Arang e il Magistrato. (Hangul: 아랑사또전)
Regia: Kim Sang-ho; Sceneggiatura: Jung Yoon-jung; Rete televisiva: MBC; Protagonisti principali: Shin Min-a (Arang) e Lee Jun-ki (il Magistrato Kim Eun-oh).

La storia di base è una leggenda assai nota: il fantasma di una giovane assassinata appare ad ogni nuovo Magistrato della città di Miryang chiedendo giustizia, sino a che uno di essi non si assume il compito di punire l’omicida. Il film basato in precedenza su questa premessa era inguardabile per i miei gusti: un horror cupo, a volte insensato, zoppicante nello svolgimento della trama, che non offriva sollievo neppure nel finale. Lo sceneggiato è tutt’altra faccenda – riesce ad essere intenso e lieve allo stesso tempo – e rielabora la vicenda a partire da questa premessa: il fantasma di Arang è privo di memoria e quel che cerca non è la vendetta ma la verità sulla propria morte. Non è il capolavoro dell’anno, a volte è scontato, ha qualche scena superflua o troppo lunga per i miei gusti, ma se ho deciso di continuare a vederlo dopo 6 puntate significa che mi trasmette qualcosa di gradevole.
In primo luogo è piacevole a livello visuale. Mi godo i colori, le sfumature, le nebbie sovrannaturali, il gioco di luci ed ombre, gli scenari e i costumi come se guardassi un quadro in movimento. In secondo luogo, i due protagonisti principali sono due attori e non due imbecilli tirati fuori da gruppi di idol-boys e idol-girls (sapete, quel tipo di intrattenitori anoressici ed ossigenati che sculettano a ritmo sui palcoscenici di Corea e che qualcuno, insultando Tersicore, Jimi Hendrix e l’intelligenza umana, osa chiamare “musicisti”). Shin Min-a e Lee Jun-ki almeno sanno recitare, il che rende credibile e fruibile uno scenario che potrebbe crollare facilmente, sospeso com’è fra realtà e magia, se gli attori non fossero capaci di bilanciarsi in esso. In terzo luogo, Arang è completamente diversa da come la leggenda la tramanda. Di base è determinata, positiva, persino allegra, ostinata al punto di riuscire ad estorcere un patto con gli dei dell’Aldilà (che le permetteranno di cercare la verità dandole di nuovo forma umana). Le scene in cui, da spettro, si difende a cazzotti dall’aggressione di altri fantasmi sono esilaranti e molto rare nei drama: di solito l’eroina frigna e urla in attesa dell’apparizione dell’eroe che la salverà. Anche il Magistrato, che possiede il raro dono di vedere i fantasmi, è differente da come ce lo aspettavamo a norma di leggenda: un nobilotto autocentrato – ma falsamente indifferente – che si vanta di non aver mai detto: grazie, scusa e ti voglio bene. Sebbene Arang finisca per piacergli, il motivo per cui decide di aiutarla è che la ragazza potrebbe essere collegata alla madre scomparsa che lui sta cercando: Arang porta infatti nei capelli lo stesso “binyeo”, un fermaglio tradizionale, da lui regalato alla madre.
Mi stanno bene anche gli ingredienti classici della commedia: la sciamana ciarlatana e il servitore sempliciotto, le punzecchiature e le allusioni sessuali, il trio comico degli amministratori cittadini. Mi stanno bene gli elementi pseudo-horror: la continua sparizione di fanciulle, la malvagia mangiatrice-di-anime mandante dei loro omicidi (che sembra essere la mamma del Magistrato…), l’esecutore incallito degli stessi che è diventato tale in cambio di una vita da nobile (ma potrebbe sbarrare di meno gli occhi, per favore? Abbiamo capito che in fondo è tormentato e infelice, se continua ad enfatizzarlo rischia di passare al comico anche lui).
La cosa principale che mi disturba, invece, sono le scene in cui Arang viene trascinata per il polso dal Magistrato e da lui trattata come una marmocchia di quattro anni. Dopo averci regalato un’eroina inusuale con cui riusciamo subito a simpatizzare e con cui per una ragazza è finalmente positivo identificarsi (Arang è indipendente, forte, spiritosa, onesta e fondamentalmente buona anche nei suoi commenti maliziosi o nei suoi scoppi di rabbia), lo show se ne pente e cerca di infantilizzarla un po’ e di mostrare che un uomo le è comunque “superiore”, vuoi mai che qualche confuciano molto conservatore si risenta nel vedere una donna troppo in gamba. La “bambinizzazione” delle donne è comunque un classico nei drama coreani: dall’altezza, per cui se la protagonista arriva al petto del suo corrispettivo maschile e deve montare su un rialzo per baciarlo è il massimo, alla vocetta da asilo – ascoltate le attrici parlare fuori scena e vi accorgerete che quel tono da ochette lagnose non è il loro tono usuale; per non parlare delle stanze di trentenni zeppe di orsetti di peluche e di specchi e cuscini a forma di cuoricino, o dei broncetti e delle bizze che secondo gli sceneggiatori coreani sarebbero i modi in cui una donna adulta risponde alle frustrazioni. Ma se in “Arang e il Magistrato” questo andazzo è appena accennato e il resto fa sì che lo si sopporti, esso è pervasivo e sommamente distruttivo nella delusione dell’anno, quel “Faith” (Hangul: 신의) di cui passo a parlarvi.

“Fede”, o “Il Grande Medico”, della rete televisiva SBS, si è annunciato con tre trailer successivi molto misteriosi, in cui ad un panorama si susseguivano scene di incursioni notturne e battaglie, con poco dialogo o niente dialogo del tutto. Il primo della serie si apriva con brevi scene sfocate di altri sceneggiati prodotti dalla coppia assai rinomata che ha assemblato “Faith”: il regista Kim Jong-hak e la sceneggiatrice Song Ji-na.
In effetti questi due hanno creato veri e propri capolavori, alcuni dei quali hanno superato il 50% di share e sono stati rubricati come “drama nazionali”: nel caso di “Sandglass” (“Clessidra”), uno sceneggiato del 1995, negozi ed uffici chiudevano in anticipo per permettere ai loro dipendenti di correre a casa a vederlo. Io li ho conosciuti grazie a “Legend” (태왕사신기, noto anche come “Story of the First King’s Four Gods”, 2007) che ho trovato straordinario per congruenza narrativa, scenari, recitazione e messaggio. Pensate che passava persino l’Alison Bechdel Test: è capitato due o tre volte, infatti, che vi fossero due donne – che parlavano insieme – di qualcosa di diverso da un uomo. Ed è stato davvero piacevole sentire un Re rivolgersi al suo esercito in questo modo: “Non morite. Non ho bisogno di uomini che gettino via la loro vita per me. Vivete e restate al mio fianco.”, o sentirlo dire prima della sua volontaria scomparsa: “Questa è la risposta che darò al cielo: io credo nell’umanità.”
(Gwanggaeto il Grande, il 19° monarca di Goguryeo, ha davvero lasciato dietro di sé una frase simile, probabilmente dopo aver effettuato una “separazione tra stato e tempio”: “Ora non è più l’uomo che aspetta, ma il cielo. Ora, ogni volta in cui mi giro, il cielo è dietro di me.”)
Quindi, le mie aspettative per il nuovo sceneggiato di Kim Jong-hak e Song Ji-na erano – doverosamente – alte, nonostante sapessi che il protagonista principale sarebbe stato quel Lee Min-ho faccia-da-saponetta che nei suoi fan-club internazionali viene chiamano Lee Min-hot … e questo dovrebbe già darvi la misura di quanto valga come attore: vale quanto il suo gradevole (de gustibus) aspetto. Quando avrà 40 anni dovrà giocoforza cambiare mestiere, perché un sacco di bei giovanotti incapaci di recitare come lui lo avranno rimpiazzato nel cuore delle sgallettate di tutto il mondo. La sua co-star, Kim Hee-seon, la conoscevo come partner di Jackie Chan nel film “The Myth”: non mi era sembrata eccezionale (d’altronde il film non richiedeva un’abilità sublime per il suo ruolo) ma nemmeno un’incapace.
Alcuni dettagli, protagonisti a parte, mi rendevano però dubbiosa. L’impianto narrativo, largamente abusato e malamente gestito nei drama recenti, basato su un “viaggio nel tempo”; l’aspetto del guerriero Choi Young (Lee Min-ho) in pratica identico al re di “Legend” per pose, acconciatura e costume; una delle co-protagoniste quasi uguale alla Kiha di “Legend” (lo stesso ramo, tipo corallo rosso, nei capelli acconciati allo stesso modo e la stessa capacità di controllare il fuoco con la propria volontà)… E dopo aver visto le prime puntate le impressioni negative sono diventate giudizi negativi: a livello visivo “Faith” è fatto con i rimasugli di “Legend”, e ne copia persino i dialoghi; a livello di storyline non riesce ad essere credibile. Non è perché c’è una porta temporale e un protagonista che scaglia fulmini di “chi” o “ki” (energia vitale) dalle mani: in “Legend” c’era un Re discendente di una creatura celeste, quattro semi-dei e un “cattivo” capace di usare il fuoco in maniere impossibilmente perverse, eppure tutto si teneva e collegava logicamente e noi spettatori siamo caduti nell’incantesimo e lo abbiamo creduto reale per 24 puntate – e ci siamo mangiati le dita perché ne avremmo volute di più.
In “Faith” abbiamo un protagonista, che già non è Laurence Olivier, ingessato in un ruolo in cui deve mostrarsi indifferente, freddo, non desideroso di vivere e interessato solo a dormire (perché dormendo entra in un altro mondo in cui parla con il papà defunto ecc.). Una “maschera” del genere deve trasmettere emozioni e idee con lo sguardo, con i gesti, con il corpo, mantenendo però una facciata superficiale di impassibilità: è recitazione per solutori più che abili, non per un Lee Min-ho qualsiasi.
Ma il disastro tocca punte abissali con la protagonista femminile, una dottoressa trascinata contro la propria volontà dall’epoca attuale ai tempi di Koryo (918-1392) per salvare la Regina gravemente ferita. Che una medica chirurga lasci il pronto soccorso per la chirurgia plastica, con l’idea di far soldi, è per me vomitevole ma accettabile dal punto di vista logico. Che una professionista trentenne si comporti come una bambina di cinque anni non riesco a mandarlo giù nemmeno con l’aiuto di un digestivo. Il personaggio della medica Yoo Eun-Soo si può descrivere con una sola parola: ebete. Trascinata in giro come un sacco (ma tenendola per il polso, ovvio) e all’occorrenza malmenata dal virile (???) guerriero protagonista che, inoltre, le consiglia o addirittura le ordina di continuo di stare zitta (non completamente a torto, tutto sommato, visto che dice solo stupidaggini), la nostra “eroina” mette il broncio, batte i piedini, si malmena la capigliatura tinta e frigna. Quando le è richiesto di descrivere il “Cielo” da cui proviene ad un giovanissimo sovrano in esilio comincia a parlargli dei gruppi di idol-girls “belle come bambole”. E’ la prima cosa che verrebbe in mente a chiunque provenisse dal 2012 e dovesse descriverlo, non è vero? Lo sceneggiato ci chiede di credere che questa tizia sia adulta, laureata, nonché affidabile quando ha in mano un bisturi. Non è un po’ troppo?
Aggiungete allo show un Re Tentenna, una Regina Innamorata di Lui Senza Speranza (e tante scene in cui, per espressività, tutti e due sembrano aver ingoiato un palo), Tre Cattivi di cui due così Cattivi da non poter smettere la smorfietta malvagia neppure al cesso, mentre il terzo, l’Assassino con Flauto, mantiene la stessa espressione vuota sotto un’indegna parrucca “alla Legolas” anche se il mondo crolla attorno a lui (fa bene: se dovesse provare a mostrarci altro non riusciremmo ad evitare di rotolarci per terra dalle risate). Il plot? Be’, i Cattivi vogliono uccidere la Regina e detronizzare il Re: sono abbastanza potenti da riuscirci in due puntate ma lo sceneggiato ne prevede 24. Così si impegnano in complessi giochi d’astuzia mentale, scommesse, minacce, promesse, avanzate, ritirate, elucubrazioni, complotti… Auguri, siamo alla sesta puntata con un rating attorno al 13% e il 14° posto in classifica su base nazionale. Kim Jong-hak, Song Ji-na: vi siete accorti che qualcosa non funziona?

Terza e ultima stroncatura: Gaksital (“Bridal Mask” = Maschera nuziale della sposa. Hangul: 각시탈). Questo sceneggiato è tratto da un fumetto di Huh Young-man, rielaborato da Yoo Hyun-mi, ed è diretto da Yun Seong-sik. La rete televisiva è la KBS. A Gaksital mancano due puntate a completare la serie di 28.
La premessa tratta dal fumetto è questa: nella Corea sotto occupazione giapponese un eroe popolare, vestito di bianco e con la maschera che nel teatro di strada tradizionale rappresenta la Sposa, eccezionalmente abile nelle arti marziali e armato solo di un “flauto” di metallo (credo sia l’attrezzo con cui si soffia nelle stufe per ravvivare il fuoco), vendica le brutalità commesse dagli occupanti ai danni della gente comune. Non so quanto il drama sia fedele al fumetto, ma gli elementi per una storia avvincente e di successo, a partire dal romantico scenario “Davide contro Golia”, ci sono. I rating sono lusinghieri: Gaksital viaggia ormai attorno al 20% e si posiziona da un po’ al secondo o terzo posto in classifica. Ma a mio avviso questo è solo il segno che gli elementi della storia continuano a tenere, mentre la sua rappresentazione televisiva è crollata da tempo sotto la recitazione da pupazzo a molla di Joo Won (il protagonista principale, un altro pollo da allevamento idol) e quella sempre fuori dalle righe di Park Ki-woong (il giapponese suo amico del cuore e poi nemico giurato, nonché partecipe di un triangolo amoroso vieto, inutile, nauseante, e visto solo già 50.000 volte.) La principale protagonista femminile, il cuore del triangolo, è Jin Se-yun, una ragazza di 19 anni che ha dovuto piangere per almeno 20 puntate di fila e il cui personaggio, privo di una pur minima evoluzione e vuoto come un guscio, è servito solo ad essere trascinato di qua e di là dai due uomini nei loro giochi a rimpiattino. Tuttavia, il difetto principale di Gaksital non è questa noia, è l’inaccuratezza. Il drama ci chiede di credere, ad esempio, che nella Corea coloniale qualcuno – il protagonista, unico ufficiale coreano nel corpo di polizia giapponese – possa nel giro della stessa giornata essere arrestato come terrorista, torturato, licenziato, assolto dalle accuse e riammesso in servizio. E non una sola volta. Senza che un modulo qualsiasi sia stato compilato, una denuncia formalizzata o sia apparsa un’aula di tribunale. E senza che le torture gli lascino più di qualche livido, e forse un leggero malumore, il giorno successivo.
Ci chiede inoltre di credere a delle trasformazioni impossibili anche per il più perfetto dei voltagabbana. Il protagonista, che assumerà l’identità di Gaksital alla morte del fratello maggiore cui tale identità apparteneva, non si limita a fare il poliziotto, come dice, perché un giorno così potrà comprare una bella casa per la sua mamma: disprezza i suoi connazionali, gode malignamente delle loro sofferenze e usa contro di loro una violenza da psicopatico. Poi, folgorato sulla via di Damasco dall’aver personalmente ucciso il vero Gaksital, suo fratello, e scoperto di dover vendicare la morte del padre, dopo un paio di piagnistei diventa estremamente sensibile alle indegnità subite dal popolo coreano. Come contraltare, il suo amico giapponese, un dolce e gentile maestro elementare, alla morte del proprio fratello diventa un torturatore che più bastardo e crudele non si può (ci vogliono sempre due piagnistei per la trasformazione). Affinché svolga al meglio questa metamorfosi gli danno l’incarico di Sovrintendente in polizia, senza che abbia frequentato un corso o un’Accademia, senza che possa vantare alcuna abilità necessaria al ruolo, ma è praticante di kendo e figlio di un pezzo grosso: forse è sufficiente, nel paese dei sogni, benché non lo fosse nella Corea coloniale. Visto che da un pezzo la storia ha smesso di avere senso, ed è diventata il tira e molla fra i due amici-nemici, ho una mezza idea di come finirà: si uccideranno a vicenda in un ultimo epico scontro. Tanto meglio per Mok Dan (il personaggio interpretato da Jin Se-yun), potrà finalmente dedicarsi alla lotta anticolonialista, se così crede, per propria scelta e non per servizio: non perché suo padre ne è uno dei partigiani, non perché le piace la figura di Gaksital, non perché è innamorata dell’uomo che porta quella maschera, ma perché vuole vivere da donna libera in un paese libero. Naaah, sarebbe troppo bello. Se non muore durante lo scontro dei due titani probabilmente, visto che è cattolica, la manderanno a piangere in convento. Sic transit, Maria G. Di Rienzo.
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