Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘bambini’

(“What I learned from my mother”, di Titilope Akosa, maggio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Titilope è un’avvocata e ricercatrice nigeriana, attivista per i diritti umani delle donne, direttrice del “Centre for 21st Issues”. E’ un’esperta dell’intersezione fra genere e cambiamenti climatici, coordinatrice della rete GECAN – Gender, Environment and Climate Action Network per il suo paese.)

Mi ero sempre chiesta perché mia madre si fosse separata da mio padre. Le ci sono voluti anni per dirmi la ragione che l’aveva costretta ad andarsene: mio padre non si curava di lei, ne’ le mostrava affetto quando era incinta. Mia madre aveva avuto tre aborti spontanei prima di mettere al mondo me ed in quelle occasioni mio padre non era presente per darle l’amore, la cura e il sostegno di cui lei aveva bisogno per andare oltre il trauma. Invece, si lamentava per i soldi che aveva dovuto spendere all’ospedale. Mia madre disse che il punto di rottura fu la mia nascita: le complicazioni relative al parto le costarono quasi la vita. Mio padre, invece di concentrarsi su come i medici potevano aiutarla, era indaffarato a mettere in questione la sua paternità: perché io ero di pelle “molto scura”, mentre lui era più chiaro.

La storia di mia madre fu un incubo per me. Continuavo a chiedermi perché mio padre aveva mostrato tale grossolana irresponsabilità nel momento in cui mia madre aveva maggior necessità di lui. Finii per pensare che mio padre era l’uomo più malvagio della terra: sino a che mia madre non tentò di avere un altro marito. Era un uomo molto gentile. Fu gentile sino a che mia madre non restò incinta. Fu l’ultima volta che lo vedemmo. Come se non bastasse, mia madre ci provò una terza volta, ad avere un marito. Ed anche questo sparì non appena fu chiaro che lei aspettava un bambino. La mamma ci ha allevati da sola.

Gli uomini nella sua vita rappresentano quella categoria di maschi che non danno valore alle donne e alla maternità, neppure come ruolo sociale, ma non rappresentano tutti gli uomini. Io ho avuto il privilegio di lavorare con molti alleati di sesso maschile che danno valore alle donne e si curano di loro. Hanno amore nei loro cuori e sono in grado di capire fatiche e dolori di cui le donne fanno esperienza durante gravidanza e parto. In tutta la Nigeria, il lavoro dei nostri alleati maschi sta facendo una differenza, per le donne. Negli stati di Kano e Kaduna, i membri del sindacato nazionale degli autotrasportatori forniscono trasporto d’emergenza alle donne in travaglio verso ospedali e cliniche. Questo progetto ha contribuito a salvare le vite di donne che altrimenti sarebbero morte a causa di complicazioni legate alla gravidanza. Gli uomini coinvolti testimoniano di apprezzare e riconoscere sempre di più l’importanza di chi mette al mondo i bambini, le donne, e del loro ruolo di sostegno ad esse. Credo che non tratteranno le loro mogli incinte allo stesso modo in cui gli uomini nella vita di mia madre hanno trattato lei.

L’attiva partecipazione degli uomini nella cura di mogli, fidanzate, amiche incinte è la chiave per trovare soluzioni al problema della mortalità materna in Nigeria. Gli uomini possono e devono fare la loro parte nel rispondere a questa sfida. Molto spesso, la mancanza di attenzione e di cure verso le donne con cui sono in relazione rende la gravidanza un’avventura traumatica e rischiosa per le donne, e non importa quanto bene equipaggiamo i nostri ospedali se la cura e l’amore mancano.

Io celebro mia madre per la sua resistenza e per il suo coraggio, e celebro tutte le donne che stanno faticando per portare al mondo la nuova generazione. Inoltre, celebro gli uomini che stanno al loro fianco per mettere fine alle deplorevoli condizioni che le donne incinte sono costrette ad affrontare.

Read Full Post »

Le tue piccole mani, i tuoi piedini… Ancora ricordo quando hai cominciato ad esistere come parte di me. Ero molto più giovane, allora. Le notti insonni, ricordo, quando tu avevi bisogno di essere nutrita ed io, affaticata e stanca com’ero, mi alzavo barcollando dal letto. Ma quando guardavi profondamente nei miei occhi e scambiavi un sorriso con me, tutti i sacrifici svanivano.

Gli anni sono passati, tu sei cresciuta e cresciuta, essendo sempre una ragione per esistere. La tua intelligenza sveglia e il tuo essere amabile erano tutto quel che vedevo. Il legame di una madre con il proprio bimbo, femmina o maschio, è difficile da capire per chi non ha mai percorso quella strada. Ma per quel che mi riguarda, figlia mia, sono assolutamente sicura che non cambierei una virgola del nostro passato. Tu sei la mia vita. Ruth Kuttler

baby girl

(Il primo Giorno della Madre fu proclamato nel 1870 da Julia Ward Howe: era un appello alle donne nell’ambito di una richiesta appassionata di disarmo e di pace. Quest’anno cade domenica 12 maggio. Più di 100.000 donne muoiono ogni anno per complicazioni legate alla gravidanza e al parto che sarebbero prevenibili; l’accesso alla contraccezione viene impedito ad oltre 200 milioni di donne al mondo che continuano a chiederlo; la stima di quelle che annualmente muoiono a causa di aborti clandestini nei paesi dove l’interruzione di gravidanza è proibita è difficile da fare: la cifra si aggirerebbe fra le 40.000 e le 50.000. Nonostante coltivino l’assoluta maggioranza del cibo in tutto il mondo, le donne – e quindi le madri – sono pure la maggioranza delle persone cronicamente affamate: più del 60%. Verrebbe da dire, con triste ironia, che la “festa alla mamma” la si fa 365 giorni l’anno… Maria G. Di Rienzo)

Read Full Post »

(tratto da: “Cursed baby”, un più ampio articolo di Rabia A. per Afghan Women’s Writing Project, 19.4.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

culla

E’ una bambina.”, disse il medico e l’orrore corse attraverso il corpo della madre. Sul suo volto vi era profondo dolore, come se il mondo fosse finito. Cominciò a singhiozzare. “Di nuovo una femmina. Come potrò affrontare mio marito e la sua famiglia e la società?” Odiava la sua bambina. I suoi occhi erano pieni di lacrime, lacrime di tristezza e rimpianto. La bimba portava con sé sfortuna e tragedia.

La piccola giaceva là come un angioletto, come un picco innevato, soffice come la seta, gli occhi chiusi. A differenza degli altri neonati non stava piangendo o chiedendo di essere nutrita. Era silenziosa e calma come se già sapesse cosa la vita aveva in serbo per lei. Sembrava essere conscia delle numerose sfide che avrebbero attraversato la sua esistenza come fosse uscita dalle porte dell’ospedale.

Era speciale, ma in modo diverso. Avvolta nel lenzuolino, tutto quel che vedevo di lei era la minuscola faccia pallida e le labbra bianche e sottili. Il suo silenzio urlava che non voleva vivere, che si era arresa, che non voleva lottare. Voleva tornare da dove era venuta, perché le sue piccole spalle e le sue piccole mani non avevano proprio la forza di sostenere il peso dell’essere nata femmina.

A giacere accanto a lei c’era mio nipote. Lui mi sembrava del tutto fiducioso, perché era un maschio, e un maschio ha valore nella società afgana. Sapeva già di essere voluto e che c’era bisogno di lui. Potevi già quasi vedere l’arroganza nei suoi occhi mentre si guardava attorno a palpebre semi aperte. Entrambi i bambini non erano al mondo che da pochi minuti, ma la cultura aveva già creato un muro di divisione fra loro. La femminuccia era stata marchiata come un fardello e come immondizia.

Andai accanto alla madre e le chiesi perché era così triste quando avrebbe dovuto essere felice di avere una figlia e lei replicò: “Non posso avere un’altra femmina, ne ho già quattro e mio marito mi ha avvisata, mentre mi portava all’ospedale, che se mettevo al mondo un’altra bambina mi avrebbe buttata fuori di casa assieme alle altre mie figlie.” Io dissi: “Ma è una creatura così dolce e innocente. Guarda, non piange neppure.” “Sì, perché sa che non importerà a nessuno che lei pianga.”

Rimasi là annichilita e impotente. Volevo prendere la bambina e portarla via, condividere la sua sofferenza e dirle che la società in cui stava per entrare è piena di bestie e di mostri che non perderanno occasione per abusare di lei e torturarla e violare i suoi diritti. Volevo dirle che per quanto brutto questo mondo sia lei doveva resistere e non mollare mai, asciugarsi le lacrime e consolare la sua anima da sé. Perché in questa società lei dovrà lottare per la sua dignità, per avere rispetto e istruzione e persino un lavoro decente.

Il dottore entrò nella stanza e disse alla madre: “Jamila, ora puoi andare. Tuo marito ti aspetta fuori.” Jamila cominciò a muoversi come la perdente su un campo di battaglia. La sua testa era bassa. Nessuno venne incontro a lei e alla bambina. Pareva che mettere al mondo figli fosse solo un’altra delle faccende quotidiane di Jamila. Prese la propria borsa come niente fosse, avvolse la bimba in una coperta e disse addio.

Mia madre ed io passammo l’intera notte all’ospedale. Il dottore tornò, diede un’occhiata a mio nipote e disse che era una creatura fortunata perché era nato maschio, ma che l’altra creatura, la bambina, era più sfortunata che mai: non solo era una femmina indesiderata, ma era anche disabile. L’ultima frase mi colpì come un pugno in faccia. Chiesi cosa c’era che non andava con la piccola, e il dottore mi rispose che la sua mano destra era paralizzata, ma non lo aveva detto alla madre.

La vita si è messa d’impegno nel prendere in giro quella bambina. Davanti agli occhi avevo il suo intero futuro: figlia non voluta e disabile sarebbe morta durante la prima infanzia di malattia o perché nessuno si sarebbe curato di lei, e quand’anche ce l’avesse fatta a vivere qualche anno sarebbe finita seduta per strada o a bussare alle porte mendicando il cibo in questa società estremista e fondamentalista. E un giorno, nel bel mezzo di una folla in cui ci si spintona, in cui uomini intatti e interi ce la fanno a stento, lei sarebbe stata semplicemente calpestata a morte. E tutto questo perché? Be’, perché è nata femmina!

Io sono nata sana e sono stata cresciuta in una famiglia dalla mente aperta, dove tutti mi hanno amata e sostenuta. Ma la maggior parte delle bambine sono private dei loro diritti e in migliaia sono disabili a causa di anni e anni di guerra, e io credo di capire cosa significa essere indesiderata o disabile. Non è così difficile mettermi al posto loro. Perciò, quando vidi quella piccolina in ospedale diventai lei per un attimo e vidi quante sofferenze la aspettavano.

Nella società afgana le donne sono accusate di essere donne, anche se non è stato chiesto loro cosa volessero essere, anche se non hanno nessuna influenza nella scelta del loro sesso. A volte la gente mi dice che io sono come un figlio maschio per mio padre. Non riesco a prenderlo come un complimento, perché io sono fiera di essere donna. Dio ci ha creato tutti uguali. Il Corano dice che c’è uno scopo nell’esistenza di ogni individuo. Questo mi dà fiducia e mi dice che le donne sono parte cruciale di una società. Non siamo state create inutili e per quanto sia difficile dobbiamo lottare e dimostrare a questa società dominata dagli uomini quale gran parte giochiamo nel futuro del nostro paese.

Se mai avrò una figlia, anche se fosse disabile, le dirò: “Prima di ogni altra cosa, tu sei un essere umano. Essere nata femmina ti rende ancora più speciale e devi essere sempre orgogliosa di quel che sei.”

(Comunicazione di servizio: se vedete annunci pubblicitari su questo sito – io noto che qualcuno segue dei link non postati da me, ma non sono in grado di vedere gli annunci – sappiate che è WordPress a metterli e che purtroppo io non ho modo di controllarli.)

Read Full Post »

(“Kenya: A Cruel Cut in the Name of Tradition”, di Gladys Kiranto per World Pulse, 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Gladys Kiranto

Il terrore di quel che doveva accadere mi aveva sopraffatto. Non potevo più fuggire e sapevo che per risparmiare a mia madre i pestaggi e forse la morte dovevo sottomettermi alla volontà di mio padre. Dovevo essere “circoncisa” e non potevo fare nulla per evitarlo. All’epoca non sapevo nulla del rischio di sanguinare a morte, della trasmissione di malattie infettive, del danno permanente inflitto alla vita di una ragazza: tutte cose che derivano dalle mutilazioni genitali femminili (MGF).

Avevo solo 12 anni quando mio padre mi tolse da scuola e mi disse che era venuto il momento di essere circoncisa. Chiesi aiuto a mia madre. Lei rispose che come donna non poteva contrastare quel che mio padre voleva. “Tutto quel che puoi fare è fuggire.”, mi disse. Parlai con mia sorella Esther: “La mamma ha ragione.”, replicò, “Ti costringeranno.” Esther mi aiutò dandomi un po’ di denaro e una mattina presi l’autobus e andai da una sorella più anziana che viveva a Nairobi. Pensavo di averla scampata.

Ma mio padre cominciò a chiedere: “Dov’è Naingol’ai?” (Il mio nome Maasai) Mia madre negò di sapere dove io fossi e mio padre la minacciò e la picchiò. “Se Naingol’ai non ritorna entro una settimana, ti picchierò fino a che morirai.”, le disse. Mia madre era molto spaventata, e mi scrisse una lettera implorandomi di tornare. Io diventai molto ansiosa all’idea di perderla e feci ritorno a casa. La trovai in un angolo buio della capanna, ferma come una pietra. Pensai che fosse morta, pensai di essere arrivata troppo tardi.

Mio padre l’aveva picchiata così forte con il suo tradizionale bastone Maasai – la sua testa, le sue gambe, le sue mani… era ferita ovunque. I suoi occhi erano così gonfi che non riusciva a vedere. Io ero in uno stato di profonda angoscia. “Grazie per essere tornata.”, mi sussurrò mia madre, esausta e sofferente. Tre giorni dopo, le cerimonie per la circoncisione cominciarono.

Io vengo da una famiglia Maasai molto grande, perché mio padre ha sei mogli ed io sono una dei suoi 50 figli. C’erano trenta ragazze che dovevano essere circoncise. Sei di loro erano mie sorelle, le altre erano vicine di casa. Ci diedero degli abiti nuovi e la maggioranza delle ragazze era eccitata, ignorando completamente quel che stava per accadere. Alcune delle donne di maggiore età scherzavano, dicendo che se fossero state giovani di nuovo sarebbero scappate via. Nessuna disse perché.

Sebbene le mutilazioni genitali femminili siano illegali in Kenya dagli anni ’90, la polizia non impediva la pratica. Gli insegnanti non menzionavano le MGF e la ragione per cui erano proibite. Ci si aspettava che accadesse a tutte le ragazze nella nostra comunità. Secondo le credenze tradizionali, le mutilazioni trasformano una ragazza in una donna adatta al matrimonio. La pratica dovrebbe “purificare” la ragazza e garantire che sarà una moglie fedele.

La cerimonia iniziò con due giorni di canti e danze. Poi, il terzo giorno, alle 6 del mattino, fummo portate fuori. Erano presenti tutti i nostri familiari e vicini; i bimbi piccoli saltavano in giro giocando e ridendo. Le ragazze che dovevano essere circoncise giacevano su una pelle di mucca, due o tre ciascuna. Arrivò una donna con un coltello e ci tagliò. La procedura prese un minuto a ragazza. Senza anestetico, senza che la lama fosse pulita o disinfettata. Piangere durante questa cerimonia sarebbe stato vergognoso, per cui nessuna gridò. Inizialmente la sofferenza sembrava di breve durata: il dolore che arrivò in seguito fu terribile.

Fummo spostate in una grande casa e altre donne si presero cura di noi, usualmente sorelle maggiori. Eravamo troppo deboli per camminare da sole o per andare in bagno senza aiuto. Per una settimana intera non vi furono che lacrime e dolore. Nulla alleviava la sofferenza. Le ragazze gridavano notte e giorno, incapaci di mangiare o di dormire. Io persi molto sangue. Fu un sollievo quando persi conoscenza.

Io sono stata abbastanza fortunata da sopravvivere. Molte ragazze muoiono di emorragia dopo essere state mutilate. Altre muoiono dalle infezioni relative alla procedura. L’Hiv/Aids si diffonde sovente tramite le mutilazioni. In più, le MGF aumentano il rischio di complicazioni durante il parto e la mortalità infantile, perché il tessuto cicatriziale rallenta il travaglio. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, circa 92 milioni di bambine africane, decenni o poco più, sono state mutilate.

La mia storia non finisce con la cerimonia. E’ costume sposarsi subito dopo il taglio. Io dovevo sposarmi il mese successivo. Una mattina, un uomo di circa 60 anni, che aveva già cinque mogli, venne a casa mia. Io chiesi a mia madre: “Quello chi è?” Lei rispose: “E’ l’uomo che vuole sposarti. Ha portato cibo, bevande e coperte e sta parlando ora con tuo padre.” Io ero furibonda: “Non voglio assolutamente sposare questo sconosciuto!”

Tre settimane più tardi, l’uomo tornò. Fu stabilita la data del matrimonio e l’ammontare della dote. Sapevo che dovevo fuggire di nuovo, questa volta in modo permanente. All’alba cominciai il mio viaggio vero la Riserva Maasai Mara Game. Sapevo che là si poteva trovare lavoro e forse qualcuno mi avrebbe aiutata. Camminai l’intero giorno, sino al tramonto. All’arrivo incontrai un uomo del mio distretto che era disponibile a darmi una mano e mi fu dato un lavoro. Di nuovo, fui fortunata.

Nel frattempo, a casa, mia madre non aspettò che mio padre ricominciasse a pestarla come mezzo per farmi tornare. Prese con sé il mio fratellino più piccolo (fortunatamente tutti gli altri erano abbastanza grandi e avevano già lasciato la casa) e scappò dai suoi genitori. Suo fratello maggiore parlò a mio padre e calmò la situazione. Infine, mio padre promise che non avrebbe più bastonato mia madre: tuttavia, disse che io non ero più sua figlia e che non voleva rivedermi. Ero stata “espulsa”. Non vidi mio padre per sette anni. Durante quel periodo ci furono cambiamenti in meglio. I miei fratelli rifiutarono di mutilare le loro figlie, nonostante le pressioni di mio padre. Alla fine, persino lui si persuase e cambiò idea. Quando ci incontrammo dopo tutti quegli anni mi disse: “Vieni a casa Naing’olai. Sei la benvenuta.” Mi rispettava perché avevo mantenuto la mia posizione.

Nel 2009 fondai un’organizzazione, “Tareto Maa”, basata sulla mia visione personale e sulla determinazione di mettere fine a questa pratica barbarica a cui ero stata sottoposta anch’io. Volevo offrire protezione alle bambine e alle ragazze che non avevano alcun luogo dove andare per chiedere aiuto. Parlai con moltissime persone nella mia comunità che concordavano nel sostenere l’obiettivo di proteggere le ragazze dalle circoncisioni e dai matrimoni in età infantile. All’inizio, ci furono sette ragazze a chiedere rifugio. Entro 18 mesi erano ventisette, tutte ospitate in case private. Presto non ci furono più spazi per le ragazze che venivano a chiedere protezione e dovemmo mandare indietro le nuove. Non dimenticherò mai le loro lacrime e la loro disperata domanda: “Perché hai aiutato altre bambine, ma non puoi aiutare me?”

Entro l’ottobre 2010, avevamo raccolto abbastanza fondi per un rifugio, che aprimmo nel gennaio dell’anno successivo. Attualmente, abbiamo con noi 96 ragazze. Le nostre campagne all’interno delle comunità locali hanno pure avuto successo. Numerose famiglie stanno cominciando a ripensare le pratiche delle mutilazioni e dei matrimoni precoci. Ma la lotta non è certo terminata. Troppe ragazze sono ancora a rischio e c’è molta strada da fare.

Io voglio offrire alle ragazze la protezione di cui io e tante altre come me avevamo bisogno nella nostra infanzia. Credo ci possa essere un rito di passaggio alternativo, per una ragazza che diventa donna, una pratica in cui lei è di beneficio alla sua famiglia essendo in salute ed istruita. “Tareto Maa” lavora per trasformare in realtà questo sogno.

Read Full Post »

(tratto da: “An Interview With Our 2013 Voices of Courage Honoree Atim Caroline Ogwang”, un più ampio servizio di Emily Shrair, per Women’s Refugee Commission – http://www.womensrefugeecommission.org/ – aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nata in quello che è ora il Sudan del Sud, Atim Caroline Ogwang ha perso l’udito quando aveva cinque anni: degli esplosivi abbandonati dai ribelli del Lord’s Resistance Army detonarono mentre lei stava raccogliendo frutta. Attualmente è la responsabile su diritti umani, genere e linguaggio dei segni per un’organizzazione chiamata Southern Sudan Deaf Development Concern (SSDDC), di cui è co-fondatrice.

Atim Caroline

Dove sei nata? Parlaci della tua famiglia.

Subito dopo la mia nascita nel Sudan del Sud, la mia divenne una famiglia di rifugiati in Uganda. Ci sono otto figli nella mia famiglia, tre ragazze e cinque ragazzi. Io sono la numero sette. Ho perso entrambi i genitori a causa della guerra quando avevo 10 anni. Di me si sono occupate le mie sorelle e i miei fratelli adolescenti, mentre tentavamo di sopravvivere in condizioni molto dure.

Com’è stata la tua infanzia?

Proprio come altri normalizzano la povertà, gli abusi dei diritti umani, l’abbandono e l’oppressione, tutto mi sembrava normale. I rapimenti nel campo profughi erano normali. Perdere membri della famiglia era normale. Dormire per terra era normale. Alzarsi affamati e vedere se i tuoi vicini potevano darti qualcosa da mangiare era normale. Non sapevo nemmeno di provenire dal Sudan del Sud sino a quando andai alle elementari, e là ci divisero fra rifugiati sudanesi e rifugiati interni ugandesi.

Come sei diventata sorda? Sei stata trattata in modo diverso dagli altri, mentre crescevi?

Quando avevo cinque anni, andai con altri bambini a cercare frutti selvatici: la fame e il non aver nulla da fare spingono i bambini a qualsiasi impresa per trovare del cibo. Sono sopravvissuta ad un’esplosione di munizioni abbandonate dal Lord’s Resistance Army sotto un albero di mango. Non sono stata ferita in modo più serio, ma il trauma è durato per settimane durante le quali non riuscivo a parlare, a sentire. Provavo dolore alle orecchie che sanguinavano, ma niente è stato fatto per salvarmi l’udito, nessuna medicazione. La cosa ritardò di due anni la mia istruzione, sino a che una chiesa mi aiutò a frequentare una scuola per non udenti. Sfortunatamente, tutti gli altri pensavano che istruire una sorda era una perdita di tempo e risorse.

Quali sono i problemi che le donne e le ragazze non udenti o con altre disabilità devono affrontare nel Sudan del Sud?

Ve ne sono molti, inclusi la mancanza di informazioni e di istruzione, nessun servizio di interpretazione del linguaggio dei segni e l’abbandono da parte dei genitori. Numerose ragazze disabili restano incinte da nubili. La maggior parte delle donne e delle ragazze sorde non hanno finito le scuole medie. Più dell’80% fanno pulizie negli uffici o nelle case o le lavandaie.

Perché hai fondato l’SSDDC? Parlaci della tua organizzazione.

Abbiamo fondato l’SSDDC perché non eravamo soddisfatti dell’Associazione Nazionale Non Udenti Sudanese: non hanno neppure mai sviluppato il linguaggio dei segni per i sordi del Sudan del Sud. La nostra organizzazione non governativa fornisce training sul linguaggio dei segni, alfabetizzazione per gli adulti non udenti, addestramento professionale, campagne per il diritto all’istruzione, accesso alle informazioni e collegamento con il governo. Cerchiamo anche di aiutare i rifugiati in altri paese a ritrovare i loro familiari. Coordiniamo queste attività con la “Commissione per i disabili di guerra, le vedove e gli orfani” e con il Ministero per il genere, i bambini e il benessere sociale.

Il tuo lavoro è basato sui diritti umani e concentrato sull’inclusione. Perché questo è importante per le donne e le bambine disabili?

E’ importante includere le donne e le ragazze e le bambine con disabilità, perché persino nelle azioni affermative c’è la tendenza a dimenticarsi delle loro necessità. Non possono competere nel normale mercato del lavoro e ciò causa discriminazioni. I più poveri fra i poveri sono le donne disabili. Le meno istruite sono le donne disabili. Quando le ragazze ottengono borse di studio quelle disabili non sono neppure considerate. Il sostegno alle donne affinché diventino autosufficienti esiste, ma i programmi non considerano le donne con disabilità. Bisogna correggere questo.

Che consiglio daresti alle donne e alle ragazze che sono sorde o hanno altre disabilità?

Il mio consiglio è di lottare per i propri diritti. Anche se non dovessimo aver successo per noi stesse, dobbiamo lottare per la generazione che verrà dopo di noi. Dobbiamo gettare le fondamenta, così che le donne e le ragazze siano viste in primo luogo come esseri umani e in secondo luogo come persone disabili. Prendete ogni opportunità di ottenere dell’istruzione. Aiutate i nostri leader politici a capire che siamo interessate all’istruzione e incoraggiate le bambine ad andare a scuola. A nessuno piace essere discriminato.

Che ruolo pensi abbiano donne e bambine nel futuro del Sudan del Sud?

Sono centrali per il suo sviluppo. Devono essere messe in grado di avere impieghi, di portare avanti iniziative commerciali e di formare le loro famiglie. Le donne e le ragazze disabili dovrebbero poter insegnare alle persone “normali” e provvedere cura a chi ora si cura di loro.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Voglio diventare un’avvocata e usare la mia istruzione per promuovere i diritti umani delle persone disabili in tutto il continente africano. Voglio guidare tramite l’esempio, per mostrare ad altri che avere una disabilità non mette fine alla tua vita. Credo che diventerò la prima deputata non udente di un Parlamento africano.

Read Full Post »

(“I am a laughing woman”, di Fozia Yasin, giornalista indiana, per World Pulse, 16 aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Non alzare la voce. Le brave ragazze non parlano a voce alta.” Questa è la “saggezza solo per ragazze” prevalente nella mia parte di mondo. Nata ribelle, io chiedevo: “Cos’altro fanno le brave ragazze?” Soffrono in silenzio. S’imbronciano. E piangono, ma silenziosamente. Ne ho viste così tante attraversare l’inferno… Perciò, ho deciso di essere una cattiva ragazza. Le brave ragazze stanno a casa, ma le cattive ragazze vanno dappertutto!

ragazze

Sono diventata una cattiva ragazza non appena ho visto quel che accadeva ad una mia buona amica. Lei era anche mia prima cugina, e viveva con noi. Era la maggiore di tre sorelle e suo padre era solito biasimare mia zia per aver gettato su di lui la maledizione di così tante figlie. Per alleggerire il suo fardello, mio padre la portò a casa nostra.

Mio padre non era benestante lui stesso. Gestiva un piccolo commercio d’artigianato che fu duramente compromesso dal conflitto in Kashmir. Pure, nessun compromesso fu fatto sulla nostra istruzione. Andavamo a scuola insieme, leggevamo libri e condividevamo storielle buffe. Lei era solita ridere forte alle mie battute. “Le brave ragazze non ridono.”, ci dicevano allora, “Manda un brutto segnale all’esterno.” Perciò, dovevamo accontentarci di sogghignare. Noi due, brave ragazze.

Tutto cambiò 6 giorni prima del suo 15° compleanno. Suo padre venne a prenderla con l’annuncio di aver combinato il suo matrimonio. Ma come? E’ solo una bambina, deve dare gli esami a scuola fra poco e la persona a cui andrà sposa ha 21 anni più di lei… “Devo disfarmi di questo peso.”, tagliò corto suo padre, gettando via assieme alle critiche tutti i sogni di mia cugina. Lei non parlava. Io tentai di scherzare, lei sorrise appena e se ne andò.

Quindici anni dopo, la mia buona amica sembra 15 anni più vecchia di me. Suo marito voleva un figlio maschio e ne ha avuto uno dopo quattro figlie. Non è facile mantenere cinque bambini, per lui. E’ frustrato e violento. Ogni giorno mia cugina ha un prova fresca della violenza sul suo corpo. Lui batte anche le bambine. E lei trangugia tutto in silenzio.

Il giorno fatale in cui lei fu portata via, divenne il punto di svolta anche della mia vita. Da quel giorno cominciai a guardare la vita attraverso una lente diversa. La lente di una donna. Cosa fa di lei un “peso”? Perché è così silenziosa? Perché non alza la voce? Cosa sarebbe accaduto se lei avesse alzato la voce quel giorno? E perché le brave ragazze non possono ridere?

La vita andò avanti. Io finii il liceo e andai all’università. Scelsi di diventare una giornalista. Viaggiai e presi fotografie. Durante gli anni, ho incontrato così tante donne in cui ho rivisto la mia buona amica. Come lei, dicono di essere state piene di vita, un tempo, ma di non averle mai controllate, le proprie vite. Come lei, sono prive di voce. Io offro loro ascolto. Credetemi, è ciò di cui hanno più bisogno.

Hanno bisogno di sentirsi dire che non sono sole. Io ritengo mia responsabilità non solo dar loro voce, ma anche far sì che quelle voci siano alte tramite il megafono della mia penna. E’ necessario condividere le loro storie con il mondo intero.

Ma lo so che la battaglia contro il patriarcato sarà lunga. Perciò, non possiamo stare tutto il tempo con le facce tristi. Ora, cattiva ragazza quale sono, io rido. Rido davvero tanto. Perché il patriarcato non sopporta le donne che ridono. Una donna che ride è una donna libera. E’ una donna che non ha paura.

Read Full Post »

Quando finii le elementari, mio padre mi disse che non voleva altra istruzione, per me. Disse che nel mio futuro c’erano solo il matrimonio e i figli.”, racconta la pakistana Humaira Bachal, oggi 25enne. Ma Humaira e sua madre, di origine iraniana, avevano altre idee.

humaira

Per tre anni, la madre inventò scuse plausibili quando le si chiedeva direttamente dove fosse sua figlia tutto il giorno: Humaira frequentava le medie, in un’altra parte di Karachi, e suo padre – un autista di camion analfabeta – non ne aveva la più pallida idea. Lo scoprì pochi giorni prima che Humaira sostenesse gli esami per entrare alle superiori. “Picchiò mia madre e picchiò anche me.” Nonostante ciò, la madre di Humaira disse alla figlia di non preoccuparsi e di prepararsi per gli esami, mentre lei avrebbe calmato pian piano suo marito. Quando Humaira tornò a casa promossa, suo padre cedette.

Avevo 14 anni e cominciai ad aprire gli occhi.”, racconta ancora Humaira, “Mi guardai davvero intorno, nell’area di Moach Goth, e c’erano un mucchio di bambini per strada. Nessuno, maschio o femmina, andava a scuola.” Attualmente in Pakistan solo il 57% dei bambini sono iscritti alle elementari e meno della metà riescono a completarle. Humaira Bachal voleva cambiare tutto questo. Perciò aprì una piccola scuola privata nel suo quartiere: per reclutare i suoi allievi, e soprattutto le sue allieve, bussò ad una porta dopo l’altra per convincere i padri a mandare a scuola i loro figli e le loro figlie. La sua scuola, oggi, ha 22 insegnanti e 1.200 studenti. “L’istruzione è una necessità di base ed un fondamentale diritto umano per ogni persona.”, dice Humaira, “Io voglio che la mia comunità guardi all’istruzione in questo modo, e perciò continuerò a fare il mio lavoro sino al mio ultimo respiro.”

Di recente, la giornalista e documentarista (premio Oscar) Sharmeen Obaid Chinoy ha girato 6 brevi film che raccontano le storie di pakistani “straordinari”: Humaira Bachal è una di loro. Il documentario ha portato alle stelle la sua fama di attivista pro-istruzione il che, nel paese in cui si è sparato in testa a Malala per la medesima attitudine, può suscitare qualche preoccupazione.

E’ proprio il contrario.”, risponde Humaira, “Non sono più preoccupata di questo. Ora non ho paura. Perché non c’è solo una Malala o solo un’Humaira ad aver fatto sentire la propria voce per cambiare la situazione. Ci sono moltissime altre ragazze che stanno tentando di cambiare le cose. Anche se uccidono 100 Humaira non saranno in grado di fermarci.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Fra il 1960 e il 1996, la guerra civile in Guatemala ebbe come risultato la morte o la sparizione di oltre 200.000 persone, di cui più dell’80% appartenevano a popolazioni indigene Maya. Secondo le ricerche effettuate dalla Comisión para el Esclarecimiento Histórico (CEH – Commissione per la chiarificazione storica) le donne subirono non solo omicidi e sparizioni, ma torture e stupri, alcune a causa del loro impegno sociale e politico o delle loro convinzioni, mentre altre caddero vittime nei 600 massacri perpetrati in quegli anni. Il periodo maggiormente violento di un conflitto durato 36 anni fu il quinquennio 1978/1983, sotto la dittatura dei generali Romeo Lucas García (1978-1982) e Efraín Ríos Montt (1982-1983). Quest’ultimo, assieme al comandante Jose Mauricio Rodriguez, è attualmente sotto processo per genocidio. A partire dal 1° aprile scorso, le donne sopravvissute hanno cominciato a testimoniare ciò che hanno sofferto per mano di forze militari e paramilitari; misure eccezionali sono state prese per proteggere l’identità delle donne, i cui volti erano completamente coperti e i cui nomi il giudice ha chiesto alla stampa di non pubblicare. Le testimoni vittime degli abusi sessuali sono infatti preoccupate di come potrebbero reagire i loro familiari e le loro comunità: “Se la mia famiglia lo scopre sarò picchiata. La mia famiglia non sa.” Le seguenti sono dichiarazioni rese dalle donne il 2 aprile, l’ottavo giorno del processo:

“Uno mi ha afferrata e pugnalata, ho ancora le cicatrici. Sono qui a testimoniare perché ho sofferto, sono stata violentata per tre notti di seguito. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo a camminare. Mi prendevano a calci come una palla. E’ questo che mi ferisce, che mi addolora. Tenevano chiusa a forza la bocca del mio bambino. A mio figlio usciva sangue dal naso, dalla bocca, dagli occhi. Mio figlio è morto. Quello che mi ha pugnalata e stuprata mi ha poi lasciata con i suoi compagni. Quando mi sono fisicamente ripresa dovevo preparare loro da mangiare. Io non mangiavo con loro, ero terrorizzata.”

“Mia figlia 17enne era in casa con i fratelli più piccoli. I soldati l’hanno spogliata, le hanno separato le gambe e hanno cominciato a stuprarla violentemente di fronte ai bambini, che piangevano spaventati.”

“Mi hanno stuprata in così tanti che non riuscivo più a muovermi. Rimasi là ferma per un bel po’ e loro intanto avevano deciso di uccidere un uomo. Mi chiesero se era il mio compañero. Lui non poteva dire niente, non aveva più la lingua, gliela avevano tagliata.”

“Volevano violentare mia zia e lei disse: Non voglio, è meglio che mi uccidiate. Così la uccisero, e uccisero anche i suoi tre figli.”

Molte donne ricostruivano le esperienze di fronte alla corte singhiozzando. Alcune hanno descritto il dover ricordare e dire quanto accaduto come “un secondo stupro”. E nonostante il dolore, nonostante la paura di ritorsioni e di rigetto, ognuna è venuta in tribunale perché:

“Voglio solo chiedere giustizia a questa corte.”

“Voglio giustizia.”

“Ciò che sto chiedendo è giustizia.”

“Se giustizia sarà fatta, vi ringrazierò.”

guatemala

Lo striscione rosso delle loro sostenitrici fuori dall’aula recita: La vostra verità è la nostra verità. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da “Everyday Sexism Creator Laura Bates on Helping Women Speak Out”, di Anna Klassen per The Daily Beast, 9 aprile 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Laura Bates

Una ragazzina è fermata per strada da un uomo che guida un furgone. L’uomo le chiede: “Ce l’hai stretta la passera?” La ragazzina, che ha solo 11 anni, non ha idea di cosa lui stia dicendo.

Un’altra ragazzina cambia la strada che la porta da casa a scuola perché ripetutamente molestata dai compagni di classe maschi. E un’altra ancora sta tornando a piedi da scuola con un’amica quando uno sconosciuto le ferma e chiede ad entrambe di mostrargli i seni. “Abbiamo solo 13 anni!”, gli urla la ragazzina. La risposta di lui? “Meglio ancora.”

Queste storie si possono trovare sul popolare blog britannico “Everyday Sexism” (Sessismo quotidiano), una piattaforma libera e aperta dove donne e ragazze possono dettagliare gli episodi di sessismo nelle loro vite in uno spazio pubblico e anonimo. Laura Bates, 26enne londinese, l’ha fondato circa un anno fa, dopo aver tentato di parlare del sessismo che lei stessa fronteggiava ed aver ottenuto responsi infurianti.

“Di continuo, la gente mi diceva che il sessismo non era più un problema, che le donne sono eguali, ora, più o meno, e che se non sei in grado di stare allo scherzo o di accettare un complimento allora dovresti smettere di essere così “frigida” e costruirti un po’ di senso dell’umorismo. – racconta Laura Bates – Anche se non potevo risolvere il problema subito, ero determinata sul fatto che nessuno dovrebbe permettersi di dire che non possiamo più parlarne.”

Bates, come molte donne, è bersaglio frequente dell’oggettificazione sessuale: dall’essere apostrofata allusivamente “quasi ogni giorno” mentre passeggia all’avere il didietro afferrato per strada. Ma, come molte altre donne, Bates ha scoperto che quando tentava di parlare delle molestie le veniva detto di smettere di far un gran casino, che le situazioni non erano “così gravi”, erano solo “normali”. Che qualcuno afferri parti del tuo corpo, o che tu sia il bersaglio di frasi volgari e di richieste sessuali è davvero considerato normale? Secondo Bates, assolutamente sì.

Considerate solo come le donne sono molestate nei nightclubs, dice. “Il problema è stato normalizzato al punto che le vittime non sono neppure coscienti di tratti di aggressioni sessuali e non userebbero questo termine per definirle.” Ma tecnicamente, sottolinea, le donne sono protette dai toccamenti indesiderati dalla legge inglese, un fatto di cui parecchie non sono a conoscenza. “La definizione di aggressione sessuale copre le esperienze dei nightclub, – continua Bates – ma se ad una ragazza palpeggiano il didietro o i seni in un club e lei dice agli amici che ha subito un’aggressione sessuale, le rispondono di smettere di esagerare e di non essere melodrammatica.”

Dopo aver scritto un articolo sulla definizione di aggressione sessuale, Bates ricevette centinaia di tweets e di e-mail da donne e molte le dissero che non sapevo di avere il diritto di dire di no a un toccamento inappropriato. Sebbene “Everyday Sexism” si concentri sulle donne comuni, costoro non sono le uniche a dover affrontare il pregiudizio su base giornaliera. Le donne celebri sono costantemente esaminate, disumanizzate e ridotte a parti del loro corpo. Prendete per esempio Kim Kardashian, una celebrità la cui gravidanza ha interessato innumerevoli prime pagine nei media. Uno di essi, il blog del magazine Now, chiedeva: “Sono io che ci vedo male, o Kim Kardashian farà nascere il bambino dal suo sedere?” Alla cerimonia degli Oscar quest’anno, la vittoria di Anne Hathaway come miglior attrice non protagonista è stata oscurata dal dibattito se ella avesse o meno un difetto nell’abbigliamento. “In ogni titolo ci si chiedeva se i suoi capezzoli erano visibili o no.”, dice Bates, “E questo aveva la precedenza sul suo attuale riconoscimento.”

Gli attori maschi possono dover fronteggiare lo stesso stigma, ed essere ridotti al loro bell’aspetto ma, dice Bates, la sessualizzazione delle attrici cancella ogni loro altro tratto degno di nota: “Ci sono un mucchio di straordinari attori maschi che hanno avuto molto successo senza essere convenzionalmente “belli”. Fra le donne, ve ne sono davvero pochissime a non essere altamente sessualizzate. Devono conformarsi all’ideale definito dai media: la stella molto magra, bianca, dal seno prosperoso, giovane e con le gambe lunghe.”

Anche le donne sulla scena pubblica che non sono attrici, donne con potere politico, donne d’affari, e persino criminali, non sfuggono a questo processo. Quando Hillary Clinton faceva campagna per la nomination democratica nel 2008, un gruppo di uomini nel pubblico le gridò: “Stirami la camicia!” e Rush Limbaugh, parlando ai suoi ascoltatori della sua possibile presidenza disse: “Gli americani vogliono davvero avere sotto i loro occhi una donna che invecchia di giorno in giorno?”

“Un uomo può essere padre, medico, politico, avvocato, senza che il suo sesso sia una questione di cui parlare.”, dice Bates, “Ma alla Clinton si fanno domande sui suoi designer di moda preferiti, invece che sulle sue politiche.”

Laura Bates si sta preparando a lanciare 15 versioni internazionali del suo sito. La reazione a “Everyday Sexism” è stata “enormemente positiva” da parte di ambo i generi, dice, ma “una piccola minoranza di uomini ha reagito molto male.” Così male, in effetti, che Bates è stata costretta a cambiare casa dopo aver ricevuto minacce di morte.

Il blog, che compirà un anno il 16 aprile prossimo, ha già ottenuto una significativa vittoria nel dare alle donne uno spazio sicuro, in cui si sentono legittimate e trovano solidarietà: “Centinaia di donne stanno scrivendo le loro “storie di successo”: dicono che leggere quel che c’è sul sito ha dato loro la fiducia necessaria a contrastare il sessismo sui loro luoghi di lavoro, a condividere esperienze con amici o familiari a cui non erano riuscite a parlare in precedenza, e persino in molti casi a denunciare aggressioni sessuali. Ogni singola donna ha una storia al proposito.”

Read Full Post »

(di Sonia Randhawa per GenderIT – www.genderit.org – trad. Maria G. Di Rienzo. Sonia Randhawa dirige il Centro per il giornalismo indipendente in Malesia, e si sta laureando in storia del diritto all’Università di Melbourne, Australia, con una tesi sul ruolo delle donne nel giornalismo malese degli anni ’90.)

 Sonia Randhawa

Stanotte, mentre riflettevo scorrendo questo blog (GenderIT), la mia bambina di tre anni si è offerta di aiutarmi.

“Non è facile.”, l’ho avvisata, “Vedi, c’era questo uomo che fece male ad una donna. Le fece davvero molto male e le disse che, se non stava zitta, l’avrebbe ferita ancora. Ma lei non restò in silenzio e raccontò ad altre persone la sua storia.”

“E’ stata coraggiosa, vero?”

“Sì. Ma il problema è che se io racconto ad altra gente ancora la sua storia quell’uomo potrebbe di nuovo farle del male, molto di più. Per cui non so se raccontarla o no, ma se non lo faccio lei non può più dirla.”

“Dovresti proprio raccontare la sua storia, mamma.”

E mia figlia ha ragione. La storia di una donna che si oppone ad un uomo che le stava facendo del male deve essere narrata, perché è così difficile per le donne ferite, le donne che stanno subendo violenza, parlare apertamente e raccontare le loro storie, le nostre storie. Non ci sono molti spazi, in alcune società meno di altre, per raccontare queste storie.

Ma nel mondo che sta fuori la cameretta di mia figlia, ci sono ripercussioni nel raccontare queste storie, ripercussioni che possono cadere sulla narratrice, sullo spazio in cui si dà la narrazione, e su altri: familiari, amici, società. E una volta che la storia sia narrata vive di vita propria, come tutte le storie fanno. Può non funzionare nel modo in cui vogliamo funzioni. La sofferenza, i luoghi dolorosi da cui la storia viene, possono non solo essere esaminati e rispettati, possono diventare una fonte di dileggio, possono essere negati, possono essere gonfiati in qualcosa di più grosso, qualcosa di spaventoso.

Nel mondo esterno alla cameretta di mia figlia, quando facciamo i nomi, o persino quando provvediamo uno spazio per fare i nomi, queste ripercussioni crescono di interi ordini di grandezza. Ci sono effetti legali, e a meno che noi si sappia che la storia è vera (nel senso tradizionale del termine), che quell’uomo particolare ha causato quella particolare ferita, lo spazio per narrare storie diventa vulnerabile. La diffamazione è un affare costoso. E abbiamo la necessità di mantenere l’integrità degli spazi per i racconti delle donne, perché una sola storia messa in discussione può causare il dubbio su tutte le altre. In questo caso, quando si tratta di storie di violenza contro le donne, lo spazio può diventare precisamente l’opposto di quel che intendevamo: va a indebolire le basi su cui lottiamo per azioni legislative e politiche.

Ma nel momento in cui impediamo a una donna di raccontare la sua storia, stiamo assumendo di avere il diritto di farlo, stiamo pensando che noi, per qualche ragione, sappiamo cosa fare meglio di lei. E stiamo dicendo alla donna ferita che la sua storia non è importante, non ha valore. Le stiamo dicendo che altre cose hanno più peso del suo diritto ad avere una voce. Ciò significa che alcune decisioni devono essere prese.

Quel che facciamo qui con le storie condivise è lavorare con la donna, o le donne, che raccontano le loro storie per assicurarci di aver pensato a tutto quel che può accadere dopo. Cosa accade se la storia diventa immensamente popolare. Cosa accade se il perpetratore decide di aumentare le molestie, o prende a bersaglio membri della famiglia della donna, o porta la violenza ad un livello superiore. Significa che, se vi sono nomi, dobbiamo essere in grado di verificare indipendentemente le basi della storia. Non azzittiamo le donne e non teniamo storie chiuse dietro un cancello.

Non abbiamo tutte le risposte e non possiamo prevedere tutte le conseguenze, buone o cattive, del raccontare una storia. Ma abbiamo la responsabilità di lavorare con le donne coraggiose che condividono con noi le loro storie nel tentare di assicurarci che i risultati siano il più positivi possibile: discutendo le conseguenze, controllando con le narratrici se esse sono al sicuro, e cercando qualche volta una verifica indipendente. In questo modo, spero, soddisferemo gli standard richiesti dalla mia bambina e racconteremo tutte le storie che donne coraggiose dividono con noi.

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 120 follower

%d bloggers like this: