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Archivio per la categoria ‘Mondopoli (giochiamo a)’

(“Denial of life” di Mónica Roa, maggio 2013. Mónica Roa dirige i programmi di Women’s Link Worldwide, tesi a promuovere e difendere i diritti riproduttivi. Nel 2006 Mónica presentò una causa legale relativa alla Costituzione della Colombia che ebbe come risultato la cancellazione del bando sull’interruzione di gravidanza che il paese aveva mantenuto sino ad allora.)

monica roa

La storia, di solito, è la stessa. Una giovane donna povera si accorge di essere incinta. Accade qualcosa e lei si sente male, così va al consultorio in città. Là non capiscono esattamente cosa ci sia che non va e la mandano al più vicino – spesso non è affatto vicino – ospedale.

I medici fanno qualche esame e capiscono che la gravidanza è in qualche modo una minaccia per la sua salute. Sono tutti d’accordo – in privato – che un aborto le salverebbe la vita o almeno le permetterebbe di usufruire delle migliori cure a disposizione. La donna non aveva pensato ad abortire, prima, ma non appena apprende la situazione le lacrime le scorrono sul viso e chiede ai medici di salvarla. Ma uno o più dottori ricordano a tutti gli altri che l’interruzione di gravidanza è proibita. Alcuni altri dottori si sentono dispiaciuti per la donna ma sono troppo spaventati per fare qualcosa. Parenti, marito, amici di lei sono angosciati.

A volte tramite la famiglia, a volte tramite il personale ospedaliero, qualcuno contatta il locale gruppo di donne. Loro parlano con la giovane e promettono di aiutarla. In quel momento, la gravidanza è di solito almeno nell’ultima parte del primo trimestre. Il gruppo locale delle donne organizza dimostrazioni e allerta altri gruppi. I media locali pubblicizzano il caso e il locale movimento anti-aborto viene fuori gridando “salvate il non nato”. Anche loro mettono in allarme altri gruppi. Presto, le più grandi associazioni nazionali (favorevoli o sfavorevoli all’autodeterminazione) stanno dibattendo sui media nazionali sulla legalità dell’aborto usando le consuete argomentazioni ancora e ancora.

Nel frattempo, la vita della donna è appesa ad un filo e la sua gravidanza continua ad avanzare: è una corsa contro il tempo. Quando la comunità internazionale si accorge del caso e un sofisticato sistema di mobilitazione trova il suo momento per avere risultati politici, la donna è già morta. E il suo caso diventa eccellente per essere dibattuto in un tribunale internazionale.

Oggi il suo nome è Beatriz (1) e il posto è il Salvador, dove 19 donne sono attualmente in prigione, con sentenze che arrivano sino ai 40 anni, per aver abortito. In altre occasioni è solo un nome diverso, in un paese diverso. Raramente la storia cambia un pochino, e allora la donna non è giovanissima e non è così povera, ma è una migrante. Come nel caso di Savita Halappanavar, la dentista indiana 31enne che è morta in Irlanda perché i medici hanno detto “Questo è un paese cattolico” e l’interruzione di gravidanza non è permessa sino a che il feto ha un battito cardiaco.

Io sono un’avvocata internazionale per i diritti umani delle donne. Assieme alle mie colleghe, porto in tribunale questi casi tragici nel tentativo di fissare degli standard globali: al minino, le donne e le ragazze non dovrebbero morire perché viene negato loro un aborto che proteggere il loro proprio diritto alla vita, alla salute e all’integrità. Io ho visto la storia svolgersi sotto i miei occhi troppe volte. Si ripete al rallentatore, mentre noi cerchiamo disperatamente di cambiare il finale. Poche volte abbiamo successo.

Nel dicembre dello scorso anno, il Tribunale inter-americano per i diritti umani ha stabilito che: “la difesa del non nato è essenzialmente agita tramite la protezione della donna” e che “non vi sono precedenti per garantire lo status di persona ad un embrione.” Io ero contenta, pensando che era una grande apertura e che avrebbe messo fine a tante argomentazioni irrealistiche e dannose. Ma poi qualche settimana fa ho sentito il Ministro spagnolo della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón dire in Parlamento che abolirà il diritto all’interruzione di gravidanza, portando indietro l’orologio di trent’anni sui diritti acquisti, disprezzando il principio della non regressione dei diritti umani, per proteggere la vita del non nato. Perciò, temo che dovrò essere testimone di molte altre storie uguali, prima che il nostro lavoro sia compiuto. Per il momento, c’è ancora un po’ di tempo per salvare Beatriz.

(1) Nota della traduttrice: Beatriz è un nome fittizio che protegge l’identità della giovane donna menzionata. La donna in questione ha 22 anni e già un figlio. E’ nel secondo trimestre di gravidanza e il feto è anancefalico (non ha cervello e non sopravviverebbe comunque al parto). Beatriz è malata di lupus, e il suo sistema immunitario produce anticorpi che aggrediscono cellule e organi del suo stesso corpo: nel suo caso, le hanno causato insufficienza renale. I medici che hanno esaminato Beatriz hanno concluso che questa gravidanza ha altissime probabilità di ucciderla, ma non possono farla abortire, giacché una legge salvadoregna del 1998 proibisce l’interruzione di gravidanza in qualunque caso; i medici possono ricevere sino a dodici anni di carcere se la trasgrediscono, a Beatriz possono esserne comminati sino a cinquanta. Il sostegno a Beatriz va dall’organizzazione femminista che per prima ha presentato istanza alla Corte Suprema affinché si salvi la sua vita, alle successive petizioni e interventi (Amnesty International, Commissione inter-americana per i diritti umani, Nazioni Unite e persino la stessa Ministra della Sanità salvadoregna Maria Isabel Rodriguez). Al 22 maggio 2013, mentre scrivo, non ho notizie sulla decisione della Corte Suprema.

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(“An Open Letter to Facebook”, di Soraya Chemaly, Jaclyn Friedman e Laura Bates, 21 maggio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ma come? Non eravamo solo Boldrini e io a dare i numeri?)

Noi firmatarie/firmatari della presente scriviamo per chiedere un’azione veloce, estesa ed efficace che maneggi la rappresentazione di stupro e violenza domestica su Facebook. Nello specifico chiediamo a voi, Facebook, di intraprendere tre azioni:

1. Riconoscere i discorsi che trivializzano o glorificano la violenza contro bambine e donne come discorsi di odio e impegnarvi a non tollerare tali contenuti

2. Addestrare efficacemente i moderatori a riconoscere e rimuovere i discorsi di odio basati sul genere.

3. Addestrare efficacemente i moderatori alla comprensione che le molestie online hanno un effetto diverso su donne e uomini, in parte dovuto alla pandemia della violenza contro le donne nel mondo reale.

A questo fine, stiamo chiedendo agli utenti di Facebook di contattare chi fa pubblicità su Facebook e i cui annunci appaiono accanto a contenuti che usano le donne come bersagli di violenza, affinché chiedano alle compagnie commerciali di ritirare i loro annunci pubblicitari su Facebook sino a che voi non intraprenderete le azioni succitate per bandire i discorsi di odio basati sul genere sul vostro sito.

Specificatamente, ci stiamo riferendo a gruppi, pagine ed immagini che esplicitamente condonano o incoraggiano stupro o violenza domestica, o suggeriscono di riderne o di vantarsi al proposito. Pagine che attualmente sono su Facebook includono “Fly Kicking Sluts in the Uterus”, “Kicking your Girlfriend in the Fanny because she won’t make you a Sandwich”, “Violently Raping Your Friend Just for Laughs”, “Raping your Girlfriend” e molti, molti altri. Immagini che appaiono su Facebook includono fotografie di donne picchiate, piene di lividi, legate, drogate e sanguinanti con didascalie del tipo: “Questa cagna non sapeva quando chiudere il becco” e “La prossima volta non restare incinta”.

Tali pagine ed immagini sono approvate dai vostri moderatori, mentre voi rimuovete regolarmente contenuti come fotografie di donne che allattano, di donne che hanno subito una mastectomia e le rappresentazioni artistiche di corpi di donne. Inoltre, il discorso politico delle donne, che comprende l’uso dei loro corpi in modi non sessualizzati per protesta, è regolarmente bandito come pornografico mentre i contenuti pornografici – banditi dalle vostre stesse linee guida – restano al loro posto. Sembra che Facebook consideri la violenza contro le donne meno offensiva delle immagini nonviolente dei corpi delle donne, e che le sole rappresentazioni accettabili della nudità femminile siano quelle in cui le donne appaiono come oggetti sessuali o come vittime di abusi. La vostra pratica usuale di permettere tali contenuti affiancandovi un avviso (umoristico) letteralmente tratta la violenza che ha per bersaglio le donne come una barzelletta.

La più recente stima globale – http://saynotoviolence.org/issue/facts-and-figures – dalla campagna delle Nazioni Unite “Say No UNITE” dice che la percentuale di donne e bambine che hanno fatto esperienza di violenze durante le loro vite è pari ora ad un intollerabile 70%. In un mondo in cui così tante bambine e donne saranno stuprate o picchiate durante le loro vite, permettere la condivisione di contenuti in cui ci si vanta e si scherza sullo stuprare e battere donne, contribuisce alla normalizzazione della violenza domestica e sessuale, crea un’atmosfera in cui i perpetratori sono più inclini a credere di farla franca, e comunica alla vittime che non saranno prese sul serio qualora denuncino.

Secondo una ricerca dell’Home Office in Gran Bretagna, una persona su cinque pensa sia accettabile che un uomo, in determinate circostanze, colpisca o schiaffeggi la moglie o la fidanzata come risposta al suo essere vestita in modo sexy o rivelatore in pubblico. E il 36% pensa che una donna dev’essere ritenuta totalmente o in parte responsabile se viene assalita o stuprata mentre è ubriaca. Tali attitudini sono formate, in parte, dall’enorme influenza delle piattaforme sociali come Facebook e contribuiscono a gettare il biasimo sulle vittime e a normalizzare la violenza contro le donne.

Nonostante quel che Facebook dichiara, e cioè di non essere coinvolto nello sfidare le norme e di non censurare ciò che le persone dicono, voi avete in funzione procedure, limiti e linee guida comunitarie che interpretate e applicate. Facebook proibisce i discorsi di odio e i vostri moderatori maneggiano ogni giorno contenuti che sono violentemente razzisti, omofobici, islamofobici, antisemitici, ogni giorno. Il vostro rifiuto di maneggiare allo stesso modo i discorsi di odio basati sul genere marginalizza ragazze e donne, mette da parte le nostre esperienze e le nostre preoccupazioni, e contribuisce alla violenza contro di noi. Facebook è un’enorme rete sociale con più di un miliardo di utenti al mondo, il che rende il vostro sito estremamente influente nel dar forma a norme e comportamenti sociali e culturali.

La risposta di Facebook alle molte migliaia di lamentele e di richieste di affrontare tali questioni è stata inadeguata. Non avete rilasciato una dichiarazione pubblica che affrontasse la faccenda, non avete risposto agli utenti preoccupati, ne’ implementato politiche che migliorino la situazione. Avete, anche, agito in modo incoerente in relazione alla vostra politica di bando delle immagini, rifiutando in molti casi di rimuovere immagini offensive di stupro e violenza domestica quando venivano riportate, ma cancellandole immediatamente non appena i giornalisti le menzionavano nei loro articoli, e ciò convoglia il forte messaggio che voi siete assai più preoccupati di agire sulla base di casi singoli e di proteggere la vostra reputazione, anziché dell’effettuare un cambiamento sistemico e di prendere una posizione chiara e pubblica contro la pericolosa tolleranza di stupro e violenza domestica.

In un mondo in cui centinaia di migliaia di donne sono assalite giornalmente e in cui la violenza da parte di un partner intimo resta una delle cause principali di morte per le donne al mondo, non è possibile stare alla finestra. Chiediamo a Facebook di prendere l’unica decisione responsabile e di intraprendere un’azione veloce, estesa ed efficace sulla questione, accordando la vostra linea di condotta su stupro e violenza domestica ai vostri stessi principi di moderazione e linee guida.

Distinti saluti,

Laura Bates, The Everyday Sexism Project http://www.everydaysexism.com/

Soraya Chemaly, scrittrice ed attivista

Jaclyn Friedman, Women, Action & the Media (WAM!) http://womenactionmedia.org/

Angel Band Project http://www.angelbandproject.org/

Anne Munch Consulting, Inc. http://www.annemunch.org/

Association for Progressive Communications Women’s Rights Programme

http://www.apc.org/en/about/programmes/womens-networking-support-programme-apc-wnsp

Black Feminists http://www.blackfeminists.org/

The Body is Not An Apology http://www.thebodyisnotanapology.com/

Breakthrough http://breakthrough.tv/

Catharsis Productions http://www.catharsisproductions.com/

Chicago Alliance Against Sexual Exploitation http://caase.org/

Collective Action for Safe Spaces http://www.collectiveactiondc.org/

Collective Administrators of Rapebook https://www.facebook.com/StopRapebook

CounterQuo http://counterquo.org/

End Violence Against Women Coalition http://www.endviolenceagainstwomen.org.uk/

The EQUALS Coalition http://www.weareequals.org/

Fem 2.0 http://www.fem2pt0.com/

Feminist Peace Network http://www.feministpeacenetwork.org/

The Feminist Wire http://www.thefeministwire.com/

FORCE: Upsetting Rape Culture http://upsettingrapeculture.com/

A Girl’s Guide to Taking Over the World http://www.agirlsguidetotakingovertheworld.co.uk/

Hollaback! http://www.ihollaback.org/

Illinois Coalition Against Sexual Assault http://www.icasa.org/

Jackson Katz Mentors in Violence Prevention http://www.jacksonkatz.com/aboutmvp.html

Lauren Wolfe http://www.womenundersiegeproject.org/

Media Equity Collaborative

MissRepresentation http://www.missrepresentation.org/

No More Page 3 http://nomorepage3.org/

Object http://www.object.org.uk/

The Pixel Project http://www.thepixelproject.net/

Rape Victim Advocates http://www.rapevictimadvocates.org/

Social Media Week http://socialmediaweek.org/

SPARK Movement http://www.sparksummit.com/

Stop Street Harassment http://www.stopstreetharassment.org/

Take Back the Tech! https://www.takebackthetech.net/

Tech LadyMafia http://www.techladymafia.com/

Time To Tell http://www.timetotell.org/

The Uprising of Women in the Arab World

V-Day http://www.vday.org/

The Voices and Faces Project http://www.voicesandfaces.org/

The Women’s Media Center http://www.womensmediacenter.com/

Women’s Networking Hub http://www.womensnetworkinghub.com/

The Women’s Room http://thewomensroom.org.uk/

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(tratto da: “Teresa Forcades, a nun on a mission”, di Giles Tremlett per The Guardian, 17.5.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Teresa Forcades, suora benedettina, è nata a Barcellona nel 1966. E’ laureata in medicina e teologia e autrice di “Els crims de les grans companyies farmacèutiques” (I crimini delle grandi compagnie farmaceutiche) “La Trinitat avui” (La Trinità oggi) e “La teologia feminista en la història” (Teologia femminista nella storia). E’ diventata molto popolare nel 2009, durante la pandemia H1N1 – influenza suina, contestando in un video la ricerca e la produzione del vaccino relativo.)

Teresa Forcades

Il contachilometri dell’ammaccata Peugeot color argento di Teresa Forcades segnala 130 all’ora, ma la monaca radicale più famosa di Spagna è così impegnata a parlare che sembra ignara del segnale che limita la velocità a 80km orari sulla strada che dal suo convento benedettino serpeggia lungo il Montserrat, la montagna sacra della Catalogna.

Questa donna, la cui aspre critiche a banche e grande compagnie farmaceutiche l’hanno gettata sotto i riflettori della scena politica si sta affrettando verso la stazione dei treni di Barcellona, per poter viaggiare sino a Valencia dove deve tenere un discorso. Poi volerà alle Isole Canarie per il prossimo appuntamento sulla sua agenda di conferenze pubbliche.

Teresa sta facendo campagna per promuovere un manifesto radicale per un cambiamento politico rivoluzionario: è emersa come una delle più franche e atipiche leader della sinistra frammentata e confusa del sud Europa. Assieme all’economista Arcadi Oliveres ha scritto un manifesto che chiede la rifondazione dello stato spagnolo, con una Catalogna indipendente, banche e compagnie fornitrici di energia nazionalizzati, e l’uscita dalla Nato. Sperano di riaccendere lo spirito degli indignados che occuparono le piazze spagnole nel 2011, ma concentrandolo su obiettivi più concreti.

“Io ed altre persone abbiamo sentito la necessità di intervenire, nel mio caso per via della popolarità che ho acquisito. Ho pensato che sarebbe stato bene tentare di organizzare questo scontento, questo sentimento di profonda delusione e di tensione crescente. – dice suor Teresa – Non sto dando inizio ad un partito politico e non intendo candidarmi alle elezioni. Non è cosa per una benedettina e non è cosa per me.”

Sebbene non corra per cariche politiche, Teresa Forcades non si sottrae al dibattito pubblico, apparendo regolarmente sulla tv locale. Le sue conversazioni includono riferimenti alla teologia della liberazione, alle teorie marxiste sul plusvalore, al Venezuela di Hugo Chávez e alla Tobin Tax, ma anche alla figura storica (12° secolo) di Ildegarda di Bingen o alla regola di San Benedetto: i precetti secondo cui lei tenta di vivere. Visitando il Venezuela nel 2009, Teresa non riconobbe il paese come descritto criticamente dai giornali spagnoli: “Le persone marginalizzate parlavano come se quel che pensavano e quel che volevano fosse importante per la politica del loro paese. Avevano l’impressione di contare qualcosa, il che è essenziale in democrazia.”

La sua critica al capitalismo neoliberista include non solo il desiderio cristiano di proteggere i più vulnerabili, ma anche un attacco all’ipocrisia di un sistema che dà a merci e capitale la libertà di varcare le frontiere, mentre lo impedisce ai lavoratori. “E’ una versione del capitalismo dove i diritti e i bisogni della popolazione sono messi da parte.”, spiega, sottolineando come le tasse sulla vendita del pane siano più alte di quelle sulla speculazione finanziaria.

La sua fama nasce da uno scontro polemico con l’Organizzazione Mondiale per la Sanità e l’industria farmaceutica sui vaccini anti-influenzali nel 2009. Un video filmato nel suo convento, in cui Teresa Forcades parla per un’ora buona di quelli che lei ritiene siano i pericoli del vaccino, divenne virale. “Ciò che avevo scoperto mi aveva lasciata allibita: la mancanza di base scientifica per le politiche pubbliche e le decisioni prese. Il video ebbe più di un milione di spettatori. Quello fu l’inizio della mia presenza pubblica.” Il quotidiano “El País”, l’ha definita “paranoide ossessionata dalle cospirazioni” e “suora delle bufale”, dicendo che ha usato mezze verità e il suo status di religiosa per diffondere paura. Ma Forcades, medica, risponde che ha speso tre mesi a studiare la questione scientificamente prima di rilasciare il video: “La campagna non era basata su dati scientifici, ma orchestrata in favore degli interessi industriali delle grandi compagnie farmaceutiche.”

A Barcellona la sua popolarità varia. I giovani e i lavoratori per lo più non la conoscono, o la associano vagamente ai vaccini, ma le persone di mezza età e la classe media sanno tutto di lei e, per la maggior parte, la approvano. Alcuni, tuttavia, si chiedono come possa essere una femminista e di sinistra, e far parte nel contempo di una chiesa misogina che bandisce la contraccezione e appoggia legislazioni punitive per l’aborto.

Prima di prendere i voti nel 1997, Forcades fece una sorta di test alle altre suore, parlando loro di un gruppo di gay cattolici che celebravano la propria sessualità come dono di Dio. Le risposte umane delle suore la sopraffecero e così si unì a loro. Poiché aveva già studiato medicina a Barcellona e a New York e si era iscritta a Teologia ad Harvard, le suore la incoraggiarono a finire prima gli studi e poi a venire in convento, dove avrebbe potuto avere funzioni di segretariato e la libertà di viaggiare e studiare ovunque. Teresa non trova oppressa la vita in convento. “Il mito che le donne non sanno aggiustare un lavandino svanisce rapidamente quando in giro non ci sono uomini.”, dice, ricordando che storicamente spesso le donne hanno goduto di maggior libertà dietro le mura di un convento che nel mondo esterno.

E non frena la lingua su Papa Francesco, argomentando a favore del sacerdozio femminile e lasciando contraccezione e interruzione di gravidanza alla coscienza individuale: “La chiesa cattolica romana, che è la mia chiesa, è misogina e patriarcale nella sua struttura. Ciò deve essere cambiato il più velocemente possibile.”

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(“What I learned from my mother”, di Titilope Akosa, maggio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Titilope è un’avvocata e ricercatrice nigeriana, attivista per i diritti umani delle donne, direttrice del “Centre for 21st Issues”. E’ un’esperta dell’intersezione fra genere e cambiamenti climatici, coordinatrice della rete GECAN – Gender, Environment and Climate Action Network per il suo paese.)

Mi ero sempre chiesta perché mia madre si fosse separata da mio padre. Le ci sono voluti anni per dirmi la ragione che l’aveva costretta ad andarsene: mio padre non si curava di lei, ne’ le mostrava affetto quando era incinta. Mia madre aveva avuto tre aborti spontanei prima di mettere al mondo me ed in quelle occasioni mio padre non era presente per darle l’amore, la cura e il sostegno di cui lei aveva bisogno per andare oltre il trauma. Invece, si lamentava per i soldi che aveva dovuto spendere all’ospedale. Mia madre disse che il punto di rottura fu la mia nascita: le complicazioni relative al parto le costarono quasi la vita. Mio padre, invece di concentrarsi su come i medici potevano aiutarla, era indaffarato a mettere in questione la sua paternità: perché io ero di pelle “molto scura”, mentre lui era più chiaro.

La storia di mia madre fu un incubo per me. Continuavo a chiedermi perché mio padre aveva mostrato tale grossolana irresponsabilità nel momento in cui mia madre aveva maggior necessità di lui. Finii per pensare che mio padre era l’uomo più malvagio della terra: sino a che mia madre non tentò di avere un altro marito. Era un uomo molto gentile. Fu gentile sino a che mia madre non restò incinta. Fu l’ultima volta che lo vedemmo. Come se non bastasse, mia madre ci provò una terza volta, ad avere un marito. Ed anche questo sparì non appena fu chiaro che lei aspettava un bambino. La mamma ci ha allevati da sola.

Gli uomini nella sua vita rappresentano quella categoria di maschi che non danno valore alle donne e alla maternità, neppure come ruolo sociale, ma non rappresentano tutti gli uomini. Io ho avuto il privilegio di lavorare con molti alleati di sesso maschile che danno valore alle donne e si curano di loro. Hanno amore nei loro cuori e sono in grado di capire fatiche e dolori di cui le donne fanno esperienza durante gravidanza e parto. In tutta la Nigeria, il lavoro dei nostri alleati maschi sta facendo una differenza, per le donne. Negli stati di Kano e Kaduna, i membri del sindacato nazionale degli autotrasportatori forniscono trasporto d’emergenza alle donne in travaglio verso ospedali e cliniche. Questo progetto ha contribuito a salvare le vite di donne che altrimenti sarebbero morte a causa di complicazioni legate alla gravidanza. Gli uomini coinvolti testimoniano di apprezzare e riconoscere sempre di più l’importanza di chi mette al mondo i bambini, le donne, e del loro ruolo di sostegno ad esse. Credo che non tratteranno le loro mogli incinte allo stesso modo in cui gli uomini nella vita di mia madre hanno trattato lei.

L’attiva partecipazione degli uomini nella cura di mogli, fidanzate, amiche incinte è la chiave per trovare soluzioni al problema della mortalità materna in Nigeria. Gli uomini possono e devono fare la loro parte nel rispondere a questa sfida. Molto spesso, la mancanza di attenzione e di cure verso le donne con cui sono in relazione rende la gravidanza un’avventura traumatica e rischiosa per le donne, e non importa quanto bene equipaggiamo i nostri ospedali se la cura e l’amore mancano.

Io celebro mia madre per la sua resistenza e per il suo coraggio, e celebro tutte le donne che stanno faticando per portare al mondo la nuova generazione. Inoltre, celebro gli uomini che stanno al loro fianco per mettere fine alle deplorevoli condizioni che le donne incinte sono costrette ad affrontare.

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Sembra ci sia una sproporzione nell’impatto che le politiche di austerità (i tagli) hanno sulle donne europee. Sembra anche che, essendo “già discriminate in un gran numero di settori”, essendo le “principali fornitrici di cura e le principali utenti dei servizi pubblici”, le rigorose politiche economiche le mandino un altro po’ a ramengo. Be’, ma di sicuro questa è la solita lamentela femminista, non datevene pena…

IMPIEGO

La percentuale di disoccupate nell’Eurozona è cresciuta al 12,1% nel gennaio 2013, si tratta della percentuale più alta da oltre un decennio.

La percentuale di donne con un lavoro nei 22 paesi europei è tornata indietro ai livelli del 2005 e si allontana dall’obiettivo dell’UE di raggiungere il 75% di impiego per donne e uomini entro il 2020.

Più di un quarto della forza lavoro femminile è attualmente senza lavoro in Grecia e in Spagna. In Grecia, le giovani donne sono le più colpite: il 62,1% è senza lavoro.

Le donne italiane con figli sono 9 volte più disoccupate dei padri nel nord dell’Italia, 10 volte di più al Centro e 14 volte di più nel Sud, con una donna su quattro impiegata prima di diventare madre ancora senza lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio.

Mezzo milione di donne italiane non appaiono nelle statistiche ufficiali sull’impiego, per cui la vera percentuale di disoccupazione femminile è ancora più alta di quella registrata.

Più di 100.000 donne hanno perso il loro lavoro nel Sud dell’Italia fra il 2008 e il 2010.

In Italia, nel settore dell’istruzione, i posti di lavoro di 19.700 donne sono stati “tagliati” e si prevede un ulteriore taglio di 87.000 posti nei prossimi anni.

Entro il 2017, 710.000 posti nel settore pubblico andranno persi: è previsto che le donne perderanno i loro lavori in percentuale doppia rispetto agli uomini.

RETRIBUZIONE

Il 47% delle donne spagnole guadagna meno di 15.000 euro l’anno e la disoccupazione e le riforme del lavoro stanno aumentano il divario di genere negli stipendi.

Nel settore della sanità, in Portogallo, i nuovi contratti a breve termine per le infermiere hanno ora una paga oraria di 4 euro, 2 euro in meno del 2011.

Nel 2008 le donne in Latvia guadagnavano di base il 13,4% in meno degli uomini: nel 2010 la differenza è cresciuta sino al 17,5%.

In Latvia il fardello del taglio agli stipendi è caduto pesantemente sugli insegnanti, che all’80% sono donne. Nel 2011 il salario minimo stabilito per legge era di soli 6.000 euro annui, il 30% in meno rispetto al 2008.

POVERTA’

Il 17% delle donne dell’Unione Europea sono in povertà; la percentuale si alza al 20% in Italia, Romania, Svezia e Austria.

Il 21% delle donne spagnole (e il 19% degli uomini) sono in povertà, e un terzo delle donne più anziane è a rischio di povertà.

Il 33,7% delle donne italiane fra i 25 e i 54 anni d’età non hanno un introito.

tagli

Se volete, potete andare a vedere come si sono tagliati gli stipendi delle donne in maternità (sino al 25%) e si è ridotto il tempo del relativo congedo; come i sostegni a malati e disabili sono stati drasticamente ridimensionati; come si sono ristretti i budget relativi alle politiche che promuovono eguaglianza e che combattono la violenza di genere: nel mentre, la prostituzione è cresciuta e centinaia di migliaia di piccole imprese gestite da donne sono andate in rovina, su “How austerity is hurting women in Europe – Data” – http://revolting-europe.com/

Maria G. Di Rienzo

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(Intervista ad Anna Nikoghosyan, di Julia Lapitskii per Kvinna till Kvinna, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è Direttrice della programmazione per l’organizzazione armena “Società senza violenza”.)

Anna Nikoghosyan

Come sei rimasta coinvolta nel lavoro per i diritti delle donne?

Quando avevo 14 anni, un’organizzazione non governativa visitò la nostra scuola e tenne un seminario sui diritti umani, con speciale attenzione ai diritti delle donne. Io divenni molto interessata all’argomento e cominciai ad arrangiare discussioni e dibattiti su questi temi a scuola. Quando mi iscrissi all’università, a Yerevan, dove studiavo amministrazione, ho fatto domanda per un lavoro a “Società senza violenza”. Volevo veramente lavorare su queste istanze.

Perché è importante lavorare sulle istanze di genere in Armenia?

La nostra società è estremamente patriarcale. Io stessa, che sono una donna giovane, sono costantemente oggetto di discriminazione. E fuori da Yerevan, la situazione delle donne è assai peggiore. Nessuna persona in grado di pensare può restare indifferente davanti a tanta discriminazione e tanta violenza. Il ruolo di una donna, in Armenia, è principalmente tenere in ordine la casa. Se nasci femmina tu devi lavare i piatti, cucinare, essere sottomessa e obbedire a qualsiasi cosa la tua famiglia voglia da te. Una ragazza che desideri studiare o lavorare si trova davanti una miriade di ostacoli, mentre per i ragazzi tutte le porte sono aperte. Tuttavia, questa non è neppure la discriminazione più significativa, perché abbiamo un enorme problema di violenza domestica. Le statistiche variano, ma si stima che una donna su tre, in Armenia, subisca violenza domestica. Gli abusi psicologici sono prevalenti.

Che cosa fa “Società senza violenza”?

Lavoriamo su tre questioni fondamentali: istruzione al genere, costruzione di pace e violenza domestica. Per l’educazione al genere provvediamo sessioni di studio sull’eguaglianza di genere, in maggior parte fuori da Yerevan, nelle varie regioni. Lavoriamo anche con gli amministratori scolastici, gli insegnanti, i funzionari e i politici affinché l’istruzione al genere sia integrata nelle scuole.

Il nostro secondo focus è la costruzione di pace. Nel 2011, incontrammo le ragazze e le giovani donne della provincia di Syunik, che confina con l’Azerbaijan. Parlammo del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti, delle diverse iniziative che vengono dalle donne in questo campo e, ovviamente, del movimento internazionale delle Donne in nero. E le giovani hanno voluto creare il loro proprio gruppo di Donne in nero. E’ un gruppo che in questo momento si sta espandendo, con ragazze che si uniscono ad esso anche da altre province.

La terza cosa su cui ci concentriamo è la violenza domestica. Nel 2012 abbiamo formato un’Unità di Responso Rapido. Ciò significa che non appena sappiamo di un qualsiasi caso di violenza domestica in qualsiasi angolo dell’Armenia, una nostra Unità, formata da una giornalista e un’assistente sociale, va sul posto a compiere indagini di tipo giornalistico. Lavoriamo con i media e forniamo loro informazioni su quel che accade. Facciamo questo per aiutare le sopravvissute alla violenza, ma vogliamo anche dire all’opinione pubblica quanto la violenza domestica è diffusa nella nostra società. Oltre a questo, abbiamo partecipato alla stesura di una legge contro la violenza domestica. Sfortunatamente, il Parlamento l’ha rigettata all’inizio di quest’anno.

Dato che non stai conducendo la vita tipica di una giovane donna armena, suppongo che molte persone disapprovino quel che fai. Come maneggi la questione?

Per essere onesta, è assai difficile. Ho un mucchio di problemi con la mia famiglia, vorrebbero che non lavorassi per “Società senza violenza”. Ma per me, la cosa più importante è questa: quando hai capito qual è la tua strada e l’hai intrapresa, allora devi lottare, indietro non si torna.

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Ius soli

Vennero portando nomi di un migliaio di villaggi

Un migliaio di madri e padri e le terre che lasciarono

Vennero perchè restare avrebbe significato morte certa

per mano di coloro che avevano requisito e preso senza riguardo

Vennero perchè sognavano di bambini che ancora non erano nati

E così lavorarono – nei ristoranti, alle bancarelle di dolci, nei negozi di liquori

E le loro lingue inciampavano su parole che non erano loro

E invecchiarono in un paese a cui ancora di loro non importava

Aggrappandosi a cibo, vestiti, parole, flebili eco provenienti dal passato

migrant ship

Non vediamo dietro di essi le storie con cui sono arrivati

I villaggi che hanno abbandonato, le sorelline che non sono riusciti a salvare,

i costumi che hanno perduto, le case che hanno dato via,

nella speranza che i loro figli non si sarebbero recati alle loro tombe

avendo fame.

Jason Chu (poeta rapper), figlio di migranti, maggio 2013 (tratto da un testo più ampio, trad. Maria G. Di Rienzo)

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(“Femininity issue or misconception”, di Deqa Osman, Somalia, 6.5.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Entro in classe. Gli studenti mi danno una breve occhiata e poi tornano alle loro posture precedenti. Io sto presso la lavagna e gli studenti si guardano l’un l’altro, confusi. Poso la borsa sulla cattedra, la apro, tiro fuori il mio laptop. Cominciano i sussurri. Gli studenti si chiedono cosa sta succedendo. Una studentessa, una femmina, così sfacciata da stare di fronte ad un’intera classe, come osa, è disgustoso!

Io scrivo il mio nome sulla lavagna e dico: “Buongiorno a tutti. Io sono la vostra insegnante per questo corso.” I sussurri aumentano di tono, le risate rubano la scena. Gli studenti maschi cominciano a sogghignare e a fare battute sarcastiche. “Un’insegnante donna! – dice uno di loro a voce alta – Mi state prendendo in giro?” Io dico loro di calmarsi e che sì, sono un’insegnante, donna, e completamente qualificata per il lavoro che faccio, poi comincio la lezione.

Questo accade ogni volta in cui entro in una nuova classe. Una donna che sta di fronte ad uomini e parla più forte di loro, affinché tutti possano sentire, è una vergogna. E’ assai difficile che i somali accettino una donna che fa udire la sua voce di fianco ad un uomo o di fronte ad un uomo. E’ inaccettabile, è contrario alla cultura somala, dicono. Sebbene la cultura somala sia ricca e benefica in diversi modi, quando si arriva alle donne è discriminatoria e molto dura.

Ci vuole un po’ perché gli studenti assorbano e digeriscano l’idea di avere una docente donna all’università. E’ difficile maneggiarne alcuni, poiché la generazione post-conflitto sembra mancare di autocontrollo e l’insegnante deve continuamente chiedere un rispetto che non è scontato e non si ottiene senza pagare un prezzo. Usualmente il prezzo è urlare, espellere studenti dalla classe e altre tattiche che lasciano esausto qualunque educatore. Diventa ancora più difficile lavorare quando metà degli studenti della tua classe pensano che tu sia inferiore a loro e non qualificata ad istruirli. I commenti sarcastici e le molestie sono continue, ma io sono paziente. Ho sempre usato metodi pacifici e spiegato loro perché tali comportamenti non sono accettabili in ambito universitario. Racconto loro delle mie esperienze in Malesia e con studenti internazionali in tutto il mondo. Li incoraggio ad andare oltre i libri di testo e apprendere di più. Sono portata ad insegnare e provo loro che di loro mi curo. Sorprendentemente, dopo qualche settimana il mio genere smette di essere un problema e io sono solo una docente.

Prima di lavorare all’Università di Bossaso, avevo fatto domanda in un altro ateneo, ma sono stata rifiutata. Ricordo come il rettore mi spiegò perché le donne non sono adatte ad insegnare in un’università. Non era la sua convinzione personale, disse, ma una visione generale: “Gli studenti maschi non accetterebbero una docente donna. Alcuni direbbero: Una donna sta di fronte a noi per istruirci, mai e poi mai, lei è inferiore a noi e perciò non possiamo accettarlo.” Io risposi che ognuno può avere le opinioni che preferisce ma, aggiunsi, “Credevo fosse lei a dirigere questo posto e che loro fossero gli studenti. Se invece sono loro a scegliere chi viene assunto per insegnare allora la direzione sono gli studenti.” Il rettore tentò un approccio differente e disse: “Qualcuno direbbe di non essere in grado di ascoltarla, perché la sua delicata voce femminile non arriverebbe al fondo dell’aula.” “Be’, – replicai io immediatamente – questo non è di sicuro un problema nel mondo odierno, grazie ai microfoni disponibili sul mercato che permettono ad una voce delicata di arrivare non solo in fondo all’aula, ma di attraversare l’intera università.”

Tutti i presenti sorrisero al mio commento, ma il rettore continuò spiegando i “fallimenti” delle donne nella società. Mi disse che le donne non fanno davvero uso della loro istruzione e la sprecano. “Produciamo molte laureate, ma tutte si sposano e stanno a casa e non tentano di avere un’occupazione. Usano il loro tempo e le nostre risorse per l’istruzione e non ne beneficiano. Noi permettiamo alle donne di insegnare alla facoltà di Studi islamici, perché la facoltà ha più del 50% di studentesse, ma anche se le preghiamo le donne non vogliono farlo.” Qui ho cominciato ad arrabbiarmi. Gli ho ricordato che ero venuta a presentare domanda per una docenza e che lui non mi stava dando nessuna possibilità. “Mi sta gettando addosso tutte le sciocchezze e i pregiudizi degli studenti, per come lei intende le loro opinioni, dovrei aggiungere, perché io non so davvero quali siano le loro opinioni e a parte le sue dichiarazioni non ho alcuna prova che siano davvero quelle che lei dice. Inoltre, anche se tutte le studentesse dovessero stare a casa dopo il matrimonio la loro istruzione non sarebbe sprecata, perché insegneranno ai loro figli o sceglieranno di insegnare a casa ad altre ragazze. Mia madre è stata istruita in questo modo ed ha investito molto tempo nell’istruzione di noi figlie, come nostra tutrice. Inoltre, insegnare a una ragazza, a una donna o in effetti a qualsiasi essere umano non è, MAI, uno spreco di risorse.”

La Somalia ha una lunga strada da fare per quel che riguarda il raggiungere l’eguaglianza e noi abbiamo la nostra parte di lavoro da svolgere. Ma noi, noi attiviste, noi costruttrici di pace, noi difensore dei diritti umani, non abbandoneremo mai questo obiettivo. Sono felice che il nostro settore politico stia migliorando. Abbiamo due elette ad alte cariche, ed una di esse è il Primo Ministro della Somalia. E’ un gran passo avanti e pavimenta la strada per le altre donne che seguiranno.

Io lotto per mostrare alle ragazze e alle altre donne che anche loro possono fare la differenza. Non abbiamo bisogno che siano gli uomini a darci l’eguaglianza. Possiamo farla accadere da noi stesse.

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(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

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(tratto da: “Cursed baby”, un più ampio articolo di Rabia A. per Afghan Women’s Writing Project, 19.4.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

culla

E’ una bambina.”, disse il medico e l’orrore corse attraverso il corpo della madre. Sul suo volto vi era profondo dolore, come se il mondo fosse finito. Cominciò a singhiozzare. “Di nuovo una femmina. Come potrò affrontare mio marito e la sua famiglia e la società?” Odiava la sua bambina. I suoi occhi erano pieni di lacrime, lacrime di tristezza e rimpianto. La bimba portava con sé sfortuna e tragedia.

La piccola giaceva là come un angioletto, come un picco innevato, soffice come la seta, gli occhi chiusi. A differenza degli altri neonati non stava piangendo o chiedendo di essere nutrita. Era silenziosa e calma come se già sapesse cosa la vita aveva in serbo per lei. Sembrava essere conscia delle numerose sfide che avrebbero attraversato la sua esistenza come fosse uscita dalle porte dell’ospedale.

Era speciale, ma in modo diverso. Avvolta nel lenzuolino, tutto quel che vedevo di lei era la minuscola faccia pallida e le labbra bianche e sottili. Il suo silenzio urlava che non voleva vivere, che si era arresa, che non voleva lottare. Voleva tornare da dove era venuta, perché le sue piccole spalle e le sue piccole mani non avevano proprio la forza di sostenere il peso dell’essere nata femmina.

A giacere accanto a lei c’era mio nipote. Lui mi sembrava del tutto fiducioso, perché era un maschio, e un maschio ha valore nella società afgana. Sapeva già di essere voluto e che c’era bisogno di lui. Potevi già quasi vedere l’arroganza nei suoi occhi mentre si guardava attorno a palpebre semi aperte. Entrambi i bambini non erano al mondo che da pochi minuti, ma la cultura aveva già creato un muro di divisione fra loro. La femminuccia era stata marchiata come un fardello e come immondizia.

Andai accanto alla madre e le chiesi perché era così triste quando avrebbe dovuto essere felice di avere una figlia e lei replicò: “Non posso avere un’altra femmina, ne ho già quattro e mio marito mi ha avvisata, mentre mi portava all’ospedale, che se mettevo al mondo un’altra bambina mi avrebbe buttata fuori di casa assieme alle altre mie figlie.” Io dissi: “Ma è una creatura così dolce e innocente. Guarda, non piange neppure.” “Sì, perché sa che non importerà a nessuno che lei pianga.”

Rimasi là annichilita e impotente. Volevo prendere la bambina e portarla via, condividere la sua sofferenza e dirle che la società in cui stava per entrare è piena di bestie e di mostri che non perderanno occasione per abusare di lei e torturarla e violare i suoi diritti. Volevo dirle che per quanto brutto questo mondo sia lei doveva resistere e non mollare mai, asciugarsi le lacrime e consolare la sua anima da sé. Perché in questa società lei dovrà lottare per la sua dignità, per avere rispetto e istruzione e persino un lavoro decente.

Il dottore entrò nella stanza e disse alla madre: “Jamila, ora puoi andare. Tuo marito ti aspetta fuori.” Jamila cominciò a muoversi come la perdente su un campo di battaglia. La sua testa era bassa. Nessuno venne incontro a lei e alla bambina. Pareva che mettere al mondo figli fosse solo un’altra delle faccende quotidiane di Jamila. Prese la propria borsa come niente fosse, avvolse la bimba in una coperta e disse addio.

Mia madre ed io passammo l’intera notte all’ospedale. Il dottore tornò, diede un’occhiata a mio nipote e disse che era una creatura fortunata perché era nato maschio, ma che l’altra creatura, la bambina, era più sfortunata che mai: non solo era una femmina indesiderata, ma era anche disabile. L’ultima frase mi colpì come un pugno in faccia. Chiesi cosa c’era che non andava con la piccola, e il dottore mi rispose che la sua mano destra era paralizzata, ma non lo aveva detto alla madre.

La vita si è messa d’impegno nel prendere in giro quella bambina. Davanti agli occhi avevo il suo intero futuro: figlia non voluta e disabile sarebbe morta durante la prima infanzia di malattia o perché nessuno si sarebbe curato di lei, e quand’anche ce l’avesse fatta a vivere qualche anno sarebbe finita seduta per strada o a bussare alle porte mendicando il cibo in questa società estremista e fondamentalista. E un giorno, nel bel mezzo di una folla in cui ci si spintona, in cui uomini intatti e interi ce la fanno a stento, lei sarebbe stata semplicemente calpestata a morte. E tutto questo perché? Be’, perché è nata femmina!

Io sono nata sana e sono stata cresciuta in una famiglia dalla mente aperta, dove tutti mi hanno amata e sostenuta. Ma la maggior parte delle bambine sono private dei loro diritti e in migliaia sono disabili a causa di anni e anni di guerra, e io credo di capire cosa significa essere indesiderata o disabile. Non è così difficile mettermi al posto loro. Perciò, quando vidi quella piccolina in ospedale diventai lei per un attimo e vidi quante sofferenze la aspettavano.

Nella società afgana le donne sono accusate di essere donne, anche se non è stato chiesto loro cosa volessero essere, anche se non hanno nessuna influenza nella scelta del loro sesso. A volte la gente mi dice che io sono come un figlio maschio per mio padre. Non riesco a prenderlo come un complimento, perché io sono fiera di essere donna. Dio ci ha creato tutti uguali. Il Corano dice che c’è uno scopo nell’esistenza di ogni individuo. Questo mi dà fiducia e mi dice che le donne sono parte cruciale di una società. Non siamo state create inutili e per quanto sia difficile dobbiamo lottare e dimostrare a questa società dominata dagli uomini quale gran parte giochiamo nel futuro del nostro paese.

Se mai avrò una figlia, anche se fosse disabile, le dirò: “Prima di ogni altra cosa, tu sei un essere umano. Essere nata femmina ti rende ancora più speciale e devi essere sempre orgogliosa di quel che sei.”

(Comunicazione di servizio: se vedete annunci pubblicitari su questo sito – io noto che qualcuno segue dei link non postati da me, ma non sono in grado di vedere gli annunci – sappiate che è WordPress a metterli e che purtroppo io non ho modo di controllarli.)

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