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Archivio per la categoria ‘Caramelle per gli occhi’

Una canzone per ogni sogno

moonlight garden

My Eden – cantante: Yisabel Jo (dalla colonna sonora dello sceneggiato “Gu Family Book”, attualmente in programmazione per la rete televisiva sudcoreana MBC – trad. M.G. Di Rienzo.)

http://www.youtube.com/watch?v=wOZTVGo00uM

oppure

http://www.youtube.com/watch?v=kYwWM_9MQgU

C’è una pietra per le cose dimenticate

Solo una pietra per tutto ciò che volevi

Guarda, una pietra per ciò che non sarà

Tutto quel che pensavi era là

Conta le pietre, non pensare a lui (1)

Lascia che le pietre diventino la tua montagna

Lasciale andare, le notti in cui dubitavi,

quel migliaio di preoccupazioni

Delicatamente ora fatti strada

fra le città ed il buio

Delicatamente lasciati guidare

dalle nuvole e dalle stelle

Quando le distanze crescono,

quando i venti cominciano a soffiare,

qualcosa sussurra in distanza:

c’è una casa, nel cuore,

un altro paradiso.

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

C’è una canzone

C’è una pietra per ogni azione

Per le cose che non ti volterai a guardare

Guarda, una pietra per tutto ciò che sarà,

per tutto ciò che è ancora me.

Delicatamente ora fatti strada

tra i suoni dell’oscurità

Delicatamente lasciati guidare

dalle nuvole e dalle stelle

Quando le distanze crescono,

quando i venti cominciano a soffiare,

qualcosa sussurra in distanza:

c’è una casa, nel cuore,

un altro paradiso.

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

C’è un mondo che non esiste ancora

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

 giardino sotto la luna

(1) Ascoltando il pezzo io sento “your friend” – il tuo amico/la tua amica, ma tutte le trascrizioni del testo riportano “him” – lui.

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(Capito, signori della Disney? Da Sesame Street, trad. M.G. Di Rienzo)

Sonia Sotomayor: Ciao, io sono Sonia Sotomayor.

Abby Cadabby: E io sono Abby Cadabby.

Sonia Sotomayor: E siamo qui per dirvi tutto della parola “carriera”.

Abby Cadabby: Sì! Carriera!

Sonia Sotomayor: Una carriera è un lavoro per cui ci si addestra e ci si prepara e si intende fare per lungo tempo.

Abby Cadabby: Oooh – so che carriera voglio avere!

Sonia Sotomayor: E qual è?

Abby Cadabby: Voglio una carriera come principessa. Carriera! Ta-da! (Abby appare vestita da principessa)

Sonia Sotomayor: Abby, far finta di essere una principessa è divertente, ma non è assolutamente una carriera.

Abby Cadabby: Ah no?

Sonia Sotomayor: Ti ricordi, una carriera è un lavoro per cui ci si addestra, e ci si prepara, e si intende fare per lungo tempo.

Abby Cadabby: Oh, hai ragione! Credo che la principessa non sia un vero lavoro.

Sonia Sotomayor: No, non lo è.

Abby Cadabby: Oh, e che tipo di carriera può fare una bambina come me?

Sonia Sotomayor: Be’, puoi andare a scuola e addestrarti a diventare un’insegnante, un’avvocata, una medica, un’ingegnera.

Abby Cadabby: Wow!

Sonia Sotomayor: E persino una scienziata.

Abby Cadabby: Wow! Tu hai una carriera?

Sonia Sotomayor: Sì. Sono una magistrata della Corte Suprema degli Stati Uniti. Sono andata a scuola, ho studiato legge e poi sono diventata una giudice.

Abby Cadabby: Wow! Sembra importante!

Sonia Sotomayor: Lo è.

Abby Cadabby: Okay, allora so che carriera voglio avere.

Sonia Sotomayor: E sarebbe?

Abby Cadabby (Abby appare in toga da giudice): Carriera! Si faccia ordine nella Corte!

Sonia Sotomayor (abbracciando Abby): Oh, Abby, penso che diventerai una grande grande giudice.

Abby Cadabby: Oh, grazie!

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Arang e il Magistrato. (Hangul: 아랑사또전)

Regia: Kim Sang-ho; Sceneggiatura: Jung Yoon-jung; Rete televisiva: MBC; Protagonisti principali: Shin Min-a (Arang) e Lee Jun-ki (il Magistrato Kim Eun-oh).

 

La storia di base è una leggenda assai nota: il fantasma di una giovane assassinata appare ad ogni nuovo Magistrato della città di Miryang chiedendo giustizia, sino a che uno di essi non si assume il compito di punire l’omicida. Il film basato in precedenza su questa premessa era inguardabile per i miei gusti: un horror cupo, a volte insensato, zoppicante nello svolgimento della trama, che non offriva sollievo neppure nel finale. Lo sceneggiato è tutt’altra faccenda – riesce ad essere intenso e lieve allo stesso tempo – e rielabora la vicenda a partire da questa premessa: il fantasma di Arang è privo di memoria e quel che cerca non è la vendetta ma la verità sulla propria morte. Non è il capolavoro dell’anno, a volte è scontato, ha qualche scena superflua o troppo lunga per i miei gusti, ma se ho deciso di continuare a vederlo dopo 6 puntate significa che mi trasmette qualcosa di gradevole.

In primo luogo è piacevole a livello visuale. Mi godo i colori, le sfumature, le nebbie sovrannaturali, il gioco di luci ed ombre, gli scenari e i costumi come se guardassi un quadro in movimento. In secondo luogo, i due protagonisti principali sono due attori e non due imbecilli tirati fuori da gruppi di idol-boys e idol-girls (sapete, quel tipo di intrattenitori anoressici ed ossigenati che sculettano a ritmo sui palcoscenici di Corea e che qualcuno, insultando Tersicore, Jimi Hendrix e l’intelligenza umana, osa chiamare “musicisti”). Shin Min-a e Lee Jun-ki almeno sanno recitare, il che rende credibile e fruibile uno scenario che potrebbe crollare facilmente, sospeso com’è fra realtà e magia, se gli attori non fossero capaci di bilanciarsi in esso. In terzo luogo, Arang è completamente diversa da come la leggenda la tramanda. Di base è determinata, positiva, persino allegra, ostinata al punto di riuscire ad estorcere un patto con gli dei dell’Aldilà (che le permetteranno di cercare la verità dandole di nuovo forma umana). Le scene in cui, da spettro, si difende a cazzotti dall’aggressione di altri fantasmi sono esilaranti e molto rare nei drama: di solito l’eroina frigna e urla in attesa dell’apparizione dell’eroe che la salverà. Anche il Magistrato, che possiede il raro dono di vedere i fantasmi, è differente da come ce lo aspettavamo a norma di leggenda: un nobilotto autocentrato – ma falsamente indifferente – che si vanta di non aver mai detto: grazie, scusa e ti voglio bene. Sebbene Arang finisca per piacergli, il motivo per cui decide di aiutarla è che la ragazza potrebbe essere collegata alla madre scomparsa che lui sta cercando: Arang porta infatti nei capelli lo stesso “binyeo”, un fermaglio tradizionale, da lui regalato alla madre.

Mi stanno bene anche gli ingredienti classici della commedia: la sciamana ciarlatana e il servitore sempliciotto, le punzecchiature e le allusioni sessuali, il trio comico degli amministratori cittadini. Mi stanno bene gli elementi pseudo-horror: la continua sparizione di fanciulle, la malvagia mangiatrice-di-anime mandante dei loro omicidi (che sembra essere la mamma del Magistrato…), l’esecutore incallito degli stessi che è diventato tale in cambio di una vita da nobile (ma potrebbe sbarrare di meno gli occhi, per favore? Abbiamo capito che in fondo è tormentato e infelice, se continua ad enfatizzarlo rischia di passare al comico anche lui).

La cosa principale che mi disturba, invece, sono le scene in cui Arang viene trascinata per il polso dal Magistrato e da lui trattata come una marmocchia di quattro anni. Dopo averci regalato un’eroina inusuale con cui riusciamo subito a simpatizzare e con cui per una ragazza è finalmente positivo identificarsi (Arang è indipendente, forte, spiritosa, onesta e fondamentalmente buona anche nei suoi commenti maliziosi o nei suoi scoppi di rabbia), lo show se ne pente e cerca di infantilizzarla un po’ e di mostrare che un uomo le è comunque “superiore”, vuoi mai che qualche confuciano molto conservatore si risenta nel vedere una donna troppo in gamba. La “bambinizzazione” delle donne è comunque un classico nei drama coreani: dall’altezza, per cui se la protagonista arriva al petto del suo corrispettivo maschile e deve montare su un rialzo per baciarlo è il massimo, alla vocetta da asilo – ascoltate le attrici parlare fuori scena e vi accorgerete che quel tono da ochette lagnose non è il loro tono usuale; per non parlare delle stanze di trentenni zeppe di orsetti di peluche e di specchi e cuscini a forma di cuoricino, o dei broncetti e delle bizze che secondo gli sceneggiatori coreani sarebbero i modi in cui una donna adulta risponde alle frustrazioni. Ma se in “Arang e il Magistrato” questo andazzo è appena accennato e il resto fa sì che lo si sopporti, esso è pervasivo e sommamente distruttivo nella delusione dell’anno, quel “Faith” (Hangul: 신의) di cui passo a parlarvi.

 

Fede”, o “Il Grande Medico”, della rete televisiva SBS, si è annunciato con tre trailer successivi molto misteriosi, in cui ad un panorama si susseguivano scene di incursioni notturne e battaglie, con poco dialogo o niente dialogo del tutto. Il primo della serie si apriva con brevi scene sfocate di altri sceneggiati prodotti dalla coppia assai rinomata che ha assemblato “Faith”: il regista Kim Jong-hak e la sceneggiatrice Song Ji-na.

In effetti questi due hanno creato veri e propri capolavori, alcuni dei quali hanno superato il 50% di share e sono stati rubricati come “drama nazionali”: nel caso di “Sandglass” (“Clessidra”), uno sceneggiato del 1995, negozi ed uffici chiudevano in anticipo per permettere ai loro dipendenti di correre a casa a vederlo. Io li ho conosciuti grazie a “Legend” (태왕사신기, noto anche come “Story of the First King’s Four Gods”, 2007) che ho trovato straordinario per congruenza narrativa, scenari, recitazione e messaggio. Pensate che passava persino l’Alison Bechdel Test: è capitato due o tre volte, infatti, che vi fossero due donneche parlavano insiemedi qualcosa di diverso da un uomo. Ed è stato davvero piacevole sentire un Re rivolgersi al suo esercito in questo modo: “Non morite. Non ho bisogno di uomini che gettino via la loro vita per me. Vivete e restate al mio fianco.”, o sentirlo dire prima della sua volontaria scomparsa: “Questa è la risposta che darò al cielo: io credo nell’umanità.”

(Gwanggaeto il Grande, il 19° monarca di Goguryeo, ha davvero lasciato dietro di sé una frase simile, probabilmente dopo aver effettuato una “separazione tra stato e tempio”: “Ora non è più l’uomo che aspetta, ma il cielo. Ora, ogni volta in cui mi giro, il cielo è dietro di me.”)

Quindi, le mie aspettative per il nuovo sceneggiato di Kim Jong-hak e Song Ji-na erano – doverosamente – alte, nonostante sapessi che il protagonista principale sarebbe stato quel Lee Min-ho faccia-da-saponetta che nei suoi fan-club internazionali viene chiamano Lee Min-hot … e questo dovrebbe già darvi la misura di quanto valga come attore: vale quanto il suo gradevole (de gustibus) aspetto. Quando avrà 40 anni dovrà giocoforza cambiare mestiere, perché un sacco di bei giovanotti incapaci di recitare come lui lo avranno rimpiazzato nel cuore delle sgallettate di tutto il mondo. La sua co-star, Kim Hee-seon, la conoscevo come partner di Jackie Chan nel film “The Myth”: non mi era sembrata eccezionale (d’altronde il film non richiedeva un’abilità sublime per il suo ruolo) ma nemmeno un’incapace.

Alcuni dettagli, protagonisti a parte, mi rendevano però dubbiosa. L’impianto narrativo, largamente abusato e malamente gestito nei drama recenti, basato su un “viaggio nel tempo”; l’aspetto del guerriero Choi Young (Lee Min-ho) in pratica identico al re di “Legend” per pose, acconciatura e costume; una delle co-protagoniste quasi uguale alla Kiha di “Legend” (lo stesso ramo, tipo corallo rosso, nei capelli acconciati allo stesso modo e la stessa capacità di controllare il fuoco con la propria volontà)… E dopo aver visto le prime puntate le impressioni negative sono diventate giudizi negativi: a livello visivo “Faith” è fatto con i rimasugli di “Legend”, e ne copia persino i dialoghi; a livello di storyline non riesce ad essere credibile. Non è perché c’è una porta temporale e un protagonista che scaglia fulmini di “chi” o “ki” (energia vitale) dalle mani: in “Legend” c’era un Re discendente di una creatura celeste, quattro semi-dei e un “cattivo” capace di usare il fuoco in maniere impossibilmente perverse, eppure tutto si teneva e collegava logicamente e noi spettatori siamo caduti nell’incantesimo e lo abbiamo creduto reale per 24 puntate – e ci siamo mangiati le dita perché ne avremmo volute di più.

In “Faith” abbiamo un protagonista, che già non è Laurence Olivier, ingessato in un ruolo in cui deve mostrarsi indifferente, freddo, non desideroso di vivere e interessato solo a dormire (perché dormendo entra in un altro mondo in cui parla con il papà defunto ecc.). Una “maschera” del genere deve trasmettere emozioni e idee con lo sguardo, con i gesti, con il corpo, mantenendo però una facciata superficiale di impassibilità: è recitazione per solutori più che abili, non per un Lee Min-ho qualsiasi.

Ma il disastro tocca punte abissali con la protagonista femminile, una dottoressa trascinata contro la propria volontà dall’epoca attuale ai tempi di Koryo (918-1392) per salvare la Regina gravemente ferita. Che una medica chirurga lasci il pronto soccorso per la chirurgia plastica, con l’idea di far soldi, è per me vomitevole ma accettabile dal punto di vista logico. Che una professionista trentenne si comporti come una bambina di cinque anni non riesco a mandarlo giù nemmeno con l’aiuto di un digestivo. Il personaggio della medica Yoo Eun-Soo si può descrivere con una sola parola: ebete. Trascinata in giro come un sacco (ma tenendola per il polso, ovvio) e all’occorrenza malmenata dal virile (???) guerriero protagonista che, inoltre, le consiglia o addirittura le ordina di continuo di stare zitta (non completamente a torto, tutto sommato, visto che dice solo stupidaggini), la nostra “eroina” mette il broncio, batte i piedini, si malmena la capigliatura tinta e frigna. Quando le è richiesto di descrivere il “Cielo” da cui proviene ad un giovanissimo sovrano in esilio comincia a parlargli dei gruppi di idol-girls “belle come bambole”. E’ la prima cosa che verrebbe in mente a chiunque provenisse dal 2012 e dovesse descriverlo, non è vero? Lo sceneggiato ci chiede di credere che questa tizia sia adulta, laureata, nonché affidabile quando ha in mano un bisturi. Non è un po’ troppo?

Aggiungete allo show un Re Tentenna, una Regina Innamorata di Lui Senza Speranza (e tante scene in cui, per espressività, tutti e due sembrano aver ingoiato un palo), Tre Cattivi di cui due così Cattivi da non poter smettere la smorfietta malvagia neppure al cesso, mentre il terzo, l’Assassino con Flauto, mantiene la stessa espressione vuota sotto un’indegna parrucca “alla Legolas” anche se il mondo crolla attorno a lui (fa bene: se dovesse provare a mostrarci altro non riusciremmo ad evitare di rotolarci per terra dalle risate). Il plot? Be’, i Cattivi vogliono uccidere la Regina e detronizzare il Re: sono abbastanza potenti da riuscirci in due puntate ma lo sceneggiato ne prevede 24. Così si impegnano in complessi giochi d’astuzia mentale, scommesse, minacce, promesse, avanzate, ritirate, elucubrazioni, complotti… Auguri, siamo alla sesta puntata con un rating attorno al 13% e il 14° posto in classifica su base nazionale. Kim Jong-hak, Song Ji-na: vi siete accorti che qualcosa non funziona?

 

Terza e ultima stroncatura: Gaksital (“Bridal Mask” = Maschera nuziale della sposa. Hangul: 각시탈). Questo sceneggiato è tratto da un fumetto di Huh Young-man, rielaborato da Yoo Hyun-mi, ed è diretto da Yun Seong-sik. La rete televisiva è la KBS. A Gaksital mancano due puntate a completare la serie di 28.

La premessa tratta dal fumetto è questa: nella Corea sotto occupazione giapponese un eroe popolare, vestito di bianco e con la maschera che nel teatro di strada tradizionale rappresenta la Sposa, eccezionalmente abile nelle arti marziali e armato solo di un “flauto” di metallo (credo sia l’attrezzo con cui si soffia nelle stufe per ravvivare il fuoco), vendica le brutalità commesse dagli occupanti ai danni della gente comune. Non so quanto il drama sia fedele al fumetto, ma gli elementi per una storia avvincente e di successo, a partire dal romantico scenario “Davide contro Golia”, ci sono. I rating sono lusinghieri: Gaksital viaggia ormai attorno al 20% e si posiziona da un po’ al secondo o terzo posto in classifica. Ma a mio avviso questo è solo il segno che gli elementi della storia continuano a tenere, mentre la sua rappresentazione televisiva è crollata da tempo sotto la recitazione da pupazzo a molla di Joo Won (il protagonista principale, un altro pollo da allevamento idol) e quella sempre fuori dalle righe di Park Ki-woong (il giapponese suo amico del cuore e poi nemico giurato, nonché partecipe di un triangolo amoroso vieto, inutile, nauseante, e visto solo già 50.000 volte.) La principale protagonista femminile, il cuore del triangolo, è Jin Se-yun, una ragazza di 19 anni che ha dovuto piangere per almeno 20 puntate di fila e il cui personaggio, privo di una pur minima evoluzione e vuoto come un guscio, è servito solo ad essere trascinato di qua e di là dai due uomini nei loro giochi a rimpiattino. Tuttavia, il difetto principale di Gaksital non è questa noia, è l’inaccuratezza. Il drama ci chiede di credere, ad esempio, che nella Corea coloniale qualcuno – il protagonista, unico ufficiale coreano nel corpo di polizia giapponese – possa nel giro della stessa giornata essere arrestato come terrorista, torturato, licenziato, assolto dalle accuse e riammesso in servizio. E non una sola volta. Senza che un modulo qualsiasi sia stato compilato, una denuncia formalizzata o sia apparsa un’aula di tribunale. E senza che le torture gli lascino più di qualche livido, e forse un leggero malumore, il giorno successivo.

Ci chiede inoltre di credere a delle trasformazioni impossibili anche per il più perfetto dei voltagabbana. Il protagonista, che assumerà l’identità di Gaksital alla morte del fratello maggiore cui tale identità apparteneva, non si limita a fare il poliziotto, come dice, perché un giorno così potrà comprare una bella casa per la sua mamma: disprezza i suoi connazionali, gode malignamente delle loro sofferenze e usa contro di loro una violenza da psicopatico. Poi, folgorato sulla via di Damasco dall’aver personalmente ucciso il vero Gaksital, suo fratello, e scoperto di dover vendicare la morte del padre, dopo un paio di piagnistei diventa estremamente sensibile alle indegnità subite dal popolo coreano. Come contraltare, il suo amico giapponese, un dolce e gentile maestro elementare, alla morte del proprio fratello diventa un torturatore che più bastardo e crudele non si può (ci vogliono sempre due piagnistei per la trasformazione). Affinché svolga al meglio questa metamorfosi gli danno l’incarico di Sovrintendente in polizia, senza che abbia frequentato un corso o un’Accademia, senza che possa vantare alcuna abilità necessaria al ruolo, ma è praticante di kendo e figlio di un pezzo grosso: forse è sufficiente, nel paese dei sogni, benché non lo fosse nella Corea coloniale. Visto che da un pezzo la storia ha smesso di avere senso, ed è diventata il tira e molla fra i due amici-nemici, ho una mezza idea di come finirà: si uccideranno a vicenda in un ultimo epico scontro. Tanto meglio per Mok Dan (il personaggio interpretato da Jin Se-yun), potrà finalmente dedicarsi alla lotta anticolonialista, se così crede, per propria scelta e non per servizio: non perché suo padre ne è uno dei partigiani, non perché le piace la figura di Gaksital, non perché è innamorata dell’uomo che porta quella maschera, ma perché vuole vivere da donna libera in un paese libero. Naaah, sarebbe troppo bello. Se non muore durante lo scontro dei due titani probabilmente, visto che è cattolica, la manderanno a piangere in convento. Sic transit, Maria G. Di Rienzo.

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Guardando si impara

Sapete già quanto apprezzo i “drama” storici, soprattutto quelli prodotti in Corea del Sud. Serie come Jumong, Iljimae, Legend (il mio preferito), Hwang Jin Yi, Queen Seon Deok ecc., oltre ad intrattenermi piacevolmente mi hanno fornito una gran quantità di informazioni ed hanno sollecitato in me mille curiosità. Com’è ovvio, apprezzando un attore e/o un’attrice nel tal sceneggiato storico ho cercato che ruoli avevano sostenuto in passato, o a cosa stavano lavorando attualmente. Così, ho avuto modo di sbirciare parecchi sceneggiati ambientati nell’epoca odierna. Di quelli in onda al momento salvo solo “I am Legend” (e ve ne parlerò prima o poi, intanto gustatevi l’immagine delle rock-girls protagoniste), ma adesso facciamoci quattro risate con quello che ho imparato dagli altri…

 

 

In Corea del Sud non ci sono abbastanza donne.

Infatti, la protagonista di ogni drama è regolarmente incastrata in una relazione con due uomini; quando gli sceneggiatori sono particolarmente creativi gli uomini diventano tre: due lottano per lei come se fosse un premio da fiera, il terzo fa il “servo muto” e soffre in silenzio. I desideri e la volontà di lei, ovvio, non contano o contano assai poco per determinare chi sarà il “vincitore”, che di solito è il più violento e maleducato fra i due (o tre), a riprova che quelle poche donne che ci sono in Corea se la vanno proprio a cercare…

L’incidente più frequente per cui le donne coreane vengono ricoverate al pronto soccorso è la slogatura di polsi e spalle (ma nei drama non si vede il ricovero).

Perfetti sconosciuti, conoscenti, fratelli, padri, fidanzati e mariti non possono accettare che una donna si allontani da loro di propria volontà, qualsiasi sia la situazione in corso (e cioè che lei li stia lasciando, che stia andando a casa o al lavoro, che abbia detto loro di smettere di tormentarla o che li abbia affettuosamente salutati). Perciò la afferrano al volo per un polso o un braccio e la fanno girare di forza. Solitamente, il crack dei legamenti che si rompono o dei muscoli che si strappano viene omesso dal rumorista. Degno di nota per creatività è stato un momento “clou” del recente “Road n. 1”, dove i due contendenti in lotta per la donna-premio l’afferrano contemporaneamente e la tirano per le braccia da parti opposte: gli sceneggiatori ed il regista erano così fieri di questa brillante pensata da regalarci un fermo-immagine sulla scena e da mostrarla da angolature diverse.

Nonostante la grande enfasi posta sull’efficienza fisica, gli sport di contatto, ed i cazzotti come mezzo privilegiato di risoluzione dei conflitti, le donne coreane sono incapaci di rispondere ad un’aggressione e nemmeno la percepiscono come tale.

Essere sbattute contro un muro da un uomo che ti tiene per i polsi non è esattamente un segno di affetto, ma tutto quello che la protagonista degli sceneggiati riesce a fare quando le capita (e le capita spesso), è subire. L’idea di sputargli in un occhio o di alzare un ginocchio per colpirlo in mezzo alle gambe non la sfiora, e meno che mai di denunciarlo per aggressione e molestie. Quando lui graziosamente la libera, magari dopo averla baciata, accenna a dargli uno schiaffo, ma inarcando il braccio all’indietro in un’angolatura così ampia da essere immediatamente intercettata: nel mentre l’uomo la tiene bloccata, si sente anche in diritto di propinarle una lezioncina su chi lei è e su cosa dovrebbe fare, a volte condita da minacce esplicite o velate. Sovente questa scena, per quanto incredibile vi possa sembrare, è l’inizio di una noiosissima e tormentata storia d’amore (amore?).

Le donne coreane non diventano adulte e/o degne di rispetto sino ai sessant’anni (e forse nemmeno allora).

Possono essere alti ufficiali di polizia, giudici, presidi, direttrici o proprietarie di aziende: i loro sottoposti di sesso maschile le umilieranno, le prenderanno in giro, le molesteranno sessualmente e daranno loro lezioni su come comportarsi. Usualmente, la giovane donna trattata in questo modo mette il broncio, balbetta e fa smorfie come una bambina, piagnucola e si scusa, spesso accettando il dipendente cafone come “maestro” (e dopo un po’ come amante). Molto raramente usa il potere che ha a disposizione, e cioè quello di riprendere, multare o licenziare il sottoposto; pure, quando lo fa, se ne pente subito e ritratta.

Anche se hanno un ruolo importante o un lavoro prestigioso, i veri interessi delle donne coreane sono frivoli e meschini, e comunque esse non hanno raggiunto il posto che occupano grazie ai loro meriti.

Gli sceneggiatori vogliono farci credere che una donna possa diventare pubblico ministero grazie ad una buona memoria, ma avendo come unico scopo nella vita il possedere scarpe e borse di marca (vedasi “Prosecutor Princess”), e che solo le top model entrano nelle agenzie di controspionaggio (vedasi “IRIS” o “Call of the Country”), peraltro assai più preoccupate di piacere al protagonista di turno ballonzolando su tacchi improbabili che di fare un buon lavoro.

La ragazza ideale coreana è Shim Chong, ma un po’ più stupida e molto più infantile.

Shim Chong è la protagonista di una fiaba famosa in Corea quanto Biancaneve da noi. Shim Chong è bella, buona, virtuosa, senza madre ed inesauribilmente disposta a sacrificarsi per il padre sino a tentare il suicidio a suo beneficio. Alla moderna Shim Chong degli sceneggiati, che si sacrifica lieta per padri, fratelli, fidanzati e mariti, va aggiunto un buon umore beota che la induce a sorridere amabilmente mentre viene calpestata in senso reale e metaforico, le movenze bambinesche, un’ingenuità abissale, un intelletto precario ed una generale mancanza d’interesse per tutto quello che non sia l’essere la serva di qualcuno.

P.S. Non state mai sedute in auto accanto al vostro fidanzato, ne’ permettetegli di stropicciarvi le orecchie quando siete abbracciati: è così che le donne coreane, nei drama, restano incinte…

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Reportage: Choi Ji-Eun, Fotografia: Lee Jin-hyuk, Editing: Jessica Kim

Trad. M.G. Di Rienzo

 

Fredda vendetta, fiera ambizione, amore fatale”: questo lo slogan per la nuova serie televisiva della SBS “Bad Man” (o “Bad Guy”), che comincerà ad andare in onda il 26 marzo 2010. Le interviste che seguono sono un estratto della conferenza stampa che ha innalzato le aspettative relative a questo show.

(ndt: a dire il vero sono un estratto dell’estratto, perché non ho tradotto tutte le scemenze su “lei ha dieci anni più di te” e “cosa pensa tuo marito quando giri scene d’amore”…)

(domanda a Kim Nam-gil) Il tuo personaggio, Shim Gun-wook, è un po’ presentato come “perfetto”. Penso sia stato inevitabile per te aver avuto questo in mente mentre lo sceneggiato veniva girato. C’è stato qualcosa di particolare che hai dovuto preparare per questo personaggio?

Kim Nam-gil: Per essere sincero, Gun-wook è quel tipo di persona che ha acquisito delle capacità impegnandosi e lavorandoci su molto, come per il parapendio, invece di essere qualcuno che è semplicemente “bravo” a far tutto. A me è piaciuta molto tutta l’azione di “Queen Seon Deok” e di “Lovers”, e mi ci sono anche divertito, perciò credo che la gente ha pensato che ero bravo perché in verità non mi sono tirato indietro nel fare quelle scene. Ma per questa produzione mi sto concentrando di più sulla recitazione che sugli elementi esterni. Penso che in questo momento, non importa cosa io faccia, non posso ancora uscire dal ruolo che avevo in “Queen Seon Deok”, ed è un po’ triste che io debba dire ciò di me stesso, ma voglio recitare in modo profondo perché questo è un lavoro che non ammette scuse. E’ lo stesso per gli altri attori coinvolti. Tutti stanno lavorando duro perché Han Ga-in è tornata a girare un drama dopo una pausa di tre anni, io voglio uscire dal mio precedente personaggio Bidam, Oh Yeon-soo vuole andare oltre il ruolo che aveva ne “La Dolce Vita” (ndt: ha lo stesso titolo del film italiano ma ovviamente non ha niente a che farci; è conosciuto anche come “Bittersweet Life”) e Jae-wook vuole uscire dall’immagine gay. (ndt. Dai suoi precedenti lavori: il film “Antique Bakery” e lo sceneggiato “Coffee Shop”)

(interviene) Han Ga-in: Sto dormendo poco, perché la premiere è giusto dietro l’angolo e io sono assai preoccupata, perché per tre anni non ho recitato. Ho incontrato il regista Lee Hyeong-min durante il periodo in cui continuavo a pensare “Devo farlo adesso” e mi sono veramente piaciuti sia il ruolo sia il riassunto del drama. Ho deciso di accettare dopo aver saputo che Kim Nam-gil avrebbre recitato nello stesso lavoro.

Kim Nam-gil: Però ho sentito dire che dopo te ne sei pentita… (ride)

(domanda ad Han Ga-in) Il tuo personaggio Moon Jae-in è sempre al primo posto a scuola e si è diplomata in un college prestigioso, e ciò risponde all’immagine che il pubblico ha di te.

Kim Nam-gil: Penso che lei probabilmente ha la stessa immagine di se stessa! (ride)

Han Ga-in: Ah… Io ho studiato con impegno, con lo scopo di entrare in una buona scuola. Perciò sono d’accordo. (ride)

(domanda ad Han Ga-in) Sembra però che il tuo personaggio non sia uno dei “buoni”.

Han Ga-in: Non credo infatti sia una bella persona. Più la studio, più violenta mi sembra (ride). Al punto che mi domando: va bene fare questa cosa? Ma non ho preoccupazioni a non apparire “buona”. Io sono assai differente da come sembro nelle pubblicità e voglio liberarmi di quell’immagine.

Kim Nam-gil: E’ il tipo di fiducia che può avere solo chi sa di apparire bello comunque, non importa quel che fa.

Han Ga-in: Kim Nam-gil, invece, crede di essere “figo” qualsiasi cosa faccia! (ride)

(domanda a Oh Yeon-soo) Oh Yeon-soo, tu hai detto di voler uscire dal ruolo che avevi nel drama della MBC “Bittersweet Life”, ma in un certo senso i due lavori possono essere visti come basati su temi simili.

Oh Yeon-soo: La somiglianza sta nel fatto che mi innamoro di un uomo più giovane, ma il resto è del tutto diverso. Il mio personaggio Yoon Hye-jin in “Bittersweet Life” era una donna noiosa che amava troppo suo marito e perdeva il suo posto. Ma il personaggio Hong Tae-ra è una donna forte. E’ anche il tipo di donna che non si è mai innamorata prima, e che si è sposata per convenienza, ma dopo essersi innamorata profondamente di Gun-wook prova questa emozione per cui sarebbe disposta persino ad abbandonare la famiglia ed il figlio.

Ho sentito dire che durante le riprese Kim Nam-gil e Han Ga-in si sono ammalati.

Han Ga-in: Sono stata trasportata d’urgenza al pronto soccorso durante le riprese perché avevo un brutto mal di stomaco; due ore più tardi mi hanno detto che a Kim Nam-gil era stata diagnosticata un’ernia. Ho sentito che non era in grado neppure di camminare e che questo sarebbe stato preoccupante se ci fossimo trovati a girare la seconda parte del drama, ma visto che era successo prima era solo come se avessi avuto il morbillo…

Kim Nam-gil: Il regista ed il cast stavano sperando di fare uno sceneggiato che avesse la consistenza di un film, ma le cose si sono complicate perché la data della premiere è stata spostata in avanti ed Han Ga-In ed io eravamo malati. Ero nel pieno della mia ernia quando sono stato invitato al matrimonio di Jang Dong-gun e Ko So-young. Non potevo non andare, perché mi avevano chiamato direttamente per invitarmi alla cerimonia, però se guardate le fotografie sono venuto con un cipiglio tale che sembra io sia geloso di loro. (ride)

(domanda a Kim Nam-gil) Com’è stato lavorare con il regista Lee Hyeong-min?

Kim Nam-gil: Sento la mancanza del regista di “Queen Seon Deok”, Park Hong-gyoon. Park era molto attento ai dettagli, ma il regista Lee lo è al punto che mi sentivo soffocare. Perciò ho chiamato il regista Park, di recente, e gli ho detto che mi manca. (ride)

(domanda a Kim Nam-gil) Ci sono articoli che continuano a menzionare il tuo prossimo servizio militare.

Kim Nam-gil: Non posso dir niente perché niente è stato ancora deciso. Ci sono casi in cui gli attori sono costretti ad andarsene nel mezzo delle riprese, ma io ho bisogno di finire lo sceneggiato e mi trovo in una situazione per cui non so dire con certezza quando andrò.

(domanda a Kim Jae-wook) Come ti sei trovato con Kim Nam-gil?

Kim Jae-wook: Tanto per cominciare è un grande attore. Quando giravamo in Giappone sono andato sul set anche se non dovevo recitare, solo per vedere lui. Ci sono un sacco di cose da imparare da lui, e parliamo molto insieme, anche durante le riprese. Ma non sono ancora in grado di dire chi è: un momento è serissimo, e comincia a scherzare il momento dopo. E’ come una bomba ad orologeria. Nel senso buono, s’intende. (ride)

C’è molta attesa per “Bad Man”, ma il suo tema può anche essere visto come “pesante”. Avete supposizioni o aspettative rispetto alla percentuale degli ascolti?

Kim Jae-wook: Le percentuali sono importanti, ma un drama è tutto nella storia, ed è vero che ciò che vogliamo dare al pubblico ha un soggetto “pesante”: ma se lo si fa nel modo giusto, io credo che il drama vada ai cuori delle persone, non ha importanza quanto leggero o pesante sia l’argomento che tratta. Credere a questo ti rende anche più fiducioso.

Kim Nam-gil: E’ impossibile non diventare sempre più avidi rispetto all’ascolto, nel mentre la data della prima puntata si avvicina, ma penso anche che sia difficile per un attore avere la chance di lavorare in un drama che ha avuto punte d’ascolto alte come “Queen Seon Deok”: sei fortunato se ti succede una volta nella vita. Perciò, piuttosto che le percentuali di ascolto, mi auguro di sentir dire che ho recitato bene in una buona produzione.

(ndt. I due attori, pur condividendo lo stesso cognome “Kim” non sono parenti. Magari spiegherò la storia dei nomi/cognomi coreani più diffusamente in un prossimo articolo, per il momento accontentatevi di sapere che circa un coreano su cinque porta il cognome Kim, uno su sette il cognome Lee, e uno su dieci il cognome Park.)

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Queen Seon Deok (reloaded)

Omaggio ai/alle fans della Regina di Shilla che continuano a passare di qui in gran numero. Questa è la scena che avevate aspettato per 62 puntate… Gli sceneggiatori non vi hanno accontentati/e del tutto, così una di voi se l’è giustamente disegnata da sola (bravissima!)

 

Vi fornisco anche qualche notizia sul nostro simpatico Bidam. Le interviste a Kim Nam-Gil sono sempre piuttosto “frivole”: nessun giornalista che faccia domande sulla recitazione, sui messaggi dei film e dei personaggi, sul cambiamento che la società coreana sembra mostrare, pur lentamente, nelle storie che vengono scelte per essere rappresentate in televisione e al cinema.

Si ha l’impressione, comunque, che Bidam “True Eyes” riesca a far venire fuori la sua personalità anche quando risponde alle questioni più sciocche. Del tipo: “In “Bad Man” (il nuovo sceneggiato) reciti ancora con una donna sposata, Han Ga-In, come mai?” Risposta: “Mi sembra una buona cosa recitare con una donna sposata. Non devo preoccuparmi degli scandali.”

Il magazine “Ceci” gli chiede, invece, perché faccia lavoro volontario fuori dalla Corea del Sud. Kim Nam-Gil replica: “La ragione per cui ho fatto volontariato all’estero e sono stato la voce narrante del documentario ambientalista “Le lacrime dell’orso polare” è perché dovevo compiere queste cose finché avevo tempo per farle. So che c’è tanta povera gente in Corea e mi sono chiesto se era necessario guardare fuori, però la mia percezione è cambiata quando sono arrivato in Indonesia e ho visto così tante persone che non avevano nulla da mangiare, ne’ un posto in cui trovare rifugio per la notte.”

Altra domanda da Pulitzer: “I tuoi fans ti trovano bello?” Kim Nam-Gil (sorridendo): “Dicono per lo più che sono alto… Ma sono contento se la gente mi trova piacevole.”

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Anche se fa male, non sento il dolore

Anche se ti sto aspettando e tu non verrai

Anche se quando penso a te sono scosso dai tremiti, non li sento

Da quando ho il tuo cuore in mente

non riesco a mettere il mio da nessun’altra parte

Anche se fa male, fino a spezzarmelo, io il cuore non lo chiuderò

Io sono quello che viveva in un mondo di solitudine

e solo tu riesci a farmi sorridere

Non posso amarti? Non puoi venire da me?

Solo per una volta, potresti tenermi fra le braccia?

Sei l’unica persona che amo,

che amo per la prima volta e per l’ultima

Non puoi accettare il mio cuore?

La ragione per cui ancora respiro,

nella mia terribile solitudine, sei tu.

Non posso amarti? Non puoi venire da me?

Solo per una volta, potresti tenermi fra le braccia?

Sei l’unica persona che amo,

che amo per la prima volta e per l’ultima

Non puoi accettare il mio cuore?

Sei viva, ma non sei qualcuno che io posso abbracciare

Anche se scacci il mio cuore dalla tua mente

non posso amarti?

Anche se resto solo dietro le tue spalle,

in distanza, posso guardarti da lontano

Anche se la sola cosa che posso proteggere è la tua ombra

Anche così, va bene

Se solo posso amarti, va bene

Posso amarti? (Bidam – Kim Nam Gil, trad. MG Di Rienzo)

Ok, non è granché ne’ come testo ne’ come musica, ma visto che metà di voi naviganti passa di qui solo per cercare Bidam e la sua amata Deokman… Per quanto riguarda l’attore, un suo film esce il primo d’aprile (a meno che in quel giorno non facciano scherzi anche in Corea del Sud), il titolo dovrebbe essere “The night before”, e sta girando un altro sceneggiato (“Bad Guy” o similia): dopo di che andrà militare a partire dal 10 giugno (leva obbligatoria, anni 2).

Bidam, fa’ sognare anche noi vecchie pacifiste e passa all’obiezione di coscienza…

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Breve intervista a Kim Nam-Gil, rilasciata il 5.1.2010. Trad. M.G. Di Rienzo

Bidam un po’ seccato con il suo maestro Munno…

(Vi accontento un’altra volta, avide fan! Però, non pensate anche voi che gli intervistatori pongano domande un po’ scipite? Se in futuro riesco a maneggiare abbastanza il coreano, o se l’uomo si decide ad imparare l’inglese come ha detto di voler fare, la prossima intervista gliela faccio io!)

La decisione di Bidam era basata sull’amore o sull’ambizione?

(si riferisce alla puntata finale di “Queen Seon Deok”, e alla morte del personaggio Bidam mentre tenta, solo contro tutti, di arrivare al cospetto della regina)

Kim Nam-Gil: Io credo fosse dettata da un amore puro e onesto. Se fosse stata ambizione avrebbe fatto in modo di uccidere tutti. Poiché amava Deokman, è andato da lei a dirle le sue ultime parole, dando la vita.

Quando hai cominciato a recitare in “Queen Seon Deok”, ti aspettavi il successo che hai avuto?

Kim Nam-Gil: Per niente. Il cosiddetto “successo” mi è arrivato addosso più velocemente di quel che credevo. Avevo sempre pensato che il successo, anche economico, sarebbe eventualmente arrivato se continuavo a recitare nel modo che avevo scelto. Tuttavia, “Queen Seon Deok” ha portato con sé queste cose molto più in fretta.

Chi è il tuo modello come attore?

Kim Nam-Gil: Come attore, ho imparato molto da Jung Jae-Young, che recitava con me nel film “Kang Chul Joong”. Abbiamo anche frequentato la stessa scuola superiore. Ho imparato come si comporta un attore principalmente da Kim Hae-Soo, con cui ho girato il film “Modern Boy”.

Quali sono i tuoi desideri per il 2010?

Kim Nam-Gil: Molte brutte cose sono accadute nel 2009. Nel 2010, mi piacerebbe che le cose andassero in modo dolce e confortevole. Dicono che la salute sia il fattore più importante in una vita: perciò, ecco, auguro a tutti che il 2010 sia un anno salutare e confortevole.

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Ragazze, “Queen Seon Deok” è il post più letto di questo blog e ve ne ringrazio, ma date un’occhiata anche al resto, vero???

Intervista N. 2 a Kim Nam Gil (Bidam) per allkpop, 20.1.2010, Los Angeles

 

Cosa ti porta negli Usa?

Sono venuto per fare un servizio fotografico commissionato da un magazine francese. Ero molto contento, perché questo è il mio primo viaggio negli Usa. Ci siamo fermati dapprima a Las Vegas e poi siamo andati al Grand Canyon. Bellissimo, non ho mai visto nulla del genere. Quando il lavoro per le foto al Grand Canyon è terminato ho pensato: “Come puoi visitare questo paese senza fare un salto a Los Angeles, la patria di Hollywood?” Ho lavorato per otto mesi filati ed avevo bisogno di un po’ di tempo per me, per rilassarmi. Come parto da qui vado diretto a lavorare al prossimo sceneggiato. La prima parte verrà girata in Giappone. Il titolo provvisorio è “Cattivo ragazzo” o qualcosa del genere, non sono sicuro della traduzione.

Hai trovato il soggiorno negli Usa affascinante?

(ride) Sì, la vita ad Hollywood è piena di fascino. Appena sono arrivato a Los Angeles mi sono goduto un tranquillo pasto coreano con gli amici. Il cibo qui è buono, ma ovviamente sentivo la mancanza di quello coreano. Il giorno successivo mi sono alzato presto per continuare il servizio fotografico a Santa Monica. Siamo stati fortunati, era bel tempo ed abbiamo fatto delle foto davvero belle sulle spiaggia. Prima aveva piovuto forte per tutta la settimana. Le onde dell’oceano erano grandiose, ma la cosa più grandiosa è stata la mia visita precipitosa al dentista. Il dente mi dava fastidio da un po’, e il dolore stava diventando sempre più forte. Perciò, il top della mia visita a Los Angeles è stata l’estrazione del mio dente del giudizio. Ringrazio il dott. Mark Chang per la sua gentilezza. Non ho sentito dolore, ma la guancia mi si è gonfiata. Mi dispiace non aver fatto l’intervista video con voi, ma non penso che qualcuno voglia vedermi in questo stato.

Dicci qualcosa dei tuoi lavori volontari.

Prima di venire negli Usa ho visitato Padang, in Indonesia, per aiutare le vittime del terremoto. Ho visto con i miei occhi con quanta fatica le persone cercano di tornare a condurre una vita normale. La nostra missione era aiutarli a ricostruire le loro case. In questo momento le mie preghiere sono per la gente che soffre ad Haiti. A casa, in Corea, sono attivo in un’organizzazione che si occupa di bambini sofferenti per disabilità multiple. Hanno davvero bisogno di attenzioni speciali e dobbiamo assicurarci che non vengano dimenticati o nascosti.

Sei così indaffarato, eppure hai accettato di apparire in una sorta di “pubblicità progresso”. Di che si tratta?

Il “Center for the Pacific Asian Family” (CPAF) aiuta le donne che sono vittime di violenza domestica o sessuale. Queste sono questioni importanti, ma la maggior parte della gente si sente a disagio se ne deve parlare. Però sta succedendo, tutto intorno a noi, e sono sicuro che ognuno di noi conosce una persona che ha sofferto. Poiché alla violenza domestica e sessuale viene associata la vergogna, le donne che la subiscono vivono nella paura e credono di dover rimanere in silenzio, ma non si tratta di qualcosa su cui si può passar sopra. Io sento come mia responsabilità il dare voce a chi non può essere udito. Il CPAF aiuta moltissime donne coreane che vivono negli Usa, così come donne cinesi, giapponesi, filippine, vietnamite, eccetera. Se apparire per pochi momenti su un video può dare una mano sono felice di essermi unito a tanti altri attori negli Usa e in Asia che hanno fatto lo stesso.

C’è qualcosa d’altro che vorresti condividere?

Be’, ho in programma di studiare l’inglese, così la prossima volta che vengo a Los Angeles potrò fare l’intervista senza traduttore… e senza faccia gonfia.

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Queen Seon Deok

  LA REGINA SEON DEOK

(sceneggiato televisivo andato in onda per l’MBC da maggio a dicembre 2009)

 

 (da sinistra: la principessa Cheong Myeong, la “seju” Mishil e la regina Seon Deok, il cui nome da principessa era Deokman)

 Intervista a Kim Nam Gil, 4.11.2009 (trad. MG Di Rienzo)

Reporters :

Choi Ji-Eun – five@10asia.co.kr

Wee Geun-woo – eight@10asia.co.kr

Editors :

Jessica Kim jesskim@asiae.co.kr

Jang Kyung-Jin three@10asia.co.kr

 

(Bidam, il misterioso e brillante figlio abbandonato da Mishil) (more…)

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