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Posts Tagged ‘punk’

Se oggi avete quindici minuti di tempo vi suggerirei di dare un’occhiata al documentario che si trova qui:

https://vimeo.com/221782946

Si chiama “We’re Here, We’re Present: Women in Punk” e segue il recente tour di Alice Bag e del trio garage punk Leggy (Veronique Allaer – chitarra e voce, Kerstin Bladh – basso e voce, Chris Campbell – batteria). E’ diretto da Amanda Siberling e ha i sottotitoli in inglese, per cui anche chi non è troppo sicuro in materia dovrebbe riuscire a capire qualcosa.

alice

Alice – in immagine qui sopra – fondatrice della band Bags nella seconda metà degli anni ’70, nata nel 1958 come Alicia Armendariz, è innanzitutto ancora una musicista punk (alla sua età alle donne si consiglia di sparire dal palcoscenico): ma è anche una scrittrice, un’insegnante elementare bilingue, un’attivista femminista, una sopravvissuta alla violenza domestica, una donna latino-americana. Ha fatto irruzione nella scena punk di Los Angeles, all’epoca composta in maggioranza da maschi bianchi, traducendo ogni propria caratteristica e ogni propria differenza in un manifesto politico.

In questo mese Gabrielle Diekhoff ha realizzato un’intervista con la creatrice del documentario per Bust Magazine, in cui Amanda Siberling dice che pur conoscendo Alice Bag come “leggenda” del punk “Arrivare a conoscerla a un livello più personale è stato straordinario. Quando è sul palco, sono travolta dalla sua bravura, ma quando scende da là è impegnata ad assicurarsi che tutti stiano bene e siano a proprio agio. Penso che in qualche modo si ritragga quando qualcuno la definisce una leggenda, ma c’è definitivamente qualcosa di leggendario in una persona che passa più di trent’anni della sua vita a creare cambiamenti significativi tramite la sua musica, la sua scrittura e il suo attivismo.”

Maria G. Di Rienzo

leggy

(Leggy)

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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Dillo!

“Papà, papà, se sono stata stuprata vorresti sapere dove stavo passeggiando?

Vorresti sapere cosa avevo addosso?

Vorresti sapere chi era lui?

E’ differente se avevo trent’anni o dodici? O se avevo bevuto un bicchiere?

Se la vittima è tua figlia, a chi dare la colpa si complica?

Noi non taceremo più!

Parla, fai sentire la tua voce.

Chi è contrario annegherà in un mare di verità e la nostra guarigione coprirà la Terra.

Dillo! Dillo! Sono stata stuprata.”

war-on-women

Questo è il testo di “Say it” – “Dillo”, una canzone del gruppo punk hardcore “War on Women” – “Guerra contro le donne”. Il nome della band, spiega la cantante Shawna Potter, è stato scelto perché: “Non intendo girare intorno al fatto che una guerra contro le donne esiste. Non lo sto implicando o suggerendo, lo sto affermando.” Shawna è la principale autrice dei testi nei quali, si basino essi su esperienze sue o altrui, cerca di descrivere “la realtà dei modi in cui le persone sono colpite dalla violenza di genere”. E così scrive di diritto all’interruzione di gravidanza, di accesso alla contraccezione, del sopravvivere alla violenza sessuale, del femminicidio epidemico a Juárez in Messico, di diseguaglianze di genere: “Come? Il divario nei salari (fra donne e uomini, nda.) non è abbastanza grande per farci passare il tuo ego?”, dice uno dei suoi pezzi.

Il gruppo è misto (vi suonano donne e uomini che hanno alle spalle carriere soliste e non), è stato fondato nel 2010 e l’anno successivo è uscito l’EP del loro debutto “Improvised Weapons”, a cui è seguito l’album che porta il loro stesso nome. Le loro canzoni attaccano le attitudini sessiste e il patriarcato istituzionalizzato con umorismo, intelligenza, onestà e potenti riff di chitarra.

Sulla scena tipica del loro genere musicale, dominata da gruppi maschili sin dal suo formarsi negli anni ’80, spiccano non solo per la loro formazione e la loro dichiarata missione “Stiamo portando il nostro messaggio femminista attraverso il pianeta”, ma anche per l’attitudine con cui creano le loro performance assieme al pubblico: al microfono, Shawna chiama le donne e ogni persona LGBTI a farsi avanti, a stare sotto il palco e accanto alla band.

war on women concerto.jpg

“Stanotte è la vostra notte. – grida – Prendete spazio e voi altri uomini fate spazio, allargatevi, voglio che femmine e queer prendano spazio sapendo che stiamo facendo questo insieme, cooperando.” Se avete mai partecipato come spettatori a un concerto hardcore saprete che di solito sotto il palco c’è un simpatico scatenamento di entusiasti (“pogo”) di sesso maschile: se le donne e le ragazze ballano lo fanno in seconda fila e spesso si limitano a battere un piede a ritmo mentre reggono le borse e altri oggetti personali dei loro amici in prima fila. I “War on Women” desiderano che ci scateniamo tutti insieme, consapevoli che per farlo bisogna dare spazio gli uni agli altri.

Maria G. Di Rienzo

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Harsh Crowd

Ci sono molti modi per iniziare bene una giornata: che ne direste di farlo con una punk band di femministe dichiarate (nelle interviste lo attestano con urla di gioia) quattordicenni?

harsh-crowd

Eccole qui, sono le “Harsh Crowd”: Willow, Lena, Dea e Rihana.

Suonano insieme dal 2013 e cioè da quando di anni ne avevano 11, sono già state sul palco con nomi del calibro di Kathleen Hanna (Bikini Kill), Marky Ramone (The Ramones) figura nel loro video musicale “Four Walls”… in più, la arcinota femminista Gloria Steinem è una loro fan.

Non vogliono essere classificate come una girl band – lo capisco, visto cosa offre il mercato al proposito – e dicono di voler proiettare “l’immagine che donne e giovani sotto i 18 o i 21 anni possono fare le stesse cose che ogni adulto o maschio può fare”.

Il 4 novembre scorso è uscito il loro nuovo EP che si intitola “Better” – “Meglio”, con cinque brani ribelli e vibranti. Qui sotto ci sono i link a due canzoni precedenti. Good morning!

Maria G. Di Rienzo

Don’t ask me

https://www.youtube.com/watch?v=4c1lN0u82Fo

Four walls

https://www.youtube.com/watch?v=ReVXA3VJkrw

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Cattiva reputazione

JOAN JETT AND THE BLACKHEARTS – “Bad Reputation” (trad. M.G. Di Rienzo – perché un po’ di revival ogni tanto fa bene…)

joan-jett

Non me ne frega niente della mia reputazione

Voi vivete nel passato, è una generazione nuova

Una ragazza può fare quel che vuole ed è ciò che io farò

E non me frega niente della mia reputazione

Oh no, non io

E non me ne frega niente della mia reputazione

Non ho mai detto che volevo migliorare il mio status sociale

E quando mi diverto sto solo facendo bene

E non devo compiacere nessuno

E non me frega niente della mia reputazione

Oh no, non io, oh no, non io

Non me ne frega niente della mia reputazione

Non ho mai avuto paura di nessuna deviazione

E non me ne importa proprio se pensate che io sia strana

Non intendo cambiare

E non me fregherà mai niente della mia cattiva reputazione

Oh no, non io, oh no, non io

Pedalate, ragazzi!

E non me frega niente della mia reputazione

Il mondo è nei guai, non c’è comunicazione

E tutti possono dire quel che vogliono

in ogni caso non migliora mai

Perciò, perché dovrei preoccuparmi di una cattiva reputazione ad ogni modo?

Oh no, non io, oh no, non io

Non me frega niente della mia cattiva reputazione

Voi vivete nel passato, è una generazione nuova

E io mi sento bene solo quando non provo dolore

e così intendo restare

E non me ne frega niente della mia cattiva reputazione

Oh no, non io, oh no, non io

Non io, non io

https://www.youtube.com/watch?v=YB-xCM2WZ-o

(nel video si vede la band rifiutata da mezza dozzina di case discografiche, sino a che crea la propria etichetta e raggiunge i primi posti nelle classifiche di vendita)

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las hijas

Tramite l’arte, la musica punk e i video, noi cerchiamo di affrontare la violenza sciovinista socialmente legittimata. Noi siamo “Le figlie della violenza”, ci portiamo dietro anni di cammino attraverso spazi pubblici ostili che non hanno posto per il corpo di una donna come corpo che circola, ma solo come una fonte di godimento e voluttà per altri.”

Il gruppo femminista messicano che così attesta è composto dalle giovani Ana Karen, Ana Beatriz, Elisa Gutiérrez,Verónica Bravo, Betzabeth Torres e Patricia Rodríguez, che hanno deciso di rispondere alle molestie in strada sparando simbolicamente coriandoli contro i loro aggressori e cantando una loro canzone composta al proposito, “Sexista Punk”:

Quello che mi hai fatto / si chiama molestia. / Se tu mi fai questo / così io rispondo. / Tu non hai il diritto e quel che fai è tipico di un balordo.

Io immagino il giorno quando potrò camminare / senza dovermi preoccupare, senza dover nascondere il mio corpo. / Sessista, sciovinista, cos’è che vuoi? / Dimostrare la tua mascolinità? Ma va’ a farti fottere!

(Queste sono solo due strofe, il testo è più lungo.)

Fare ciò, spiegano le giovani artiste, permette a una donna che subisce molestie di “rispondere in modo divertente, così che la sensazione di violenza che ha appena attraversato non resti in lei, così che possa andare per la sua strada sapendo di poter ancora avere una giornata stupenda”. Un’altra delle loro motivazioni è che sono arcistufe dello scenario in cui è di solito discussa la violenza sessuale e che dipinge le donne come fragili e deboli vittime predestinate, creature in panico senz’altra possibilità che non sia quella di arrendersi al loro aggressore.

Quindi, quando “Le figlie della violenza” camminano per strada, il primo giovanotto che le apostrofa o le tocca sarà inseguito, colpito da una scarica di coriandoli e informato che le sue azioni si chiamano molestie sessuali. Le giovani invitano inoltre ogni donna a unirsi a loro, perché essere – come in qualche modo tutte purtroppo siamo – “figlie della violenza” non significa accettarla o adattarsi a essa. Maria G. Di Rienzo

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Black Sistah

big joanie

La band si è formata nel luglio scorso, per cui le “Big Joanie” – che si definiscono Black Sistah feminist punk band – sono in un certo senso nuove, ma non lo sono esattamente per la scena punk londinese, che bazzicavano già da un pezzo.

“Ma c’erano sempre limiti. – spiega Stephanie Phillips, voce e chitarra – Andavo a tutti questi differenti eventi e non importava chi ci fosse sul palco o persino se io facevo parte della band, mi sentivo sempre non bene accetta. Non che mi tirassero pietre o cose del genere, ma era come se ogni altra persona appartenesse alla scena e io no.”

In vista di un raduno di gruppi punk “debuttanti”, lo scorso anno, Stephanie fa un tentativo sulla sua pagina Facebook: “C’è qualcuno che voglia mettere in piedi un gruppo punk di neri?” Le risponde immediatamente Chardine Taylor-Stone (percussioni e voce): “Voglio suonare la batteria!” E in un successivo messaggio privato dettaglia a Stephanie come vuol suonarla, che musica pensa di fare eccetera. Le due si imbattono poco dopo in Kiera Coward-Deyell (basso e voce) sempre tramite FB, sulla pagina del loro gruppo universitario, e nel luglio 2014 la band è nata. Prima che l’anno finisca, rilasciano due EP, “Lounge Sessions” e “Sistah Punk”.

sistah punk

Ispirazioni? X-Ray Spex, PJ Harvey, Nirvana, The Ronettes, Jesus and Mary Chain, Darlene Love, Tina Turner. Sound? Ancora “in divenire”, ma sicuramente energico e appassionato.

“Abbiamo avuto un sacco di risposte positive, soprattutto perché siamo molto chiare su quel che siamo e su quel che intendiamo fare. – dice ancora Stephanie – Una punk band di femministe nere: mostrarsi per tali significa maneggiare una quantità di elementi che nella scena non sono davvero rappresentati. Il nome? Lo avevo tirato fuori ancora prima della fondazione del gruppo. Non c’è una ragione particolare per “Big Joanie” (Grossa Gianna), è solo che mi suona bene – il nome della mia mamma è Joan (Giovanna). Evoca una donna forte.” Maria G. Di Rienzo

Avviso: la musica punk può causare creatività e individualità

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