Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘stati uniti’

“La fotografia del suo sorriso ha memoria di una vita che lei aveva. La data in cui fu presa segna l’ultimo ricordo del suo spirito danzante. Oltre quel punto, uno può solo immaginare: ma tu ti fermi a chiederti se lei sta ancora invocando aiuto? Tu guardi, poi te ne vai via. Ti scusi dicendo: “Non è mia”. Non fare nulla ti rende parte del problema, NON della soluzione.” Chong N. Kim, commentando l’indifferenza delle persone davanti ai poster delle ragazze e delle bambine scomparse.

Chong Kim

Ammanettata per mesi alla maniglia di una porta dall’uomo che lei pensava essere il suo fidanzato. Poi consegnata ai trafficanti e trasferita a Las Vegas. Tenuta prigioniera là in un magazzino abbandonato e forzata alla prostituzione. Spostata avanti e indietro in diverse città con il medesimo scopo. Questa è la vita che Chong Kim ha fatto dal 1995 al 1997, quando riuscì a fuggire. “Donne e bambine sono rese schiave per soddisfare i desideri dei clienti e dei consumatori di pornografia. Non ha a che fare con il sesso, se non come mezzo: è un grottesco bisogno di potere e controllo.”, dice Chong Kim, oggi attivista contro la violenza di genere ed il traffico di esseri umani, scrittrice e madre.

Chong arrivò negli Usa dalla Corea del Sud all’età di due anni assieme al padre, la madre li seguì poco dopo. Un ambiente familiare violento, nonché molestie e discriminazioni a scuola, avevano già chiesto un prezzo alto alla sua giovane esistenza, quando a 18 anni decise di tagliare i ponti e di andare a vivere con un’amica. “Frequentavo il college, presi un diploma in “Criminologia”. Il secondo anno un uomo cominciò a corteggiarmi, assicurando di amarmi e di avermi cara. Io non avevo nessuna esperienza, e un’autostima così bassa che non mi accorsi dei segnali d’allarme nel suo comportamento. Mi convinse a passare un weekend con lui e diventai il suo ostaggio in una casa abbandonata. Mentre ero prigioniera distrusse la mia tessera della social security, i documenti che attestavano la mia naturalizzazione, la mia patente e qualsiasi altra cosa potesse comprovare la mia identità. Mi disse che senza quelle carte sarei stata trattata come un’immigrata, ed aveva ragione.” Per due anni e mezzo Chong appartiene ai trafficanti, tenta più volte di scappare e subisce violenze di ogni tipo, testimonia i pestaggi, gli stupri e gli omicidi di giovani donne nella sua medesima situazione. Quando riesce a fuggire definitivamente continuerà a spostarsi ogni pochi mesi in luoghi diversi, nel timore di essere di nuovo catturata.

“Quando guardo indietro, a me stessa nel passato, io capivo benissimo che l’abuso mi aveva cambiata. Alla fine devi riuscire ad accettare che non puoi cambiare quel che ti è accaduto, ma il più grande dono che puoi fare a te stessa e alle altre è il vero significato del termine “sopravvivenza”. Io non me ne resto seduta a rammaricarmi di come la mia vita avrebbe potuto essere diversa, perché allora mi starei rammaricando anche di quel che faccio ora. Ho attraversato terapie psicologiche e terapie di gruppo, mantenendo però io stessa il controllo dei miei problemi e dicendo ai miei consiglieri che volevo guarire, non volevo intossicare il mio corpo con medicinali. Uso la meditazione, la musica, la poesia e la danza per andare attraverso il mio dolore e la mia pena. Mi conferisco potere cantando, avendo relazioni con persone positive, investendo tempo ed energia nel rapporto con i miei figli. Gli abusi possono aver posseduto il mio corpo e i miei ricordi, ma non si sono presi la mia anima, la mia dignità, perché io rifiuto di dare ai miei persecutori ciò su cui avrò sempre potere, il mio spirito. Adesso giro il mondo per offrire seminari e organizzare gruppi di auto-aiuto per le sopravvissute che stanno ancora soffrendo. Spesso in queste occasioni mi chiedono: Hai paura di chi ha abusato di te? E io rispondo: No, sono arrabbiata e sto reclamando la mia vita e lo faccio con la mia propria voce.”

Di recente, Chong N. Kim ha contribuito a scrivere la sceneggiatura del film EDEN, ispirato alla sua storia. Il solo trailer è magnifico: ti toglie il respiro, ti torce il cuore e ti fa spalancare gli occhi. Incrocio le dita e spero di vederlo in Italia. Penso che alla fine potrei davvero mettermi a cantare con Chong, che sia benedetta. Maria G. Di Rienzo

http://www.edenthefilm.com/

Read Full Post »

(“Call on US Military to Tackle Human Trafficking”, di Alma per Equality Now – http://www.equalitynow.org/ – aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

 Alma

Cammino lungo le strade della città di Olongapo, dove donne seminude stanno in posa davanti ai locali per l’intrattenimento e fanno segno ai passanti di entrare per “divertirsi”. Entro in uno di questi bar “videoke” e mi trovo in una specie di tana scarsamente illuminata dove uomini d’affari stranieri e uomini del posto guardano inebriati donne che piroettano su un palco.

Al bar, un occidentale compra un’altra bevanda per una giovane filippina di cui non capisce la lingua. Se l’uomo vuole comprarla per fare sesso, pagherà al proprietario una tassa chiamata “multa del bar”. Guardando la ragazza, mi chiedo come è finita qui. Mi chiedo se porterà il suo cliente in una stanza sul retro del locale o a casa sua, con il rischio di svegliare i bambini che può avere. Mi chiedo se è mai stata stuprata dai suoi clienti. O se è mai stata in contatto con una “hilot” (comare) che mette fine alle gravidanze non desiderate battendo violentemente il ventre di una donna sino a che costei abortisce.

Quando il cliente si allontana per andare in bagno, mi avvicino alla ragazza che sembra sorpresa e un po’ scocciata dal fatto che mi sono intrufolata nel suo spazio personale. Facendo finta di non notarlo, le dico che lavoro per un’organizzazione chiamata Buklod. “Raduniamo le donne affinché discutano delle proprie vite e scambino idee.”, le dico, “Potresti venire al nostro prossimo incontro.” Lei mi guarda inquisitiva e domanda: “Cosa ne sai, tu, della mia vita?”

Nel 1984 Olongapo era una base militare statunitense in via di sviluppo ed il mio nome non era Alma, ma “Pearly” (perlacea, ndt.). Ero la madre single di due bambini piccoli e tentavo di mantenere la mia famiglia facendo la cameriera sette giorni su sette. I club avevano sempre lavoro quando arrivavano le navi dei soldati.

Da bambina sognavo di fare la commercialista. Quando mio fratello mi promise di pagarmi gli studi, lasciai Manila e venni ad Olongapo dove lui viveva. Non appena arrivai, mio fratello ammise che non aveva nessuna intenzione di aiutarmi a studiare. Invece, sperava che avrei “preso al volo la fortuna” e sposato un militare americano, così avrei potuto mantenere la nostra famiglia. Dopo alcuni mesi, frustrata per la mancanza di opportunità di lavoro, accettai di fare la cameriera in un locale vicino alla base navale statunitense. Mio fratello tentò di forzarmi ad andare con i soldati quando costoro richiedevano la mia compagnia, ma io rifiutavo.

Un giorno, un militare offrì la “multa del bar” al proprietario per me. Io rifiutai anche questa volta, dicendo che ero solo una cameriera. Il proprietario mi rispose che se non andavo con il soldato avrei perso il lavoro e non solo: lui si sarebbe tenuto i miei documenti impedendomi di trovare un’occupazione altrove. Ero terrorizzata all’idea di finire per strada assieme ai miei figli senza niente da mangiare, per cui anche se ero riluttante dissi di sì. L’americano voleva andare in un albergo, ma io gli dissi di dare a me i soldi che avrebbe voluto spendere per la stanza e lo portai a casa mia. Mandai i bambini dai miei genitori, perché non volevo vedessero cosa la loro madre stava facendo per guadagnarsi da vivere.

Tentai di evitare di rifarlo, ma mia figlia si ammalò e avevo bisogno dei soldi per le spese mediche. Durante i miei quattro anni al club ho avuto circa 30 “fidanzati” americani. Nei primi anni ’80 non c’erano programmi per la salute e non sapevamo neppure come si usasse un contraccettivo. La popolazione mista americana-asiatica ebbe un boom. Io diedi alla luce il mio terzo figlio sapendo che non avrebbe mai conosciuto suo padre. In quel periodo, cominciammo a sentir parlare dell’AIDS. I tizi americani si mettevano in fila per i preservativi prima di scendere dalle navi. Tuttavia, alcuni di loro si limitavano a soffiarci dentro e a gettarli in giro come palloncini. Noi non potevamo chiedere ad un cliente di usare un preservativo perché lui ci avrebbe risposto: “Io pago” e avrebbe ottenuto lo stesso quel che voleva.

Nel 1984 diventai amica di una donna statunitense, Brenda Proudfoot, che stava aiutando altre donne a sfuggire alla prostituzione ed al traffico a scopo sessuale. Mi invitò ad unirmi ad un gruppo di sostegno dove incontrai altre persone nella mia stessa situazione. Dopo diversi incontri, capii che quella era la mia opportunità di uscire dal mondo infernale della prostituzione. Nel 1987 co-fondai Buklod ng Kababaihan e andai a parlare alle donne nei bar delle nostre attività.

Il mio datore di lavoro cominciò a seccarsi delle mie assenze, ma io mi sentivo così potente che continuavo a parlare contro le ingiustizie anche al lavoro. Ora conoscevo i miei diritti come donna ed essere umano, e non intendevo più scendere a compromessi. Il mio datore di lavoro mi licenziò, chiamandomi comunista. Non potevo trovare un altro lavoro, perché lui tratteneva i miei documenti, però fortunatamente Buklod decise di assumermi come organizzatrice. Lo stipendio era basso ma afferrai l’occasione: ero così felice di essere libera dalla prostituzione.

Le idee che la società ha sul traffico di esseri umani e sulla prostituzione devono cambiare. Nel mio paese (Filippine, ndt.) la gente crede che le prostitute siano criminali e che i compratori siano vittime. Questo è sbagliato. Quando alle donne non sono date eguali opportunità di impiego e di istruzione le loro opzioni sono limitate e le donne stesse diventano sempre più disperate. Poiché le donne sono spesso viste come oggetti sessuali senza potere sono costantemente spinte nell’industria del sesso. A volte, anch’io ho creduto di esistere solo per il piacere degli uomini. Le donne filippine sono sovente chiamate “piccole macchine scure per scopare” dai militari americani. Una volta ho chiesto ad un cliente: “Come mai le donne filippine vi piacciono così tanto?” “Perché sono a buon mercato.”, rispose lui, “Molto più economiche delle giapponesi. Inoltre, con le filippine puoi fare quello che vuoi. Qua le donne sorridono sempre. Fanno finta che gli piaccia.” Dobbiamo cambiare questa mentalità ed istruire le giovani sugli abusi dell’industria del sesso, dobbiamo far sapere loro che hanno altre scelte. Le donne sono esseri umani, non merci da comprare e vendere.

Mentre lascio il bar “videoke” non sono sicura che la giovane donna parteciperà al nostro prossimo incontro. Lei è una delle migliaia di prostitute filippine. L’industria del sesso è una macchina enorme e non è facile da fermare. Ma come sopravvissuta che parla ad altre sopravvissute, tento di comunicare la comprensione delle loro paure e della loro sofferenza. Tento di dire alle mie sorelle che Buklod vuole creare un futuro differente.

(Post scriptum della traduttrice: Negli anni ’80, la base navale “Subic Bay” nelle Filippine era la più grande fra quelle esterne agli Usa. I bordelli attorno ad essa viaggiavano su un fatturato collettivo stimato attorno ai 500 milioni di dollari. Donne e ragazze erano comprate e vendute dai trafficanti per rispondere alla domanda di prostituzione dei militari in servizio alla base.

Anche se “Subic Bay” è stata chiusa negli anni ’90, il luogo continua ad essere meta del turismo sessuale statunitense e migliaia di soldati americani di stanza nelle Filippine continuano a servirsi della struttura di sfruttamento prodotta dalla presenza della base, nonostante le leggi filippine contrarie. Attualmente, le donne coinvolte nell’industria del sesso filippina sono stimate fra le 300.000 e le 400.000, a cui si aggiungono circa 100.000 bambini e bambine.)

Read Full Post »

L’aneddoto che sto per raccontarvi le/gli appassionate/i di fantascienza lo conoscono già, ma poiché la sua protagonista l’ha narrato di nuovo con molto piacere di recente, durante il Mese della Storia delle Donne (questo marzo, intervista filmata), lo riporto anch’io per chi è nuovo/a all’ambiente o per chi vuole rinfrescarsi la memoria.

Durante la mia infanzia, mi imbarcavo spesso idealmente su un’astronave, la Enterprise, che compiva missioni quinquennali nello spazio alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà. Naturalmente sto parlando della serie originale di “Star Trek” (1966) che se non veniva trasmessa sui canali Rai mi andavo a cercare su TeleCapodistria – dove la mandavano in lingua inglese con sottotitoli locali (uno spasso: capivo una parola su dieci ma le lingue erano una mia passione già allora). Credo che a modo suo “Star Trek” abbia contribuito a rafforzare la mia propensione ad essere semplicemente curiosa, e non timorosa, delle persone o delle cose strane e nuove; dopotutto, gli extraterrestri erano sempre, più o meno, tali e quali a noi: avevano solo l’abitudine di far avventurare matita nera e eye-liner in zone del viso che tali manufatti non avevano mai visitato prima…

Dott. Spock

L’equipaggio dell’Enterprise era di per sé una festa dell’incontro e della coesistenza fra persone diverse (compreso un “alieno”, il vulcaniano dott. Spock) per etnia, provenienza, genere, ed ebbe anche il pregio di presentare in tv una donna di colore, per la prima volta, in un ruolo non stereotipato come domestica, balia, serva, ecc.. Sto parlando di Nichelle Nichols, e cioè della Tenente Uhura: donna, nera e quarta in comando nel periodo in cui i neri americani maschi e femmine stavano lottando per essere trattati almeno come esseri umani. Il successo della serie testimoniò sin dall’inizio che la presenza di Uhura era vissuta bene (forse anche i razzisti e i sessisti più accaniti pensavano che avrebbero perso qualche partita entro il 23° secolo…), ma quando in un episodio si mostrò il primo bacio inter-razziale, fra la Tenente di colore e il Capitano bianco Kirk, l’audience andò un po’ in fibrillazione. Il bacio era stato telepaticamente indotto da alieni, ma la sua immagine, avulsa dal contesto dell’episodio, restava piantata là come un monito, l’orribile incredibile sconcertante disgustoso monito che l’amore è cieco ai colori, intesi nei significati arbitrari che noi attribuiamo ad essi.

Uhura

Nell’intervista, Nichelle dice che le reazioni negative di parte del pubblico e i dispetti razzisti del personale dello studio televisivo – tipo il gettare via la posta dei fans – l’avevano convinta a lasciare la serie: aveva già scritto la sua lettera di dimissioni. Ma un visitatore le fece cambiare idea. “C’è un tuo ammiratore, vorrebbe vederti.”, le annunciarono misteriosamente. “E quando mi girai non riuscivo a credere ai miei occhi. Non lo avevo mai incontrato prima. Era Martin Luther King jr.” Il dott. King era entusiasta della presenza di Nichelle Nichols in “Star Trek” ed era venuto a dirle di non essere il solo: sua moglie, altre donne di colore, le ragazze e le bambine di colore, erano fiere della Tenente Uhura. Il suo ruolo simbolico di apripista per le donne afroamericane era troppo importante. Poteva Nichelle restare al suo posto sull’Enterprise, per questo? Nichelle restò. E quando la serie finì, lavorò sino al 1987 come reclutatrice di aspiranti astronauti per la Nasa: il primo astronauta di colore, Guion Bluford, e la prima donna astronauta, Sally Ride, furono due dei suoi successi. Poi Nichelle tornò a cantare, che era la sua originaria vocazione, recitò nei musical, scrisse due libri e non mancò mai, ne’ manca a tutt’oggi, di partecipare alle feste dei “trekkers”, gli irriducibili fans della serie televisiva. E’ la splendida signora che vedete qui sotto. Maria G. Di Rienzo

Nichelle Nichols

Read Full Post »

(“We Found Our Son in the Subway”, di Peter Mercurio, commediografo e sceneggiatore televisivo, per The New York Times, 28.2.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

 subway

La storia di come Danny ed io ci siamo sposati lo scorso luglio in un’aula di tribunale a Manhattan, con nostro figlio Kevin accanto, comincia 12 anni prima, in una scura e umida stazione della metropolitana.

Danny mi chiamò quel giorno al telefono, agitatissimo: “Ho trovato un neonato!”, urlò, “Ho chiamato il 911 (Ndt: l’equivalente del nostrano 113) ma non penso mi abbiano creduto. Non sta venendo nessuno. Non voglio lasciare il bambino da solo. Vieni qui e trascinati dietro un’auto della polizia o qualcosa del genere.”

Di natura Danny è una persona assai calma, per cui sentendo il suo cuore rimbombare attraverso la linea telefonica seppi che dovevo proprio correre. Quando giunsi all’uscita A/C/E della metropolitana sulla Eighth Avenue, Danny era ancora là in attesa di aiuto. Il bimbo, che era stato lasciato in un angolo dietro le porte girevoli, era leggermente scuro di pelle e quieto, probabilmente aveva un giorno di vita ed era avvolto in una larga felpa nera.

Nelle settimane seguenti, dopo che il tribunale familiare aveva preso in custodia il “Piccolo Asso” (Ndt: dalle lettere dell’uscita della metro che formano la parola “ace”, e cioè “asso”), come il bimbo era stato soprannominato, Danny raccontò la storia più volte, alla tv locale dapprima, e poi a familiari, amici, colleghi e conoscenti. La faccenda si diffuse come un mito urbano: non crederesti mai a cosa l’amico di un cugino di un mio collega ha trovato in metropolitana. Quello che entrambi non sapevamo, o che non prevedevamo, era che Danny non aveva solo salvato un infante abbandonato; aveva trovato nostro figlio.

Tre mesi più tardi, Danny testimoniò in tribunale per dare un resoconto del ritrovamento del bimbo. Di colpo, la giudice gli chiese: “Lei sarebbe interessato ad adottare questo bambino?” La domanda sorprese chiunque nell’aula, chiunque ad eccezione di Danny che rispose semplicemente: “Sì.”

Ma so che non è così facile.”, disse. “Be’, può esserlo.”, assicurò la giudice prima di snocciolare una serie di ordini che cominciavano a fare di lui e per estensione di me dei futuri genitori. La mia prima reazione, quando sentii la storia, fu qualcosa del genere: “Sei pazzo? Come hai potuto dire di sì senza neppure consultarmi?” Da tre anni in coppia, non avevamo mai discusso l’adozione di un bambino. Perché avremmo dovuto? Le nostre vite non erano attrezzate per crescere un figlio. Io ero un aspirante commediografo che lavorava part-time come correttore di bozze e Danny era un rispettato, ma terribilmente sottopagato, assistente sociale. Avevamo un coabitante che dormiva dietro un separé nel nostro salotto per riuscire a pagare l’affitto. Persino se la nostra situazione finanziaria e logistica fosse stata diversa, sapevamo bene quante sfide deve affrontare di solito una coppia gay che vuole adottare un bambino. E mentre Danny aveva pazienza e generosità in abbondanza, io no. Io non sapevo nemmeno come cambiare un pannolino, figuriamoci il crescere un figlio.

Ma ecco che il destino, praticamente, ci dava un bimbo. Potevamo rifiutare? Infine la mia mente timorosa si quietò e il mio cuore prese il controllo nell’assicurarmi che potevo farcela ad essere un genitore. Chi si occupava del caso organizzò un incontro fra noi e il neonato nella casa in cui era ospitato, all’inizio di dicembre. Danny tenne la fragile creatura fra le braccia per primo, poi la pose nelle mie. Per proteggermi dal dolore futuro badavo a convincermi che non potevo e non dovevo affezionarmi troppo. Non avevo fiducia nel sistema ed ero sicuro che ci sarebbero stati ostacoli. Ma gli occhi del bimbo che mi scrutavano e l’innocenza e la speranza che lui rappresentava mi coinvolsero completamente, al pari di Danny.

Il dipendente del tribunale ci disse che il programma, che includeva uno studio della casa e lezioni su come essere genitori, avrebbe preso sino a nove mesi. Avevamo tutto il tempo per riarrangiare le nostre vite e la nostra abitazione affinché accogliessero un bambino. Ma una settimana più tardi, quando Danny apparve di fronte alla giudice per attestare ufficialmente la nostra intenzione di adottarlo, lei chiese: “Vorreste tenerlo con voi per le feste?” Che feste? Il Giorno della Memoria? Quello del Lavoro? Di sicuro non intendeva Natale, a cui mancavano pochi giorni. E di nuovo, questa volta all’unisono, dicemmo di sì. La giudice sogghignò ed ordinò il trasferimento del piccolo alla nostra custodia. I nove mesi di ponderata transizione si compattarono all’istante in mere 36 ore. Avremmo avuto un bimbo per Natale.

Passammo quell’anno come genitori affidatari mentre il dipendente del tribunale monitorava noi e il benessere del bambino. Durante quel periodo, spesso pensavamo alla giudice. Sapendo che Danny era un assistente sociale aveva pensato che sarebbe stato perciò un buon genitore? Gli avrebbe chiesto di adottare il bambino se avesse saputo che era gay e che aveva una relazione di coppia? All’udienza finale, dopo che la giudice aveva firmato l’atto ufficiale di adozione, io alzai la mano: “Vostro onore, come mai avete chiesto a Danny se era interessato all’adozione?” “Ho avuto un’intuizione.”, rispose lei, “Mi sbagliavo?” E con questo si alzò dalla sedia, ci fece le sue congratulazioni e uscì dall’aula. Così lasciammo l’aula anche noi, “Piccolo Asso” divenne Kevin, e crebbe da infante a ragazzino. E poi, nel 2011, lo stato di New York permise a Danny e a me di sposarci legalmente.

Perché non chiedi alla giudice che ha seguito la mia adozione di sposare te e papà?”, mi suggerì una mattina Kevin mentre lo accompagnavo a scuola.

Grande idea.”, replicai io, “Ti farebbe piacere incontrarla?”

Certo. Pensi che si ricordi di me?”

C’è un solo modo di scoprirlo.”

Dopo aver lasciato Kevin a scuola, composi una lettera inquisitiva e la mandai all’indirizzo e-mail per le segnalazioni del tribunale familiare di Manhattan. Nel giro di poche ore, un avvocato del tribunale chiamò per dire che la giudice ci ricordava benissimo e sarebbe stata felice di celebrare il nostro matrimonio. Tutto quel che dovevamo fare era scegliere giorno e ora. Quando ci avventurammo di nuovo nell’aula di tribunale, per la prima volta dopo oltre dieci anni, immaginavo che la giudice potesse essere nervosa all’idea di fronteggiare i risultati delle sue decisioni: e se che Kevin non fosse stato felice? Se avesse desiderato genitori diversi? Anche Kevin era nervoso.

Quando era piccolo, Danny ed io avevamo composto per lui un libro illustrato che spiegava come eravamo diventati una famiglia, e il libro includeva un’immagine della giudice, con tanto di mazzuolo in mano. Un personaggio del suo libro stava per saltar fuori dalle pagine e diventare una persona reale. E se a lei non fosse piaciuto come lui era cresciuto?

Kevin si fece avanti per stringerle la mano. “Posso abbracciarti?”, chiese lei. Quando si sciolsero dall’abbraccio, la giudice chiese a Kevin della scuola, dei suoi interessi, hobby e amici, ed espresse il suo piacere di averci là. Quando finalmente ci ricordammo lo scopo della visita, e Danny ed io ci muovemmo nella posizione giusta per scambiare i nostri voti, riflettei sulle improbabili circostanze che ci avevano condotti tutti a quel momento.

Non avremmo dovuto essere là, due uomini, con un figlio che non ci saremmo mai sognati di avere al nostro fianco, ad essere sposati da una donna che ha cambiato ed arricchito le nostre vite più di quanto saprà mai. Ma là eravamo, grazie ad un ritrovamento voluto dal destino e ad una intuizione giudiziaria.

Read Full Post »

sadie

Sadie ha 11 anni, è statunitense ed è una persona transgender. E’ transitata dall’identità maschile derivata dal sesso di nascita all’identità femminile già durante la scuola materna. Successivamente è stata istruita a casa propria e non ha frequentato la scuola pubblica sino a quest’anno (è in quinta elementare). E’ vegana, ama tutto quel “che protegge l’ambiente”, le piace leggere, nuotare e giocare a pallacanestro. Da grande vorrebbe lavorare per Greenpeace.

Sebbene abbia subito discriminazioni palesi, racconta la sua mamma, “Non è timida o vergognosa. Io sono sempre all’erta quando usciamo insieme perché non si sa mai quando attaccherà bottone con qualcuno in fila con noi alla cassa del negozio. Quando chiacchiera con la gente si presenta così: “Ciao, sono Sadie, il mio colore preferito è il rosa, sono vegana e transgender. Tu chi sei?”

Di recente, Sadie ha scritto una lettera al Presidente Obama, dopo aver ascoltato il suo discorso di insediamento per il secondo mandato. Eccola qui, si intitola:

Il sogno di Sadie per il mondo.

“Il mondo sarebbe un posto migliore se ognuno avesse il diritto ad essere se stesso, incluse le persone che hanno identità di genere ed espressioni creative. Alle persone transgender non si consente la libertà di fare le cose che tutti gli altri fanno, come andare dal medico, andare a scuola, ottenere un lavoro e persino farsi degli amici.

Ai bambini transgender come me non è permesso frequentare la maggior parte delle scuole, perché gli insegnanti pensano che siamo diversi da tutti gli altri. La scuola ha paura di cosa dovrà dire ai genitori degli altri bambini e i bimbi transgender sono tenuti nascosti, oppure gli si dice di non frequentare più. Ai bambini si dice di non diventare amici di quelli transgender, il che ci rende molto soli e tristi.

Quando crescono, gli adulti transgender avranno difficoltà a trovare un lavoro, perché il loro capo pensa che spaventeranno la clientela. I dottori hanno paura di curare i pazienti transgender, perché non sanno come trattarli, e alcuni non vogliono proprio aiutarli. I pazienti transgender come me sono costretti a viaggiare in altri stati per vedere un buon medico.

Sarebbe un mondo migliore se tutti sapessero che le persone transgender hanno le stesse speranze e gli stessi sogni di chiunque altro. Ci piace avere amici e vogliamo andare a scuola. Le persone transgender vogliono avere un buon lavoro e andare dal medico esattamente come gli altri. Davvero, non è difficile trovare piacevoli le persone transgender, perché siamo proprio come tutti gli altri.”

(trad. Maria G. Di Rienzo)

P.S. L’immagine di Sadie è pubblica grazie al consenso suo e della sua famiglia.

Read Full Post »

“Vediamo di essere onesti. I nostri presidenti e i nostri primi ministri sanno del matrimonio di bambine; in linea di principio, possono accettare che è necessario contrastarlo. Ma vogliono vincere le elezioni! Il desiderio di rimanere al potere significa che ascoltano le voci che nella società si alzano di più. E’ lavoro nostro, come cittadini, applicare questa pressione.”

(Graça Machel, da “To end child marriage we need to speak louder, with one voice”, 17.1.2013)

All’età in cui di solito si impara a camminare, Laxmi era già una moglie. Suo “marito” Rakesh forse sapeva stare sul vasino da solo: quando le rispettive famiglie li sposarono Laxmi aveva un anno e Rakesh tre. In un paese, l’India, in cui circa il 50% delle ragazze si sposa prima di aver compiuto 18 anni, contrastare i matrimoni in età infantile (nonostante siano illegali) può comportare seri rischi: fra cui stupri di gruppo, pestaggi e mutilazioni. Per cui, quando nell’aprile dell’anno scorso Laxmi Sargara, ora 18enne, rifiutò l’ingiunzione da parte dei familiari di Rakesh di trasferirsi nella loro casa, non stava compiendo un passo facile: “Dissi ai miei genitori che non ero felice del matrimonio, ma loro non erano d’accordo con me, così ho cercato aiuto.” L’aiuto è venuto da un’ong che lavora per i diritti dei bambini, il Fondo Sarathi. L’assistente sociale che l’ha fondata, Kriti Bharti, andò a parlare con lo sposo e costui, dopo aver capito che avrebbe portato in casa una giovane donna disposta a rischiare tutto pur di non stare con lui, accettò di annullare il matrimonio. E’ la prima volta che questo accade, e cioè che una coppia sposata in età infantile firmi un documento congiunto in cui dichiara non valida l’unione. “Adesso la mia mente è di nuovo in pace. – ha detto Laxmi mostrando raggiante ai fotografi quello stesso documento – Continuerò a studiare e poi cercherò un lavoro che mi consenta di mantenere la mia indipendenza.”

 Laxmi e la prova legale della sua libertà

“Ghag”. Nel Pakistan nordoccidentale, questa parola indica una specie di “matrimonio” invisibile e unilaterale: un leader tribale o un uomo influente può, semplicemente guardando una ragazza o una bambina, decidere che ella diventerà sua moglie. La sua volontà è vincolante per la famiglia di lei: l’unica opzione per sfuggire a questo matrimonio è che la ragazza si impegni a restare nubile per tutta la vita. Verso la fine del 2012, il consiglio tribale (jirga) del villaggio di Sherkera notificò al signor Muhammad Nawaz che le sue due figliolette, Shaista e Razia, erano state reclamate come mogli dai suoi due nipoti tramite “ghag”. Quando Nawaz si oppose, il consiglio tribale lo multò pesantemente per avere “umiliato” i nipoti con il suo rifiuto. Allora l’uomo si rivolse alla magistratura, solo per scoprire che non esisteva una singola clausola nelle leggi vigenti che menzionasse il “ghag”. La ragione principale, spiega Muhammad Essa Khan, membro della Corte Suprema, è che sono sempre persone “importanti” quelle che reclamano ragazze e bambine in questo modo: “Ci voleva una persona coraggiosa per sfidare questo costume. Muhammad Nawaz è stato esattamente la persona che ci voleva.” Infatti, Nawaz diede inizio a una petizione popolare che è diventata legge con straordinaria rapidità: dall’8 gennaio 2013 il “ghag” è un reato la cui pena prevede dai cinque ai sette anni di carcere, più eventuali compensazioni in denaro.

Il matrimonio di bambine (e in misura molto minore di bambini) è diffuso in tutto il mondo. Dove non esiste età legale per il matrimonio, come in Arabia Saudita, bambine di 8 anni vanno spose a mariti di 50. Dove quest’età legale esiste, ma non vi sono sanzioni per chi non la osserva (Yemen) metà delle spose del paese hanno meno di 15 anni. Negli Stati Uniti, le sette fondamentaliste poligame sono note per accoppiare spose bambine a uomini adulti o anziani.

Matrimonium significa letteralmente “condizione legale di madre”. Nell’antica Roma fu sancito perché “indispensabile alla trasmissione del diritto di cittadinanza per via maschile. (…) Il matrimonio è indispensabile solo per gli uomini ed è esclusivamente per essi che la città l’aveva istituito.” Yan Thomas, da “La divisione dei sessi nel diritto romano”.

Ma per ampliare la nostra visione, sarà utile sapere che “Il matrimonio non ha nome in indo-europeo, si dice semplicemente, nelle espressioni spesso ripetute nelle diverse lingue, dell’uomo che “conduce” (a casa sua) una donna che un altro uomo gli “dà”.” Emile Benveniste, da “Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee”. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

L’età delle bambine vendute e trafficate a scopo sessuale diventa sempre più bassa, il loro numero sempre più alto. Degli attuali 21 milioni di persone costrette al lavoro forzato – e cioè che per coercizione o inganno svolgono un lavoro che non possono lasciare – 4 milioni e mezzo sono bambine e donne vittime di sfruttamento sessuale. (Agenzia Donne NU, ILO-International Labour Organization).

In India, l’età media delle prostitute nei distretti “a luce rossa” va dai 9 ai 13 anni. (Apne Aap Women Worldwide)

Circa metà delle violenze sessuali in tutto il mondo sono dirette a femmine minori di 15 anni: quindi, si abusa di circa 6.000 bambine al giorno. (Unicef, Right to Education Project)

Una delle ragioni avanzate da vari commentatori per spiegare questi dati è “l’effetto della crisi economica nei paesi poveri”. Sicuramente la miseria gioca un ruolo importante in tali faccende. Ma la vicenda di Minh Dang, statunitense di origine vietnamita, suggerisce che le cause principali sono davvero altre e che molto di quel che c’è scritto all’inizio di questo articolo accade nelle nostre case o in quelle a noi vicine.

 Minh Dang

Minh Dang, oggi 28enne, è un’attivista contro il traffico di esseri umani dell’ong “Don’t sell bodies” (“Non vendete corpi umani”). Suo padre ha cominciato ad abusare di lei quando di anni ne aveva tre. Quando ne ebbe dieci, fu portata a “lavorare” in un bordello: dove, se non doveva andare a scuola, poteva essere lasciata per settimane intere. Allevata nel culto di dover servire i suoi genitori, per lungo tempo Minh ha pensato che la prostituzione fosse uno dei suoi compiti. “Mia madre metteva annunci in vietnamita su giornali e riviste. Mio padre mi portava in quelli che erano caffè di facciata e bordelli nel retro. Non ero l’unica bambina ad essere venduta, in quei posti.”

I genitori di Minh Dang non erano miserabili, ma grazie alla continua vendita della figlia se la sono passata ancor meglio, e la madre ha aperto un salone per la cura delle unghie. Più che la povertà, qui hanno lavorato attitudini patriarcali, sessismo, avidità e insensibilità.

Minh era una studentessa eccellente e manteneva il segreto in modo quasi perfetto: “Due delle mie insegnanti, alle medie, si accorsero in momenti diversi che c’era qualcosa che non andava. Ma non riuscirono a collegare questo “qualcosa” allo sfruttamento sessuale, perché io ero diversa dallo stereotipo della ragazzina abusata.” Quando ebbe 18 anni, e veniva ancora venduta regolarmente, Minh tagliò di netto ogni contatto con i suoi genitori: “Dissi loro che se mi avessero contattata ancora avrei chiamato la polizia.”

Ma restava un mucchio di lavoro da fare, come Minh ricorda, per sentirsi di nuovo umana. “Quando mi prostituivano, mi trattavano come un animale in gabbia allo zoo: i miei movimenti erano limitati e controllati, l’ambiente mi era estraneo, ed ero isolata dalle altre della mia specie. Ero una creatura esotica che la gente poteva guardare e toccare se pagava i miei proprietari, se pagava per avere il privilegio di usare il mio corpo per divertirsi. C’è anche un’altra metafora che mi viene sempre in mente: per lungo tempo ho pensato di essere un’aliena. Ero solo somigliante ad un essere umano. Gli occhi, le braccia, le gambe, la forma del corpo… era tutto simile, ma io non vivevo come un essere umano, non pensavo come un essere umano.

La maggior parte del mio lavoro di guarigione è consistita nel riconnettermi alla mia umanità e all’umanità altrui. Ho dovuto imparare o re-imparare che ero umana, lo ero sempre stata, e che quelli attorno a me, persino quelli che mi hanno ferito in modo così profondo, erano pure umani. Quando avete a che fare con le sopravvissute all’abuso sessuale, che sono state trattate come oggetti, dovete ricordare che sulla loro umanità si è, al minimo, sputato. Dovete ricordare che la relazione base di queste persone con “chi” loro sono e con quello che possono aspettarsi dagli altri, e con ciò che è possibile in questo mondo è stata danneggiata. Per cui, assicuratevi di trattarle da esseri umani. Non separatevi da loro. Quando ascoltate le loro storie non pensate, ad esempio: “Quel che ho passato io è niente, al confronto. I miei traumi sono minori.” Ciò non vi aiuta a vedere la nostra comune umanità. Trovate le vostre personali esperienze con la disumanizzazione ed esaminatele: in questo modo svilupperete quell’empatia che vi sosterrà e vi renderà quindi capaci di sostenere le vittime.

Come amate voi stessi/e? Io non ho bisogno mi amiate in modo differente. Io come sopravvissuta non sono diversa da voi. Voi non siete diversi/e da me. Trovate una via per connettervi alle sopravvissute: non c’è necessità di aver fatto esperienza delle medesime cose per immaginare cos’hanno provato. Voi potete connettervi a me anche se non capite. La maggioranza delle persone che sopravvive allo sfruttamento sessuale non si aspetta che lo facciate: desiderano in primo luogo che le trattiate come esseri umani. E un’ultima cosa: “sopravvissute” non è un titolo che definisce interamente ciò che una persona è. Le sopravvissute hanno interessi e abilità, colori preferiti e animaletti da compagnia, speranze e sogni, sofferenze e rimpianti. Proprio come ciascuno/a di voi, sono persone complesse e sfaccettate.”

Minh ha usato un’altra similitudine per descrivere il suo cammino di guarigione. Dice che è stato come imparare una “nuova canzone”, con un testo diverso che rimpiazzasse la “vecchia canzone”, quella che aveva sentito sino alla nausea durante 15 anni di violenze sessuali: “Il mio nuovo testo parla di libertà, di speranza e di amore.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“There It Is”, di Jayne Cortez, trad. Maria G. Di Rienzo)

E se non lottiamo

se non resistiamo

se non ci organizziamo ed uniamo e

prendiamo il potere di controllare le nostre stesse vite

allora indosseremo

l’aspetto esagerato della cattività

l’aspetto stilizzato della sottomissione

l’aspetto bizzarro del suicidio

l’aspetto disumanizzato della paura

e l’aspetto decomposto della repressione

nei secoli dei secoli e per sempre

E questo è quanto

 jayne cortez on stage

Jayne Cortez è mancata il 4 gennaio u.s., all’età di 78 anni. Nata come Sallie Jayne Richardson, la poeta assunse il cognome da nubile della nonna materna, Cortez. Era stata sposata con il sassofonista Ornette Coleman, da cui divorziò nel 1964. Nel 1975 si risposò con lo scultore Melvin Edwards.

Sin dal suo coinvolgimento nel movimento per i diritti civili, durante gli anni ’60, Jayne ha lottato contro l’ingiustizia a 360° gradi: per cause sociali e ambientaliste, per l’eguaglianza di genere, contro il razzismo.

La sua poesia è inseparabile dalla musica: la sua band, Firespitters (che comprende il figlio avuto con Coleman, Denardo), ha fornito la trama jazz-funk-blues in cui Jayne ha intessuto le sue parole.

Così spiegava Jayne nel 2011: “L’arte può farci vedere e sentire la realtà e può aiutarci a cambiare quella realtà. L’arte è rivelazione. L’arte è duro lavoro. L’arte è parte della protesta.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Un’altra buona occasione per tacere è andata persa. Peccato. Nel suo messaggio per la “Giornata della Pace”, un noto capo di stato straniero, nonché leader di una delle principali religioni monoteiste mondiali, poteva dire tante cose: una bella e coerente sarebbe stata ad esempio “Fondiamo le armi e facciamone campane che suonino per la pace”, ma ci sarebbe stata bene anche una frase del tipo: “La violenza è un modo inaccettabile di maneggiare qualsiasi conflitto.” Invece, girandoci un po’ intorno per non nominare gli esseri umani, gli individui, le persone contro cui voleva aizzare un po’ di odio e di disprezzo, ha praticamente detto che riconoscere le unioni fra persone omosessuali “costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.”

matrimoni seattle 1

Non servirà ribadire a codesto capo di stato straniero che è “Meglio rimanere in silenzio ed essere presi per stupidi che parlare e togliere ogni dubbio.” (attribuita ad Abraham Lincoln) o che “E’ una grande cosa conoscere la stagione per la parola e la stagione per il silenzio.” (Seneca) neppure, credo, dicendoglielo in… svizzero, una lingua che dovrebbe capire meglio dell’italiano: “Sprechen ist silbern, Schweigen ist golden”. Le sue ragioni non sono dottrinali, sono politiche, come attesta il resto del suo discorso: “Questi principi non sono verità di fede, ne’ sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono iscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. (…) L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa.” Che si traduce come: desidero mi si consideri l’unico depositario della verità e desidero quindi imporre il mio particolare schema di pensiero a tutta l’umanità, compresa quella che non è tenuta ad ascoltarmi quale suo leader religioso.

matrimoni seattle 2

Certo, è sempre possibile che dio ogni tanto gli telefoni, ma non chiama mai me: e la mia ragione non riesce a riconoscere nulla di questo velenoso delirio di onnipotenza come “iscritto nella natura stessa”. Inoltre, voglio seguire i miei stessi consigli, per cui lascerò parlare le immagini (dovute all’abilità e alla gentilezza di Matt Stopera) che corredano questo articolo. Sono alcuni fra i matrimoni celebrati a Seattle, Usa, l’11 dicembre scorso. Nessuna delle bellissime persone fotografate in tale occasione è un’offesa, una ferita o un’ingiustizia. Si vergogni chi pensa il contrario. Maria G. Di Rienzo

matrimoni seattle 3

matrimoni seattle 4

Congratulazioni e scusate se c'è voluto così tanto tempo

Congratulazioni e scusate se c’è voluto così tanto tempo

Read Full Post »

‘Tis but thy name that is my enemy… (Solo il tuo nome mi è nemico… Romeo e Giulietta, atto secondo, scena seconda)

Ma l'ha scritto un gatto?

Ma l’ha scritto un gatto?

“Qualche volta è sensato per un’autrice usare uno pseudonimo, in particolare quando i protagonisti principali del libro sono maschi, o quando si tratta di un genere che attira molto gli uomini, come la fantascienza militare o certi tipi di fantasy e di thriller.”, dice Anne Sowards, editrice di Penguin, in un recente articolo del Wall Street Journal. Tre degli “autori” fantasy che la Penguin pubblica, K.A. Stewart, Rob Thurman and K.J. Taylor sono donne ma, come vedete, niente nei nomi che usano per firmare i propri libri lo rivela. La nuova promessa del settore con il libro “Città della Magia Nera”, il signor Magnus Flyte, non esiste: si tratta dello pseudonimo di due donne, Christina Lynch e Meg Howrey.

“Con un autore nuovo, ad esempio,” prosegue Anne Sowards, “vogliamo evitare qualsiasi cosa possa indurre un potenziale lettore a metter giù il libro dicendo: non è per me. Quando pensiamo che un testo sia appetibile per i lettori di sesso maschile vogliamo che tutto del libro lo dica, dalla copertina al nome dell’autore.” Le ricerche di mercato attestano che mentre le donne leggono senza problemi i libri firmati da maschi, gli uomini non leggono quelli firmati da femmine, e che questo è particolarmente vero per certi generi della fiction. Chi pensava che i tempi di James Tiptree Jr. (Raccoona Sheldon) e di U.K. Le Guin (Ursula) fossero finiti, è servito. Persino John Scalzi, presidente dell’Associazione americana degli scrittori di fantascienza, ha commentato che J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, avrebbe potuto avere diverso destino se avesse firmato i suoi lavori come Joanne Rowling. A volte gli statunitensi mi sembrano neanderthaliani infilati a forza in tute spaziali…

Comunque, non so quanto il discorso sia applicabile, nei generi letterari menzionati, alla situazione italiana. Ho l’impressione che per i nostrani appassionati ed editori di sf e fantasy il discrimine possa più facilmente essere la nazionalità dell’autore: chi volete si compri l’ultima ciofeca fantasy di Milena Piripacchi o di Gianfrancesco Mullazzoni quando può avere le infinitologie di George R. R. Martin – che tra l’altro sono trasposte in sceneggiati televisivi di successo (Game of Thrones)? Ma come autrice di sf e fantasy mi devo almeno porre il problema.

Ehi, Nica (la mia meravigliosa editrice che è anche meravigliosa scrittrice, Nicoletta Crocella) che ne dici se per le prossime cose da pubblicare usiamo qualche pseudonimo? Potremmo essere virilmente patriottiche con Bruto Filiomeo, Firmino Semper, Vittorio Maschio, Armando La Flotta; o rifarci al retaggio nordico-vichingo con Hole Palle e sperare ci comprino a Casa Pound; o ancora tentare di appellarci alla sensibilità etnica e diventare il balcanico Ioson Veruom, o il teutonico Mein Katz (sono rari quelli che penseranno correttamente al gatto), oppure sbaragliare l’arena americana con uno straordinario Rocky Phallus!

Be’, tutto sommato credo che resteremo felicemente femmine anche nei nostri nomi. Se non volete leggerci per questo siete voi a perderci, ragazzi. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 119 follower

%d bloggers like this: