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zere

Zere Asylbek (in primo piano nell’immagine) è una diciannovenne del Kirghizistan che in luglio ha rilasciato il suo primo singolo in qualità di cantante. Il video relativo è uscito a metà settembre – https://www.youtube.com/watch?v=ivlRPb75-VU – e le ha già fruttato una valanga di insulti sessisti, soprattutto a sfondo religioso, e minacce di morte. Non sorprendente, visto che il suo paese ha un problema serio di violenza di genere, per il quale le donne “soffrono gravi e sistematiche violazioni dei loro diritti umani a causa di una cultura di rapimento, stupro e matrimonio forzato” (comunicato delle Nazioni Unite, 18.9.2018).

Naturalmente Zere sta anche ricevendo il sostegno e l’incoraggiamento da parte di molte sue connazionali e da comunità femministe in tutto il mondo. La sua canzone si chiama “Kyz” (“Ragazza”):

Vorrei che il tempo passasse, vorrei che arrivasse un tempo nuovo

in cui non mi fanno prediche su come devo vivere la mia vita

in cui nessuno mi dice “Fai questo”, “Non fare quello”

Perché dovrei essere quello che vuoi tu, o quel che la maggioranza vuole,

io sono una persona e ho la mia libertà di parola.

Dov’è il vostro rispetto per me?

Io rispetto te. Tu rispetti me.

Tu e io, insieme,

ehi cara, unisciti a me,

creeremo la nostra libertà.

Come se questo non fosse già abbastanza (è oltraggioso: una giovane donna che chiede rispetto!) Zere Asylbek nel video indossa una giacca aperta su un reggiseno viola e una gonna corta e perciò secondo i suoi aggressori deve cancellare il video, scusarsi con l’intera nazione e merita di aver la testa tagliata.

In un’intervista del 19 settembre per “Freemuse”, Zere ha parlato di un recente femminicidio in Kirghizistan; una ragazza di nome Burulai è stata rapita per costringerla al matrimonio – un’antica tradizione patriarcale, sapete, e perciò non discutibile – ed è morta mentre la polizia l’aveva in custodia: è stata lasciata sola con il suo rapitore, che ormai era un po’ troppo scocciato da tutta la faccenda e l’ha uccisa. Questo è stato uno dei motivi per cui Zere ha creato canzone e video e non intende cedere alle minacce:

“Sicuramente continuerò a cercare di avere un impatto nel mio paese e nel mondo in generale, perché sono una persona creativa e amo impegnarmi in progetti creativi. Ci sono un sacco di ragioni che hanno generato nella mia testa l’idea di creare un grosso impatto e di usare per esso cose che suscitassero reazioni.

Ci sono state molte ragazze come Burulai nel nostro paese e mi piacerebbe che non avessimo più casi del genere. (…) La situazione nel nostro paese e penso in genere nell’Asia Centrale non è così buona in termini di diritti delle donne ed eguaglianza di genere, perché ogni singolo giorno ci sono casi di discriminazione, casi in cui viene applicato il doppio standard. Posso affermare che in pratica ogni ragazza del nostro paese ha subito almeno un tipo di violazione, o molestia, o discriminazione. Questo a me appare terribile.

Le ragazze stesse non vedono alternative. Parecchie di esse credono sia giusto essere trattate in quel modo e ciò è quel che a mio parere limita le loro potenzialità. Limita i loro sogni e le loro idee, perché non vedono alternative. E gli si dice che il loro scopo nella vita è sposarsi e avere una famiglia, dei figli e roba del genere.”

Per quel che riguarda la sua, di famiglia, il padre docente universitario ha dichiarato pubblicamente la “non approvazione” da parte sua e della moglie, ma pure che non intende interferire con le attività della figlia, che lui riconosce come persona titolare del diritto di esprimersi. Non è da ieri che Zere lo fa: è stata una determinata “bambina prodigio” a livello intellettuale, ammessa a frequentare l’università quando di anni ne aveva solo 14.

In un’altra intervista per Radio Free Europe / Radio Liberty, Zere ha sottolineato: “Molta gente dice che la nostra società non è pronta per questo. Quando lo sarà? Cosa deve accadere? Si deve accendere di verde un semaforo? No. Qualcuno deve cominciare.”

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Video di aggressioni a donne kirghise continuano a spuntare online con spensierata frequenza. Si tratta di un fenomeno relativamente recente, ma mentre il 2013 va a finire grazie ad essi si è già coniata una nuova terminologia: “pestaggi d’onore”. Generalmente, mostrano donne kirghise emigrate in Russia mentre sono picchiate dai loro compatrioti.

video giugno 2012

In uno dei peggiori, si vede la vittima assalita dal proprio fidanzato e dai compagnoni di quest’ultimo in una stazione della metropolitana: la sua “colpa” è aver mandato un messaggio di testo ad un conoscente non kirghiso. La ragazza viene trascinata nel suo stesso appartamento, dove il padrone di casa kirghiso e altri suoi amici si uniscono al gruppo con calci, pugni e strangolamenti. Spente le luci della ribalta, a video finito, uno degli aggressori la stupra.

L’ultimo video di questo tenore è apparso il 16 dicembre u.s., sul sito web in lingua russa Bilayv ed è stato subito ripostato su YouTube. Filmato dagli aggressori stessi, mostra un giovane donna (che identifica se stessa come Ainagul) in una stazione ferroviaria in apparenza spopolata mentre tenta di ripararsi dai calci che due uomini – coraggiosamente non ripresi – le tirano alla schiena, allo stomaco e al petto. Bestemmiando e insultando, gli uomini la accusano di avere rapporti sessuali con uomini non kirghisi, in special modo con uzbechi e tagiki.

Ainagul

Erano sullo stesso treno, capite, e l’hanno vista parlare con un uomo di un’altra etnia. La accusano di averli deliberatamente ignorati per flirtare con lo straniero. Le urlano che non rispetta gli uomini kirghisi e che se la vedono ancora assieme ad uno di quelli la uccideranno. La giovane donna, terrorizzata, ripete di essere innocente, ma alla fine del video giura che farà quel che le chiedono e che non parlerà mai più ad un forestiero.

In molti dei video, i picchiatori-stupratori si identificano come “patrioti” e dichiarano di star “preservando l’onore” delle donne che riducono a brandelli. Le migranti kirghise in Russia sono circa 240.000, ovviamente non sempre “in regola” con protocolli e leggi sull’immigrazione, e in maggioranza si tratta di donne espatriate da sole per lavorare e da cui dipendono economicamente le famiglie di provenienza. Si tratta quindi di un gruppo la cui vulnerabilità è alta e che finisce per essere il bersaglio più facile per i vigliacchi in gruppo.

video Anja 2013

Gli appelli alle autorità russe perchè intervengano stanno cadendo nel vuoto. In fondo chi se ne frega: sono “straniere”, sono al livello più basso di rispettabilità, di integrazione, di accettazione sociale, di sicurezza sul lavoro, e hanno pure la sfacciataggine di essere femmine. Maria G. Di Rienzo

Fonti: Global News, Safeworld for Women, RFE/RL, YouTube)

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