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Posts Tagged ‘bambini’

(tratto da: Children of Peace: Stories and Dreams of Conflict-displaced Children, di Krizia Kaye Viray e Julie Christine Batula (immagini) – Un Migration Agency, 30 novembre 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

le gemelle

E’ come vedere doppio. Dagli occhi espressivi alla straordinaria carnagione dorata, sino ai più minuscoli manierismi e gesti, è difficile discernere chi è chi fra le due ragazze. Il modo più facile di distinguere le gemelle Sampang è che Farhiya indossa un ‘turung’ (hijab o fazzoletto da testa) e Ferwina no: “Può diventare davvero bollente e mi fa venire mal di testa.”, spiega quest’ultima.

Nonostante siano gemelle identiche, le ragazze sono l’una l’opposto dell’altra in diverse maniere. A Farhiya piacciono le lezioni d’inglese, Ferwina preferisce la matematica e vi eccelle. Nel tempo libero, a Farhiya piace cantare mentre ascolta i suoi artisti locali preferiti, mentre Ferwina preferisce disegnare.

Ma quando chiedi loro come immaginano il loro futuro le gemelle rispondono all’unisono – come se le parole provenissero da una sola persona. E’ un responso istantaneo, fermo e forte: “Sogniamo la pace.” Entrambe vogliono diventare mediche.

Il 9 settembre 2013 un gruppo armato attaccò la città di Zamboanga sull’isola di Mindanao, nelle Filippine. Il conflitto fra le forze governative e il gruppo armato durò più di tre settimane. L’assedio alla città fece di 100.000 suoi residenti degli sfollati, creando una crisi umanitaria che ha preso anni per essere risolta.

Il conflitto ha reso i bambini / le bambine particolarmente vulnerabili. Persino nei casi in cui erano stati in grado di fuggire e di trovare luoghi sicuri, un futuro sconfortante era davanti a loro, in special modo se non ottenevano sufficiente sostegno, inclusa la possibilità di tornare a scuola.

Da un’evacuazione all’altra le famiglie sfollate sono state trasferite a Masepla, dove è stato creato uno spazio di apprendimento per i bambini e dove le gemelle si trovano.

“Non è stato facile. – dice la preside della Masepla Composite Learning School, Cristina Santos – Prima di tornare a leggere libri, recitare alfabeti e cantare filastrocche abbiamo dovuto lavorare sull’attitudine dei piccoli e sul loro atteggiamento verso la vita. La violenza li aveva portati qui e noi abbiamo voluto assicurarci che non fosse la violenza a definirli.”

Gli alunni di questa scuola salutano con radianti sorrisi e non sono diversi dagli altri scolari che conoscete. Sono energici, curiosi, spensierati. E un’altra cosa è evidente. I sogni non svaniscono facilmente. Per fare un esempio, qui abbiamo incontrato bambine e ragazze che chiamano orgogliosamente se stesse “Figlie / Bambine delle Pace”. La pace non è per loro un barlume di speranza, è il motore che le spinge in avanti: “Ci impegneremo nello studio. Promuoveremo la pace. L’istruzione sarà la nostra arma per un futuro migliore.”, ci ha detto una delle ragazze prima di correre via a giocare con le amiche.

children of peace

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Il trafiletto è dell’Ansa, 1° dicembre, l’enfasi su alcune frasi è mia:

“A Milano c’è una scuola così piena di stranieri che viene evitata dalle famiglie italiane della zona, che iscrivono i figli altrove. A dare l’allarme sono stati alcuni genitori di origine sudamericana che “a casa hanno sentito i loro figli parlare in arabo“, ha spiegato una docente che vuole mantenere l’anonimato. La scuola è l’Istituto comprensivo Fabio Filzi di Milano, nel quartiere Corvetto, già al centro di problemi di integrazione e criminalità. “I genitori italiani si rifiutano di iscrivere i loro figli qui – ammette il preside, Domenico Balbi – tanto che effettivamente non riusciamo a formare un numero adeguato di prime classi nella Primaria”.

Secondo i dati presentati dal Politecnico, gli alunni stranieri a Milano oggi sono il 25% alla primaria e il 18 per cento alle scuole medie, “ma la distribuzione varia molto dal centro alle periferie dove gli stranieri arrivano all’80%”. Al Fabio Filzi, nella 1/a A, “su 26 bambini, 22 sono stranieri, di origine straniera o italiani con un genitore straniero”.

randwick school - nz

(la foto ritrae una classe neozelandese nel giorno in cui la scuola celebra le differenze dei propri alunni)

Se, come attestato nel trafiletto, il quartiere in cui si trova la scuola milanese è noto per problematiche legate alla criminalità, il rifiuto dei genitori di mandarci i bambini è comprensibile. Inoltre, i genitori italiani sono mediamente più abbienti dei genitori immigrati, per cui possono scegliere di affrontare spese maggiori di trasporto ecc. per far frequentare ai figli scuole più distanti da casa, mentre è assai probabile che gli altri non abbiano tale opzione. All’Ansa, però, non c’è nessuno a cui salti in mente di fare questi collegamenti. Il problema dev’essere per forza la composizione delle classi – e per molti può esserlo, senza dubbio – al punto che due genitori, secondo l’anonimo articolista, “danno l’allarme”: una coppia di origine sudamericana apparentemente scandalizzata dall’aver sentito i figli parlare in arabo.

Se si fosse trattato di una coppia di origine tunisina con l’arabo come lingua madre e con figliolanza scoperta a chiacchierare in portoghese o spagnolo, l’allarme ci sarebbe ancora? I due sudamericani si allertano anche quando la loro prole parla italiano (è pur sempre “lingua straniera” rispetto all’origine familiare)? Cosa succede se i loro bambini imparano più lingue grazie al contatto continuo con coetanei, diventano troppo intelligenti per essere infarciti di odio e di paura?

Saper comunicare in differenti linguaggi ha come principale conseguenza il capirsi meglio. Ogni idioma è intessuto di storia, cultura, saperi, ispirazioni, desideri: non si tratta di semplici equivalenze fra le parole (ed è per questo che le traduzioni di Google sono ridicole e piene di errori) ma di visioni del mondo che si confrontano – e si parlano.

L’agilità mentale di bambine/i e ragazze/i, la natura inquisitiva della loro giovane età, permettono di apprendere facilmente più lingue: e sì, questo cambia la loro visione del mondo, la apre a interpretazioni differenti, vi inserisce nuovi orizzonti. Ma le lingue non cambiano l’origine e il passato di un essere umano (ne’ l’italiano ne’ l’arabo sono contagiosi…) e non interferiscono negativamente con la sua capacità / volontà di scegliere un futuro, gli offrono invece ulteriori opportunità.

Se vostra figlia o vostro figlio tornano a casa da scuola dicendo parole diverse da quelle che conoscete, perché non chiedete loro di insegnarle anche a voi?

Maria G. Di Rienzo

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“Sunitha Krishnan, nata in India, racconta la sua storia con sorprendente serenità: “Quando avevo 15 anni sono stata stuprata da otto uomini. La mia comunità mi considerò colpevole, non vittima di un crimine. Decisero che era la mia indole a non essere buona, che avevo fatto qualcosa per meritarmelo. Sono stata isolata e la mia famiglia smise di essere invitata a eventi sociali. Ero vista come una prostituta.”, ricorda questa donna minuta, ora 44enne, “Dopo di ciò promisi a me stessa che non avrei permesso a questo di distruggermi, che mi sarei ripresa e avrei dedicato la mia vita a combattere la violenza sessuale, rendendo l’istanza visibile e aiutando altre donne.”

E lo ha fatto. Sunitha ha fondato “Prajwala”, un’organizzazione il cui scopo è aiutare le donne che sono state schiave sessuali. “Donne che non sono state stuprate una volta sola, come me, ma centinaia di volte.”, sottolinea Sunitha.”

Il brano, come quello che segue, è tratto dall’articolo che María R. Sahuquillo ha composto – benissimo – per El Paìs in occasione del Giorno internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

” (le vittime) sono terrorizzate all’idea di essere giudicate scorrettamente, hanno un tremendo senso di colpa derivato dall’ambiente in cui vivono. – dice Tina Alarcón, Presidente del Centro Aiuto alle vittime di aggressione sessuale di Madrid (Cavas in sigla) – “E’ il tipo di ambiente in cui senti ancora cose del tipo ‘se l’è andata a cercare’, specialmente quando la persona è un parente, un amico, qualcuno che conosci, il che ammonta all’80% dei casi.”

Un’altra delle donne intervistate da El Paìs, Macarena García di 48 anni – 23 dei quali passati con un marito che abusava di lei fisicamente e psicologicamente – da quando è riuscita a uscire dalla situazione fa volontariato presso la Fondazione Ana Bella per le vittime di abuso. Macarena dice una cosa molto importante sulla violenza di genere: “Non dovremmo educare le nostre ragazze a ‘badare a se stesse’, dovremmo educare i nostri ragazzi a rispettarle e a non essere aggressori.”

Si chiama, come sapete, socializzazione di genere. Grazie (si fa per dire) a essa potete tirare una linea dalla Spagna di El Paìs agli Stati Uniti di The Olympian, il quotidiano della città di Olympia, e trovare un articolo di Amelia Dickson e Rolf Boone del 27 novembre u.s. che ha nel titolo la frase “Sono un maschio, uomo, perciò questo tipo di roba succede.”

Sono le parole pronunciate in tribunale dal 31enne Efrain Ramirez-Ventura, pescato mentre filmava una madre e sua figlia dodicenne che si stavano provando degli abiti in un camerino di prova. Sul suo cellulare sono stati trovati altri 80 filmati di questo tipo, tutti presi da camerini adiacenti.

Secondo costui, essere maschio significa essere autorizzato a violare l’intimità, gli spazi e i corpi delle femmine, di qualsiasi età.

Dello stesso parere sono quelli che hanno inflitto violenze sessuali a circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (dati Unicef) e quelli che rendono l’Europa un continente in cui una donna su dieci, a partire dai 15 anni d’età, subisce qualche tipo di assalto sessuale: cose che “capitano”, quando addestri metà dell’umanità a credersi legittimata alla violenza.

Maria G. Di Rienzo

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Non voglio rovinarvi la festa, felice Halloween a tutte/i voi. Mi piacerebbe solo che stasera, prima di accendere zucche, di mettervi in costume, di andare a bussare alle porte dicendo in coro “dolcetto o scherzetto” ricordaste che se la caccia alle streghe in Europa è ormai storia, in varie parti del mondo è ancora in atto. Ci sono paesi che hanno tuttora in vigore legislazioni inerenti la stregoneria, ma la maggior parte delle esecuzioni sono extragiudiziali: tipicamente una folla di invasati, spesso subito dopo le dichiarazioni in merito di qualche prete / santone / sacerdote locale, prende di mira uno o più membri molto vulnerabili della comunità – bambine e bambini, donne, persone anziane e persone disabili.

Le “sanzioni” per costoro, accusate/i di praticare la magia nera e ritenute/i perciò responsabili di carestie, siccità, malattie eccetera variano dall’espulsione dal gruppo (che può diventare una condanna a morte per fame e abbandono) alla tortura e all’omicidio.

In India, Nigeria, Congo, Indonesia e America Latina le esecuzioni per stregoneria presentano una orribile frequenza. In Tanzania si dà la caccia ai bambini albini per amputarne le membra e venderle a prezzi altissimi: allontano la sfortuna. In Malawi nell’ultimo mese sono state uccise sei persone accusate di vari tipi di stregoneria, fra cui un uomo epilettico creduto un vampiro. In Ghana un’anziana donna cieca, Memuna Abukari, è stata cacciata dalla propria casa con l’accusa di essere una strega assassina: il suo stesso figlio minaccia di ucciderla se dovesse osare riavvicinarsi… ma vi sono interi villaggi nel paese composti da centinaia di donne in fuga da persecuzioni simili.

Naturalmente ci sono diversi fattori in gioco, da quelli personali come l’appropriarsi di terre o beni appartenenti alle vittime (questo è sovente il caso delle vedove) o il vendicarsi di un rifiuto, a quelle collettive come la razionalizzazione dei disastri dovuti all’avidità dello sfrenato capitalismo neoliberista: è più facile dare la colpa della miseria in cui ti trovi alla strega di turno – ce l’hai sotto mano ed è fragile – che ai distanti, potenti consigli d’amministrazione delle corporazioni economiche e al tuo stesso governo per come ha permesso loro di sfruttare le risorse del tuo paese e lasciarti in mutande. Le nazioni più affette dalla caccia alle streghe sono quelle in cui il reddito pro capite è più basso. Sono quelle in cui i servizi sanitari pubblici scarseggiano e l’accesso agli stessi è troppo difficile e/o costoso per la maggior parte delle persone comuni. Sono anche quelle in cui le società sono più marcatamente patriarcali. A voi fare i conti.

papua nuova guinea

L’immagine qui sopra – 6 febbraio 2013, Post Courier/AP – non viene da un film. Una folla, alla mia vista completamente composta da uomini, ragazzi e bambini, assiste al rogo di Kepari Leniata a Mount Hagen, in Papua Nuova Guinea. La giovane assassinata aveva vent’anni. Nel suo villaggio un ragazzino tredicenne morì di febbre reumatica, ma l’indovino locale dichiarò trattarsi di magia nera e la “strega” fu regolarmente bruciata. Dopo il fatto, sotto pressione nazionale e internazionale, il governo abolì la propria legislazione sulla stregoneria, che contribuiva a rendere accettabili atti del genere, ma non ha ancora conseguito la cessazione degli stessi…

Solo un pensiero, solo una piccola candela nell’oscurità, solo un momento di riflessione. Poi, distribuirò anch’io caramelle ai piccoli mostri e fantasmi che vorranno bussare alla mia porta. Maria G. Di Rienzo

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(“How we learn to accept art that hates woman”, di Sarah Ditum per The Newstatesman, 26 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Le accuse sono sempre “scioccanti”. Due parole sposate eternamente fra loro in “giornalistese” ogniqualvolta è riportato un resoconto di violenza contro le donne da parte di un uomo famoso, sebbene “shock” sia difficilmente la parola giusta nella maggior parte dei casi. E’ di più una solida conferma dei sospetti a cui non ti sei mai permessa di dar riconoscimento. Perché non te lo aspettavi, in un certo qual modo?

Nel boato post-Hefner, post-Weinstein, di donne che parlano apertamente, io mi trovo a pensare di continuo: “Oh, quel tipo? Be’, ovvio.” Nella maggior parte dei casi c’era già qualcosa. Non abbastanza per essere certa, forse, ma abbastanza per avere i miei dubbi. Forse avevo notato in precedenza che il tal uomo sembrava sicuramente apprezzare immagini di donne picchiate e malmenate, o che mostrava notevole piacere nel rimettere le donne al loro dannato posto, o forse avevo sentito dire che aveva relazioni “difficili” con le donne con cui lavorava. Forse era un vero e proprio pornografo il che, siamo onesti, è un campanello d’allarme che suona a tutto spiano. Ma qualsiasi cosa fosse, io la ignoravo; trovavo un modo per mettere quel qualcosa nel ristretto ambiente del giudizio sospeso.

In questo fine settimana, Janice Turner ha scritto della strana facilità con cui è possibile allo stesso tempo “sapere eppure non sapere” cose orribili: dal caso di Miramax a quello dei rifugi di Rotherham (1), la gente ha fatto in modo di adattare il proprio lavoro e le proprie vite agli abusi di cui non avrebbe mai ammesso l’esistenza. Questo sapere-non-sapendo è tossico a livello istituzionale, ma non accade solo nelle istituzioni e ci vuole un’intera vita di pratica per diventare bravi a farlo. Io ci lavoro su almeno da quando avevo dieci anni – e di sicuro anche da prima. Dieci anni era l’età che avevo quando mio padre tornò a casa con una emozionante scatola grigia chiamata “Back to Mono”, che conteneva una serie di CD su cui stavano un decennio di pregiati prodotti del produttore Phil Spector.

Ciò significa che io avevo dieci anni quando ho sentito per la prima volta “Mi ha picchiata (E sembrava un bacio)”, l’inno disturbante, marziale, prodotto da Spector, delle Crystals (2) sulle gioie dell’essere battute dal proprio ragazzo. “E poi mi ha presa fra le braccia / con tutta la tenerezza possibile / e quando mi ha baciata / mi ha fatta sua” trilla la band di ragazze, adolescenti all’epoca della registrazione, a cui Spector ordina di cantare sul tema con degradante dedizione.

Questa era un’informazione con cui dovevo fare qualcosa, ma cosa? A dieci anni ero grande abbastanza per sapere che gli uomini che picchiano le donne sono davvero cattivi, ma non grande a sufficienza per sapere che uomini che celebrano il pestare le donne creano anche canzoni pop molto ben fatte. Accettare che quella canzone mi disturbava (e lo faceva davvero, abbastanza da indurmi ad ascoltarla di nascosto in cuffia, nello stesso modo furtivo con cui leggevo raccapriccianti storie di crimini sul giornale della domenica, causando incubi a me stessa) avrebbe significato gettare a mare l’intera scatola grigia di voci di ragazze che facevano risuonare i loro magnifici melodrammi, e io non potevo farlo.

Perciò trovai un sistema per isolare le mie paure su “Mi ha picchiata”, di incartarle per bene di modo che non contaminassero tutto il resto contenuto nella scatola. Magari è uno scherzo da persone adulte, ho pensato. Magari negli anni ’60 la gente non sapeva far meglio. Quando di anni ne avevo 21, Spector uccise a colpi di pistola l’attrice Lana Clarkson, il culmine di una storia quindicennale del puntare pistole contro donne che respingevano le sue proposte sessuali.

Dopo di ciò, lessi di Ronnie Spector (3), la cantante delle Ronettes e moglie di Spector: la tenne isolata con il terrore per quattro anni, nascondendole le scarpe di modo che non potesse scappare. Ero scioccata? Non proprio, sebbene mi sentissi come se mi fossi abbindolata da sola. Avevo ragione a temere quella canzone, dopo tutto.

Pure, nei miei vent’anni, ho esercitato le mie abilità di repressione sino a renderle una vernice istintiva. Le scene di stupro nei romanzi che avevo imparato a mandar giù, la meschina misoginia dei film di Polanski che avevo in qualche modo separato dalla meschina misoginia del suo aver probabilmente stuprato una tredicenne, e la strombazzata crudezza dell’estetica pornografica che avevo insegnato a me stessa a tollerare nelle foto di moda di Terry Richardson: rendeva l’immagine veritiera della minaccia sessuale minacciando sessualmente in effetti le modelle. Sapevo tutto quel che andava dicendo delle donne, eppure non sapevo. Perché sapere – sapere veramente – mi avrebbe messa al di fuori di tutto ciò che sembrava aver valore, al di fuori del mondo intero di cui volevo far parte.

Ne “Il dono della paura”, Gavin de Becker scrisse del modo in cui le persone (specialmente le donne) apprendono a seppellire il loro naturale senso di paura, spesso per semplice cortesia. Prese fra un’innominabile senso di minaccia proveniente da un individuo e il possibile disagio sociale causato dall’agire in base a esso, in maggioranza le persone preferiscono l’azzardo del trattare con un individuo che le spaventa piuttosto del rischiare di essere scortesi. Le donne imparano a mettere da parte il loro intero ragionevole disagio che riguarda gli uomini, per poter operare in un mondo in cui gli uomini hanno la maggior parte del potere e fanno la maggior parte dell’arte (comunque sia, giacché conta il credito dato loro di cui veniamo a conoscenza).

Una delle cose che possiamo sperare dopo Weinstein, dopo Hefner, è che le donne siano ascoltate. Un’altra è questa: che noi donne ci si senta in grado di ascoltare noi stesse. Non speculare su noi stesse o tentare di convincere noi stesse a comportarci “ragionevolmente”, ma prestare attenzione alle sensazioni viscerali di sconforto quando le sentiamo provenire da qualcuno o qualcosa. In maggioranza noi, per la maggior parte delle nostre vite, tentiamo di incastrarci in un contesto culturale che, più o meno, ci odia.

Una delle cose che mi piacciono di più delle interviste che Ronnie Spector rilascia ora, è quanto ama spudoratamente il suono della sua propria voce che canta. Ci si sente bene quando le donne buttano lo sguardo maschile giù dal piedistallo e riempiamo le nostre orecchie delle nostre stesse voci.

(1) Riferimento a un vasto giro criminale di traffico di minorenni – bambine prepubescenti e ragazzine – che ha cominciato a venire alla luce nel 2010. A tutt’oggi si parla di 1.400 bambine abusate.

(2) Gruppo vocale degli anni ’60 composto da tre ragazze.

(3) Nome d’arte di Veronica Yvette Bennett, cantante rock nata nel 1943. Dall’imprigionamento a cui Phil Spector la sottopose fuggì in effetti scalza, con l’aiuto della propria madre.

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equal measures

“Le bambine e le donne affrontano difficoltà sproporzionate.

Una donna muore a causa di complicazioni durante la gravidanza o il parto ogni due minuti.

Di media, le donne guadagnano il 77% di quel che guadagnano gli uomini.

Le ragazze passano dal 30 al 50% di tempo in più dei ragazzi aiutando nei lavori domestici.

Ogni dollaro speso per la salute materna, dei neonati e dei bambini genererà 120 dollari.

Chiudere il divario di genere sul lavoro aggiungerebbe 28.000 miliardi di dollari all’economia globale.

Istruire le bambine nell’Africa sub-sahariana sino alla fine delle scuole secondarie salverebbe un milione e ottocentomila vite l’anno.

EGUAGLIANZA DI GENERE: UN DIRITTO FONDAMENTALE CHE BENEFICIA TUTTI NOI.”

Così si apre l’opuscolo “From evidence to action – Creating a world where no girl or woman is invisible” (“Dalle prove all’azione – Creare un mondo dove nessuna bambina/ragazza o donna sia invisibile”) a cura di Equal Measures 2030 (equalmeasures2030.org).

La sigla indica una cooperazione fra gruppi della società civile e del settore privato per facilitare il collegamento tra dati e fatti relativi alla diseguaglianza di genere ad azioni e campagne per il cambiamento. Equal Measures 2030 dichiara di voler lavorare con i movimenti per i diritti di bambine e donne (e infatti conta per esempio fra gli aderenti l’Asia-Pacific Resource and Research Centre for Women, l’African Women’s Development and Communication Network – FEMNET, l’International Women’s Health Coalition e Women Deliver) e pro diritti umani per potersi confrontare con i decisori avendo come base una banca dati sul genere più ampia e in grado di generare analisi migliori, usando il tutto per accelerare il progresso verso l’eguaglianza di genere.

team equal measures 2030 new york

(la presentazione del gruppo di New York nell’aprile 2017)

Ho delle perplessità sulle motivazioni del settore privato che partecipa a questa iniziativa (profitto) ma l’indipendenza economica resta un fattore chiave per le donne nel liberarsi da tutti i tipi di violenza di genere, perciò ecco l’appello finale:

“Come Equal Measures 2030 siamo impegnati a lavorare con un ampio spettro di individui e organizzazioni. Abbiamo fame di nuove idee, di ispirazione e innovazioni e non vediamo l’ora di lavorare insieme per informare, ispirare, co-creare, propugnare e potenziare.

Ci sono diversi modi in cui possiamo unire le forze. Diamo il benvenuto a persone singole interessate, alle ong, alle reti di base, alle compagnie, ai ricercatori, ai donatori, agli accademici, ai tecnici che si occupano di aggregare i dati, ai governi e alle aggregazioni multilaterali che vorranno mettersi in contatto con noi.” http://www.equalmeasures2030.org/

Maria G. Di Rienzo

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In seguito alla vicenda Weinstein, di cui credo siate tutte/i consapevoli, la scorsa settimana milioni di donne hanno condiviso le loro storie relative ad aggressioni sessuali usando l’hashtag #MeToo (“Anch’io”) lanciato dall’attrice Alyssa Milano; l’hanno fatto in italiano con #quellavoltache su iniziativa della scrittrice Giulia Blasi e in francese con #balancetonporc (“Strilla al tuo porco”) grazie alla giornalista radiofonica Sandra Muller (in immagine qui sotto).

sandra muller

La Francia conta annualmente 84.000 stupri, 220.000 aggressioni sessuali e la morte di una donna per mano di un partner violento ogni tre giorni. Il paese ha anche un problema con la definizione di assalto sessuale nei confronti di minori, tale che di recente un 28enne è stato assolto dallo stupro di una bambina di 11 anni: gli è bastato dire in tribunale che lei era consenziente.

Ma la Francia ha anche una Ministra per l’eguaglianza di genere, Marlène Schiappa, che intende raddrizzare un po’ le cose: la bozza di legge su cui sta lavorando – con i giudici francesi e aprendo una consultazione pubblica – comprende il riesame del concetto di “consenso” riferito a minori. Inoltre, intende multare i molestatori. Misure simili sono già all’opera in Argentina e Portogallo. In Olanda, molestare una donna a Rotterdam è un atto punito con tre mesi di galera; dal 1° gennaio 2018, ad Amsterdam, sarà punibile con una multa di circa 190 euro.

“Il punto, – ha spiegato la Ministra francese alla stampa – è che l’intera società deve ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Tu non devi seguire le ragazze per due o tre strade di seguito chiedendo loro 20 volte il loro numero di telefono. Ma i molestatori ti rispondono: Oh, ma è mio diritto. Stavo solo chiacchierando con quella ragazza. Le stavo facendo un complimento. Molti di quelli che tormentano le donne non sembrano capire che le loro avance non solo sono indesiderate, ma possono apparire minacciose.”

Marlène Schiappa (in immagine qui sotto) sta pensando a una multa più pesante di quella olandese. Qualcosa attorno ai 5.000 euro, per esempio, se l’offensore è preso “con le mani nel sacco”. Parfait. Maria G. Di Rienzo

marlene-schiappa

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