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Archivio per la categoria ‘Fiabe’

(tratto da “My Emcee Battle Against the Disney Princesses”, di Aya de Leon per Bitch Magazine, 26.3.2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Prima di diventare madre all’età di 41 anni, ero molte cose, fra cui un’artista hip-hop. Per lo più facevo teatro hip-hop, un monologo sulla lotta contro il sessismo nel mondo della musica. Ma ho anche scaldato più di un microfono nei club. Non sapevo che queste capacità mi sarebbero tornate utili nella mia nuova battaglia contro il sessismo: quello contenuto nella letteratura per bambini.

L’anno scorso, quando mia figlia non aveva ancora due anni, amavamo frequentare un ristorante che aveva un mucchio di giocattoli e libri per le famiglie con bimbi piccoli. Mentre sedevo sul divanetto accanto alla tavola per bambini, mia figlia mi allungò un libricino delle dimensioni del mio palmo: era la Biancaneve di Disney. La storia originale era stata ridotta ad otto pagine, ma il senso era il solito: dolce principessa, cattiva regina, mela, dormire per sempre, bacio del principe. Questo accadeva prima che mia figlia fosse solo in grado di dire la parola “principessa”. Toccava a me. Avevo il potere di definire il mondo.

Forse fu per questo che, senza un briciolo di esitazione, offrii una narrazione alternativa alle immagini. Mentre le attività del ristorante fervevano attorno a noi, era come se mia figlia ed io fossimo in una piccola bolla di sapone tutta nostra. Guardai la prima figura e cercai di immaginare una didascalia dove la principessa era una tipa in gamba, invece di una cosa semplicemente giovane e dolce. Respirai, e dissi la prima cosa che mi passò per la mente: “Biancaneve era un’attivista per i diritti degli animali.” Senza nessuno che mi contraddicesse, mia figlia accettò la mia versione e girammo la pagina.

 Biancaneve

Biancaneve era un’attivista per i diritti degli animali.

Sua zia era intrattabile perché stava passando una brutta giornata.

Perciò Biancaneve decise di andare a provare con la sua band.

 Biancaneve 2

Dopo le prove, Biancaneve era affamata, per cui sua nonna le portò uno snack.

Yum!

 Biancaneve 3

Dopo la merenda era l’ora del sonnellino.

Dopo un bel sonnellino, era ora di andare al lavoro per cui la pagavano…

 Biancaneve 4

Come istruttrice di danza!

La mia storia non ha molto senso, lo so. Ma se pensate a quella originale, neppure essa ha senso. Perché una potente regina dovrebbe preoccuparsi se una ragazza nella foresta è più bella di lei? Perché mai gli uomini dovrebbero essere in grado di guarire donne con un bacio mentre queste dormono? L’originale non è solo privo di senso, è disturbante. E l’esperienza mi ha aperto gli occhi sul fatto che, sino a che mia figlia non imparerà a leggere, io posso scegliere la narrazione di tutto quel che leggiamo insieme. Le principesse Disney sono velenose, perché con rarissime eccezioni raccontano sempre la stessa storia: passività femminile, competizione fra donne, salvataggio maschile nel finale.

Quest’anno eravamo ad una festa di bambini e una delle bimbe aveva un set di libretti Disney in una scatola. Sua madre sembrava a disagio quando lei li tirò fuori. Mia figlia trotterellò verso i libretti dai brillanti colori con le figure di ragazze dai grandi occhi e mi chiese di leggerli. Quando cominciai ad interpretare, la madre mi rivolse un sogghigno. Ero orripilata, perché tutte le storie delle principesse finivano con il matrimonio, il ballo con un principe e un bacio. A metà della serie una bimba saltò su: “Ma non dice così!” Io le sorrisi: “La sto leggendo in un modo differente.” Ho rinarrato ogni singolo libretto della serie. E’ stato difficile spiegare il continuo ballare e baciare, ma io ho insistito sul fatto che erano tutte insegnanti di danza molto amichevoli.

Il mio scopo è solo mantenere aperte possibilità alternative nella mente di mia figlia. Voglio incoraggiarla a scrivere da sé il testo della canzone della sua vita. Sì, un giorno la mia bambina imparerà a leggere e vedrà spettacoli televisivi e film. Ma io non metterò la mia firma sotto nessun messaggio folle, non accetterò passivamente quella narrativa come fosse il bacio sulle labbra di una donna dormiente.

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(“The Bear Princess”, di Rosemary Lake. Rosemary si è basata sulla fiaba “L’Orsa” contenuta nel Pentamerone di Giambattista Basile, ma la storia è assai diffusa in molte lingue e varianti e non ha un autore/autrice che sia noto/a. La differenza principale nella versione di Rosemary è che qui il padre vuole costringere al matrimonio la figlia, ma non sposarla lui stesso com’è invece nella maggioranza delle altre versioni. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 dea orsa

Molto tempo fa, vivevano un re e una regina che non avevano figli. Governavano uno splendido regno e la regina era famosa per la bellezza dei suoi lunghi capelli dorati. Entrambi desideravano avere un bambino e alla regina sarebbe piaciuto averne uno che somigliasse a lei. Infine il desiderio fu esaudito: nacque una piccola deliziosa bimba che aveva gli stessi capelli d’oro della madre.

L’intero regno si diede alle celebrazioni, ma alla festa per la nascita le fate madrine sembravano turbate. Era usanza, all’epoca, che le fate si recassero da ogni nuovo nato per far conoscere il suo destino, ma in questo caso le fate si limitavano a sussurrare e scuotere la testa.

“Parlate.”, disse loro il re, “Vedete qualche disgrazia per la nostra bambina? Abbiamo dimenticato di invitare qualcuno?”

“Dobbiamo buttare via tutti i fusi?”, chiese la regina, “Mi piacerebbe proprio farlo, tra l’altro.”

“No.”, rispose la fata più anziana, “Non sono i fusi questa volta. Non siamo sicure di quale strano fato incomba sulla principessa Preziosa. Vediamo solo che, nonostante tutte le ricchezze stipate nel vostro palazzo, lei troverà la sua fortuna da sola, nei boschi.”

“Indossando nient’altro che un mantello di pelliccia.”, aggiunse la fata più giovane, ma tutte le altre la zittirono immediatamente, dicendo che non era una bella cosa indossare pellicce. “A meno di essere un animale.”, replicò la fata più giovane. “Oh, chiudi il becco!”, le dissero le altre.

Poiché non c’erano proibizioni o istruzioni da seguire, tutti presto dimenticarono la profezia, eccettuata una vecchia nutrice, una piccola signora grigia, che si prese cura della principessa da quando costei era bambina.

Ma quando la principessa Preziosa era ormai cresciuta, una tragedia colpì il regno. La regina si ammalò gravemente e nessun dottore riuscì a fare qualcosa per lei. Mentre stava per morire la sua mente divagava e disse al re: “Promettimi che nessun’altra donna siederà sul mio trono, a meno che non abbia i capelli d’oro, identici ai miei.” Accecato dal dolore, il re promise, e poco dopo la regina morì.

Presto i ministri cominciarono a chiedere al re di risposarsi: “In accordo alle nostre leggi, solo il figlio maschio o il nipote maschio di un re può ereditare il regno. E’ vostro dovere risposarvi, per dare un erede al vostro paese.”

Nonostante la tristezza, il re si disse d’accordo: “Sceglierò una nuova regina, ma non infrangerò la promessa che ho fatto alla mia cara moglie. La nuova regina deve avere i capelli dorati identici ai suoi.” I ministri dovettero accontentarsi.

E così il re cominciò a cercare la nuova consorte e chiamò al suo cospetto donne e fanciulle da tutto il regno, ma nessuna aveva quei capelli d’oro. Un giorno, mentre rifletteva disperato che non sarebbe riuscito a fare il suo dovere come re e nel contempo a mantenere il voto pronunciato, colse nell’ombra di un corridoio la figura di una giovinetta incorniciata da lunghi capelli dorati, che le arrivavano sino ai piedi. “E’ la mia cara moglie tornata in vita!”, gridò, “Guardie! Accendete tutte le candele! E voi, signorina, venite subito nella sala del trono!”

“Certo, padre.”, rispose Preziosa, poiché di lei si trattava, “C’è qualcosa che non va?”

Il povero re, riconosciutala, si sentiva morire: “Preziosa, solo tu hai i capelli d’oro identici a quelli di tua madre. Devi sedere sul trono della regina. Devi sposare uno dei miei leali nobili ed avere subito un figlio che diventi il mio erede. Io continuerò a governare, e tu farai quel che io ti dirò di fare.”

Preziosa si infuriò: “Cambia la legge, e sarò io la tua erede. Ma di certo non sarò la tua marionetta. E non sposerò nessuno solo per produrre un nipote per te!”

“Invece lo farai!”, urlò il re, “Tu sei mia figlia e obbedirai ai miei ordini.”

“No!”, gli gridò di rimando Preziosa. La fanciulla fuggì via, si chiuse nella sua stanza e si tagliò i capelli. Aveva appena finito quando la vecchia nutrice bussò alla porta e Preziosa la lasciò entrare.

“Cosa avete fatto?”, disse dispiaciuta la donna nel vedere le lunghe trecce d’oro sparse sul pavimento.

“Mio padre vuole un pupazzo biondo per il trono. Può prendere questi capelli e metterli in testa a una bambola, se vuole!” E la principessa raccontò tutto il resto alla nutrice. La donna l’abbracciò e la confortò: “Avete ragione, è terribile.”

“Vorrei scappare.”, disse Preziosa, “Ma dove potrei mai andare? L’intero regno mi conosce.”

“Forse è ora di seguire la profezia.”, rispose la vecchia nutrice. E poiché Preziosa non ne sapeva nulla, la donna le raccontò cosa le fate avevano detto alla sua nascita.

“Trovare la mia fortuna nei boschi, da sola?”, rifletteva la principessa ad alta voce, “Sarebbe un bel cambiamento! Ma in che modo riuscirei a sopravvivere?”

“In forma animale nessuno potrebbe riconoscervi, e potreste vivere delle bacche e dei funghi del bosco… C’è un animale che vi piacerebbe essere?”

Preziosa sogghignò: “Un’orsa! Un’orsa grande il doppio di mio padre!”

Allora la nutrice prese dalla propria tasca un piccolo fermaglio di legno: “Mettete questo nei capelli. Potrete mutare forma e tornare a quella originaria togliendolo, tutte le volte che volete.”

Preziosa non sapeva se crederle, ma sedette sul letto e mise il fermaglio nel caschetto di capelli che le era rimasto dopo il taglio. Immediatamente vide che le sue mani e i suoi piedi si erano trasformati in zampe dal pelo nero. Poi il letto si ruppe sotto di lei. Preziosa si rimise in piedi, buttò uno sguardo allo specchio e quasi urlò alla vista della grande orsa nera che stava in piedi nella sua stanza. Si tolse il fermaglio con la zampa e guardò nello specchio la sua figura tornare umana.

“Ebbene?”, chiese la vecchia nutrice. “E’ splendido!”, rispose la principessa abbracciandola. Poi sospirò, osservando la lussuosa camera che stava per lasciare: le tende di pizzo, i folti tappeti, gli oggetti raffinati. Quando guardò il letto si mise a ridere: “Suppongo che un’orsa starà comoda nei boschi e che non le serva un letto, dopotutto.” “Siete una ragazza coraggiosa! Ma ora me ne vado, sento che sta arrivando il re.”, e la vecchia signora si dileguò appena in tempo.

Il re batteva alla porta: “Esci! Ho programmato il tuo matrimonio fra un’ora.”

Preziosa spense tutte le candele tranne una: “Scordatelo.”, disse al re.

“E’ un ordine reale!”, gridava suo padre, mentre nella penombra della stanza Preziosa si infilava il fermaglio tra i capelli e guardava le sue mani diventare grosse zampe.

Gli uomini del re sfondarono la porta e lui si precipitò dentro: “Muoviti, devi sposarti!”, gridò.

“Grrr.”, disse la principessa.

“Non fare la stupida.” disse il re, che non aveva la vista acuta, “Togli quel cappotto di pelliccia e indossa un abito bianco.”

“Grrrrrrrrr.”, disse la principessa.

“Devo avere un nipote prima del prossimo anno.”

“GGGGRRRRRR!!!”, disse la principessa e balzò di fronte a lui in piena luce.

Il re si spaventò talmente che cercò di nascondersi sotto il letto rotto. Preziosa-Orsa uscì dalla stanza, attraversò sale e scalinate con le unghie che graffiavano i marmi e infine lasciò il palazzo: nobili, guardie, servitori e soldati fuggirono tutti di fronte a lei.

orsa

Preziosa-Orsa camminò tutta la notte alla luce delle luna e arrivò in una quieta foresta. Trovò una morbida cavità erbosa in cui dormire e si sentiva comoda e calda anche senza letto e coperte grazie alla sua folta pelliccia. Il mattino successivo esplorò le radure della foresta. All’inizio gli animali più piccoli di lei che vivevano là fuggivano al solo vederla, come avevano fatto le persone nel palazzo. Ma presto lei imparò a camminare gentilmente con le sue zampe da orsa e ad abbassare il suo ruggito da orsa e gli altri animali non ebbero più paura e diventarono affabili e amichevoli. La guidarono ad un albero cavo che diventò la sua casa. Gli uccelli le indicarono i frutti più dolci, le talpe dividevano i tuberi con lei, le api costruirono l’alveare accanto al suo albero di modo che potesse avere un po’ di miele, e gli animali più piccini e pelosi dormivano attorno ai suoi piedi. In cambio, lei proteggeva animali ed alberi da cacciatori e tagliatori e così tutti vivevano felicemente insieme. Dopo qualche tempo, Preziosa-Orsa perse il ricordo della sua esistenza precedente come essere umano. Amava la vita da orsa, la frutta fresca, i fiori selvatici, gli amici di ogni specie animale.

Poi un giorno, un principe di un regno vicino si perse in quella foresta. Quando vide Preziosa-Orsa chinarsi su di lui rimase paralizzato dalla sorpresa: “Scusami, buon orso, me ne vado subito.”, disse infine indietreggiando, “Mio bell’orso, caro orso…”

Il suo viso e la sua voce erano gentili e Preziosa-Orsa si avvicinò, allo stesso modo cauto con cui si era avvicinata dapprima agli altri animali e lo fiutò. Il principe capì che non aveva nulla da temere e carezzò la testa dell’orsa e la grattò dietro le orecchie. “Sei un’orsa buona e dolce, ma io devo tornare a casa, ora. Vorresti venire con me?” A Preziosa-Orsa piacque così tanto quello strano animale alto che lo seguì volentieri.

Quando raggiunsero il suo castello nella foresta il principe, il cui nome era Jerome, condusse l’orsa ad un grande e splendido padiglione nel suo giardino e disse ai suoi servitori: “Quest’orsa è una creatura speciale. Servitela come servireste me.” Presto tutti i servitori divennero suoi amici. Preziosa-Orsa continuava a vivere con gli altri amici animali, ma faceva visita al castello sempre più spesso e passava molto tempo nel bel padiglione. Un giorno, mentre dormiva accanto allo stagno dei gigli nel giardino del principe, il fermaglio di legno le cadde dalla pelliccia.

Non appena si fu mutata in una giovane donna dai lunghi capelli d’oro (perché era passato abbastanza tempo ed erano ricresciuti) la principessa guardò il suo riflesso nello stagno e rimase di stucco: “Oh cielo! Cosa mi sta succedendo? Dov’è il mio bel pelo nero?” Naturalmente pensò così perché non ricordava nulla del suo passato. Accadde che il principe, affacciato ad una finestra del castello, vide una fanciulla dalla chioma dorata vagare incerta nel suo padiglione. Corse ad una balconata e saltò nel giardino, attraversando malamente una siepe di rose e atterrando ai piedi di Preziosa. La principessa aveva appena ritrovato il fermaglio e pur non sapendo bene perché se l’era rimesso nei capelli. Così Jerome colse un breve momento della sua trasformazione, ma la siepe l’aveva ferito al viso e agli occhi ed era così sconcertato da quel che aveva visto che perse i sensi. Preoccupata, Preziosa-Orsa si chinò su di lui e gli leccò gentilmente la faccia.

In quel momento la madre del principe, che stava passeggiando, arrivò in quel punto del giardino e vide il figlio disteso a terra e l’orsa china su di lui. “Cos’hai fatto al principe?”, gridò, “Servi, uccidete questa bestia!” Preziosa-Orsa corse verso l’interno della foresta e i servitori la inseguirono. Non voleva far loro del male, perciò si nascose per un po’ e poi tornò alla sua casa nell’albero cavo. Era felice come sempre con gli altri animali, ma Jerome le mancava e ogni giorno toglieva il fermaglio per pochi minuti, guardava la propria pelle senza pelo e i capelli dorati e si chiedeva cosa significassero.

I servitori che l’avevano inseguita si erano fermati non appena fuori di vista dalla regina, dicendosi l’un l’altro che l’orsa era buona e gentile e non avrebbe mai ferito il principe. “Lasciamola stare.”, disse uno. “Ma la regina ci ha ordinato di ucciderla.”, rispose un altro. E infine tornarono al castello e mentirono alla regina, dicendo che avevano ucciso l’orsa. Quando Jerome sentì questa notizia saltò fuori dal letto come se fosse impazzito e urlò che avrebbe ridotto i servitori a carne tritata. Giusto in tempo, uno di loro gli bisbigliò all’orecchio: “L’orsa è viva, è nella foresta.” Allora il principe balzò a cavallo, dimentico delle sue ferite, e percorse la foresta per giorni e notti, sino a quando trovò la radura della sua amica orsa. “Per favore, torna da me.”, disse a Preziosa-Orsa, “Mia cara, bella, dolce orsa. Mia madre è dispiaciuta e i servitori non ti avrebbero mai fatto del male.”

E così Preziosa-Orsa tornò al padiglione, ma stette molto attenta a non togliersi mai il fermaglio, poiché il farlo aveva causato così tanti guai. Il principe ricordava la breve visione della sua forma umana come un sogno, ma cominciava a capire che, qualsiasi cosa quella creatura fosse in realtà, lui la amava. Ma poiché era andato a cercarla senza riposarsi e curare le proprie ferite il principe si ammalò e diventò via via sempre più debole. “Non voglio più medici.”, disse ad un certo punto, “Non voglio attendenti o prescrizioni. Voglio stare con l’orsa.” Sua madre, che ormai temeva di vederlo morire, fece trasportare il letto e Jerome nel padiglione, dove Preziosa-Orsa cominciò a curarlo con le erbe e il miele e la frutta fresca che i suoi amici della radura le portavano. Il principe guarì così bene da sembrare nuovo di zecca, e sua madre ringraziò l’orsa e l’abbracciò e la baciò.

Jerome le chiese: “Posso baciarti anch’io, per favore?” L’orsa abbassò la testa in un assenso. E il principe la strinse e la bacio e ribaciò, così tante volte che il fermaglio le cadde dalla pelliccia e lui si ritrovò fra le braccia una giovane donna dai capelli d’oro.

“Cara ragazza, cosa significa tutto ciò?”, disse la regina, “Perché eri travestita da orsa? Sei in qualche guaio?”

Di colpo la memoria di Preziosa tornò e la giovane raccontò alla madre del principe l’intera storia.

“Hai fatto la cosa giusta.”, le disse la regina, “Nessuno deve sposarsi per forza.”

Jerome invece le disse: “Sposeresti me di tua volontà?”

Preziosa era contenta e fu d’accordo, e entrambi si inginocchiarono lì dov’erano per ricevere la benedizione della regina. Mandarono a chiamare la vecchia nutrice affinché partecipasse alle loro nozze e poi vivesse con loro e qualche giorno dopo si sposarono nel padiglione, davanti a tutti gli animali amici di Preziosa.

Poco tempo dopo, la regina chiese alla coppia di governare il regno perché aveva svolto quel compito per molti anni e desiderava riposare, e Jerome e Preziosa accettarono ma dissero che l’avrebbero fatto continuando a vivere nel castello della foresta, dove alberi, fiori, uccelli e scoiattoli, volpi e api, marmotte e talpe stavano felicemente insieme con loro.

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La Fata Madrina

Potrebbe essere andata così? Vediamo. Fra i grappoli di glicine spunta dapprima un occhietto dorato, poi un altro, poi un bel visino aguzzo con orecchie a punta, e infine un’intera minuscola figura profumata, con un poncho di foglioline e con una campanula in testa come cappello (che le sta un po’ largo). C’è una bambina, nei pressi del glicine. La fata del glicine le sorride e dice: “Ciao, sono la tua madrina e sono venuta a portarti un dono.”

fata madrina di Linda Ravenscroft

La bambina la guarda corrugando la fronte. Per piccola che sia, la fata sembra adulta, e lei non si fida degli adulti. Quando ha visto le orecchie a punta sperava fosse un gatto, ma poi si è accorta che non erano pelose. Pazienza, pensa la bambina, e continuerà a pensare questa parola, di fronte alla delusione, per tutta la vita. E comunque la sua vera madrina è una zia antipatica che non le ha mai detto una parola buona, figuriamoci se le farebbe un regalo. Così non risponde, guarda i sassolini per terra e aspetta che la fata svanisca. Di sicuro deve trattarsi di una di quelle cose che lei vede ma che le dicono non essere mai accadute. Fra pochi anni, dopo aver cacciato sua sorella di casa, suo padre tenterà di convincerla che tale sorella non è mai esistita. Ma per il momento deve solo dimenticare cocci e sangue, urla e bestemmie, non parlarne mai e credere di essere fantasiosa quando va bene e matta più spesso.

La fata del glicine, però, non demorde. “Guarda, qui ci sono i tre scrigni, è un classico. Veramente vorrei qualche variazione, ogni tanto, ma la regola è questa. Puoi sceglierne uno, e quel che c’è dentro sarà tuo per sempre.” La bambina, suo malgrado incuriosita, alza lo sguardo. Gli scrigni sono tutti uguali, bianchi e tondi, paiono fatti di nuvole e zucchero filato. “E cosa c’è, dentro?”, chiede timidamente. “Ah, questo varia da persona a persona. Vedi che ogni scrigno porta una runa, un segno?” La piccola Maria Giuseppina aguzza gli occhi e sì, ci sono delle specie di zampe di gallina che sfumano fra il violetto e l’azzurro. “Per te, la prima runa significa “Cancella”, la seconda “Ripeti” e la terza “Comincia”. Visto che preghi di morire ogni notte, ormai, penso che il primo scrigno… ma devi essere tu a scegliere.” “Cosa significa “Cancella”?”

“Se scegli questo scrigno ti dissolverai nell’aria, non sarai mai esistita e nessuno di quelli che ti conoscono ti ricorderà. Cosa te ne pare?” La bambina ci pensa su: “Fa male?” “Assolutamente no. Sentirai un po’ di fresco, magari, mentre il vento ti disperde, ma niente dolore.” Mi piace, pensa Maria Giuseppina, ma se vado via chi darà da mangiare ai micetti? Quanto ci resteranno male non appena si accorgeranno che non ho mantenuto la mia promessa di amarli? La bambina si morde il labbro e scuote la testa: “Non lo voglio. Nel secondo che c’è?”

“Se scegli “Ripeti” non ti farai opinioni diverse da quelle che servono a continuare e replicare ciò che già c’è. Crescerei ad esatta immagine e somiglianza dei tuoi genitori. Formerai una famiglia allo stesso modo, avrai dei figli e li tratterai nell’identica maniera in cui loro trattano i propri. Che ne pensi? Potrebbe essere una vendetta differita, in un certo senso…” “Ma tu sei una fata madrina o un diavolo?”, sbotta la bambina, “No, tienti pure il “Ripeti”, non lo prendo neanche se me lo tiri dietro.” Definire “disfunzionale” la famiglia della bambina, come avrete capito, sarebbe un complimento.

“Allora non resta che il terzo scrigno, eccolo qua e buona fortuna…” “Un momento, voglio prima sapere cosa contiene!” “Non è chiaro? “Comincia” ti regalerà il senso della creazione. Nessuno potrà raccontarti e mistificarti, sarai tu a raccontare. Le storie non saranno più fardelli ma ali, e ti porteranno ovunque tu voglia, nel passato e nel futuro, su ogni angolo di questo pianeta e sulle stelle più distanti. Proverai empatia e vicinanza per tutto quello che esiste e il tuo cuore diventerà molto spazioso, ma proprio per questo sarà trafitto più spesso. Non aspettarti fortuna, agio, comodità. Avrai solo queste… le tue parole.” E lo scrigno sboccia come un fiore di neve e lascia uscire una meravigliosa valanga di parole-farfalle, parole-uccellini, parole-sassi, parole-comete, parole-caramelle, parole-pentole, parole-ruote, parole-bambine… e tutte riempiono le mani della piccola Maria Giuseppina, le si infilano nei capelli, le si appiccicano addosso, si fanno inghiottire, le entrano nelle orecchie, la sollevano e la fanno ballare a mezz’aria…

Sì, potrebbe essere andata così. Non so se questo risponde a chi pensa le parole siano “troppo poco” o non valgano nulla. Le parole sono la mia gioia e il mio strumento di lotta. Ve le regalo allo stesso modo in cui la fata madrina le regalò a me. Non voglio nulla in cambio. Posso amarle in perfetta solitudine: in effetti, fanno sì che io non sia mai davvero sola. Maria G. Di Rienzo

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Due donne al parco

(di Sharon Mehdi, fiaba scritta per la sua nipotina di cinque anni. Trad. Maria G. Di Rienzo)

 

 

C’era una volta un caffè con le finestre che davano sul parco pubblico. Un giorno, un ragazzo che lavorava nel caffè vide da una di quelle finestre due donne anziane, che sembravano essere rimaste nel parco tutto il giorno. Non si muovevano, non parlavano, erano vestite con i loro abiti migliori e pareva guardassero in direzione del Municipio. Il ragazzo chiese ai suoi colleghi che ne pensassero. Proprietari, lavoratori e avventori cominciarono a speculare su cosa le donne stessero facendo, e tirarono fuori un gran numero di ipotesi.

Una bambina di cinque anni che era nel caffè prese infine parola e disse: “Una di quelle donne è mia nonna ed io so cosa stanno facendo. Stanno in piedi là per salvare il mondo.”

Tutti gli uomini nel caffè risero e schiamazzarono. Sulla strada di casa, il ragazzo decise di chiederlo direttamente alle donne, e la loro risposta fu: “Stiamo salvando il mondo.” Quella sera, a cena, il ragazzo raccontò la storia ai suoi genitori, e lui e suo padre risero e schiamazzarono, ma sua madre restò in silenzio. Dopo cena, la madre chiamò le sue amiche per narrare loro la vicenda.

Il giorno dopo, il ragazzo guardò di nuovo dalla finestra, e le due anziane erano ancora là, ma c’erano anche sua madre, le amiche di sua madre e tutte le donne che erano state nel caffè il giorno prima. Tutte stavano in piedi, in silenzio, con lo sguardo rivolto al Municipio.

Di nuovo, gli uomini sghignazzarono e ulularono e dissero cose di questo tipo: “Non si salva il mondo stando nei parchi, ci vogliono gli eserciti.”, oppure: “Tutti sanno che bisogna avere striscioni e slogan per salvare il mondo, non si può farlo stando semplicemente in un parco.”

Il giorno dopo, al gruppo di donne si erano aggiunte anche tutte quelle che erano nel caffè il giorno prima, e un po’ delle loro amiche. Ciò indusse il quotidiano locale ad occuparsene ed il giornalista scrisse un articolo che derideva le donne. Il giorno in cui l’articolo apparve sul giornale, centinaia di donne raggiunsero le altre al parco e stettero in silenzio con loro. Il sindaco disse allora al capo della polizia di sgomberarle, perché facevano sembrare stupida la città.

Quando il capo della polizia disse alle donne di disperdersi perché non avevano l’autorizzazione a manifestare, una di esse gli rispose: “Siamo solo cittadine che stanno nel proprio parco pubblico, non stiamo tenendo discorsi o facendo una dimostrazione per cui sia necessario un permesso.” Il capo della polizia dovette ammettere che era così e le lasciò stare.

A questo punto, nel parco c’erano 2.223 donne incluse la moglie del sindaco, la moglie del capo della polizia ed una bambina di cinque anni, tutte là per salvare il mondo. La notizia si diffuse velocemente, e presto ci furono donne in tutti i parchi del paese, e poi in tutti i parchi del pianeta. Avevano preso posizione per salvare il mondo.

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L’anno del coniglio

 

C’era una volta, in Cambogia, un bambino che si chiamava Dhomabal Khumar. A sette anni sapeva già parlare quattro lingue e leggeva i testi sacri studiati dai monaci. Inoltre, conosceva il linguaggio degli uccelli e parlava con loro. La sua famiglia gli costruì un tempio accanto al fiume, dove molti uccelli andarono a vivere, e così Dhomabal poteva parlare con loro ogni giorno.

La gente del suo villaggio lo amava molto, non solo perché era intelligente, ma perché aveva un cuore gentile. Purtroppo quell’affetto rese geloso il re degli dei, Kabil Moha Prom, che sfidò il bambino. Se non avesse saputo rispondere all’indovinello che il re gli poneva, questi gli avrebbe tagliato via la testa. Ma se Dhomabal avesse vinto, il re degli dei si sarebbe tagliato la testa da sé.

L’indovinello era: Dove trovi la felicità al mattino, a mezzogiorno e alla sera?

Il bambino non sapeva la risposta, perciò fuggì nel profondo della foresta. Qui, sentì per caso due aquile che parlavano proprio dell’indovinello, perciò apprese la risposta: al mattino, trovi la felicità nel tuo volto, a mezzogiorno nel tuo corpo e la sera nei tuoi piedi. Dhomabal riferì quindi la soluzione dell’indovinello al re degli dei, e costui si tagliò la testa. La testa divina era a questo punto un problema: non si poteva posarla sulla terra, perché avrebbe causato incendi; non si poteva lasciarla in cielo, perché avrebbe causato siccità, e nemmeno metterla nell’oceano, perché lo avrebbe prosciugato. Così Kabil Moha Prom istruì le sue sette figlie su cosa fare: la testa andava sistemata in un carretto d’oro, doveva girare attorno alla montagna Sumeru e poi andare al tempio celeste di Khimalay. Le sette figlie ogni anno si danno il cambio per portare a termine questo compito. Inoltre, poiché il re degli dei senza testa non può più benedire il suo popolo, sono loro a farlo, ad ogni nuovo inizio dell’anno lunare.

La figlia in carico per quest’anno è la quinta, e si chiama Kariney Tevi. Arriverà verso mezzogiorno del 14 aprile prossimo, a cavallo di un elefante e scortata da un migliaio di angeli femmine. Alla testa del corteo starà un’angela in groppa ad un coniglio, giacché questo nuovo anno è quello del coniglio, ed è lui a conoscere la strada.

In ogni casa ci sarà una tavola apparecchiata con fiori e frutti per la schiera angelica, i cambogiani bagneranno con acqua benedetta nei templi prima i loro volti, poi i loro corpi e infine i loro piedi, come la risposta di Dhomabal ha insegnato loro tanto tempo fa, e ci saranno cerimonie e giochi e feste.

Ecco infine cos’ho imparato io. 1) La felicità consiste nel sapersi riconoscere, nel darsi nutrimento e quindi nell’agire: e queste tre cose sono inseparabili l’una dall’altra. 2) Un’importante fonte di salvezza, di fronte al pericolo e alla minaccia, è saper comunicare anche con chi è radicalmente diverso. 3) Portare in giro il sole (una delle fonti della vita su tutto il pianeta) è una responsabilità non da poco: l’energia benefica è pericolosa se usata nel modo sbagliato. 4) Non è bene se ad avere il controllo su tale energia è una sola persona, finisce infatti per usarla con arroganza: meglio che la responsabilità sia condivisa, fra noi che ci trattiamo come sorelle.

Maria G. Di Rienzo

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La dea del mare

 

Millecinquecento templi attivi, oltre 100 milioni di devoti sparsi fra Cina, Taiwan, Vietnam e zone limitrofe. Decine di migliaia di persone compiono ogni anno il pellegrinaggio al suo tempio più antico, ed il giorno della sua nascita si tengono celebrazioni in tutte le regioni costiere asiatiche. Probabilmente, si tratta della dea più venerata oggi.

In genere è conosciuta come Mazu (o Matsu: “madre ancestrale”), ma in circa un millennio ha guadagnato una lunghissima serie di nomi e titoli. Sì, perché Mazu dea lo è diventata. In origine era Lin Moniang, una ragazza nata sulla piccola isola di Meizhou, di fronte alla costa sudest della Cina, nel 960 d.C.

Si tratta di uno dei rari casi in cui le vicende relative ad una divinità (miti e leggende) non giungono a noi tramite il lavoro degli antropologi, degli archeologi, dei poeti e dei teologi, ma tramite documenti ufficiali, editti governativi, scritture taoiste e diari di bordo di navi mercantili o da pesca. Mazu, infatti, è per i suoi fedeli la Dea del Mare, colei che calma le tempeste. E quella che segue è la sua storia.

La famiglia Lin, una famiglia di pescatori, aveva già 6 figli quando la futura dea venne al mondo, ma solo uno di essi era femmina. La madre pregò la dea della misericordia, Kuan Yin, di avere un’altra bambina, e fu esaudita. La piccola fu chiamata dapprima Niang. Era una creatura stranamente quieta, sebbene fosse sveglia e sana, e durante il suo primo mese di vita non pianse mai. Perciò i suoi genitori la soprannominarono “Mo” (silenziosa) e da allora il suo nome fu Lin Moniang (all’uso asiatico, il cognome di una persona viene prima).

I genitori si accorsero presto che Moniang era dotata di un’intelligenza profonda e precoce e di quella che viene chiamata “memoria eidetica”, e cioè fotografica. Dall’età di quattro anni cominciò anche a manifestare segni del possesso di una “seconda vista”, la capacità di sentire o sapere ciò che stava accadendo a grande distanza. A dieci cominciò a studiare il buddismo e la medicina tradizionale cinese, a quindici era già tenuta in grandissima stima come guaritrice: una guaritrice che non si limitava a trattare le infermità, ma insegnava come prevenirle ed evitarle. In questo periodo cominciò a far uso della sua “seconda vista” per proteggere i pescatori: prevedeva il buono ed il cattivo tempo, ed era in grado di indicare se era sicuro uscire per mare; stava sulla costa, vestita di rosso vivo per essere scorta anche a grande distanza, e guidava le barche in porto. Era, ovviamente, un’eccellente nuotatrice anche se questa era un’abilità che aveva appreso solo da adolescente. Marinai cinesi, giapponesi, tailandesi, malesi, vietnamiti – e persino americani ed europei – attualmente pregano ancora Mazu prima di prendere il largo, e la ringraziano quando tornano sani e salvi. Le leggende che si narrano sulle sue apparizioni mirate al soccorso dei marinai (vestita di rosso all’orizzonte, vestita di luce sul ponte della nave, a cavallo di una nuvola) sono innumerevoli.

Ma la principale riguarda ciò che avvenne quando era ancora Lin Moniang e i suoi fratelli e suo padre erano in mare. La ragazza stava tessendo quando entrò in trance e “vide” gli eventi che avrebbero portato i suoi parenti in una tomba d’acqua. La sua mente si trasportò al loro fianco e li soccorse, ma non riuscì a salvarli tutti (alcune leggende dicono che fu il padre a morire, altre un fratello o più fratelli) perché sua madre, vedendola accasciata sul telaio e credendola malata la svegliò.

Se osservate le raffigurazioni di Mazu, la noterete spesso in compagnia dei due cosiddetti “generali” (che sembrano però più due demoni), Chien Li Yen – Occhi che vedono a grande distanza, dotato di due corna, e Shung Feng Erh – Orecchie che odono il vento, dotato di un corno. Una versione vuole che si tratti effettivamente di due esseri soprannaturali soggiogati dalla dea, un’altra dice che erano due guerrieri di grande fama, pretendenti di Lin Moniang in due diversi momenti. In quest’ultima versione la ragazza, che non aveva nessuna intenzione di sposarsi e che non lo fece mai nonostante l’immensa pressione sociale, li sfidò entrambi in combattimento: sarebbe diventata la moglie di chi l’avesse sconfitta, ma se il suo avversario avesse perso avrebbe dovuto servirla per il resto della sua vita. Poiché gli studi di Moniang al tempio buddista includevano le arti marziali… e poiché sarebbe diventata una dea… potete immaginare come entrambi gli scontri andarono a finire. Da allora, i due generali le furono amici fidati.

La morte di Lin Moniang avvenne all’età di 28 anni, ed il mito narra che fu lei stessa a sceglierla. Un giorno, Moniang disse semplicemente alla sua famiglia che per lei era venuto il momento di andarsene, e che doveva andarsene da sola. Vicini e parenti la videro salire una montagna nei pressi della sua casa. In cima, fu avvolta da nebbie splendenti e canti e trasportata in cielo. Dietro di sé, lasciò un meraviglioso arcobaleno (nella tradizione cinese l’arcobaleno indica la presenza del drago, simbolo di grande benedizione e buona fortuna).

Subito dopo la sua scomparsa, Lin Moniang fu elevata al rango di divinità buddista dal governo cinese. Durante il millennio che seguì, corti imperiali di differenti dinastie innalzarono il suo status attribuendole sempre nuovi onori e titoli (22 “promozioni” totali, compresa quella che la rende Imperatrice del Cielo).

Pure, se abbiamo qualcosa da imparare dalla sciamana Lin Moniang, che poi divenne la dea Mazu, credo sia il grande amore che ha riversato sulle persone intorno a sé: guarendole, proteggendole, vegliando su di loro.

Maria G. Di Rienzo

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Il mondo va così

Tutti conoscono la storia di Adamo ed Eva, ma sono veramente in pochi a sapere quella di Grunta e Smurfo. E’ un peccato, perché praticamente ogni gruppo umano, sin dagli albori, ha avuto la sua Grunta o il suo Smurfo: quelli più fortunati li hanno persino avuti entrambi, quelli cui non è toccata la grazia ne’ dell’una ne’ dell’altro sono presto svaniti nell’oblio.

 

 

Nelle loro tribù cavernicole Grunta e Smurfo sono i giovani più ispidi, irsuti, rognosi e dispettosi del gruppo. Fanno un sacco di domande (spesso condite da sarcasmi e commenti iconoclasti come “grunt” e “smurf”), hanno una curiosità sconfinata, una sbrigliata fantasia, una spiccata tendenza a cercare il massimo risultato con il minimo sforzo e spesso si mettono nei guai.

Succede ad esempio che Grunta se ne stia in disparte da qualche giorno, e che dalla piccola grotta vicina alla foresta dove si è rintanata si sentano strani rumori, i colpi della pietra sul legno e qualche colorita imprecazione quando il martello improvvisato le acciacca un dito. Le venerabili anziane della tribù, e cioè le donne che hanno passato i trent’anni, passano di là scuotendo la testa e qualcuna urla a Grunta di smetterla di perder tempo e di preoccuparsi di cose serie: i segni sono chiari, presto ci sarà una grande tormenta di ghiaccio e neve e la tribù si sta preparando a spostarsi. Bisognerà, tristemente, abbandonare tutto ciò che è troppo pesante per essere trascinato e portato in braccio e qualche membro della tribù decrepito (oltre i quaranta) o molto malato sarà purtroppo lasciato indietro. Ed ecco che Grunta finalmente emerge dal suo misterioso ritiro: a forza di pestare, incastrare, legare, levigare ed ammaccarsi le mani ha costruito un carretto a due ruote. Intende lasciare il meno possibile dietro di sé, quando partirà con la tribù, e meno che mai la nonna a cui è molto affezionata. La nonna potrà stare sul carretto assieme alle coperte e ai canestri; tirando l’attrezzo in due persone, una per stanga, si farà meno fatica che a portare il tutto a braccia.

Orrore!”, urla all’unisono il consiglio tribale, “Grunta ha passato il segno: sta sfidando le nostre sacre tradizioni e stravolgendo la nostra cultura. Le tormente sono mandate dagli dei, e quelli che ne muoiono sono il sacrificio necessario a placare la collera divina. E in fondo, per la maggior parte si tratta di persone che a causa dell’età o della malattia non sono più in grado di contribuire alla crescita ed al benessere della tribù.”

Tutta polvere di selce.”, ribatte l’ingrugnita Grunta, ovvero “tutte sciocchezze”, “La nonna ha imparato nella sua lunga vita un sacco di cose: sa distinguere le erbe buone dalle erbe velenose, capisce le stagioni e gli animali, sa i movimenti delle stelle. Se tutto questo va perduto, ogni volta bisogna impararlo di nuovo. E poi, non ha ancora finito di raccontarmi la storia del dinosauro che si era innamorato di un vulcano.” Mentre così dice una nuova ideuzza spunta nel cervello di Grunta: e se fosse possibile rendere concrete le parole della nonna, come rocce, renderle visibili ed accessibili anche dopo che lei se ne sarà andata? Le rocce, già, la cui durata sfiora l’eternità. Potrebbero essere incise nella roccia, parole, idee, conoscenze?

Il consiglio dibatte animatamente se distruggere il carretto (opzione avversata dai più curiosi), cacciare Grunta dalla tribù (opzione avversata dalla sua famiglia e dal giovane Smurfo che è da un po’ che la adocchia), scannare preventivamente sua nonna (opzione avversata dalla nonna), e Grunta non li bada più perché sta già pensando all’alfabeto, ma ecco che arriva davvero la tempesta e tutte le discussioni vengono rimandate a data da destinarsi. Occorre che vi dica com’è andata? Grazie alla creatività di Grunta ed alla preservazione e trasmissione diffusa della conoscenza della nonna, la tribù sopravvisse e prosperò. E andò ancor meglio quando l’idea di Smurfo di conservare il fuoco fu accettata.

 

 

Naturalmente, il giovanotto incontrò le stesse difficoltà di Grunta. “Orrore!”, ulula il consiglio tribale, “Il fuoco viene dai fulmini, emanazioni della potenza celeste. E’ qualcosa da temere o riverire, non qualcosa da portarsi nelle caverne! Smurfo sta sovvertendo tradizioni, cultura, sacro, blah blah blah…” Ma intanto i membri della famiglia di Smurfo cucinano il cibo, non muoiono di freddo, cuociono vasi e Grunta – sì, nel frattempo la ragazza ha deciso che Smurfo non è male se proprio si deve scodellare un marmocchio o due – vuol provare a fondere il rame.

Morale: l’umanità è sopravvissuta perché alcuni suoi membri alla frase “Il mondo va così, è sempre andato così e non c’è niente che tu possa fare.”, hanno risposto “Col piffero.”

Maria G. Di Rienzo

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Il castello silenzioso

di Rosemary Lake (autrice contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo)

C’era una volta una bambina che, dopo la morte dei suoi genitori, andò a vivere nei pressi di un grande bosco con un vecchio zio e due suoi nipoti. Nessuno dei tre era molto intelligente, ma anche se pensavano che una ragazzina non servisse a niente la trattavano bene.

Un giorno i due ragazzi se ne andarono in cerca di avventure, e per un bel po’ di tempo non si seppe nulla di loro. Lo zio diventò assai triste. Perciò la bambina, che si chiamava Belinda, disse: “Andrò io a cercarli.” “No, no.”, disse il vecchio, “Tu sei solo una femmina. Se li trovi in pericolo, cosa potrai mai fare?”

Belinda non voleva discutere con lui, e rispose soltanto: “Bene, forse potrei chiamare aiuto, o far sapere a te dove sono.” Allora lo zio acconsentì e le diede un buon cavallo ed una borsa di danaro per il viaggio. Belinda cavalcava lungo il margine della foresta, chiedendo a chiunque incontrasse se aveva visto i ragazzi. Presto li trovò a lavar piatti in una locanda, perché avevano scialacquato stupidamente tutti i loro soldi. Con la borsa dello zio la bambina pagò i loro debiti, e i cugini la ringraziarono gentilmente. “Di niente.”, rispose Belinda, “E ora cosa ne direste se andassimo in cerca di avventure in tre?” I ragazzi erano riluttanti ma infine si dissero d’accordo. Belinda scrisse una lettera allo zio dicendo che tutto andava bene, e i tre partirono insieme. Cavalcando, incontrarono sulla loro strada un grosso nido di formiche. I ragazzi volevano bucarlo con bastoni per dar fastidio alle formiche, ma Belinda disse: “Lasciatele in pace, non ci hanno fatto alcun male.” Per farle piacere, i ragazzi accettarono.

Presto giunsero nei pressi di un lago dove molte piccole anatre nuotavano. I ragazzi volevano catturarne qualcuna e cucinarle per cena, ma Belinda disse: “Lasciatele in pace, non ci hanno fatto alcun male.” Perciò proseguirono e trovarono in abbondanza frutta e funghi per la loro cena.

Il giorno dopo videro un albero cavo dove c’era un nido di api, e il miele correva lungo il tronco. I ragazzi volevano accendere un fuoco, cacciare le api con il fumo e prendere tutto il miele, ma ancora Belinda disse: “Lasciatele in pace, non ci hanno fatto alcun male.” E così i tre cavalcarono via.

 

Quella sera, nel folto della foresta, avvistarono uno strano castello di pietra grigia sulla riva di un lago scintillante. Non vi si vedeva nulla che si muovesse. Nelle stalle c’erano molti cavalli di pietra grigia. La porta era aperta, le sale riccamente decorate, ma non si riusciva a trovare neppure una persona.

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Il marito della guardaboschi

di Rosemary Lake (autrice contemporanea, fiaba basata su un testo dei fratelli Grimm), trad. Maria G. Di Rienzo

 

In un regno boscoso, alto fra le montagne, viveva una semplice e gentile giovane donna di nome Elsa, che era sposata ad un semplice e gentile giovane uomo, il quale era uno dei guardaboschi del Re. Perché il buon Re Federico non permetteva la caccia nel suo regno, e aveva questa squadra di guardiani della foresta il cui compito era proteggere gli animali dai bracconieri. I guardaboschi passavano tutto il giorno nella foresta per vedere cosa accadeva, e davano agli animali ogni aiuto di cui avessero bisogno. Anche ad Elsa piaceva vagare nei boschi e quando Hans, suo marito, era troppo stanco, lei lo lasciava a badare al fuoco ed al loro bambino e andava a camminare e ad arrampicarsi al posto suo. Un giorno, mentre stava appunto vagando in giro, Elsa si sedette per mangiare il suo pranzo in un prato fiorito, accanto ad un cespuglio di lavanda in fiore. Mentre mangiava, guardava le api entrare ed uscire dal cespuglio, e ronzare e fare piccole danze per dirsi l’un l’altra qual era il prossimo fiore su cui posarsi. “Mi piacerebbe capire il linguaggio degli animali.”, disse Elsa, “Renderebbe il lavoro di guardaboschi molto più facile.”

Poi udì un ronzio che le sembrò diverso, persistente e triste. Frugando tra gli steli di lavanda, scoprì che vi era nascosta una trappola per api: una scatola piena di miele, con porticine di cuoio che lasciavano entrare le api e non le lasciavano più uscire.

“Povere piccole.”, disse Elsa, ed aprì il coperchio della scatola, e usò un bastoncino per tirar fuori le prigioniere dal miele. Le altre api sciamarono intorno, aiutando quelle che erano state intrappolate a leccarsi via il miele, e succhiando quello che era rimasto nella scatola. Elsa sedeva immobile, osservandole. Lasciò persino che le si posassero sulle scarpe: erano in sette, e ronzavano tra loro, e si alzavano e abbassavano saltellando come se volessero dirle qualcosa. Mentre una sembrava parlare allo sciame, le altre si arrampicarono sulla caviglia nuda della giovane donna. Elsa non si mosse. Era un po’ spaventata, e le zampette sulla pelle le facevano il solletico, ma voleva capire cosa volevano le api. Alcune si posarono sul cespuglio di lavanda, lo scossero insieme tre volte, e le api sulla sua caviglia fecero una loro piccola danza e ronzarono per tre volte. Allora Elsa comprese: le api le stavano insegnando la loro lingua!

Alla fine della prima lezione, Elsa sapeva le parole per dire lavanda, trifoglio, margherita, petalo, polline e ragazza-montagna (che era il suo nome per le api). Naturalmente non poteva fare le danze in volo, ma poteva imitare i ronzii e le api erano abbastanza intelligenti per capire cosa intendesse. “Grazie di cuore.”, disse Elsa quando il sole cominciò a tramontare, “Posso tornare domani?” Lo sciame le volteggiò attorno in modo amichevole. La giovane portò a casa la trappola per api, e Hans la diede al capo dei guardaboschi, ed ebbe una ricompensa. Da allora, Elsa faceva visita alle api ogni giorno, apprendendo il loro linguaggio sempre di più. Infine, quando ormai era esperta della lingua delle api e queste avevano ormai imparato a fidarsi di lei, l’Ape Regina la mandò a chiamare.

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C’era una volta a Firenze una nobile famiglia, che era però così impoverita e decaduta che i suoi giorni di gloria erano molto lontani. Tuttavia, essi vivevano nel loro vecchio palazzo (nella strada che oggi si chiama La Via Cittadella), che era molto bello a vedersi da fuori, e così mantenevano una facciata di ricchezza pur non avendo, a volte, niente da mettere in tavola.

Attorno al palazzo vi era un grande giardino, in cui stava un’antica statua in marmo di Diana, ritratta come una giovane donna che correva con un cane al fianco. In una mano teneva un arco e sulla sua fronte c’era una piccola luna. Si diceva in giro che la notte la statua prendesse vita e corresse via, e che non tornasse sino a che la luna non tramontava ed il sole non sorgeva.

Nella famiglia c’erano due bambini, che erano buoni e intelligenti. Un giorno tornarono a casa dopo aver raccolto molti fiori nei campi e la bimba disse al fratello: “La bella signora con l’arco dovrebbe averne un po’!” Allora andarono dalla statua e misero fiori ai suoi piedi, e poi costruirono una ghirlanda, che il bambino pose sulla testa di Diana.

Proprio allora, il poeta e mago Virgilio, che sapeva tutto degli dei e delle fate, entrò nel giardino e disse sorridendo: “Avete offerto fiori alla dea nel modo giusto, così come si faceva un tempo. Vi resta da recitare la preghiera adatta, ed io ve la dirò.” Così i bimbi ripeterono assieme a Virgilio:

Amata dea dell’arco, che cammini nel cielo stellato,

bella dea dell’arcobaleno, la più potente fra le regine, signora della notte:

ascoltaci, se pur solo per un attimo, e dà a noi la tua benedizione.”

 

Virgilio se ne andò, ed i bambini corsero dai loro genitori che furono così impressionati dalla visita del mago e poeta da dir loro di mantenere il segreto su quanto era accaduto. Ma la loro meraviglia aumentò la mattina dopo, quando ai piedi della statua trovarono del cibo, cosa che da allora in poi accadde ogni giorno. E ogni giorno i due bambini ricambiavano con i fiori.

C’era un vicino di casa della famiglia però, un prete, che odiava tutto quanto concernesse gli dei del passato e tutto ciò che non apparteneva alla sua religione. Passando per il giardino, vide Diana incoronata di rose e in uno scoppio di rabbia raccolse del fango e delle immondizie da terra e gettò tutto sulla statua. “Ecco, bestia dell’idolatria!”, gridava, “Questa è l’adorazione che hai da me, e sia il diavolo a fare il resto!” In quel momento il sole cominciò a calare, e da dove le foglie degli alberi erano più fitte sembrò venire una voce: “Così sia, dunque. Poiché hai fatto un’offerta, avrai per essa ciò che ti spetta.”

Per tutta la notte il prete fu preda di terribili incubi, e si svegliava gridando, sudato e impaurito. E tutte le cose malvagie che aveva detto e fatto sembravano tornare da lui a tormentarlo in sogno. Il mattino dopo aveva la febbre e delirava, e sussultava dicendo di essere bersagliato da frecce, o morso da cani, e lividi comparivano sulla sua carne, e presto si temette che sarebbe morto.

Senza sapere cosa aveva fatto, i due bambini offrirono fiori alla dea per lui, e di nuovo Virgilio comparve nel giardino e insegnò loro l’invocazione giusta. Così Diana trattenne le sue frecce, per amore dei bambini, e il prete guarì. Da allora non fu più lo stesso uomo, e pian piano divenne paziente e misericordioso come chiunque abbia fede dovrebbe essere. Però quando passava per il giardino, e faceva un rispettoso cenno di saluto alla statua di Diana, il sorriso di lei lo turbava sempre un poco.

(Nota della “raccoglitrice”: questa è la versione più “soft” fra quelle che ho sentito. Nella più cruda i bambini non vengono a sapere della sua malattia ed il prete muore. A volte Virgilio è presente e a volte no, a volte si tratta di una figura misteriosa, e a volte i bambini non hanno bisogno di guida. Maria G. Di Rienzo)

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