(“Denial of life” di Mónica Roa, maggio 2013. Mónica Roa dirige i programmi di Women’s Link Worldwide, tesi a promuovere e difendere i diritti riproduttivi. Nel 2006 Mónica presentò una causa legale relativa alla Costituzione della Colombia che ebbe come risultato la cancellazione del bando sull’interruzione di gravidanza che il paese aveva mantenuto sino ad allora.)
La storia, di solito, è la stessa. Una giovane donna povera si accorge di essere incinta. Accade qualcosa e lei si sente male, così va al consultorio in città. Là non capiscono esattamente cosa ci sia che non va e la mandano al più vicino – spesso non è affatto vicino – ospedale.
I medici fanno qualche esame e capiscono che la gravidanza è in qualche modo una minaccia per la sua salute. Sono tutti d’accordo – in privato – che un aborto le salverebbe la vita o almeno le permetterebbe di usufruire delle migliori cure a disposizione. La donna non aveva pensato ad abortire, prima, ma non appena apprende la situazione le lacrime le scorrono sul viso e chiede ai medici di salvarla. Ma uno o più dottori ricordano a tutti gli altri che l’interruzione di gravidanza è proibita. Alcuni altri dottori si sentono dispiaciuti per la donna ma sono troppo spaventati per fare qualcosa. Parenti, marito, amici di lei sono angosciati.
A volte tramite la famiglia, a volte tramite il personale ospedaliero, qualcuno contatta il locale gruppo di donne. Loro parlano con la giovane e promettono di aiutarla. In quel momento, la gravidanza è di solito almeno nell’ultima parte del primo trimestre. Il gruppo locale delle donne organizza dimostrazioni e allerta altri gruppi. I media locali pubblicizzano il caso e il locale movimento anti-aborto viene fuori gridando “salvate il non nato”. Anche loro mettono in allarme altri gruppi. Presto, le più grandi associazioni nazionali (favorevoli o sfavorevoli all’autodeterminazione) stanno dibattendo sui media nazionali sulla legalità dell’aborto usando le consuete argomentazioni ancora e ancora.
Nel frattempo, la vita della donna è appesa ad un filo e la sua gravidanza continua ad avanzare: è una corsa contro il tempo. Quando la comunità internazionale si accorge del caso e un sofisticato sistema di mobilitazione trova il suo momento per avere risultati politici, la donna è già morta. E il suo caso diventa eccellente per essere dibattuto in un tribunale internazionale.
Oggi il suo nome è Beatriz (1) e il posto è il Salvador, dove 19 donne sono attualmente in prigione, con sentenze che arrivano sino ai 40 anni, per aver abortito. In altre occasioni è solo un nome diverso, in un paese diverso. Raramente la storia cambia un pochino, e allora la donna non è giovanissima e non è così povera, ma è una migrante. Come nel caso di Savita Halappanavar, la dentista indiana 31enne che è morta in Irlanda perché i medici hanno detto “Questo è un paese cattolico” e l’interruzione di gravidanza non è permessa sino a che il feto ha un battito cardiaco.
Io sono un’avvocata internazionale per i diritti umani delle donne. Assieme alle mie colleghe, porto in tribunale questi casi tragici nel tentativo di fissare degli standard globali: al minino, le donne e le ragazze non dovrebbero morire perché viene negato loro un aborto che proteggere il loro proprio diritto alla vita, alla salute e all’integrità. Io ho visto la storia svolgersi sotto i miei occhi troppe volte. Si ripete al rallentatore, mentre noi cerchiamo disperatamente di cambiare il finale. Poche volte abbiamo successo.
Nel dicembre dello scorso anno, il Tribunale inter-americano per i diritti umani ha stabilito che: “la difesa del non nato è essenzialmente agita tramite la protezione della donna” e che “non vi sono precedenti per garantire lo status di persona ad un embrione.” Io ero contenta, pensando che era una grande apertura e che avrebbe messo fine a tante argomentazioni irrealistiche e dannose. Ma poi qualche settimana fa ho sentito il Ministro spagnolo della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón dire in Parlamento che abolirà il diritto all’interruzione di gravidanza, portando indietro l’orologio di trent’anni sui diritti acquisti, disprezzando il principio della non regressione dei diritti umani, per proteggere la vita del non nato. Perciò, temo che dovrò essere testimone di molte altre storie uguali, prima che il nostro lavoro sia compiuto. Per il momento, c’è ancora un po’ di tempo per salvare Beatriz.
(1) Nota della traduttrice: Beatriz è un nome fittizio che protegge l’identità della giovane donna menzionata. La donna in questione ha 22 anni e già un figlio. E’ nel secondo trimestre di gravidanza e il feto è anancefalico (non ha cervello e non sopravviverebbe comunque al parto). Beatriz è malata di lupus, e il suo sistema immunitario produce anticorpi che aggrediscono cellule e organi del suo stesso corpo: nel suo caso, le hanno causato insufficienza renale. I medici che hanno esaminato Beatriz hanno concluso che questa gravidanza ha altissime probabilità di ucciderla, ma non possono farla abortire, giacché una legge salvadoregna del 1998 proibisce l’interruzione di gravidanza in qualunque caso; i medici possono ricevere sino a dodici anni di carcere se la trasgrediscono, a Beatriz possono esserne comminati sino a cinquanta. Il sostegno a Beatriz va dall’organizzazione femminista che per prima ha presentato istanza alla Corte Suprema affinché si salvi la sua vita, alle successive petizioni e interventi (Amnesty International, Commissione inter-americana per i diritti umani, Nazioni Unite e persino la stessa Ministra della Sanità salvadoregna Maria Isabel Rodriguez). Al 22 maggio 2013, mentre scrivo, non ho notizie sulla decisione della Corte Suprema.







