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(“What I learned from my mother”, di Titilope Akosa, maggio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Titilope è un’avvocata e ricercatrice nigeriana, attivista per i diritti umani delle donne, direttrice del “Centre for 21st Issues”. E’ un’esperta dell’intersezione fra genere e cambiamenti climatici, coordinatrice della rete GECAN – Gender, Environment and Climate Action Network per il suo paese.)

Mi ero sempre chiesta perché mia madre si fosse separata da mio padre. Le ci sono voluti anni per dirmi la ragione che l’aveva costretta ad andarsene: mio padre non si curava di lei, ne’ le mostrava affetto quando era incinta. Mia madre aveva avuto tre aborti spontanei prima di mettere al mondo me ed in quelle occasioni mio padre non era presente per darle l’amore, la cura e il sostegno di cui lei aveva bisogno per andare oltre il trauma. Invece, si lamentava per i soldi che aveva dovuto spendere all’ospedale. Mia madre disse che il punto di rottura fu la mia nascita: le complicazioni relative al parto le costarono quasi la vita. Mio padre, invece di concentrarsi su come i medici potevano aiutarla, era indaffarato a mettere in questione la sua paternità: perché io ero di pelle “molto scura”, mentre lui era più chiaro.

La storia di mia madre fu un incubo per me. Continuavo a chiedermi perché mio padre aveva mostrato tale grossolana irresponsabilità nel momento in cui mia madre aveva maggior necessità di lui. Finii per pensare che mio padre era l’uomo più malvagio della terra: sino a che mia madre non tentò di avere un altro marito. Era un uomo molto gentile. Fu gentile sino a che mia madre non restò incinta. Fu l’ultima volta che lo vedemmo. Come se non bastasse, mia madre ci provò una terza volta, ad avere un marito. Ed anche questo sparì non appena fu chiaro che lei aspettava un bambino. La mamma ci ha allevati da sola.

Gli uomini nella sua vita rappresentano quella categoria di maschi che non danno valore alle donne e alla maternità, neppure come ruolo sociale, ma non rappresentano tutti gli uomini. Io ho avuto il privilegio di lavorare con molti alleati di sesso maschile che danno valore alle donne e si curano di loro. Hanno amore nei loro cuori e sono in grado di capire fatiche e dolori di cui le donne fanno esperienza durante gravidanza e parto. In tutta la Nigeria, il lavoro dei nostri alleati maschi sta facendo una differenza, per le donne. Negli stati di Kano e Kaduna, i membri del sindacato nazionale degli autotrasportatori forniscono trasporto d’emergenza alle donne in travaglio verso ospedali e cliniche. Questo progetto ha contribuito a salvare le vite di donne che altrimenti sarebbero morte a causa di complicazioni legate alla gravidanza. Gli uomini coinvolti testimoniano di apprezzare e riconoscere sempre di più l’importanza di chi mette al mondo i bambini, le donne, e del loro ruolo di sostegno ad esse. Credo che non tratteranno le loro mogli incinte allo stesso modo in cui gli uomini nella vita di mia madre hanno trattato lei.

L’attiva partecipazione degli uomini nella cura di mogli, fidanzate, amiche incinte è la chiave per trovare soluzioni al problema della mortalità materna in Nigeria. Gli uomini possono e devono fare la loro parte nel rispondere a questa sfida. Molto spesso, la mancanza di attenzione e di cure verso le donne con cui sono in relazione rende la gravidanza un’avventura traumatica e rischiosa per le donne, e non importa quanto bene equipaggiamo i nostri ospedali se la cura e l’amore mancano.

Io celebro mia madre per la sua resistenza e per il suo coraggio, e celebro tutte le donne che stanno faticando per portare al mondo la nuova generazione. Inoltre, celebro gli uomini che stanno al loro fianco per mettere fine alle deplorevoli condizioni che le donne incinte sono costrette ad affrontare.

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salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

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WAVE (Onda – acronimo di Women against violence Europe), con sede a Vienna, è una rete di organizzazioni di donne che lavorano per eliminare la violenza contro donne e bambine/i. Il network ha lo scopo di promuovere e rafforzare i diritti umani di donne e bambine/i in accordo con vari documenti internazionali, dalla Dichiarazione di Vienna alla Piattaforma d’azione di Pechino.

All’inizio del 2013, le organizzazioni che partecipano a WAVE erano 106, collocate in 46 diversi paesi europei, che sono stati l’oggetto, l’anno precedente, della rigorosa indagine “Country report 2012. Reality check on data collection and european services for women and children survivors of violence.”, che esamina appunto quali dati e quali servizi siano disponibili in relazione a donne e bambine/i che sono sopravvissute/i alla violenza. Il sottotitolo ha un appropriato punto di domanda: “Diritto alla protezione e al sostegno?”: perché sulla carta i governi firmano e approvano poi tornano ad occuparsi di cose più serie del benessere della loro cittadinanza. Il rapporto è dettagliato, puntuale e corretto a livello metodologico, e sommamente benvenuto nel momento in cui in Italia si comincia a parlare di interventi nazionali sulla violenza di genere. Direi che ci serve di più della prossima petizione.

Non se ne abbiamo a male le promotrici di documenti e appelli: generalmente firmo tutto quel che si muove nella direzione giusta (a meno che non contenga qualche analisi o proposta che non posso in assoluto condividere sul piano etico), ma ho fondate riserve sull’efficacia della mia firma, anche quando sta assieme a 300.000 altre. Sino ad ora, ho visto ben poco seguito a troppe iniziative simili, perché – come ogni attivista sa – convincere qualcuno/a a mettere una firma è abbastanza facile, convincerlo/a a continuare l’impegno con azioni diverse affinché quell’appello o quella petizione dia risultati concreti è più arduo e non sempre chi promuove il documento dà l’esempio.

Allora, venite con me a pagina 149 e seguenti del rapporto di WAVE, e se siete in grado di farlo portateci la Ministra alle Pari Opportunità o la locale Assessora, Consigliera o quant’altro. Vi accorgerete ad esempio, che come vi ripeto – stressandovi – da tre anni circa, i posti disponibili nelle case rifugio sono clamorosamente inferiori al fabbisogno e il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adeguarli. Ci sono 60 rifugi e 500 posti a fronte dei 6.019 necessari. 49 dei rifugi sono gestiti da gruppi di donne, 5 da Comuni e i rimanenti da cooperative o altre associazioni simili.

C’è una linea telefonica di aiuto (Arianna – 1522) che risponde a tutti i criteri in materia, dalla presenza 24 ore al giorno al responso in più lingue, ma non possiamo ringraziare il governo, dobbiamo ringraziare le donne di Le Onde di Palermo, che fanno questo lavoro. Nel frattempo, 113 organizzazioni femministe tengono aperti centri per le donne su tutto il territorio nazionale. Voglio dire: nella maggior parte dei casi ce ne stiamo occupando da noi, con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni. Meno male che siamo solo delle cagne rabbiose o delle vittimiste il cui unico scopo è odiare gli uomini e farli soffrire.

tenendosi per mano

E volete saperne un’altra? E quando ve l’avrò detta, vorreste girarla a quelli/e che: “Il Piano nazionale antiviolenza c’è già, le leggi ci sono già, e c’è la violenza psicologica e un cugino di un mio amico è stato violentato dalla moglie”? Eccola: le ricercatrici possono solo essere approssimative sull’estensione della violenza di genere in Italia, perché nel nostro paese non ci prendiamo la briga di registrarla per tale. Non analizziamo ne’ disaggreghiamo i dati per genere, età, eccetera, ne’ indaghiamo la relazione fra perpetratore e vittima; finisce tutto in calderoni del tipo “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto.” (2006) e “Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia” (2010). Il Ministero dell’Interno, in pratica, non sa che accidente succede e non gliene può importare di meno. Forse anche consapevoli di quest’attenzione nei loro confronti, ad esempio, le vittime delle violenze sessuali non denunciano: nel 92% dei casi.

Dato che il primo posto dove finisci, in genere, quando ti malmenano o ti stuprano è il pronto soccorso, ci si aspetterebbe di trovare qualche dato almeno negli ospedali, ma “Non esistono in Italia protocolli sanitari nazionali per il maneggio della violenza domestica o della violenza da parte di partner intimo. Inoltre, gli ospedali in Italia non sono attrezzati per provvedere soggiorno d’emergenza alle donne vittime di violenza domestica.”

Faranno la task force sulla violenza di genere, non la faranno? Non lo so, ovviamente. Sono qui che aspetto. In particolare, aspetto di sapere chi i membri del governo chiameranno al loro tavolo. Se non ci sono la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, l’Associazione Nazionale D.i.Re contro la violenza di Roma, Telefono Rosa (le tre organizzazioni che hanno permesso a WAVE di effettuare la ricerca), le 113 associazioni femministe di cui sopra, e una nutrita delegazione delle cosiddette “stakeholders” (portatrici di interesse primario) e cioè di sopravvissute alla violenza; e se non ci sono rappresentanti di magistratura, lavoratori della sanità, polizia e carabinieri, si tratterà del solito petardo bagnato. E nessuno disturberà gli organi genitali del povero Sallusti, ne’ l’infelice Toscani sarà costretto a darci altre perle della sua saggezza. Maria G. Di Rienzo

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(Intervista ad Anna Nikoghosyan, di Julia Lapitskii per Kvinna till Kvinna, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è Direttrice della programmazione per l’organizzazione armena “Società senza violenza”.)

Anna Nikoghosyan

Come sei rimasta coinvolta nel lavoro per i diritti delle donne?

Quando avevo 14 anni, un’organizzazione non governativa visitò la nostra scuola e tenne un seminario sui diritti umani, con speciale attenzione ai diritti delle donne. Io divenni molto interessata all’argomento e cominciai ad arrangiare discussioni e dibattiti su questi temi a scuola. Quando mi iscrissi all’università, a Yerevan, dove studiavo amministrazione, ho fatto domanda per un lavoro a “Società senza violenza”. Volevo veramente lavorare su queste istanze.

Perché è importante lavorare sulle istanze di genere in Armenia?

La nostra società è estremamente patriarcale. Io stessa, che sono una donna giovane, sono costantemente oggetto di discriminazione. E fuori da Yerevan, la situazione delle donne è assai peggiore. Nessuna persona in grado di pensare può restare indifferente davanti a tanta discriminazione e tanta violenza. Il ruolo di una donna, in Armenia, è principalmente tenere in ordine la casa. Se nasci femmina tu devi lavare i piatti, cucinare, essere sottomessa e obbedire a qualsiasi cosa la tua famiglia voglia da te. Una ragazza che desideri studiare o lavorare si trova davanti una miriade di ostacoli, mentre per i ragazzi tutte le porte sono aperte. Tuttavia, questa non è neppure la discriminazione più significativa, perché abbiamo un enorme problema di violenza domestica. Le statistiche variano, ma si stima che una donna su tre, in Armenia, subisca violenza domestica. Gli abusi psicologici sono prevalenti.

Che cosa fa “Società senza violenza”?

Lavoriamo su tre questioni fondamentali: istruzione al genere, costruzione di pace e violenza domestica. Per l’educazione al genere provvediamo sessioni di studio sull’eguaglianza di genere, in maggior parte fuori da Yerevan, nelle varie regioni. Lavoriamo anche con gli amministratori scolastici, gli insegnanti, i funzionari e i politici affinché l’istruzione al genere sia integrata nelle scuole.

Il nostro secondo focus è la costruzione di pace. Nel 2011, incontrammo le ragazze e le giovani donne della provincia di Syunik, che confina con l’Azerbaijan. Parlammo del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti, delle diverse iniziative che vengono dalle donne in questo campo e, ovviamente, del movimento internazionale delle Donne in nero. E le giovani hanno voluto creare il loro proprio gruppo di Donne in nero. E’ un gruppo che in questo momento si sta espandendo, con ragazze che si uniscono ad esso anche da altre province.

La terza cosa su cui ci concentriamo è la violenza domestica. Nel 2012 abbiamo formato un’Unità di Responso Rapido. Ciò significa che non appena sappiamo di un qualsiasi caso di violenza domestica in qualsiasi angolo dell’Armenia, una nostra Unità, formata da una giornalista e un’assistente sociale, va sul posto a compiere indagini di tipo giornalistico. Lavoriamo con i media e forniamo loro informazioni su quel che accade. Facciamo questo per aiutare le sopravvissute alla violenza, ma vogliamo anche dire all’opinione pubblica quanto la violenza domestica è diffusa nella nostra società. Oltre a questo, abbiamo partecipato alla stesura di una legge contro la violenza domestica. Sfortunatamente, il Parlamento l’ha rigettata all’inizio di quest’anno.

Dato che non stai conducendo la vita tipica di una giovane donna armena, suppongo che molte persone disapprovino quel che fai. Come maneggi la questione?

Per essere onesta, è assai difficile. Ho un mucchio di problemi con la mia famiglia, vorrebbero che non lavorassi per “Società senza violenza”. Ma per me, la cosa più importante è questa: quando hai capito qual è la tua strada e l’hai intrapresa, allora devi lottare, indietro non si torna.

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(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

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“Dopo una serie particolarmente disgustosa di minacce (provenienti da un’anonima massa di picchiatori da tastiera che desiderava stuprarmi, uccidermi e urinare su di me) ho deciso di rendere pubblici alcuni dei messaggi su Twitter ed il responso che ho avuto è stato enorme. Moltissime donne hanno cominciato a condividere le loro storie di molestie, abusi e intimidazioni. E’ incredibile quanto tempo e quanto lavoro alcune persone siano disposte a spendere pur di tentare di punire una donna che osa avere delle ambizioni, o delle opinioni, o che meramente è presente in uno spazio pubblico. I commentatori che si lamentano della mancanza di forti voci femminili chiudono gli occhi su quanto questa storia è diventata “normale”. La maggior parte delle mattine, quando controllo la mia posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a navigare fra minacce di violenza, speculazioni sulle mie preferenze sessuali e sull’odore dei miei genitali, nonché fra i tentativi di cancellare qualsiasi idea diversa con la dichiarazione che – visto quanto poco attraenti siamo io e le mie amiche – qualsiasi cosa noi si abbia da dire è irrilevante. L’implicazione che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa in considerazione non è nuova: internet, tuttavia, ha reso più facile per i ragazzi fare i bulli nelle loro camerette solitarie. E non sono solo giornaliste, blogger e attiviste ad essere prese di mira. Dalle donne d’affari alle studentesse che postano i loro video-diari, ci sono state e sono in corso innumerevoli campagne di intimidazione create per cacciarle fuori da internet, da gente convinta che l’unico uso che una donna può fare della moderna tecnologia è mostrare le tette a pagamento.” Così Laurie Penny, giovane scrittrice, giornalista ed attivista femminista inglese, scriveva un paio di anni fa.

Alla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, sta capitando la stessa cosa. Minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura, fotomontaggi del suo volto su corpi sgozzati o violentati. I giornali parlano di migliaia di messaggi di questo tenore. Boldrini dichiara: “… non è una questione che riguarda solo me. Ci sono due temi di cui dobbiamo parlare a viso aperto. Il primo è che quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l’aggressione sessista: che sia apparentemente innocua, semplice gossip, o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale, usa un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni. E questa davvero è una questione grande, diffusa, collettiva. Non bisogna più aver paura di dire che è una cultura sotterranea in qualche forma condivisa. Io dico: un’emergenza, in Italia. Perché le donne muoiono per mano degli uomini ogni giorno, ed è in fondo considerata sempre una fatalità, un incidente, un raptus. Se questo accade è anche – non solo, ma anche – perché chi poteva farlo non ha mai sollevato con vigore il tema al livello più alto, quello istituzionale. Dunque facciamolo, finalmente. (…) So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada”. Apriti cielo. Una donna intelligente e capace, che come troppe altre sta subendo un’aggressione disgustosa, ha detto cose intelligenti e condivisibili. Allora che si fa? Si apre con la doverosa presa di distanza dalla violenza in uno sproloquio pseudo-solidale (è un obbligo di cortesia, chi la fa non sa nel 99% dei casi di che accidenti sta parlando), poi si parte in quarta a difendere la libertà di espressione degli aggressori. Per dire a Boldrini di non menarla tanto e di ingoiare la spazzatura con un sorriso, si sono scomodati il primo emendamento alla Costituzione statunitense, le opinioni dei “congressmen” su Al Qaida (se tengono aperti i loro siti sappiamo di più su di loro) e la solita solfa del “se gli chiudi la pagina poi la riaprono” e “non diamo visibilità a una minoranza di imbecilli”. In più, è stata chiamata a rispondere di tutto quel che non ha fatto e non ha detto, e cioè dei commenti dei giornalisti e dei titoli dati dai caporedattori. Ah, e non dimentichiamo che in tutto il mondo la garanzia della libertà di internet non è in discussione blah blah blah solo noi in quest’Italia bigotta blah blah blah e postare un fotomontaggio di uno stupro non ha nessun effetto sull’azione reale blah blah blah e per 32 donne uccise muoiono 68 uomini (già, di vecchiaia, di cancro, di incidente stradale o suicidi dopo aver accoppato la moglie, ma nessuno viene ucciso perché maschio: cosa c’entra? Da dove viene ‘sta statistica del menga? Eh, dovete chiederlo a chi ha commentato con il 32/68 non a me.) blah blah blah.

Allora: in tutto il mondo il problema della violenza di genere online invece se lo stanno ponendo. Potete verificarlo su http://www.genderit.org/ oppure su http://www.internetdemocracy.in/

Metto solo due indirizzi perché non voglio privare nessuno del piacere di impegnarsi come mi impegno io quando voglio verificare una notizia o dei dati. Non dimenticate di contattare le persone di riferimento, di verificare la situazione con le vostre amiche-parenti-conoscenti, di dare un’occhiata ai documenti in rete e nelle biblioteche o librerie. Per esempio, sugli “effetti dell’esposizione a lungo termine a rappresentazioni violente e sessualmente degradanti delle donne” potete proprio andarvi a cercare: Effects of long-term exposure to violent and sexually degrading depictions of women, di Linz D.G., Donnerstein E., Penrod S. – Communication Studies Program, University of California, Santa Barbara. Ecco, nei mitici Stati Uniti del primo emendamento si fa anche questo. Potete anche provare con “The Offensive Internet: Speech, Privacy, and Reputation”, di Saul Levmore e Martha C. Nussbaum. Riassuntino: ha effetto l’esposizione ecc.? Purtroppo sì. Desensibilizza. Proprio come il mero linguaggio violento. Rende cioè gli individui meno inclini ad aver simpatia per chi subisce violenza e a sentirsi legittimati (così fan tutti) qualora decidano di agire violenza loro stessi. Alcuni finiscono persino per dover maneggiare il quinto emendamento, sapete, quello che si sente a iosa nei film polizieschi: ha il diritto di avere un avvocato e di restare in silenzio, ma tutto quello che dirà potrà essere usato in tribunale contro di lei. Che peccato, però, quando questo accade la vittima di sesso femminile è già stata violentata, picchiata e/o uccisa. Pazienza, l’importante è che il suo aggressore sia stato libero di esprimersi con lei come desiderava. Qualsiasi altro scenario è bieca censura.

Seguitemi un attimo. Quando una donna esce per strada le molestie diventano prima o poi parte della sua esperienza, perché si trova in uno spazio pubblico e per troppi farabutti lo spazio pubblico non è (non deve essere) accogliente per le donne, non è il loro spazio. Quel che capita ad una donna per strada lei se lo va a cercare, sostengono i farabutti, semplicemente non doveva essere là. Il che equivale a dire ad ogni molestatore o stupratore o assassino che quel che lui fa è ok. E’ titolato a farlo. La violenza è normale, inevitabile, levatrice della storia, e la rivoluzione non è un pranzo di gala. Vogliamo chiudere le strade per questo? Che le donne stiano a casa. Allo stesso modo se una donna esprime opinioni sul web la valanga di insulti, minacce e molestie che riceve se la va a cercare, vero o no? Ha una voce, quella voce ha un genere (femmina) e quel genere non è benvenuto. Vogliamo prendercela con internet per questo? Che le donne stiano offline. Ed è proprio quel che fanno, in strada e online. Restringono il proprio spazio, mutano percorsi, cercano di essere invisibili e chiudono account e cancellano siti e cambiano e-mail. Ma in molti sono assai più preoccupati della libertà di espressione di chi le terrorizza. Impedire a qualcuno di investire le donne con messaggi che annunciano loro morte e stupro, con loro immagini ritoccate per diventare pornografiche o la rappresentazione di un bel pestaggio, con minacce ai loro familiari ed amici, o dispiegando in pubblico i loro dati sensibili, è insopportabile censura. D’altronde, si tratta solo di maleducazione. Non tutti usano la netiquette, spiegano i difensori dei farabutti a Laura Boldrini e a centinaia di migliaia di altre, come non tutti sono educati in piazza o al bar. Non possiamo mica toccare piazze e bar perché qualcuno è scortese. Come se le minacce dirette ad esempio a Boldrini (“ti devono linciare, puttana”, “abiti a 30 chilometri da casa mia, giuro che vengo a trovarti”, “ti ammanetto, ti chiudo in una stanza buia e ti uso come orinatoio, morirai affogata”, “gli immigrati mettiteli nel letto, troia”) fossero davvero semplici atti di maleducazione, tipo il ruttare davanti al bancone o far la pipì su un lampione.

Gli uomini si scambiano online insulti feroci e cretini al massimo grado, eventualmente possono arrivare ad augurarsi reciprocamente lo stupro, anche se è davvero raro, più spesso si accusano l’un l’altro di omosessualità, ma nessuno di loro vive la propria vita con la spada di Damocle della violenza domestica e/o sessuale appesa sulla testa. Noi donne sì. Tutte. Bambine, ragazze, adulte, anziane. Stupende, passabili, brutte come il peccato. Di destra, di sinistra, di centro, apolitiche, agnostiche, credenti, atee, italiane o straniere, indigene o migranti. Non fa differenza. In tutte le categorie che ho menzionato trovate vittime di stupri e molestie. Cari difensori della libertà di espressione dei nostri aguzzini, preoccuparci che possa accadere a noi stesse, alle nostre madri o alle nostre figlie o alle nostre sorelle o alle nostre amiche, per noi donne è quotidiano. Il fatto che sia usuale non significa che sia normale. Non significa che sia giusto. Non significa che noi si abbia l’obbligo di rinunciare a lottare per avere spazi sicuri, per avere ovunque quella libertà di espressione che la violenza ci nega. A cosa credete servano le campagne di denigrazione e le minacce online? A farci stare zitte. E’ censura, nobili amici. CENSURA. Sollevatevi e protestate, se non siete dei perfetti ipocriti. Maria G. Di Rienzo

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(“To change the world, start inside yourself.”, di Zainab Salbi per Women in the World Foundation, 30 aprile 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Vent’anni fa, una studentessa universitaria 23enne, da poco sposata, vide le orribili immagini dei “campi di stupro” in Bosnia sui quotidiani e decise che doveva fare qualcosa al proposito. Così Zainab Salbi, irachena-statunitense, usò i soldi della luna di miele per dare inizio a “Women for Women International”, oggi un’ong nonprofit rispettata a livello globale che lavora con le sopravvissute alla guerra, dall’Afghanistan al Congo, ed ha distribuito più di 100 milioni di dollari ad oltre 350.000 donne. Salbi ha di recente pubblicato il suo ultimo libro “If You Knew Me You Would Care” (“Se mi avessi conosciuta ti importerebbe”), e sta lavorando ad un documentario sulle donne nella cosiddetta “primavera araba”.

zainab

Tu non sei definita da quel che ti accade, ma da quel che fai della tua storia.

Il mondo vede da lontano le donne rifugiate e sopravvissute alla guerra, come vittime. E sebbene le donne soffrano molte delle atrocità della guerra, dagli stupri agli sgomberi forzati, esse non si definiscono in base alle loro storie di vittimizzazione, ma da quel che fanno di queste storie. Mi hanno insegnato il vero significato di termini quali pace, forza, coraggio e bellezza, e mi hanno insegnato ad apprezzare ogni aspetto della vita.

La pace è dentro di te.

Io ho incontrato quel che chiamo il mio Dalai Lama in una donna congolese di nome Nanbito, che vive in una minuscola capanna dal tetto di latta con quattro figli: uno è il risultato di uno stupro. Quando le chiesi cosa “pace” significasse per lei, mi disse: “La pace è dentro il mio cuore. Nessuno può darmela e nessuno può portarmela via.” La sua saggezza è qualcosa che ognuno di noi cerca, anche quando conduciamo vite privilegiate: la semplice pace dentro i nostri cuori.

Possiamo trovare amore nel bel mezzo dell’orrore.

Gli individui si innamorano durante le guerre, si sposano e divorziano, hanno bambini e vanno a feste e perdono persone amate. Ci sono molte durezze ma ci sono anche momenti in cui le persone trovano gioia pur nel mezzo di grandi orrori. L’unico modo in cui possiamo davvero entrare in relazione con le donne sopravvissute di guerra sta nel non vederle come differenti, ma nel vederle come noi stesse. Noi siamo loro. Loro sono noi. Le esistenze sono diverse, i sentimenti sono uguali.

C’è grande bellezza in luoghi inaspettati.

Ho visto donne che avevano attraversato tutta una serie di esperienze terribili, dal matrimonio da bambine alla violenza sessuale al diventare rifugiate, alla guerra e alla perdita di coloro che amavano: e lo viste risollevarsi ancora e ancora, nei modi più magnifici. Ho incontrato donne afgane che hanno ricostruito le proprie vite partendo da zero e ora danno lavoro a centinaia di altre donne ed uomini. Ho incontrato le sopravvissute al genocidio in Ruanda che hanno perdonato gli assassini delle persone che amavano e ora si dedicano all’agricoltura biologica per assicurare un futuro migliore ai loro bambini. Questo e molto altro mi fa credere nella bellezza di questo mondo e nella bellezza dell’umanità a dispetto di tutta l’oscurità. Se le mie sorelle in Congo e in Iraq possono ancora cantare e ballare, chi sono io per non farlo e per non essere grata di tutti i privilegi che ho.

Per cambiare il mondo, comincia con il viaggio interiore.

Se vogliamo cambiare il mondo, le voci delle donne devono essere udite, forti e chiare, in tutti i settori e non essere più confinate in un solo angolo. Ma oltre a ciò, dobbiamo essere il cambiamento che aspiriamo a vedere nel mondo. Tale cambiamento comincia con il viaggio interiore. Ciò che mi spinge avanti è il mio assoluto e pieno convincimento che il cambiamento è possibile ed è possibile per ciascuna di noi vivere la nostra verità e dispiegare il nostro pieno potenziale.

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(“Kenya: A Cruel Cut in the Name of Tradition”, di Gladys Kiranto per World Pulse, 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Gladys Kiranto

Il terrore di quel che doveva accadere mi aveva sopraffatto. Non potevo più fuggire e sapevo che per risparmiare a mia madre i pestaggi e forse la morte dovevo sottomettermi alla volontà di mio padre. Dovevo essere “circoncisa” e non potevo fare nulla per evitarlo. All’epoca non sapevo nulla del rischio di sanguinare a morte, della trasmissione di malattie infettive, del danno permanente inflitto alla vita di una ragazza: tutte cose che derivano dalle mutilazioni genitali femminili (MGF).

Avevo solo 12 anni quando mio padre mi tolse da scuola e mi disse che era venuto il momento di essere circoncisa. Chiesi aiuto a mia madre. Lei rispose che come donna non poteva contrastare quel che mio padre voleva. “Tutto quel che puoi fare è fuggire.”, mi disse. Parlai con mia sorella Esther: “La mamma ha ragione.”, replicò, “Ti costringeranno.” Esther mi aiutò dandomi un po’ di denaro e una mattina presi l’autobus e andai da una sorella più anziana che viveva a Nairobi. Pensavo di averla scampata.

Ma mio padre cominciò a chiedere: “Dov’è Naingol’ai?” (Il mio nome Maasai) Mia madre negò di sapere dove io fossi e mio padre la minacciò e la picchiò. “Se Naingol’ai non ritorna entro una settimana, ti picchierò fino a che morirai.”, le disse. Mia madre era molto spaventata, e mi scrisse una lettera implorandomi di tornare. Io diventai molto ansiosa all’idea di perderla e feci ritorno a casa. La trovai in un angolo buio della capanna, ferma come una pietra. Pensai che fosse morta, pensai di essere arrivata troppo tardi.

Mio padre l’aveva picchiata così forte con il suo tradizionale bastone Maasai – la sua testa, le sue gambe, le sue mani… era ferita ovunque. I suoi occhi erano così gonfi che non riusciva a vedere. Io ero in uno stato di profonda angoscia. “Grazie per essere tornata.”, mi sussurrò mia madre, esausta e sofferente. Tre giorni dopo, le cerimonie per la circoncisione cominciarono.

Io vengo da una famiglia Maasai molto grande, perché mio padre ha sei mogli ed io sono una dei suoi 50 figli. C’erano trenta ragazze che dovevano essere circoncise. Sei di loro erano mie sorelle, le altre erano vicine di casa. Ci diedero degli abiti nuovi e la maggioranza delle ragazze era eccitata, ignorando completamente quel che stava per accadere. Alcune delle donne di maggiore età scherzavano, dicendo che se fossero state giovani di nuovo sarebbero scappate via. Nessuna disse perché.

Sebbene le mutilazioni genitali femminili siano illegali in Kenya dagli anni ’90, la polizia non impediva la pratica. Gli insegnanti non menzionavano le MGF e la ragione per cui erano proibite. Ci si aspettava che accadesse a tutte le ragazze nella nostra comunità. Secondo le credenze tradizionali, le mutilazioni trasformano una ragazza in una donna adatta al matrimonio. La pratica dovrebbe “purificare” la ragazza e garantire che sarà una moglie fedele.

La cerimonia iniziò con due giorni di canti e danze. Poi, il terzo giorno, alle 6 del mattino, fummo portate fuori. Erano presenti tutti i nostri familiari e vicini; i bimbi piccoli saltavano in giro giocando e ridendo. Le ragazze che dovevano essere circoncise giacevano su una pelle di mucca, due o tre ciascuna. Arrivò una donna con un coltello e ci tagliò. La procedura prese un minuto a ragazza. Senza anestetico, senza che la lama fosse pulita o disinfettata. Piangere durante questa cerimonia sarebbe stato vergognoso, per cui nessuna gridò. Inizialmente la sofferenza sembrava di breve durata: il dolore che arrivò in seguito fu terribile.

Fummo spostate in una grande casa e altre donne si presero cura di noi, usualmente sorelle maggiori. Eravamo troppo deboli per camminare da sole o per andare in bagno senza aiuto. Per una settimana intera non vi furono che lacrime e dolore. Nulla alleviava la sofferenza. Le ragazze gridavano notte e giorno, incapaci di mangiare o di dormire. Io persi molto sangue. Fu un sollievo quando persi conoscenza.

Io sono stata abbastanza fortunata da sopravvivere. Molte ragazze muoiono di emorragia dopo essere state mutilate. Altre muoiono dalle infezioni relative alla procedura. L’Hiv/Aids si diffonde sovente tramite le mutilazioni. In più, le MGF aumentano il rischio di complicazioni durante il parto e la mortalità infantile, perché il tessuto cicatriziale rallenta il travaglio. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, circa 92 milioni di bambine africane, decenni o poco più, sono state mutilate.

La mia storia non finisce con la cerimonia. E’ costume sposarsi subito dopo il taglio. Io dovevo sposarmi il mese successivo. Una mattina, un uomo di circa 60 anni, che aveva già cinque mogli, venne a casa mia. Io chiesi a mia madre: “Quello chi è?” Lei rispose: “E’ l’uomo che vuole sposarti. Ha portato cibo, bevande e coperte e sta parlando ora con tuo padre.” Io ero furibonda: “Non voglio assolutamente sposare questo sconosciuto!”

Tre settimane più tardi, l’uomo tornò. Fu stabilita la data del matrimonio e l’ammontare della dote. Sapevo che dovevo fuggire di nuovo, questa volta in modo permanente. All’alba cominciai il mio viaggio vero la Riserva Maasai Mara Game. Sapevo che là si poteva trovare lavoro e forse qualcuno mi avrebbe aiutata. Camminai l’intero giorno, sino al tramonto. All’arrivo incontrai un uomo del mio distretto che era disponibile a darmi una mano e mi fu dato un lavoro. Di nuovo, fui fortunata.

Nel frattempo, a casa, mia madre non aspettò che mio padre ricominciasse a pestarla come mezzo per farmi tornare. Prese con sé il mio fratellino più piccolo (fortunatamente tutti gli altri erano abbastanza grandi e avevano già lasciato la casa) e scappò dai suoi genitori. Suo fratello maggiore parlò a mio padre e calmò la situazione. Infine, mio padre promise che non avrebbe più bastonato mia madre: tuttavia, disse che io non ero più sua figlia e che non voleva rivedermi. Ero stata “espulsa”. Non vidi mio padre per sette anni. Durante quel periodo ci furono cambiamenti in meglio. I miei fratelli rifiutarono di mutilare le loro figlie, nonostante le pressioni di mio padre. Alla fine, persino lui si persuase e cambiò idea. Quando ci incontrammo dopo tutti quegli anni mi disse: “Vieni a casa Naing’olai. Sei la benvenuta.” Mi rispettava perché avevo mantenuto la mia posizione.

Nel 2009 fondai un’organizzazione, “Tareto Maa”, basata sulla mia visione personale e sulla determinazione di mettere fine a questa pratica barbarica a cui ero stata sottoposta anch’io. Volevo offrire protezione alle bambine e alle ragazze che non avevano alcun luogo dove andare per chiedere aiuto. Parlai con moltissime persone nella mia comunità che concordavano nel sostenere l’obiettivo di proteggere le ragazze dalle circoncisioni e dai matrimoni in età infantile. All’inizio, ci furono sette ragazze a chiedere rifugio. Entro 18 mesi erano ventisette, tutte ospitate in case private. Presto non ci furono più spazi per le ragazze che venivano a chiedere protezione e dovemmo mandare indietro le nuove. Non dimenticherò mai le loro lacrime e la loro disperata domanda: “Perché hai aiutato altre bambine, ma non puoi aiutare me?”

Entro l’ottobre 2010, avevamo raccolto abbastanza fondi per un rifugio, che aprimmo nel gennaio dell’anno successivo. Attualmente, abbiamo con noi 96 ragazze. Le nostre campagne all’interno delle comunità locali hanno pure avuto successo. Numerose famiglie stanno cominciando a ripensare le pratiche delle mutilazioni e dei matrimoni precoci. Ma la lotta non è certo terminata. Troppe ragazze sono ancora a rischio e c’è molta strada da fare.

Io voglio offrire alle ragazze la protezione di cui io e tante altre come me avevamo bisogno nella nostra infanzia. Credo ci possa essere un rito di passaggio alternativo, per una ragazza che diventa donna, una pratica in cui lei è di beneficio alla sua famiglia essendo in salute ed istruita. “Tareto Maa” lavora per trasformare in realtà questo sogno.

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“La fotografia del suo sorriso ha memoria di una vita che lei aveva. La data in cui fu presa segna l’ultimo ricordo del suo spirito danzante. Oltre quel punto, uno può solo immaginare: ma tu ti fermi a chiederti se lei sta ancora invocando aiuto? Tu guardi, poi te ne vai via. Ti scusi dicendo: “Non è mia”. Non fare nulla ti rende parte del problema, NON della soluzione.” Chong N. Kim, commentando l’indifferenza delle persone davanti ai poster delle ragazze e delle bambine scomparse.

Chong Kim

Ammanettata per mesi alla maniglia di una porta dall’uomo che lei pensava essere il suo fidanzato. Poi consegnata ai trafficanti e trasferita a Las Vegas. Tenuta prigioniera là in un magazzino abbandonato e forzata alla prostituzione. Spostata avanti e indietro in diverse città con il medesimo scopo. Questa è la vita che Chong Kim ha fatto dal 1995 al 1997, quando riuscì a fuggire. “Donne e bambine sono rese schiave per soddisfare i desideri dei clienti e dei consumatori di pornografia. Non ha a che fare con il sesso, se non come mezzo: è un grottesco bisogno di potere e controllo.”, dice Chong Kim, oggi attivista contro la violenza di genere ed il traffico di esseri umani, scrittrice e madre.

Chong arrivò negli Usa dalla Corea del Sud all’età di due anni assieme al padre, la madre li seguì poco dopo. Un ambiente familiare violento, nonché molestie e discriminazioni a scuola, avevano già chiesto un prezzo alto alla sua giovane esistenza, quando a 18 anni decise di tagliare i ponti e di andare a vivere con un’amica. “Frequentavo il college, presi un diploma in “Criminologia”. Il secondo anno un uomo cominciò a corteggiarmi, assicurando di amarmi e di avermi cara. Io non avevo nessuna esperienza, e un’autostima così bassa che non mi accorsi dei segnali d’allarme nel suo comportamento. Mi convinse a passare un weekend con lui e diventai il suo ostaggio in una casa abbandonata. Mentre ero prigioniera distrusse la mia tessera della social security, i documenti che attestavano la mia naturalizzazione, la mia patente e qualsiasi altra cosa potesse comprovare la mia identità. Mi disse che senza quelle carte sarei stata trattata come un’immigrata, ed aveva ragione.” Per due anni e mezzo Chong appartiene ai trafficanti, tenta più volte di scappare e subisce violenze di ogni tipo, testimonia i pestaggi, gli stupri e gli omicidi di giovani donne nella sua medesima situazione. Quando riesce a fuggire definitivamente continuerà a spostarsi ogni pochi mesi in luoghi diversi, nel timore di essere di nuovo catturata.

“Quando guardo indietro, a me stessa nel passato, io capivo benissimo che l’abuso mi aveva cambiata. Alla fine devi riuscire ad accettare che non puoi cambiare quel che ti è accaduto, ma il più grande dono che puoi fare a te stessa e alle altre è il vero significato del termine “sopravvivenza”. Io non me ne resto seduta a rammaricarmi di come la mia vita avrebbe potuto essere diversa, perché allora mi starei rammaricando anche di quel che faccio ora. Ho attraversato terapie psicologiche e terapie di gruppo, mantenendo però io stessa il controllo dei miei problemi e dicendo ai miei consiglieri che volevo guarire, non volevo intossicare il mio corpo con medicinali. Uso la meditazione, la musica, la poesia e la danza per andare attraverso il mio dolore e la mia pena. Mi conferisco potere cantando, avendo relazioni con persone positive, investendo tempo ed energia nel rapporto con i miei figli. Gli abusi possono aver posseduto il mio corpo e i miei ricordi, ma non si sono presi la mia anima, la mia dignità, perché io rifiuto di dare ai miei persecutori ciò su cui avrò sempre potere, il mio spirito. Adesso giro il mondo per offrire seminari e organizzare gruppi di auto-aiuto per le sopravvissute che stanno ancora soffrendo. Spesso in queste occasioni mi chiedono: Hai paura di chi ha abusato di te? E io rispondo: No, sono arrabbiata e sto reclamando la mia vita e lo faccio con la mia propria voce.”

Di recente, Chong N. Kim ha contribuito a scrivere la sceneggiatura del film EDEN, ispirato alla sua storia. Il solo trailer è magnifico: ti toglie il respiro, ti torce il cuore e ti fa spalancare gli occhi. Incrocio le dita e spero di vederlo in Italia. Penso che alla fine potrei davvero mettermi a cantare con Chong, che sia benedetta. Maria G. Di Rienzo

http://www.edenthefilm.com/

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(tratto da: “An Interview With Our 2013 Voices of Courage Honoree Atim Caroline Ogwang”, un più ampio servizio di Emily Shrair, per Women’s Refugee Commission – http://www.womensrefugeecommission.org/ – aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nata in quello che è ora il Sudan del Sud, Atim Caroline Ogwang ha perso l’udito quando aveva cinque anni: degli esplosivi abbandonati dai ribelli del Lord’s Resistance Army detonarono mentre lei stava raccogliendo frutta. Attualmente è la responsabile su diritti umani, genere e linguaggio dei segni per un’organizzazione chiamata Southern Sudan Deaf Development Concern (SSDDC), di cui è co-fondatrice.

Atim Caroline

Dove sei nata? Parlaci della tua famiglia.

Subito dopo la mia nascita nel Sudan del Sud, la mia divenne una famiglia di rifugiati in Uganda. Ci sono otto figli nella mia famiglia, tre ragazze e cinque ragazzi. Io sono la numero sette. Ho perso entrambi i genitori a causa della guerra quando avevo 10 anni. Di me si sono occupate le mie sorelle e i miei fratelli adolescenti, mentre tentavamo di sopravvivere in condizioni molto dure.

Com’è stata la tua infanzia?

Proprio come altri normalizzano la povertà, gli abusi dei diritti umani, l’abbandono e l’oppressione, tutto mi sembrava normale. I rapimenti nel campo profughi erano normali. Perdere membri della famiglia era normale. Dormire per terra era normale. Alzarsi affamati e vedere se i tuoi vicini potevano darti qualcosa da mangiare era normale. Non sapevo nemmeno di provenire dal Sudan del Sud sino a quando andai alle elementari, e là ci divisero fra rifugiati sudanesi e rifugiati interni ugandesi.

Come sei diventata sorda? Sei stata trattata in modo diverso dagli altri, mentre crescevi?

Quando avevo cinque anni, andai con altri bambini a cercare frutti selvatici: la fame e il non aver nulla da fare spingono i bambini a qualsiasi impresa per trovare del cibo. Sono sopravvissuta ad un’esplosione di munizioni abbandonate dal Lord’s Resistance Army sotto un albero di mango. Non sono stata ferita in modo più serio, ma il trauma è durato per settimane durante le quali non riuscivo a parlare, a sentire. Provavo dolore alle orecchie che sanguinavano, ma niente è stato fatto per salvarmi l’udito, nessuna medicazione. La cosa ritardò di due anni la mia istruzione, sino a che una chiesa mi aiutò a frequentare una scuola per non udenti. Sfortunatamente, tutti gli altri pensavano che istruire una sorda era una perdita di tempo e risorse.

Quali sono i problemi che le donne e le ragazze non udenti o con altre disabilità devono affrontare nel Sudan del Sud?

Ve ne sono molti, inclusi la mancanza di informazioni e di istruzione, nessun servizio di interpretazione del linguaggio dei segni e l’abbandono da parte dei genitori. Numerose ragazze disabili restano incinte da nubili. La maggior parte delle donne e delle ragazze sorde non hanno finito le scuole medie. Più dell’80% fanno pulizie negli uffici o nelle case o le lavandaie.

Perché hai fondato l’SSDDC? Parlaci della tua organizzazione.

Abbiamo fondato l’SSDDC perché non eravamo soddisfatti dell’Associazione Nazionale Non Udenti Sudanese: non hanno neppure mai sviluppato il linguaggio dei segni per i sordi del Sudan del Sud. La nostra organizzazione non governativa fornisce training sul linguaggio dei segni, alfabetizzazione per gli adulti non udenti, addestramento professionale, campagne per il diritto all’istruzione, accesso alle informazioni e collegamento con il governo. Cerchiamo anche di aiutare i rifugiati in altri paese a ritrovare i loro familiari. Coordiniamo queste attività con la “Commissione per i disabili di guerra, le vedove e gli orfani” e con il Ministero per il genere, i bambini e il benessere sociale.

Il tuo lavoro è basato sui diritti umani e concentrato sull’inclusione. Perché questo è importante per le donne e le bambine disabili?

E’ importante includere le donne e le ragazze e le bambine con disabilità, perché persino nelle azioni affermative c’è la tendenza a dimenticarsi delle loro necessità. Non possono competere nel normale mercato del lavoro e ciò causa discriminazioni. I più poveri fra i poveri sono le donne disabili. Le meno istruite sono le donne disabili. Quando le ragazze ottengono borse di studio quelle disabili non sono neppure considerate. Il sostegno alle donne affinché diventino autosufficienti esiste, ma i programmi non considerano le donne con disabilità. Bisogna correggere questo.

Che consiglio daresti alle donne e alle ragazze che sono sorde o hanno altre disabilità?

Il mio consiglio è di lottare per i propri diritti. Anche se non dovessimo aver successo per noi stesse, dobbiamo lottare per la generazione che verrà dopo di noi. Dobbiamo gettare le fondamenta, così che le donne e le ragazze siano viste in primo luogo come esseri umani e in secondo luogo come persone disabili. Prendete ogni opportunità di ottenere dell’istruzione. Aiutate i nostri leader politici a capire che siamo interessate all’istruzione e incoraggiate le bambine ad andare a scuola. A nessuno piace essere discriminato.

Che ruolo pensi abbiano donne e bambine nel futuro del Sudan del Sud?

Sono centrali per il suo sviluppo. Devono essere messe in grado di avere impieghi, di portare avanti iniziative commerciali e di formare le loro famiglie. Le donne e le ragazze disabili dovrebbero poter insegnare alle persone “normali” e provvedere cura a chi ora si cura di loro.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Voglio diventare un’avvocata e usare la mia istruzione per promuovere i diritti umani delle persone disabili in tutto il continente africano. Voglio guidare tramite l’esempio, per mostrare ad altri che avere una disabilità non mette fine alla tua vita. Credo che diventerò la prima deputata non udente di un Parlamento africano.

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