiega Homiyra Bakhshi di “Giovani donne per il cambiamento”, “possiamo tenere il prezzo della connessione a 50 afgani l’ora (meno di un euro) che è assai più basso di qualsiasi altro internet caffè a Kabul. Ma il motivo principale per cui abbiamo così tante clienti è che qui esse trovano l’opportunità di studiare e socializzare liberamente, senza il peso della continua sorveglianza maschile.”

L’arredo del posto è modesto: una dozzina di computer portatili, una libreria ben fornita e un mucchio di comodi cuscini. Ma Mariam Noorani, studentessa universitaria e frequentatrice abituale dell’internet caffè, oltre ad esserne pienamente soddisfatta dice che ce ne vorrebbero molti altri, di luoghi simili: “Il significato del nome, “Sahar Gul”, è chiaro a qualunque donna metta piede qui dentro. Vengo qui così spesso per mostrare il mio sostegno a tutte le ragazze come lei che hanno sofferto e soffrono cose orribili. Questo caffè è un tributo collettivo alla resistenza ed al coraggio di donne come Sahar Gul.”

L’ultimo caffè di cui voglio dirvi qualcosa si chiama “Nasawiya”, che in arabo significa “Femminista”, e lo ha aperto a Beirut (Libano) un gruppo di attiviste dall’appellativo omonimo. Le donne di Nasawiya, circa 250, lavorano sui problemi che il genere femminile incontra nel loro paese, quali le molestie sessuali sul lavoro, lo stupro all’interno del matrimonio, la violenza domestica, la discriminazione verso le lavoratrici straniere.

Siamo nate all’inizio del 2010,” racconta la coordinatrice Farah Salka, “raccogliendoci attorno a questo scopo: sfidare tutte le oppressioni di genere in Libano e nel mondo arabo. Chiunque voglia unirsi a noi è la benvenuta, lavoriamo su molti tipi diversi di cambiamento. Una delle nostre campagne si chiama “Le avventure di Salwa” ed ha come bersaglio le molestie sessuali. In questo momento ci stiamo impegnando per avere una legge che penalizzi queste molestie in ambito lavorativo.”

Ed ora c’è anche il caffè, che assomiglia non solo per scopo a quello palestinese e a quello afgano: è come un grande soggiorno con scaffali pieni di libri, cuscini e poltroncine confortevoli. Oltre ad uno spazio per studiare, leggere, ascoltare musica e chiacchierare, il caffè offre ovviamente cibi e bevande – gratis. Un cartello in più lingue ricorda solo che il posto è gestito da volontarie e che si suppone tu faccia una donazione (quello che puoi) dopo aver bevuto il caffè e mangiato la ciambella.

Di recente, però, può capitare di gustare cose assai più sofisticate ed esotiche, in quel di Nasawiya. Da qualche mese il locale organizza il sabato sera un evento chiamato “Libumu”, che in congolese vuol dire “Pancia”. Le lavoratrici domestiche straniere, che sono venute in Libano dall’Africa e dall’Asia, si danno il turno a cucinare i piatti dei loro paesi d’origine durante tali serate. Il ricavato delle donazioni relative alle cene etniche va interamente a loro.

Sono donne che vengono dal Nepal, dallo Sri Lanka, dall’Etiopia… Le invitiamo a mostrare i loro talenti, ed il modo più semplice di far questo al caffè è cucinare.”, spiega la venticinquenne Edith Kitoki, che è nata in Libano ma è di origine congolese ed è “l’addetta al contatto” con le donne straniere per Nasawiya, “E’ un modo per far sentire queste persone benvenute, per dir loro che hanno valore.”

Molti, molti anni fa, misi piede per la prima volta – in un paese straniero – in un “caffè per donne”… e la sensazione di essere la benvenuta fra le mie simili e di avere per loro valore da allora non se n’è più andata. Dite voi se è poco. Maria G. Di Rienzo

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(lettera indirizzata all’Organizzazione per i lavoratori non documentati del Belgio, trad. Maria G. Di Rienzo)

Mi chiamo Doralice. Ho 27 anni e come altri brasiliani sono venuta in Belgio per cercare di migliorare le condizioni della mia famiglia. Ho due figlie che vivono con mia madre in Brasile. Sin dal primo giorno del mio arrivo in Belgio ho frequentato la chiesa e là un’amica mi ha detto che c’era una donna che cercava una domestica. La mia amica organizzò l’incontro e tutto andò bene. Ero felice, perché la signora mi disse che potevo cominciare a lavorare da subito, il lunedì successivo. All’inizio pensavo di essere stata fortunata. La mia datrice di lavoro era gentile e parlava spagnolo. Tuttavia mi sbagliavo e lei si rivelò assai diversa.

La signora Francesca e suo marito hanno una casa grande e molto bella (4 bagni, una cucina attrezzata, molti oggetti utili e molti altri non proprio utili). Ho lavorato in quella casa per circa un anno, finendo per conoscerne ogni dettaglio. Lavoravo per l’intera settimana ed in teoria ero libera il sabato dopo l’una del pomeriggio e la domenica. Ma facevo spesso straordinari. I miei datori di lavoro davano numerose feste ed amavano avere la casa piena di ospiti. Io dovevo preparare ogni cosa per queste feste, erano due o tre a settimana, e durante la Pasqua diedero feste ogni giorno, non avevo neppure il tempo di mangiare. Quando c’erano più di dieci ospiti i miei datori di lavoro chiamavano provvisoriamente altro personale domestico, fra cui una mia amica, Nora, anche lei brasiliana, che lavorava per la loro figlia. Il cameriere temporaneo prendeva 100 euro a serata, la mia amica niente. Quando chiesi alla signora Francesca perchè, lei mi diede 10 euro da consegnare a Nora.

La signora era molto esigente. Si lamentava di continuo. Anche se facevo tutto quel che mi diceva di fare e lo facevo bene, lei si lamentava, in modo aggressivo e scortese. Dopo ogni pasto, mi obbligava a lavare i piatti a mano, non voleva che usassi la lavastoviglie. Il lavoro era duro, lavoravo 12/13 ore al giorno. E poiché continuavano a dirmi cose che mi ferivano ho cominciato ad essere sempre più triste e depressa. Alcune delle cose che la signora mi ha detto non le dimenticherò mai. Per esempio, una volta avevo aperto un pacchetto di biscotti. Lei se ne accorse di notte, venne in camera mia a svegliarmi e prese ad urlare. Non mi era permesso aprire confezioni di cibo, potevo mangiare solo da quelle già aperte!

Mi assegnava un sacco di lavori non necessari, come l’annaffiatura del giardino: c’era il sistema automatico per farlo, ma lei voleva che lo facessi io a mano. Dovevo essere sempre pronta, sempre in servizio. Durante i loro pasti, dovevo stare in piedi nella stanza in attesa di ordini. La mattina dovevo portarle la colazione in camera. Spesso mi ha messo in situazioni difficili, chiedendomi di fare cose che non c’entravano con il mio lavoro di domestica. Per esempio dovevo massaggiarle la schiena con la crema e quando veniva in casa la sua parrucchiera io dovevo lavarle i capelli. Non erano cose che volevo fare, ma non avevo scelta.

Un giorno cominciai a sentire un forte dolore a un braccio. Continuai a lavorare senza dire niente ma infine il dolore era così intenso che ne parlai alla signora Francesca. Lei mi diede degli antidolorifici. Ma dopo venti giorni il dolore non se ne andava. Allora mi portò da un medico. Costui mi prescrisse quindici giorni di riposo, ma la signora gli disse che io non potevo riposare perché dovevo lavorare per lei e mi diede ancora antidolorifici. Andai avanti così per altri venti giorni, ma il dolore non mi lasciava neppure dormire. Lo dissi alla signora e lei non commentò: mi allungò altri medicinali. In quel periodo i miei datori di lavoro decisero di andare in vacanza per due settimane. La signora Francesca mi disse che grazie a ciò avrei avuto del tempo per riposare ma in effetti dovevo continuare a lavorare per tenere la casa pulita.

Quando tornarono andai da un altro medico, da sola, e lui mi disse che avevo la tendinite e che dovevo venire in ambulatorio regolarmente per curarla. La signora disse che potevo farlo, ma solo dopo il matrimonio di suo figlio. Le mostrai la diagnosi e le prescrizioni e lei rispose: “Solo dopo il 9 di settembre”. Le dissi che stavo veramente male e che avrei trovato qualcuno che mi sostituisse. Lei replicò che quel qualcuno poteva trovarlo da sola. E io continuai a lavorare e lei non trovò nessuno. Allora la mia amica Nora si fece avanti, mi sostituì ed io potei cominciare il trattamento medico. Il dottore era bravo, ma la procedura era molto dolorosa. Dal braccio la sofferenza mi aveva preso tutta la schiena. Le iniezioni erano pesanti. Quando tornavo a casa dopo il trattamento non riuscivo a fare nulla, neppure a sollevare un bicchiere d’acqua. Feci in tutto tre sessioni e anche se avrei dovuto continuare, come il medico mi aveva detto, tornai al lavoro: la mia amica non voleva più sostituirmi, perché la trattavano malissimo e lei si rifiutava di massaggiare la signora, che tra l’altro l’aveva assalita perchè aveva mangiato un uovo. La cura era molto costosa, non l’ho mai finita. E devo lavorare, perché ho due figlie in Brasile, non sono sposata, e mia madre è malata. Anche se so che non potrei legalmente lavorare qui devo farlo, perché non posso permettere che la mia famiglia muoia di fame.

Vorrei sapere se qualcuno può aiutarmi. Ho sofferto parecchio. Sono un’immigrata e sono in Belgio senza permesso, ma sono un essere umano e non merito così tanto dolore. Vorrei essere pagata per gli straordinari e la malattia, e vorrei denunciare i miei datori di lavoro per il trattamento che mi hanno inflitto. Dopo aver letto quanto ho scritto, voi pensate che io abbia qualche diritto?

Com’è finita la storia di Doralice: L’Organizzazione per i lavoratori non documentati del Belgio ha tentato una negoziazione con i datori di lavoro per ottenere il pagamento degli straordinari e della malattia. I datori di lavoro hanno rifiutato in modo assai arrogante. Allora Doralice ha scritto la sua storia con tutti i dettagli (omessi dal testo precedente) e l’Organizzazione l’ha inviata all’Ispettorato del Lavoro. Un’ispettrice si è confrontata con il marito della signora Francesca, il quale ha dovuto ammettere che Doralice lavorava per loro, ma ha continuato a negare il resto. Nonostante ciò, l’ispettrice ha scoperto molte irregolarità nei pagamenti fatti a Doralice. Il suo calcolo ha stimato che i datori di lavoro devono a Doralice 5.000 euro più i versamenti dei contributi sociali e che non hanno mai pagato le tasse relative al suo impiego come domestica. Per evitare di andare in tribunale, i datori di lavoro hanno versato a Doralice la somma richiesta.

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Durante gli anni ’80, un’organizzazione non governativa implementò un progetto per provvedere acqua corrente a diversi villaggi messicani. L’organizzazione fornì le pompe ed addestrò i residenti locali all’uso ed alla manutenzione delle stesse. Un anno più tardi, una squadra andò a verificare lo stato dell’arte del progetto: la maggioranza delle pompe non funzionavano. Come mai? L’ong si era preoccupata di addestrare solo gli uomini, ma nei villaggi erano le donne ad essere responsabili per l’acqua. I tempi sono cambiati, eppure il genere resta largamente non discusso o non previsto nel discorso sull’acqua. Anche se ormai si riconosce che le donne sono le principali provveditrici d’acqua a livello domestico, la prospettiva in cui sono collocate nel discorso è quella delle vittime o dei membri di gruppi vulnerabili, invece di quella reale: a causa delle ineguaglianze di genere le donne sono le più colpite dalle crisi relative all’acqua o ai cambiamenti climatici, ed allo stesso tempo sono le più attive nel rispondervi e nell’operare cambiamenti. Lasciate che vi racconti “tre storie d’acqua”.

Veronica Nzoki, kenyota, è la presidente dell’Associazione utenti acqua di Endui. Il gruppo l’ha creato assieme ad altre donne per ottenere dal governo che l’acqua sia portata più vicina alle case e che la sua qualità sia migliorata. Veronica risiede a Endui, nel Kenya orientale, da più di cinquant’anni: “Ricordo bene come il ciclo dell’acqua fluiva quando ero bambina. Coltivavamo abbastanza e conservavamo abbastanza acqua da rispondere agevolmente alle occasionali siccità. Ma questo non è più possibile. Nelle ultime due stagioni i terreni non hanno risposto alla coltivazione ed il bestiame è morto di fame. Per la prima volta da quando è stata costruita, e cioè dal governo coloniale più di mezzo secolo fa, nel 2009 la diga Kiiya si è completamente prosciugata. Noi donne ci muoviamo verso la sorgente più vicina già alle sei del mattino. Stiamo in coda per ore ed ore. Quando abbiamo raccolto l’acqua e ci avviamo a tornare a casa è già passato mezzogiorno. Questo ci toglie ogni energia. Quelle di noi che avevano piccole attività commerciali hanno dovuto abbandonarle per provvedere l’acqua alle proprie famiglie.”

Ayibakuro Warder, madre di cinque bambini, vive nella regione del Delta del Niger. Di mestiere fa l’impiegata comunale, ma resta coinvolta nella pesca e nell’agricoltura che sono le attività principali della sua famiglia. E’ riconosciuta come leader non solo dalle donne, con cui condivide l’attivismo, ma dall’intero suo clan. Ayibakuro, come Veronica, ricorda tempi diversi: “Quando ero bambina i miei genitori ottenevano grandi raccolti e anche la pesca era proficua. L’estensione dei campi di cassava allora, per fare un esempio, non è neppure paragonabile a quella odierna. Le nostre sorgenti, i nostri laghi, i nostri ruscelli, sono stati uccisi dai continui sversamenti di petrolio. Qui nessuno ha dubbi: i raccolti più scarsi, i problemi di salute che aumentano soprattutto fra i bimbi, li dobbiamo all’estrazione del petrolio. Senza quasi più risorse economiche diventa difficile cercare aiuto medico. Troppe donne sono morte di petrolio.

Nello sversamento del 2007 le donne di Ikarma persero tutta la cassava che avevano messo a mollo nel fiume. Il petrolio distrusse anche le reti da pesca e i pesci. Allora guidai una manifestazione di donne e andammo a protestare davanti alla base logistica della Shell a Kolocreek. Ma non importa quali giustificazioni tirino fuori: che parlino di sabotaggi o di guasti, la Shell non ha mai ritenuto giusto compensare le proprie vittime. Invece, manda il suo personale militare ad intimidire le comunità affinché non parlino pubblicamente delle loro lamentele.”

Rasheda Begum, del Bangladesh, è una profuga ambientale: “Avevo una casa a mezzo chilometro dalla spiaggia, a Khudiar Tek sull’isola Kutubdia. La mia casa fu spazzata via da un ciclone nel 1991. Allora mi sono costruita una capanna tre chilometri più in là. Come le mie vicine, ero devastata da un terrore inesplicabile, quello del fuggire verso una destinazione ignota. Credo che questa paura derivasse dal fatto che, a differenza degli uomini, i nostri movimenti come donne sono sempre stati ristretti. Nel 2007 abbiamo lasciato l’isola e ci siamo trasferiti in un ghetto urbano, alla periferia di una cittadella turistica. Il posto non ha nessun servizio per chi non è un turista, come situazione è molto stressante. Mi sto organizzando con altre donne, ma ogni giorno devo pensare a come dar da mangiare alla mia famiglia. Lavoro a giornata, nel trattamento del pesce secco: è un impiego stagionale che si svolge in condizioni igieniche disastrose. E sono costantemente in ansia per le mie tre figlie più grandi, perché non ci sono leggi che proteggano i poveri, specialmente i rifugiati ambientali dei ghetti.” Maria G. Di Rienzo

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Fu l’ultima, e la più persistente, oppositrice alla colonizzazione britannica dell’India: più esattamente, del Punjab di cui era regina. Si tratta della Maharani Jindan Kaur, una donna sikh che, a poco più di vent’anni, organizzò due guerre contro gli inglesi e sebbene sconfitta in entrambe continuò ad essere “una spina nella corona” della regina Vittoria d’Inghilterra. Il film documentario sulla sua vita, diretto da Michael Singh nel 2010, si chiama infatti “La regina ribelle – Una spina nella corona”.

“Prevalentemente,” dice in una sua recensione del film Herpreet Kaur Grewal, giovane sikh nata in Gran Bretagna, “se si parla di donne asiatiche si parla di delitti “d’onore”, matrimoni forzati e violenza domestica: e sono tutte cose serissime contro cui dobbiamo continuare a lottare. Ma non vi è alcun modello che possa ispirare le ragazze nei media, nell’arte o nei libri di storia con cui entrano in contatto, soprattutto se come me sono figlie di migranti. Quando ho visto il film sono rimasta colpita da quanto poco sapevo della mia stessa storia. Sono cresciuta a Londra in una famiglia di sikh del Punjab e sebbene guardassi ai miei genitori, alla loro onestà, alla loro fatica, quando pensavo a cosa volevo essere io costruivo un ibrido fra la detective dei gialli per ragazzi Nancy Drew, l’agente televisiva dell’FBI Dana Scully e Bruce Springsteen. Il tratto comune che io trovo in questi tre personaggi è l’aver abbattuto delle barriere per aprire un mondo di possibilità. Non c’era niente del genere nella mia cultura d’origine, o almeno questo era quel che credevo: dopo aver visto “Rebel Queen” mi sono sentita riconnessa ad un passato negletto. Un passato in cui ci sono donne come Mai Bhago, una santa guerriera nelle fila del 10° profeta sikh, il guru Gobind Singh Ji, o Bibi Dalair Kaur, un’altra guerriera del 17° secolo. Non erano solo sikh: la guerriera più nota in India è probabilmente Lakshmibai di Jhansi, una regina hindu che pure combattè contro la colonizzazione. E più vicino al nostro tempo ci sono state donne come Rokeya Hossain, l’autrice del romanzo utopico “Il sogno della sultana”, scritto nel 1905, in cui si descrive un mondo alternativo dove le donne dominano la sfera pubblica. Molte artiste d’origine asiatica, al presente, documentano le difficoltà relative all’avere un’identità “mista”, ma non si raccontano abbastanza storie come quella della Maharani Jindan, storie di quel che è accaduto prima che la mia famiglia dovesse lottare con il fatto di essere asiatica in una società di bianchi. Non siamo venuti all’esistenza nel momento in cui siamo immigrati, questo è quel che voglio dire.”

Non sono riuscita, ancora, a vedere il filmato per intero, ma alcuni spezzoni e trailer sì, e credo di avvicinarmi a capire come deve essersi sentita Herpreet: le sequenze e la vicenda stessa dell’ultima regina del Punjab sono davvero ammalianti. La rivolta di Jindan comincia con la morte del marito nel 1839, quando gli inglesi rifiutano di riconoscerne il figlio Duleep Singh come erede al trono e rivendicano il Punjab (che all’epoca comprendeva una zona più vasta di quella che oggi viene designata con tal nome). Sati e purdah – il destino delle vedove di immolarsi alla scomparsa del coniuge – non significano niente per lei: il Punjab è il suo regno, e lei presiede ogni consiglio di corte, dirige l’attività dei ministri, incontra i capi dell’esercito. Lo storico Peter Bance la definisce “una donna di fegato”, e aggiunge: “Tenne testa agli inglesi molto attivamente.” Altrettanto attivamente, gli inglesi cercarono di sottrarle il consenso del popolo che la proteggeva. Definita come un “serio ostacolo” al governo britannico dell’India, fu messa in moto contro di lei la macchina della propaganda per darle la reputazione peggiore possibile. La campagna denigratoria la definiva la “Messalina del Punjab”, “seduttrice ribelle”, “donna disonesta fuori controllo”, eccetera. Gli intrighi con vari potenti a corte fecero il resto. Fu chiesto a Jindan di cooperare e farsi da parte, ma poiché essa rifiutò e poiché la sua influenza sul figlio era notevole, gli inglesi decisero di separarli. Jindan fu trascinata fuori dalla corte di Lahore per i capelli e gettata in prigione: prima nella Fortezza di Sheikhupura e poi nel Forte Chunar ad Uttar Pradesh. Il figlio Duleep, che aveva allora 9 anni, fu portato in Inghilterra e convertito al cristianesimo. Là condusse l’esistenza tipica di un gentiluomo britannico e scambiava lettere con la regina Vittoria.

Dalla seconda prigione, Jindan riuscì a fuggire travestendosi da servetta. Viaggiò da sola per 800 miglia per raggiungere un santuario in Nepal, dal quale scrisse una lettera al governo britannico in cui si vantava di essere scappata “per magia”. Ma non riuscì più a radunare il suo popolo attorno a sé ed a riconquistare il suo regno. Parecchio tempo dopo, le fu permesso di andare in Gran Bretagna per rivedere il figlio (Jindan morirà due anni più tardi, nel 1863, e sarà sepolta a Londra). La riunione bastò, secondo le parole di quest’ultimo, a cancellare tutto il “lavaggio del cervello” che gli era stato fatto: lui era un sikh, figlio del re e della regina del Punjab, e tale sarebbe rimasto sino alla morte.

Così comincia il bel film che documenta tutto questo: “Una donna indiana che porta una crinolina assieme ai suoi abiti tradizionali, ed un intreccio di perle e smeraldi nei capelli sotto il cappellino, cammina nei Giardini di Kensington nel 1861. E’ l’ultima regina sikh del Punjab ed il suo nome è Jindan Kaur.” Maria G. Di Rienzo

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