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Archivio per la categoria ‘Musica’

 

Rita MacNeil

Rita MacNeil – canadese, scomparsa il mese scorso – è stata una straordinaria cantante, grandemente apprezzata e famosa in patria. Era anche una straordinaria persona. Una volta, durante un’intervista televisiva per la CBC, il giornalista (anche lui ormai deceduto) Eric Malling le chiese “se avrebbe potuto avere ancora più successo qualora fosse stata bella.” Rita replicò senza esitazione: “Ma Eric, io sono bella.” Quel momento fu cruciale per parecchi spettatori, che riuscirono a togliersi gli occhiali del “canone” imposto e a vedere la sua bellezza. Maria G. Di Rienzo

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Sul suo epitaffio si legge: “Cantava sino a farti piangere e poi cantava sino a che ballavi di gioia.” Musicista gospel, suonava la chitarra elettrica con venature jazz, blues e folk ed un ritmo inconfondibile. Al suo stile sono debitori Chuck Berry, Elvis Presley, Eric Clapton. Dichiararono di essere ispirati da lei Aretha Franklin, Johnny Cash e Little Richard. Si tratta di Sorella Rosetta Tharpe, passata alla storia nell’ambiente musicale come la Madrina del Rock’n'Roll.

rosetta

Nata nel 1915 da Katie Bell Nubin (il padre resterà sconosciuto), suonatrice di mandolino e predicatrice evangelica, a quattro anni è già su un palcoscenico assieme alla madre che ha riconosciuto il suo precoce talento e la incoraggerà a dispiegarlo senza reticenze. A 19 anni, Rosetta sposa il predicatore Thomas Thorpe che aveva accompagnato lei e la madre in innumerevoli tour musicali. Il matrimonio non durò a lungo, ma Rosetta decise di incorporare una versione del cognome del marito nel suo nome d’arte, e fu così che diventò Sorella Rosetta Tharpe. Durante gli anni ’40, quelli del suo successo, formò un duo con la cantante gospel Marie Knight non solo in senso artistico: la loro relazione di coppia era il classico “segreto di Pulcinella”.

rosetta 2

Nel 1951 Rosetta contrasse un nuovo matrimonio con Russell Morrison, in una cerimonia clamorosa terminata in una sua performance gospel in abito da sposa. C’è chi dice si trattasse di una parata di fuochi d’artificio simbolica, come quella che venne inscenata realmente al termine delle nozze, per allontanare da sé e dalla compagna ostilità e pettegolezzi. Da Marie si separò comunque solo nel 1953, quando il loro tentativo di lasciar da parte la musica gospel e di lanciare un album blues finì in un fallimento. Rosetta passò i restanti due decenni della sua vita suonando in giro per il mondo. Mentre era in tour in Europa con i Muddy Waters, nel 1970, si ammalò improvvisamente e dovette tornare negli Usa. Soffrì un primo attacco di cuore poco dopo il suo ritorno e le complicazioni che seguirono risultarono nell’amputazione di una gamba. Imbattibile, Sorella Rosetta Tharpe riprese a suonare non appena fu abbastanza forte per levarsi dal letto e per tre anni regalò ancora emozioni al suo pubblico. Nell’ottobre 1973, un secondo attacco di cuore se la portò via. Ma la sua voce e la sua chitarra, magnifiche, continuano a ricordarci che “sopra la nostra testa c’è musica nell’aria”. Maria G. Di Rienzo

Up Above My Head

http://www.youtube.com/watch?v=JeaBNAXfHfQ

Who Rolled The Stone Away

http://www.youtube.com/watch?v=y5yhBDxiynQ

Trouble In Mind

http://www.youtube.com/watch?v=rzRm4K7NZm0

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(di Claire Boucher, in arte Grimes, musicista canadese, 23 aprile 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

grimes

Non voglio far compromessi sui miei principi per guadagnarmi da vivere.

Non voglio che le mie parole siano usate fuori contesto.

Non voglio essere infantilizzata perché rifiuto di essere sessualizzata.

Non voglio essere molestata durante gli spettacoli o per strada da persone che mi percepiscono come un oggetto che esiste solo per la loro soddisfazione personale.

Non voglio vivere in un mondo dove devo cominciare ad assumere guardie del corpo perché questo comportamento è così comune e accettato, e mi scoccia che quando esprimo preoccupazione per la mia sicurezza le persone mi ignorano sino a che non vedono con i loro occhi quel che accade, e poi si scusano per non avermi preso sul serio: ma dopo il fatto.

Sono stanca che uomini non professionisti e nemmeno musicisti accreditati si offrano continuamente di “aiutarmi a risolvere” (senza che sia stato loro richiesto), come se io stessi facendo questo per caso e come se fossi destinata a sbagliare senza di loro. O come se l’essere una donna mi rendesse incapace di usare la tecnologia. Non ho mai visto accadere questo tipo di cose ai miei colleghi maschi.

Sono stanca della bizzarra insistenza sul fatto che avrei bisogno di una band o che avrei bisogno di lavorare con produttori esterni (e sono eternamente grata alle persone che questo non fanno).

Sono stanca di essere considerata una “svaporata” perché mi piace la musica pop o vestirmi in un certo modo, come se queste cose mancassero a priori di sostanza, o come se le cose che mi piacciono sminuissero la mia persona.

Sono stanca che le persone si congratulino con me perché sono sottile, così posso entrare più facilmente nei modellini campione.

Sono stanca delle persone che amo che mi tradiscono per ottenere credito o soldi.

Mi rattrista che sia stimato inadeguato od offensivo parlare di questioni ambientali o di diritti umani.

Sono stanca degli squinternati sui forum che discutono se fottermi o no.

Sono stanca della gente che molesta i miei danzatori e li tratta come se non fossero esseri umani.

Mi rattrista che il mio desiderio di essere trattata come eguale e come essere umano sia interpretato come odio per gli uomini, anziché come una richiesta di essere inclusa e rispettata. Io ho quattro fratelli, molti buoni amici maschi e un padre, e non odio per niente gli uomini, ne’ credo che tutti siano sessisti o che tutti si comportino come ho descritto sopra.

Sono stanca che ci si riferisca a me come “coccola come un cucciolo abbandonato”, anche quando chi lo scrive, il fan, l’amico, il membro della famiglia, ecc., ritiene di farmi un complimento.

Sono stanca delle persone che pensano: visto che accade regolarmente va bene.

Ho così tanto amore per chiunque sia stato in gamba e meraviglioso con me. Ho il miglior lavoro che si possa avere al mondo, ma ho finito di essere passiva rispetto ad ogni tipo di status quo che tollera la sofferenza o il disprezzo delle persone.

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Una canzone per ogni sogno

moonlight garden

My Eden – cantante: Yisabel Jo (dalla colonna sonora dello sceneggiato “Gu Family Book”, attualmente in programmazione per la rete televisiva sudcoreana MBC – trad. M.G. Di Rienzo.)

http://www.youtube.com/watch?v=wOZTVGo00uM

oppure

http://www.youtube.com/watch?v=kYwWM_9MQgU

C’è una pietra per le cose dimenticate

Solo una pietra per tutto ciò che volevi

Guarda, una pietra per ciò che non sarà

Tutto quel che pensavi era là

Conta le pietre, non pensare a lui (1)

Lascia che le pietre diventino la tua montagna

Lasciale andare, le notti in cui dubitavi,

quel migliaio di preoccupazioni

Delicatamente ora fatti strada

fra le città ed il buio

Delicatamente lasciati guidare

dalle nuvole e dalle stelle

Quando le distanze crescono,

quando i venti cominciano a soffiare,

qualcosa sussurra in distanza:

c’è una casa, nel cuore,

un altro paradiso.

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

C’è una canzone

C’è una pietra per ogni azione

Per le cose che non ti volterai a guardare

Guarda, una pietra per tutto ciò che sarà,

per tutto ciò che è ancora me.

Delicatamente ora fatti strada

tra i suoni dell’oscurità

Delicatamente lasciati guidare

dalle nuvole e dalle stelle

Quando le distanze crescono,

quando i venti cominciano a soffiare,

qualcosa sussurra in distanza:

c’è una casa, nel cuore,

un altro paradiso.

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

C’è un mondo che non esiste ancora

C’è un tempo per ogni cosa

C’è una canzone per ogni sogno

 giardino sotto la luna

(1) Ascoltando il pezzo io sento “your friend” – il tuo amico/la tua amica, ma tutte le trascrizioni del testo riportano “him” – lui.

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(“Remembering Shabana, the Dancing Girl from Swat Murdered by the Taliban”, di N. Yousufzai – Pashtun Women Viewpoint, 17.2.2013. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Shabana

In una gelida notte di gennaio, nel 2009, i residenti della piazza centrale di Mingora, una delle città principali della valle di Swat, udirono le urla di una giovane donna che implorava per la sua vita, nel mentre stava per essere assassinata. Questa donna dal terribile destino era una cantante e una danzatrice assai nota, Shabana, e i suoi assassini erano i talebani locali che da pochi mesi avevano ricatturato la valle di Swat ed imposto la loro versione della “legge islamica”. Donne fuori dalle loro case, donne che cantano, donne che ballano cadono per loro sotto la categoria “criminali” e devono essere punite nel modo più severo possibile.

Shabana fu riconosciuta colpevole di tutti questi “crimini” allo stesso tempo, perché era un’intrattenitrice, una cantante e una danzatrice: faceva questo lavoro sin da bambina, guadagnandosi da vivere e sostenendo la sua famiglia dando spettacolo per gli uomini e per le famiglie della classe medio-alta della valle. Non era un’eccezione: migliaia di donne e famiglie della classe bassa usano la musica e la danza come mezzi di sostentamento, mezzi che hanno ereditato dalle passate generazioni. Il brutale omicidio di Shabana scosse la città e l’orrore fluì oltre la valle. Le grida di una donna innocente e inerme, trascinata in strada, uccisa, decapitata e lasciata in vista affinché fungesse da esempio per gli altri cittadini: questo fu il punto di svolta per i residenti di Swat, che cominciarono ad emigrare in gran numero nei distretti confinanti.

“Ero nella mia stanza e mi stavo preparando ad andare a dormire, attorno alle 9 di sera. L’esercito pakistano aveva imposto il coprifuoco notturno. A nessuno era permesso uscire. Ho udito una donna gridare. Stava implorando qualcuno, dicendo: Smetto, non canterò più, per amor di Dio lasciatemi, sono una musulmana, sto digiunando. Non decapitatemi. E mia madre ed io cominciammo a piangere. Il giorno successivo, al mattino, chiesi a mio fratello di controllare chi era stata uccisa e lui, mi disse, dopo aver visitato la piazza, che era Shabana.”, racconta Ghazala, colà residente. Suo fratello conferma: “Sono andato a vedere chi avevano decapitato quel giorno. Quando i talebani tagliano la testa a qualcuno lasciano il corpo in strada per alcune ore, di solito con un cartello su cui è scritto: Un agente americano merita questo trattamento. Mi sono avvicinato e ho visto gente, fra cui bambini, stare attorno al cadavere di Shabana. Un uomo stava dicendo: Sì, è Shabana la ballerina.

Sono i talebani ad aver commesso l’atroce assassinio di Shabana, ma la nostra società dominata dai maschi, ossessionata dall’onore e che considera le donne proprietà privata ha la sua buona dose di responsabilità nella morte della giovane e di molte altre donne che lavoravano nel settore dell’intrattenimento. Come dice un nostro proverbio: “I Pashtun amano la musica, ma disprezzano i musicisti”. Gente di spettacolo come Shabana interviene ad ogni festa familiare durante tutto l’anno, si tratti di matrimoni, fidanzamenti, nascite e persino vittorie elettorali. La musica, il canto e la danza di questi artisti sono una parte importante della vita di ogni Pashtun, ma la parola usata per definirli è “Dumm”, un termine spregiativo che persino coloro che si situano più in basso nella classe inferiore rifiutano. Shaheen Buneri, giornalista che ha condotto ricerche sulla valle di Swat, e in special modo sulla musica locale e le sue danzatrici, dice: “E’ mia opinione che la gente dia per scontati gli omicidi di donne cantanti e ballerine. Quando sono ancora vive, la maggioranza degli altri considerano immorali i loro talenti e li giudicano contrari ai propri cosiddetti “valori religiosi”. Usano “Dumm” per definirle, e “Dumm” significa qualcuno che non ha onore e a cui non si deve rispetto. La società della valle di Swat è tradizionalmente divisa fra coloro che possiedono la terra (Khans) e coloro che ne sono privi (Faqir). Le cantanti e le danzatrici non sono solo senza terra: si legano fra loro per scopi artistici, considerati immorali da una società radicalizzata. Ci si diverte in loro compagnia, ma non si presta loro attenzione quando sono uccise.”

Mentre l’orrore del dominio talebano continua ad aleggiare nell’aria, migliaia di uomini nell’uniforme dell’esercito pakistano (molti dei quali sono sospettati di essere sostenitori dei talebani) percorrono le strade della città e numerosi residenti della valle, assassinati dai talebani, non possono essere ricordati per timore di rappresaglie.

Anche questo anniversario della morte di Shabana è trascorso nel silenzio. Forse, nessuno la ricorderà mai.

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(Fonti: Times of India, New York Times, Safe World for Women, Dio – mi ha finalmente telefonato ma non chiedetemi il suo numero, ha troppi impegni.)

 La rock band Praagaash

Ecco una fiaba per voi. C’era una volta, fino a lunedì 4 febbraio scorso, una rock band del Kashmir composta da 3 ragazze: due di 15 anni e una di 16. Le tre ragazze si chiamano Noma Nazir (chitarra), Aneeqa Khalid (basso), Farah Deeba (batteria). La band si chiama Praagaash, lo troverete scritto anche come Pragash e con tutte le varianti fra una e due “a” nella prima e nella seconda sillaba, e può essere tradotto come “Prima luce” o “Dall’oscurità verso la luce”. I gruppi a cui la band si rifà sono Iron Maiden, Metallica, Green Day, Cradle of Filth e simili, alternando le cover ai loro pezzi.

E’ successo, nel dicembre scorso, che Praagaash abbia partecipato ad una competizione rock, la “Battaglia delle Band” a Srinagar, e abbia ottenuto il podio con il terzo posto. Le ragazze erano ovviamente al settimo cielo: per quanto piene di passione e talento sono giovanissime e sono entrate nella scena rock da solo un anno. Ma una straordinaria standing ovation ha salutato la fine del loro spettacolo e le offerte di tenere concerti sono cominciate ad arrivare.

Nella Valle del Kashmir i musicisti rock di sesso maschile sono pochi e non se la passano bene, per quanto stiano facendo cose interessanti e innovative come il fondere rock e musica sufi tradizionale nelle loro composizioni. I bigotti locali pensano e dicono che la loro musica è “contro la religione”, però nessuno ha mai pensato di ordinargli di smettere tramite “fatwa” (che da oggi in poi mi rifiuto di tradurre come “ordinanza religiosa” o “decreto di fede”, perché è solo il blah blah blah di un ignorante a caso, pieno di odio, dotato di un titolo vuoto: mufti, ayatollah, sheik, mullah, trallallà, sono tutte cariche che gli uomini si sono conferiti l’un l’altro o a cui si sono addirittura nominati da soli. Religione e fede sono i mezzi che queste persone usano per giustificare dominio e violenza, nient’altro).

Domenica scorsa, invece, il “Gran Mufti” Bashiruddin Ahmad, ha appunto emanato la sua fatwa proibendo esplicitamente alle ragazze di cantare in pubblico. Il sig. Ahmad ha spiegato che le donne possono cantare solo nelle loro case e in presenza esclusiva di altri membri della famiglia di sesso femminile. Lunedì la band si è sciolta. C’è da dire che la pensata del sig. Ahmad è stata solo la ciliegina sulla torta. Subito dopo il loro successo nella competizione, la pagina Facebook della band era stata inondata da messaggi di odio e minacce: molti pii musulmani hanno detto a Noma, Aneeqa e Farah che erano così “anti-islamiche” da meritare di essere stuprate. I media le hanno usate come attrezzo simbolico nella contesa fra la maggioranza hindu e la minoranza musulmana e persino nelle tensioni fra le differenti fazioni di tale minoranza. I politici, che non aspettavano altro, sono saltati direttamente sotto i riflettori approvando o condannando Praagaash.

Le ragazze, prima della decisione di sciogliere la band, avevano detto in tutte le salse che quel che volevano era solo continuare a suonare. Che non avevano interessi particolari e diversi nel voler fare musica, che la musica è uno scopo in se stessa, è tutto quello che le muove. Che non volevano essere costrette dai media a recitare il ruolo stereotipato delle “ragazze musulmane che infrangono le barriere dei conservatori”. Che le minacce non le avevano sconvolte, che il bullismo e l’indivia non le avevano ferite. Lasciateci in pace, lasciateci fare musica. E’ tutto qui.

“Il rock e il metal io ce li ho nel sangue.”, aveva spiegato la cantante e chitarrista Noma Nazir, “Quando sono triste, o arrabbiata, è sempre questa musica a tirarmene fuori. E’ la mia àncora di salvezza.” E Aneeqa Khalid aveva aggiunto: “La prima volta in cui ho sentito il suono di una chitarra ho saputo. Ho saputo che dovevo imparare e formare un gruppo.”

Le loro famiglie non erano mai state entusiaste della band, ma di fronte ad un desiderio così ardente accoppiato ad un’innegabile bravura avevano ceduto. La madre di Farah ha detto in un’intervista che non se la sentiva di frantumare il sogno della figlia e che suo marito chiese in cambio alla ragazza di pregare cinque volte al giorno (cosa che la batterista ha fatto); la madre di Aneeqa si è chiesta perché sua figlia musicista in pubblico sarebbe anti-islamica, se la televisione del Kashmir mostra performer donne di tutti i tipi sui suoi canali ma “Se viviamo qui rispettiamo le regole, non abbiamo altra scelta.” E’ stata la pressione delle famiglie, hanno detto le ragazze, a far loro prendere la decisione finale di sciogliere Praagaash. Solo il sabato precedente stavano lavorando ad un pezzo punk con testo in hindi e inglese. Ma una fatwa è troppo da sopportare, hanno detto i loro genitori, e non hanno torto: significa che il primo imbecille di passaggio, scambiandosi per un “buon musulmano”, è autorizzato, con la benedizione del “Gran Mufti” Bashiruddin Ahmad, a fare qualsiasi cosa per impedire alle ragazze di suonare. Per esempio, come ricorda con terrore la madre di Aneeqa Khalid, a gettar loro acido in faccia: è successo di recente ad una maestra, a Srinagar, che ha continuato ad insegnare (e ad essere femmina) anche se qualche fatwa e una manciata di delinquenti sessisti non lo approvano e glielo proibiscono.

Mi dispiace, la fiaba non finisce con “e vissero per sempre felici e contente”, ed è una fiaba che ha reso così scontenta anche me da rendere la telefonata di Dio un vero sollievo. La aspettavo da un bel pezzo, a dire il vero, e avevo quasi perso speranza. Dio mi ha assicurato che ha tentato di parlare al telefono con il sig. Ahmad, che chiama un sacco di gente per dir loro: “Guardate che questo e quest’altro sono sopraffazione e violenza, guardate che i miei profeti vi hanno detto il contrario, ma sapete leggere o no quelli che chiamate “libri sacri”, accidenti a voi?” e non riesce mai ad avere una conversazione con queste persone. Non è che non alzano la cornetta o non premono il tasto del cellulare. E’ che come sentono una voce di donna chiudono la comunicazione. Maria G. Di Rienzo

Praagaash in sala prove:

http://www.youtube.com/watch?v=qn4ZGvuObOY

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fatoumata diawara

“Da bambina ero una combina-guai.”, racconta la giovane donna ridendo sommessamente, “E avevo una star: ero la star di me stessa.” Guardo l’intervista televisiva a Fatoumata Diawara, intervallata da brani di performance ora intense e vibranti, ora scatenate e piene di un’energia irresistibile, e penso che è un’artista straordinaria. Ha imparato a suonare la chitarra da sé e di quando compone dice: “Ci siamo solo io, la mia voce, e un piccolo angelo che mi sussurra all’orecchio.”

Fatoumata Diawara ha trent’anni ed è del Mali, un paese in cui sta infuriando una guerra e in cui la paura cresce: “Avevamo sentito del nuovo gruppo islamista in Mali, ma penso che solo ora stiamo comprendendo quanto seria sia la situazione. Le cose sono davvero cambiate, l’energia delle persone a Bamako (la capitale, nda.) è cambiata. E poiché in Africa gli uomini se la passano comunque meglio delle donne, la mia preoccupazione è che gli uomini non affrontino questa situazione e permettano al gruppo islamista di separare il nord del paese, perché le cose che questo gruppo vuole non avranno un grosso impatto sugli uomini, ma ne avranno uno terribile sulle donne.”

In un’altra intervista (“Fatoumata Diawara Sings for Peace and the Emancipation of Women in Mali”, di Marco Werman per The World, 15.1.2013), Fatoumata spiega che con un sistema politico quasi completamente collassato, agli abitanti del Mali non si propone alcun modello di società che non sia militarizzata. Per questo molti di essi stanno guardando ai musicisti come guide: “Il popolo del Mali guarda a noi. Hanno perso completamente fiducia nella politica. Ma la musica ha sempre portato speranza nel nostro paese, è sempre stata forte e spirituale, ed ha un ruolo molto importante. Perciò, nella situazione attuale, la gente guarda ai musicisti per ritrovare un senso, una direzione.”

Il mese scorso, Fatoumata ha deciso di rispondere a questa richiesta e assieme ad alcuni dei migliori musicisti del Mali ha registrato a Bamako una nuova canzone. “Maliko”, così si chiama il pezzo, ha messo insieme artisti come il suonatore di kora Toumani Diabate, il chitarrista e cantautore Habib Koite e la leggendaria cantante Oumou Sangare. “Maliko” fa due richieste: la pace e l’emancipazione delle donne del Mali. “Perché – ribadisce Fatoumata – se c’è una jihad nel nostro paese, gli uomini saranno sempre in grado di fare compromessi con altri uomini, ma le condizioni di vita per le donne diventeranno durissime.” E’ difficile prevedere che impatto possa avere una canzone, ma Fatoumata Diawara crede possa essere d’aiuto.

Non ho mai visto una tale desolazione. – dice fra l’altro il testo di “Maliko” – Vogliono imporre la sharia su di noi. Dite al nord che il nostro Mali è un’unica nazione, indivisibile.

Maria G. Di Rienzo

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(“There It Is”, di Jayne Cortez, trad. Maria G. Di Rienzo)

E se non lottiamo

se non resistiamo

se non ci organizziamo ed uniamo e

prendiamo il potere di controllare le nostre stesse vite

allora indosseremo

l’aspetto esagerato della cattività

l’aspetto stilizzato della sottomissione

l’aspetto bizzarro del suicidio

l’aspetto disumanizzato della paura

e l’aspetto decomposto della repressione

nei secoli dei secoli e per sempre

E questo è quanto

 jayne cortez on stage

Jayne Cortez è mancata il 4 gennaio u.s., all’età di 78 anni. Nata come Sallie Jayne Richardson, la poeta assunse il cognome da nubile della nonna materna, Cortez. Era stata sposata con il sassofonista Ornette Coleman, da cui divorziò nel 1964. Nel 1975 si risposò con lo scultore Melvin Edwards.

Sin dal suo coinvolgimento nel movimento per i diritti civili, durante gli anni ’60, Jayne ha lottato contro l’ingiustizia a 360° gradi: per cause sociali e ambientaliste, per l’eguaglianza di genere, contro il razzismo.

La sua poesia è inseparabile dalla musica: la sua band, Firespitters (che comprende il figlio avuto con Coleman, Denardo), ha fornito la trama jazz-funk-blues in cui Jayne ha intessuto le sue parole.

Così spiegava Jayne nel 2011: “L’arte può farci vedere e sentire la realtà e può aiutarci a cambiare quella realtà. L’arte è rivelazione. L’arte è duro lavoro. L’arte è parte della protesta.” Maria G. Di Rienzo

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Anisa muore il 2 dicembre scorso mentre torna da scuola, grazie ai sette colpi d’arma da fuoco che un gruppo di uomini le scarica addosso. Aveva, forse, 18 anni (spesso in Afghanistan le nascite delle femmine non sono registrate) ed era una volontaria del Ministero della Sanità del suo paese: vaccinava bambini contro la poliomielite. In queste due frasi sono racchiuse tutte le sue “colpe”: era una donna, andava a scuola, lavorava volontariamente fuori casa. Il governo afgano, per i cui i diritti di metà della sua popolazione non sono mai stati una priorità, è rimasto zitto.

Otto giorni dopo, un altro commando armato uccide Nadia Sediqqi, a capo del Dipartimento per le donne della provincia di Laghman (a circa 150 chilometri da Kabul), mentre si reca al lavoro. La sua predecessora era saltata in aria con la propria auto cinque mesi prima. Nadia aveva più volte, inutilmente, chiesto la protezione del governo: che non riesce a dire nulla neppure per questo caso e che, si può presumere, nulla farà.

sosan firooz

In questo scenario, c’è una giovane donna che vive in una casa fatta di mattoni di fango. Ha 23 anni ed è tornata in Afghanistan, con la sua famiglia, nel 2005: ha passato la sua infanzia come rifugiata in Iran e in Pakistan. Si chiama Sosan Firooz ed è la prima rapper afgana. Il suo unico, per il momento, video autoprodotto dal titolo “I nostri vicini” viaggia attorno alle 90.000 visioni su YouTube. Sosan vi appare come veste di solito, in jeans e blusa, i capelli sciolti, il volto libero e gli accessori tipici (come la bandana) degli artisti hip-hop e rap. E c’è un’intensità vibrante nel modo in cui si china sul microfono e sembra allo stesso tempo pregare e comandare attenzione:

“Ascoltate la mia storia! Ascoltate il mio dolore e la mia sofferenza! Ascoltate la mia storia da rifugiata senza casa. Eravamo perduti, perduti, perduti in giro per il mondo. Quando la guerra è cominciata nel mio paese non vi erano che pallottole, artiglieria, missili. Tutti i nostri alberi sono bruciati. La guerra ci ha scacciati dal nostro paese.”

Ma è meglio non lasciarlo più, canta Sosan, per andare a lavare piatti e raccogliere insulti in altri luoghi: “Abbiamo speranza per il futuro del nostro paese e chiediamo ai paesi nostri vicini di lasciarci in pace.” Dovunque si trovasse con la sua famiglia, spiega la giovane nelle interviste, era la “sporca afgana”. Così la chiamavano in Iran, rimandandola indietro a far la fila per il pane non appena arrivava al banco di vendita. Così la chiamavano in Pakistan. In Afghanistan la minacciano di continuo in modo diretto e trasversale; l’ultima chiamata telefonica è stata fatta a sua madre ed è relativa al fatto che Sosan ha recitato piccoli ruoli in sceneggiati televisivi: “Se tua figlia appare ancora in tv ti taglieremo la testa.” E mentre i parenti fingono di non conoscerla o addirittura tagliano ogni legame con l’intera famiglia, il padre di Sosan si è licenziato dall’agenzia governativa per la fornitura elettrica per permettere alla figlia di seguire la sua vocazione artistica, per poterla accompagnare e proteggere: “Sono il suo segretario e la sua guardia del corpo. Ogni genitore ha il dovere di sostenere le sue figlie e i suoi figli, di aiutarli a progredire.”

Sosan ribadisce che le minacce non la ridurranno al silenzio: “Il sostegno della famiglia mi dà la forza di lottare contro i problemi della nostra società.” E quando sembra afferrare la musica per le braccia, abbracciandola e scuotendola con la sua voce, scandisce a tempo di rap il problema principale: Vogliamo mettere fine a tutte le crudeltà commesse contro le donne e contro i bambini. Maria G. Di Rienzo

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Le biografie non specificano che tipo di “infanzia travagliata” abbia avuto, ma a nove anni lascia volontariamente la propria casa (farà affidamento sulla madrina). A undici è già su un palcoscenico. A 13 resta memorabile, nello stesso teatro, la sua versione di “Summertime”. Fra gruppi d’appartenenza e collaborazioni con altre band, la sua voce spazia in 35 album prima della carriera solista. Corre dietro ai suoi sogni in interminabili tour europei e americani. E’ molto nota anche come attivista contro la violenza diretta ai bambini e agli animali. Si tratta di Sarah Jezebel Deva, all’anagrafe Sarah Jane Ferridge, inglese, classe 1977: una delle poche “regine” nel mondo della musica metal. Se le atmosfere gotiche e sinfoniche fanno per voi, se vi ispira una donna assolutamente disinvolta e splendida rispetto al proprio corpo, se preferite che sul palco ci sia qualcuno che sa usare la voce a qualcuno che sa dimenare il didietro, Sarah Jezebel fa per voi. E anche quel che canta e scrive non è niente male:

“Le lacrime della creazione echeggiano nel silenzio. Il sole dimenticato giace dormiente dietro il cielo. Ma ancora la sua bellezza rapisce la mente. – La mente si risveglia alle possibilità della vita, ma i ladri di sogni ne sopprimono il procedere. La coppa della vita è piena, mentre tu soffochi nell’apatia. Nel mezzo della catastrofe, la grandezza può prevalere.” (da Creation’s Tears)

“Mentre la vita risplende sulla tua pelle, trovi sempre una ragione per arrenderti. Non vi è lotta che sia rimasta in te? Il mondo non può prenderti per mano. Dimentica le parole amare, sii tu la mano che ti aiuta. Non c’è passione che sia rimasta in te? Questa è la tua vita! Non buttarti via, risvegliati da dentro.” (da The World Won’t Hold Your Hand)

C’è chi dice che il gothic metal ispiri malinconia, cupi pensieri o peggio, e che perciò sia “pericoloso” per gli adolescenti. Io, invece, avrei voluto davvero che qualcuno come Sarah mi cantasse queste cose, quando avevo 15 anni. Maria G. Di Rienzo

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