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Posts Tagged ‘bambini’

Spesso altre donne mi dicono che sto facendo un buon lavoro nell’alimentare determinazione e speranza in chi legge quel che scrivo/traduco.

Le mie scelte di sottolineare ogni vittoria femminista, per quanto piccola, di onorare l’impegno delle donne di qualsiasi età o provenienza, di demistificare senza posa le razionalizzazioni della violenza di genere, anche se raggiungono un pubblico limitato hanno quindi un impatto positivo.

Sapere questo è allo stesso tempo una gratificazione e un rovello: cosa faccio nei giorni come oggi, quando una raffica di notizie disturbanti al minimo e strazianti al massimo mi inchioda nella sofferenza?

Solo qualche esempio:

* In Paraguay una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro è deceduta partorendo: il suo paese non permette l’aborto a meno di grave rischio per la vita della madre. Era in ospedale per complicazioni relative alla gravidanza da venti giorni quando è entrata in travaglio. La ragazzina ha manifestato problemi respiratori mentre i medici tentavano di farla partorire normalmente, poi hanno deciso di praticarle il cesareo, durante il quale ha avuto un’embolia e tre arresti cardiaci. Poi è morta. La creatura che ha messo al mondo è attaccata ai macchinari, perché non respira autonomamente.

* Quegli stessi macchinari saranno scollegati nei prossimi giorni alla 16enne statunitense (del Maryland) in coma profondo, a cui l’ex ragazzo ha sparato “perché lo aveva lasciato”. Non ci sono speranze, morirà.

* Ad Arezzo, all’interno di quella che dovrebbe essere una comunità protetta, una bambina di 10 anni è stata abusata sessualmente da due altri minori (un 15enne e un 16enni) ospiti della stessa struttura.

* Dall’inizio del 2018, in Italia abbiamo avuto 24 femminicidi.

* Il piano contro la violenza di genere varato dal nostro governo per il triennio 2017-2020 e approvato da Stato e Regioni – e strombazzato in occasione del 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne – non è in attuazione e non eroga ai Centri Antiviolenza i fondi che ha stanziato.

Vi riporto un brano di una recente conferenza della dott. Alice Han (“Violence Against Women and Girls: Let’s Reframe This Pandemic.”) che insegna ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva ad Harvard e all’Università di Toronto (Canada):

“Nella conversazione (ndt.: scaturita dalla campagna #MeToo) si nota l’assenza del come favorire la salute delle donne e ridurre la violenza contro donne e bambine. Tale violenza può essere fisica, emotiva o psicologia e prende molte forme, inclusi lo stupro, la violenza domestica, i matrimoni infantili, il traffico sessuale e i delitti d’onore. Come ostetrica e ginecologa che si occupa della salute delle donne e come epidemiologa che studia l’andamento delle malattie, sono arrivata a pensare alla violenza contro donne e bambine come a un’infezione pandemica. A differenza di una malattia virale, le cause alla radice di questa violenza sono sociopolitiche, come la diseguaglianza di genere. Ma proprio come il virus che causa l’influenza, le idee che guidano la violenza contro donne e bambine a diffondersi infettano e minacciano le società in tutto il mondo. (…) Abbiamo prove che interventi adeguati funzionano nel ridurre il numero dei casi di violenza contro donne e bambine – e non prendono generazioni per funzionare, bastano pochi anni. Per esempio, un programma in Uganda ha coinvolto i leader delle comunità e uomini e donne nell’apprendimento su come pareggiare in eguaglianza le dinamiche di potere in poco più di tre anni: ciò ha tagliato a metà il rischio, per una donna, di subire violenza fisica dal proprio partner.”

Nel finale, Alice Han indica ruoli e responsabilità di politici, sistema sanitario, personale che viene in contatto con le vittime di violenza ecc. – chiunque può dare una mano, ma la quasi totalità di queste persone non ha il minimo addestramento su come farlo.

Attiviste femministe e attiviste antiviolenza hanno un patrimonio di conoscenza pratica e teorica da fornire, mai utilizzato, mai preso come quel che è: il necessario fondamento per ridurre e infine eliminare la violenza di genere. Le istituzioni non ci sentono. Qual è il problema? No, non chiediamo compensi e neppure riconoscimenti: la maggior parte di noi fa questo gratuitamente ogni giorno, ovunque sia offerto un minimo spazio.

Ma voi riuscite a immaginare Di Maio, Salvini, l’utilizzatore finale Berlusconi o Renzi e compagnia disposti a osservare onestamente e criticamente le radici della violenza sulle donne? Ecco, neanch’io. Maria G. Di Rienzo

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Brisa

Brisa de Angulo – in immagine – è la fondatrice e presidente di “Brezza di Speranza”, un’ong boliviana che lavora con le bambine e i bambini che hanno subito incesto e violenza sessuale.

Questa è la storia di Brisa, così come lei l’ha narrata a Global Citizen (“This Woman Was Raped by a Family Member at 15 – and Now Fights for Children Who Have Survived Sexual Assault”, Phineas Rueckert, 22 marzo 2018).

“Quando avevo 15 anni un parente, che era anche un pastore per la gioventù, venne a vivere in casa mia e cominciò ad abusare di me. Poi cominciò a stuprarmi.

Ci furono un bel po’ di intimidazioni e minacce affinché io restassi zitta. Perciò, rimasi silenziosa per parecchi mesi – per otto mesi – in cui lui mi violentava ripetutamente, più volte al giorno, quasi ogni giorno. Diceva che se avessi fatto resistenza avrebbe stuprato le mie sorelle e fratelli più piccole/i di me.

Durante la faccenda, minacciò anche che se qualcuno fosse venuto a saperlo, tutto sarebbe crollato. I miei genitori lavoravano con i bambini, per i diritti umani, per i diritti delle donne, e così lui usava questo come minaccia, dicendo: “Come si sentirebbero i tuoi genitori se sapessero che mentre stanno tentando di proteggere altre persone estranee, nella loro stessa casa io mi sto facendo la loro figlia?”

Sapevo che li avrebbe distrutti, e lui usò questo per mantenermi zitta. Entrai in un periodo di profonda depressione. Abbandonai la scuola. Sviluppai bulimia e poi anoressia. Tentai due volte di suicidarmi. La mia vita stava semplicemente andando in rovina. I miei genitori non avevano idea di cosa stesse accadendo, ma erano devastati. Sapevano che c’era qualcosa di sbagliato, ma non sapevano cosa.

Scoprirono cosa stava accadendo dopo uno dei miei tentativi di suicidio e fu allora che decidemmo di portare il mio caso in tribunale. Fu allora, anche, che cominciò la seconda ondata di vittimizzazione nei nostri confronti, perché tutti volevano che io tacessi. La mia casa fu incendiata due volte. Sono stata presa a sassate. Sono stata rapita, più volte, e quasi uccisa.

C’era un mucchio di intimidazione proveniente dal sistema giudiziario, e dalla comunità, perché ero una delle prime adolescenti a denunciare uno stupro. Il pm minacciò di mandarmi in prigione se avessi continuato a parlare di quel che mi era successo. I giudici non volevano trattare il mio caso: continuava a rimbalzare da un tribunale all’altro e alla fine lo mandarono al tribunale agricolo, dove si trattano casi che concernono animali e piante. Non ero nemmeno considerata un essere umano.

Ho dovuto portare il mio caso più volte alla corte costituzionale, ho dovuto affrontare tre processi per via di tutti gli errori nelle procedure e al terzo processo il mio aggressore è scappato. Perciò sta fuggendo dalla legge ed è ricercato dall’Interpol.

Durante la vicenda, ho capito di non essere sola. C’erano molte ragazze che stavano passando quel che passavo io. C’erano molte bambine che soffrivano in silenzio nelle loro case, e a farle soffrire erano in maggioranza membri delle loro stesse famiglie o persone che conoscevano, e non avevano alcun posto in cui andare. Io avevo il sostegno di mia madre, di mio padre e dei miei fratelli e sorelle, ma la maggior parte di queste bimbe non avevano nessuno. Non volevo che attraversassero quel che io avevo attraversato.

Perciò, ho deciso che avrei usato il resto della mia vita per rendere le cose un po’ più facili e più sicure per le bambine e i bambini. A 17 anni diedi inizio all’unico programma per l’infanzia sessualmente abusata nell’intera nazione della Bolivia. Ciò avveniva nel 2004 e sino a oggi siamo stati in grado di fornire gratuitamente assistenza legale e sociale e servizi psicologici ad oltre 1.500 minori.

Quando abbiamo cominciato, la percentuale di condanna per i crimini sessuali era dello 0,2% e l’abbiamo portata al 95%. Per cui è andato tutto nella direzione opposta. Negli ultimi 3 anni, abbiamo avuto il 100% di condanne.

Abbiamo avvocati che seguono i casi dall’inizio alla fine, passando per gli appelli o ogni altro sviluppo, e abbiamo un’assistente sociale che lavora con le famiglie. Sappiamo che la maggioranza delle bambine e dei bambini ha famiglie che usano intimidazioni nei loro confronti o tentano di mantenere il loro silenzio, perciò lavoriamo molto intensamente con l’assistente sociale per assicurarci che la famiglia abbia le conoscenze e il sostegno di cui la vittima ha bisogno per continuare il processo di guarigione.

Forniamo anche un ampio spettro di terapie, in tipi differenti – arte, musica, yoga, meditazione, ludoterapia, terapia cognitiva – così che ogni bambina/bambino possa trovare il suo proprio modo di guarire. E’ tutto centrato su di loro. Siamo una squadra impegnata a essere presente per i minori e il nostro consiglio consultivo è composto interamente da bambini. In pratica sono loro a dirci cosa facciamo di giusto o sbagliato, cosa vogliono che cambi. Il centro è in sostanza diretto dalle sopravvissute e dai sopravvissuti.

Quando io ho cominciato a parlare, circa 15 anni fa, ero l’unica che lo stava facendo e mi sentivo molto sola. E’ molto eccitante vedere altre donne prendere il controllo e spezzare il silenzio e la cospirazione del silenzio, e dire: “Ehi, siamo qui, siamo importanti e questo è quel che ci è accaduto.”

So che per la maggior parte gli abusi sessuali sono scopati sotto il tappeto, perciò anche se moltissime di noi sanno quel che succede non è visibile. Dobbiamo continuare a unire le voci e a mostrare che questo è un grosso problema e mettere la vergogna là dove deve stare: non sulla vittima, ma sull’assalitore.

Questa battaglia va avanti da un tempo assai lungo e i cambiamenti sono piccoli e limitati e tristemente abbiamo persone in posizioni di potere che non vedono la necessità di lavorare davvero sull’istanza. Ci sono bisogni più urgenti nelle menti – infrastrutture, guerre, qualsiasi altra cosa. Anche se c’è molta consapevolezza sul tema all’interno della società, io penso che dovremmo veder passare molti, molti anni per vedere un reale e drastico cambiamento. Non si tratta solo di cambiare le leggi. Si tratta di cambiare l’intero concetto di come vediamo il mondo, come vediamo i bambini, come vediamo le donne. Sino a che non cambiamo e cominciamo a vedere bambini e donne come esseri umani e rispettarli e a riconoscerli come soggetti di diritti umani, il mondo non cambierà. Potremo mutare alcune leggi e altre cose, ma nei momenti critici cadremo nelle vecchie abitudini.

Per quel che mi riguarda, vedere che grazie ai miei sforzi una bimba ottiene giustizia è davvero curativo. Non c’è nulla di più gratificante ed emozionante di vedere una/o di questi bambini, che sono stati così frantumati, aver di nuovo sogni e sorridere di nuovo. Dico spesso alla gente che se qualcuno mi offrisse un lavoro da 10 milioni al mese non lo prenderei, non lo degnerei neppure di considerazione, perché non c’è al mondo nulla che possa darmi la stessa gioia e la stessa soddisfazione di bambine/i che sorridono di nuovo e sognano di nuovo.

Abbiamo creato una società di guaritori feriti, dove sono le nostre ferite a guarirci l’un l’altro.”

Maria G. Di Rienzo

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Violentata a 8 anni dal vescovo della sua chiesa e poi dal marito della madre. Violentata di nuovo a 9 anni, questa volta da un diacono, sempre della sua chiesa. Madre di una bambina a dieci, moglie forzata del suo stupratore ventenne a undici (in questo modo il diacono non ha dovuto rispondere del reato), nel 1970.

“Non ho mai giocato con le bambole o usato la mia immaginazione nell’inventare vite per loro, come fanno molti altri bambini, – ha detto durante un documentario realizzato dalla BBC – perché a 10 anni avevo una “bambola” vera: una per cui dovevo prendere decisioni reali. Dovevo nutrire realmente mia figlia, cambiare pannolini veri che lavavo a mano e poi appendevo ad asciugare.” A 16 anni Sherry Johnson, tale è il nome della protagonista di questa storia, aveva messo al mondo altri cinque figli ed è riuscita a liberarsi di un marito imposto che continuava ad abusare di lei solo a 17.

Stiamo parlando di Tallahassee, Florida, Stati Uniti – non di uno staterello del terzo mondo dove quest’orrore “è la loro cultura” blah blah blah. Per chiarezza, un orrore resta tale ovunque.

Sherry Johnson

Sherry (in immagine) ha fatto campagna per tutto il resto della sua vita affinché la legge che in Florida permetteva il matrimonio di bambine fosse cambiata. Il 10 marzo scorso era in galleria mentre la nuova legge (un compromesso fra le due camere) veniva discussa: i relatori continuavano a citarla come ispirazione e costante stimolo. La nuova legge è passata con 109 voti favorevoli e 1 contrario, e ora in Florida è illegale sposarsi prima dei 17 anni.

“Il mio cuore è felice. – ha Sherry detto alla stampa – Il mio scopo era proteggere i nostri bambini e sento di aver compiuto la mia missione. Questo non riguarda più me, io sono sopravvissuta. Ma se la nuova legge fosse stata in vigore quando rimasi incinta non sarei stata forzata a sposarmi, avrei evitato anni di abusi, non sarei stata costretta a continuare ad avere figli e non sarei stata costretta a continuare a cadere sempre più in basso.”

Direi che si è sollevata in tutto il suo splendore. Maria G. Di Rienzo

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Qualche mese fa, durante un’amichevole discussione sulla scelta dei candidati per le elezioni (le politiche sono andate, ma qui le comunali sono prossime) un giovane comunista ha informato i presenti – me compresa – che per fare politica, al giorno d’oggi, è necessaria l’immagine. “Senza immagine non vai da nessuna parte.”, ha detto convinto. Per le donne, ormai è un’ovvietà, ciò significa giovani / scopabili / preferibilmente poco vestite.

Questo è purtroppo uno dei motivi per cui la sinistra continua a perdere consensi, un motivo chiave: l’accettare supinamente il clima culturale creato da quelli che sono i suoi avversari, il che si traduce nel produrre poi politiche che della sinistra hanno solo il nome e ben poca sostanza.

So che il problema non riguarda solo l’Italia rintronata da trent’anni di tv del pataccaro miliardario, ma in giro per il mondo sembra che non sia così necessario sfilare in passerella per ottenere risultati, nell’attivismo politico o nella politica istituzionale.

La donna qui sotto è Rose Cunningham.

rose cunningham

Nel gennaio scorso ha fatto la Storia: è diventata la prima sindaca indigena del Nicaragua nella sua città natale, Waspam. A capo dell’organizzazione femminista Wangki Tangni (di cui ho già accennato in precedenti articoli) e in collaborazione con Madre (vedi link sotto “Donne, notizie e attivismo), ha dedicato la sua vita alla protezione e all’avanzamento dei diritti di donne e bambine, nel suo paese e altrove.

Ha fornito attrezzi e addestramento alle contadine, ha fatto scudo dall’abuso e dal traffico sessuale per innumerevoli vittime, ha portato le voci delle donne indigene in spazi politici e scenari internazionali… senza passare dal truccatore, dal parrucchiere o dallo stilista. E ha vinto.

Harriet Sherwood, corrispondente da Dublino per The Guardian, ha intervistato Ailbhe Smyth (‘We will not stop’: Irish abortion activist vows to step up fight, 5 marzo 2018), che potete vedere nell’immagine sottostante durante una manifestazione.

Ailbhe Smyth

Ailbhe Smyth ha 71 anni e la sua prima campagna per avere l’accesso all’interruzione di gravidanza in Irlanda risale al 1983. Andava porta a porta, allora, a prendersi sputi in faccia e insulti quali “assassina di bambini”. Smyth è la leader della “Coalizione per l’abrogazione dell’ottavo emendamento”, quello che iscrive il bando all’aborto nella Costituzione irlandese. Be’, senza passare da truccatore, parrucchiere e stilista, Ailbhe ha ottenuto che tale emendamento sia sottoposto a referendum popolare il 25 maggio prossimo.

Ogni anno, circa 3.500 donne irlandesi vanno ad abortire nel Regno Unito – con tutti i costi, le difficoltà logistiche e lo stress emotivo che ciò comporta, mentre altre 2.000 comprano prodotti abortivi su internet e li prendono senza assistenza medica.

“Sappiamo che la maggioranza delle persone vuole il cambiamento. – ha detto l’attivista a The Guardian – L’Irlanda è un paese diverso oggi, con una società più egualitaria. Questo (ndt.: il referendum) è il prossimo logico passo. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. La realtà è che le interruzioni di gravidanza avvengono, ma che non possiamo continuare a esportarle.”

Il fatto che occorra andare a modificare la Costituzione è dovuto all’intervento precedente della chiesa cattolica: “Non c’era permesso di abortire in Irlanda. Avevamo già una legge assai restrittiva contro di esso, era un crimine punito con l’ergastolo. Ma le forze di destra, che hanno il loro radicamento nella chiesa cattolica si sono mosse affinché il bando fosse iscritto nella Costituzione, di modo da sigillarlo a doppia mandata. – ha proseguito Ailbhe – Ho combattuto su questa istanza per tutta la mia vita da adulta e continuerò a combattere sino a che avrò voce. Se non abbiamo la capacità e il diritto di prendere le decisioni sulle nostre vite di donne, non abbiamo eguaglianza. E se per un grosso colpo di sfortuna non dovessimo vincere questa battaglia, torneremo sulle strade. Forse non il giorno immediatamente successivo, ma quello dopo di sicuro. Non ci fermeremo ora.”

Rose Cunningham e Ailbhe Smyth dimostrano che non si va da nessuna parte quando non si hanno convinzione e determinazione, ne’ un orizzonte o un sogno o una visione alternativa della realtà. Per fortuna a loro non manca nulla di tutto questo.

Maria G. Di Rienzo

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stars

Testimoniarono la di lei distruzione,

poi furono lasciati a chiedersi perché

lei non vedesse che oscurità,

sebbene le stelle brillassero nei suoi occhi.

Ma forse avevano dimenticato,

quando mancarono di notare le crepe,

che una stella brilla al suo massimo

proprio quando comincia a collassare.

(poesia di Erin Hanson, sopravvissuta alla violenza domestica, la traduzione è mia)

Questo è per Antonietta Gargiulo, che forse non sopravviverà ai tre colpi di pistola ricevuti dal marito, e per le sue bambine che quello stesso uomo – il loro padre – ha ucciso stamattina con la medesima arma.

Maria G. Di Rienzo

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(“Rosie did everything right. Yet here we are.”, di Clementine Ford per il Sydney Morning Herald, 23 febbraio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

rosie

Rosie Batty probabilmente non si era mai aspettata di diventare un tale rinomato volto dell’attivismo anti-violenza in Australia. Penso sia onesto dire che non è una vita che chiunque sceglierebbe di vivere, considerando in particolare le condizioni che hanno condotto a essa. Ma durante gli ultimo quattro anni, lei è stata una forza instancabile su cui fare affidamento.

Nel 2014, l’ex marito di Batty bastonò e pugnalò a morte il loro figlio Luke, mentre l’11enne si stava allenando a cricket. Greg Anderson morì più tardi in ospedale di una combinazione di spari della polizia e di pugnalate autoinflitte. La settimana scorsa, Batty ha annunciato che abbandonerà la fondazione da lei creata in nome di Luke. Come ha detto a Fairfax Media, “E’ inarrestabile ed enorme ciò che ha ancora bisogno di cambiare. Una singola persona può fare solo quel tanto – i governi devono fare molto di più. Ci vorranno generazioni prima che noi si veda un cambiamento significativo. Questa sola prospettiva mi rende esausta.”

La relazione di Batty con Anderson era caratterizzata dalla violenza, ma finì quando lui la aggredì fisicamente poco dopo la nascita di Luke. Durante gli anni, Batty permise a Anderson di mantenere una relazione con il loro figlio, nonostante avesse chiesto numerosi interventi al tribunale per se stessa. Nel 2013, dopo che Anderson aveva minacciato Luke con un coltello, Batty chiese infine al tribunale di intervenire per la protezione sia propria sia del figlio. Ma sebbene l’ordine fosse stato inizialmente deliberato, Anderson ebbe successo nel rovesciarlo in tribunale e gli fu garantito l’accesso a Luke in pubblico, mentre il bambino faceva sport.

So che le circostanze dell’omicidio di Luke sono assai note, ma menziono questi dettagli di nuovo per sottolineare quanto sia differente la realtà dalla narrazione che circola attorno ai tribunali familiari, fatta di padri afflitti e donne vendicative. I Men’s Rights Activists – MRA (incluso Mark Latham, che ha condotto una campagna ostile e diffamatoria contro Batty per anni) amano sostenere che le donne manipolano il sistema e inventano denunce di violenza per punire gli uomini.

I membri dell’MRA usano questo come mezzo per chiudere ogni discussione sulla violenza domestica, nel mentre perpetuano il mito categoricamente infondato che gli uomini sono trattati male dal sistema giuridico dei tribunali familiari.

Batty stessa ha dovuto sopportare queste accuse (le quali, ironicamente, fanno il paio con altre che la ritengono responsabile di aver messo in pericolo Luke permettendogli di vedere suo padre). La verità è che nel mentre Batty riconosceva come Anderson fosse una minaccia alla sua sicurezza personale, sapeva anche che non aveva mai agito in modo violento contro Luke, sino al momento in cui brandì il coltello nel 2013. Perciò lei permise ai due di mantenere il contatto e diede loro sostegno affinché continuassero ad avere una relazione familiare. Fu quando il comportamento minaccioso di Anderson si espanse sino a includere Luke che lei cercò di impedirgli di vederlo – e persino allora, la corte si espresse ultimamente a parziale favore dell’uomo.

Batty ha fatto tutto quel che viene detto alle donne di fare, nonostante i messaggi siano spesso contraddittori. Ha lasciato l’uomo che abusava di lei. Ha incoraggiato la relazione fra figlio e padre tentando nel contempo di proteggere il suo bambino. Pure, Anderson è stato ancora in grado di infliggerle il castigo finale più brutale per essersi sottratta al suo controllo – derubandola del suo amato figlio.

E nelle ulteriori conseguenze negative, Batty ha sopportato abusi riprovevoli, le aggressioni dei “troll”, accuse senza prova alcuna di frode e, in modo pressoché inconcepibile, numerose accuse di essere solo un’altra odiatrice di uomini che cerca attenzione, succhiando al (supposto) capezzolo d’oro della macchina femminista capitalista. Il “trolling” ha continuato a crescere sino a che lei ha annunciato la sua decisione di abbandonare.

Nonostante l’abuso mirato contro di lei, Batty si alza ogni giorno e continua a sopravvivere al più immorale degli atti di violenza perpetrati contro di lei. Per quattro lunghi anni, ha fatto questo sotto l’occhio dell’opinione pubblica, perché era troppo importante per lei tentare di trarre, dall’omicidio di Luke, qualcosa che potesse rappresentare un cambiamento durevole. Lo ha fatto anche mentre Latham le dava viziosamente la caccia sul trattamento dei membri della Fondazione e il “furto” di fondi, affermazioni che devono ancora essere provate con fonti disponibili a testimoniare. Le sue bizzarre fantasia sono state completamente negate dai membri dello staff e da un revisore contabile indipendente, ma lui è riuscito comunque a incensare la collezione di lunatici che lo considerano una sorta di “giornalista” devoto alla verità. A propria volta, non hanno perso tempo nel dirigere le loro grottesche teorie “cospirazioniste” verso Batty. Non dimenticate che Latham è la persona che siamo stati vicini a eleggere come Primo Ministro nel 2004 – un uomo che ha usato il suo rancoroso odio per le femministe per perseguitare accanitamente una donna a cui l’ex partner ha ucciso il figlio davanti ai suoi occhi perché che lei avesse correttamente nominato la violenza maschile come il problema lo aveva fatto arrabbiare.

Di fronte a tutto quel che ha dovuto sopportare, chi può biasimarla quando se ne va?

Come nazione, dovremmo vergognarci di sapere che una donna che ha dato così tanto (e a cui è stato tolto così tanto) sia stata forzata ad abbandonare un lavoro essenziale dalla brutalità della scena dei commenti pubblici e dai suoi prominenti guru. E’ rivoltante che la vita di Batty consista ora non solo di dolore ma anche dell’odio tossico di troll, membri dell’MRA e misogini come Latham. Questo è il prezzo che persone come lei pagano nel tentare di fare ciò per cui nessun altro ha il coraggio necessario.

Rosie Batty, grazie per il servizio che hai reso. Sei un’eroina e un essere umano esemplare. Il tuo lavoro non sarà dimenticato. Grazie al tuo coraggio e alla tua persistenza, neppure Luke lo sarà.

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(“For the mamas on the frontlines” – “Per le mamme in prima linea”, di Helen Knott, trad. Maria G. Di Rienzo. Helen – in immagine – è una poeta, scrittrice, guaritrice, ambientalista, organizzatrice e attivista indigena canadese. “Ho scritto questa poesia – ha detto l’anno scorso – mentre mi trovavo in un difficile spazio oscuro. E’ uno spazio in cui credo molte di noi si trovino quando sono impegnate nell’attivismo e perciò le mie parole sono venute da un luogo di necessità ma anche da un forte convincimento sul potere dell’azione intrapresa dagli individui.”)

Knott

Siamo state nelle prime linee

con i nostri pugni levati in alto

abbiamo inondato le strade cittadine

in un flusso collettivo

cuore a cuore e fianco a fianco

abbiamo fatto di noi stesse delle alleate

offrendo il nostro sacrificio personale

abbiamo riempito i moduli delle petizioni

continuamente… continuamente.

Abbiamo visto movimenti

sorgere, aumentare, declinare, ritirarsi e crescere.

Ci siamo trascinate dietro i bambini

o qualche volta li abbiamo lasciati a casa

spiegando, piegate sulle ginocchia,

il perché la mamma doveva andare:

perché se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Ho detto, se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Abbiamo imparato a navigare fra le correnti politiche

a far pressione su pubblici ministeri, deputati e senatori

ministri di gabinetto, e delegati di qualsiasi dipartimento continui a sbagliare.

Alcune di noi hanno infranto le leggi fatte dagli uomini e si sono fatte arrestare.

Siamo rimaste sedute tenendo le nostre veglie:

a volte le candele tremolanti che reggiamo… sono l’unica luce che vediamo.

Pure, manteniamo la convinzione che un giorno l’oscurità non avrà altra scelta che recedere.

Ci siamo sollevate in difesa di terre, di acque,

per i nostri figli,

per le nostre figlie,

per qualcosa di più grande di noi.

Non importa da quale lotta storica veniamo

molte di noi hanno capito

che ci siamo dentro insieme, e che quando collettivamente sfidiamo

noi attivamente ridefiniamo… l’amore.

A volte quell’amore ci dà la capacità di muovere montagne

e altre volte ci dà abbastanza vigore da farci persistere per un giorno di più.

Di fronte a ogni rivoluzione

ci sono molte pause, blocchi e inizi,

ci sono molte lacrime, paure non dette e spezzarsi di cuori.

Se ascolti con sufficiente attenzione potrai in effetti sentire tutto…

Perché siamo onesti, tesoro,

a volte lottare per il cambiamento equivale a sottoporsi a un inferno.

Quindi, cos’è che ci fa insistere,

quand’è chiaro che l’ignoranza cammina mano nella mano con la beatitudine?

E’ perché

è perché

qualche volta non far nulla non si accorda all’anima?

O il fatto che crediamo il potere non sia assoluto

e non c’è sottomissione possibile nei confronti di coloro che sembrano avere il controllo?

Difendiamo trattati e promesse fatte e spezzate molto tempo fa?

E’ per chi non ha voce? Per chi non ha scelta?

O perché siamo radicate in scienza e dati di fatto?

Forse la nostra fede ci chiede di muoverci e reagire?

Comunque sia, c’è forza nella nostra scelta di stare insieme

Una cosa che so per certo essere vera

è che io non mi ergerei ne’ parlerai liberamente come faccio

se non fosse per quelle che sono venute prima di me.

Perché non hanno accettato sconfitte.

Hanno continuato a basarsi su ciò in cui credevano.

Hanno lottato, hanno sanguinato, hanno compiuto sacrifici

ed è per questo che io posso dormire la notte

sapendo che tutte queste azioni non sono state compiute invano,

perché sto sulle spalle di queste giganti

e la prossima generazione un giorno dirà la stessa cosa

e le giganti di cui parleranno, be’ mia cara, saremo noi.

Perciò non sottovalutare mai

il potere della tua voce

o della forza in una collettiva e trascinante forma d’amore.

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