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Posts Tagged ‘consenso’

In seguito alla vicenda Weinstein, di cui credo siate tutte/i consapevoli, la scorsa settimana milioni di donne hanno condiviso le loro storie relative ad aggressioni sessuali usando l’hashtag #MeToo (“Anch’io”) lanciato dall’attrice Alyssa Milano; l’hanno fatto in italiano con #quellavoltache su iniziativa della scrittrice Giulia Blasi e in francese con #balancetonporc (“Strilla al tuo porco”) grazie alla giornalista radiofonica Sandra Muller (in immagine qui sotto).

sandra muller

La Francia conta annualmente 84.000 stupri, 220.000 aggressioni sessuali e la morte di una donna per mano di un partner violento ogni tre giorni. Il paese ha anche un problema con la definizione di assalto sessuale nei confronti di minori, tale che di recente un 28enne è stato assolto dallo stupro di una bambina di 11 anni: gli è bastato dire in tribunale che lei era consenziente.

Ma la Francia ha anche una Ministra per l’eguaglianza di genere, Marlène Schiappa, che intende raddrizzare un po’ le cose: la bozza di legge su cui sta lavorando – con i giudici francesi e aprendo una consultazione pubblica – comprende il riesame del concetto di “consenso” riferito a minori. Inoltre, intende multare i molestatori. Misure simili sono già all’opera in Argentina e Portogallo. In Olanda, molestare una donna a Rotterdam è un atto punito con tre mesi di galera; dal 1° gennaio 2018, ad Amsterdam, sarà punibile con una multa di circa 190 euro.

“Il punto, – ha spiegato la Ministra francese alla stampa – è che l’intera società deve ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Tu non devi seguire le ragazze per due o tre strade di seguito chiedendo loro 20 volte il loro numero di telefono. Ma i molestatori ti rispondono: Oh, ma è mio diritto. Stavo solo chiacchierando con quella ragazza. Le stavo facendo un complimento. Molti di quelli che tormentano le donne non sembrano capire che le loro avance non solo sono indesiderate, ma possono apparire minacciose.”

Marlène Schiappa (in immagine qui sotto) sta pensando a una multa più pesante di quella olandese. Qualcosa attorno ai 5.000 euro, per esempio, se l’offensore è preso “con le mani nel sacco”. Parfait. Maria G. Di Rienzo

marlene-schiappa

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Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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La pornografia si fa di continuo una sola domanda: cos’altro può essere fatto alle donne? O meglio, in quali altri modi possiamo degradare e umiliare una puttana anche di più? La noia, data la limitazione delle rappresentazioni sessuali, segue questa linea compulsiva: più duro, più rozzo, più estremo. Sentieri diversi potrebbero essere esplorati, ma no: lo scopo, lo sforzo e l’ossessione sono l’aumento della distruzione delle donne e il celebrare e applaudire (e mettere sul mercato) avvenimenti quali l’usare le donne come orinatoi (Human Toilets – Gabinetti umani), farle vomitare (Gag On My Cock – Strozzati sul mio uccello), picchiarle (Slap Happy – Schiaffeggia felice), eiaculare nei loro occhi (Pink In The Eye – Buco nell’occhio), strozzarle, sputar loro addosso, pisciare nelle loro bocche e infinite modalità con cui demolire le donne, pubblicizzarlo e offrire la cosa come audace, innovativa e persino umoristica.”

Gabriel Núñez Hervá, laureato in psicologia sociale, giornalista, scrittore, editore e direttore di produzione, in “El porno feroz – La misoginia como espectáculo” – “La pornografia feroce – La misoginia come spettacolo”, articolo pubblicato il 23 giugno 2016 su “El estado mental”.

L’erotismo (ἔρως = desiderio) – e qualsiasi forma d’arte a esso collegata – non ha niente a che fare con questo, perché chi trova desiderabile compiere gli atti descritti sopra su una partner sessuale non è un individuo liberato e trasgressivo, ma un misogino e sadico stronzo. Chi ha bisogno della violenza per eccitarsi non è un vigoroso e incontenibile stallone, è un patetico fallito incapace di vedere il sesso come reciprocità, relazione, piacere condiviso, mutuo consenso e mutuo rispetto: ciò che, per essere davvero soddisfacente e segnare un’esperienza gradevole, il sesso dev’essere. Maria G. Di Rienzo

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Solitamente, la Svezia si piazza nelle classifiche come uno dei paesi più progressisti per quanto riguarda l’eguaglianza di genere (4° posto nel “Global gender equality report del 2015”, con l’Islanda al 1° – e l’Italia al 41°, giusto dopo le Bahamas…) perciò può sembrare strano che le attiviste femministe locali dissentano. Sebbene nessuna neghi che la nazione, in termini di eguali diritti per donne e uomini abbia fatto un bel po’ di strada, ritengono ci sia ancora molto lavoro da fare.

Una delle cose che stanno cercando di cambiare sono le leggi che riguardano il consenso nei rapporti sessuali: in Svezia l’assalto sessuale e lo stupro sono definiti tali se è presente l’uso della forza/violenza. In sostanza la legge finisce per dire che va bene fare sesso con qualcuno anche se questo qualcuno ti sta dicendo di no, perché non tiene conto del consenso (il numero degli stupri denunciati nel paese è salito dell’11% dal 2013 al 2014).

Della campagna in corso per cambiare la legge fa parte Femtastic – in immagine qui sotto – un collettivo femminista che usa musica e arte per affrontare i problemi che le donne incontrano in Svezia.

feminist rappers

Le femmine-fantastiche, che sono DJ, rappers e musiciste, hanno per esempio composto una canzone (“Fatta”, dal nome della campagna) basandosi sulle testimonianze di donne vittime di violenza: ne hanno raccolte centinaia.

Quando l’aggressione sessuale è definita solo tramite l’imposizione di violenza fisica, le aggredite che non hanno lottato impiegandola non sono considerate tali: rimuovere questo requisito dalla definizione, spiegano le appartenenti a Femtastic, renderebbe la giustizia più accessibile a quelle vittime le cui storie sono state largamente ignorate.

Femtastic è un gruppo particolarmente attento al trattamento delle donne sul luogo di lavoro, ai salari e alle opportunità di impiego. Uno degli obiettivi che si sono date alla loro fondazione era aiutare le donne che vogliono farsi strada nell’industria della musica: “Vogliamo cambiare le strutture a dominio maschile dell’industria musicale in Svezia… e nel mondo, naturalmente. – specifica Vanessa Marko, una delle co-fondatrici – Tramite il lavoro del collettivo, speriamo di dare voce alle donne, in special modo alle sopravvissute alla violenza sessuale.” Maria G. Di Rienzo

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(“A letter to… the mother of the boy who raped my daughter”, The Guardian, 17 ottobre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Il testo è apparso in una rubrica del quotidiano che garantisce l’anonimato, “La lettera che avresti sempre voluto scrivere”.)

Dobbiamo esserci viste agli incontri dei genitori, potremmo persino aver interagito durante una delle feste all’aperto della scuola. Ci siamo imbattute l’una nell’altra nei negozi, una volta hai persino sorriso riconoscendomi, ma non sai chi sono.

Tu hai due figli maschi, io ho un maschio e una femmina. I tuoi ragazzi sono sportivi, i miei figli amano i libri. I nostri figli non frequentano più la stessa scuola: mia figlia e mio figlio si sono trasferiti in altri istituti e immagino che entrambi svaniranno dalla memoria di tuo figlio.

Tu sei beatamente inconsapevole che qualcosa è andato storto: la scuola si è rifiutata di intervenire a meno che mia figlia non presentasse una querela e la conseguenza è stata che lei non ha proseguito con la sua denuncia ma ha scelto invece di farsi del male. In ogni caso, mi ha detto, tuo figlio si era scusato perciò non c’era nulla da fare.

Eppure tu ancora non lo sai. Sei stata protetta da tutto ciò e questo mi scoccia. Lo stupro non sfiora le menti delle madri di figli maschi? Anche i ragazzi sono stuprati. E come logica vuole, sebbene non esclusivamente, sono i ragazzi che tendono a stuprare, si tratti di maschi o di femmine, perciò tu non dovresti fare del tuo meglio per assicurarti che tuo figlio non sia uno di loro? Lo stupro è qualcosa che accade solo nei vicoli scuri? Comprendi il concetto di consenso?

Mia figlia non è stata la sola ragazza che tuo figlio ha stuprato o aggredito sessualmente e la reputazione dell’altro tuo figlio come predatore, a scuola, è ancora peggiore perciò non si tratta più di un caso. Io posso solo desumere che tu non hai insegnato nulla ai tuoi figli sul consenso e mi chiedo perché. Forse ti è stato insegnato che i ragazzi sono più forti e che le brave ragazze non fanno sesso. Forse pensi di averne l’obbligo con tuo marito anche quando non hai voglia. Sei così confusa da non aver insegnato ai tuoi figli neppure cos’è la legge?

Io ho insegnato ai miei il principio base che il sesso senza consenso non va bene. Mi sono davvero impegnata nel farglielo capire perché, come molte altre donne, anche io sono stata stuprata. Ho anche insegnato loro che le tasse si pagano e a non imbrogliare, quale che sia la tua interpretazione della legge.

Io so che lo stupro ti cambia, che continuare a vivere è una scelta, e che scegliere la vita è scegliere il potere. Io ho scelto di non avviluppare i miei bambini nella bambagia e li ho portati piuttosto a prendere lezioni d’arti marziali. Ho raccomandato a mia figlia di indossare scarpe con cui potesse correre e ho detto a entrambi che le persone ubriache o “fatte” possono essere imprevedibili. Però esistono ragazzi come i tuoi e al giorno d’oggi sono la nuova normalità.

Mia figlia a volte si sente in colpa per non aver proceduto oltre con la polizia, giacché tuo figlio è libero di continuare a fare quel che fa di solito. Forse le altre ragazze avrebbero avuto il coraggio di denunciare se mia figlia l’avesse fatto. Ma una ragazza non voleva che sua madre sapesse che quel giorno lei aveva bevuto, e una pensava si trattasse solo di “una cosa così” anche se tuo figlio l’ha rinchiusa nella stanza quando ha tentato di scappare, e la terza non osa dirlo perché il suo fidanzatino potrebbe pensare che lei se l’è andata a cercare. Ad ogni modo, le amiche di mia figlia dicono che questo è l’andazzo al giorno d’oggi. Io sono unica nel fatto che mia figlia me l’ha detto. Nessuna delle sue amiche ha parlato con i propri genitori.

Mi sono baloccata con l’idea di denunciare te personalmente, per il danno e la perdita di introiti, giacché credo si tratti di un linguaggio che tu capiresti: “fra ore di lavoro perse per terapie, tentativi di suicidio, l’aborto, lezioni private e lesioni autoinflitte la cifra ammonta a…” Io sono arrabbiata e sono triste e tu, come parecchie altre madri di maschi, sei la solita te stessa ignara che semplicemente si chiede come mai io non le restituisco il sorriso.

Poi ricordo la prima inimmaginabile cosa che ha fatto capolino nella mia testa quando mia figlia me l’ha detto: sarebbe stato assai peggio se avessi scoperto che mio figlio era uno stupratore. Quello, non avrei saputo proprio come maneggiarlo.

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Se gli uomini sono bestie affamate di vagina incapaci di controllarsi e si può giustificare uno stupro perché lei non è stata attenta, lei era vestita in modo provocante, lei non doveva trovarsi là a quell’ora, eccetera (e che noia e che nausea);

se quindi il modo di trattare il consenso di una donna ad un rapporto sessuale è quello riportato sopra, ed è quello “giusto”;

se vi divertite tanto a fare paragoni idioti fra situazioni e soggetti che non possono oggettivamente e logicamente essere comparati, tipo donne e automobili (Se la lasci aperta è chiaro che qualcuno ci entra aha ha), allora esportiamo il metodo ad ogni altra istanza che comporti consenso nella vita quotidiana: se è così buono per noi donne è ingiusto essere egoiste e tenercelo in esclusiva, non vi pare? Perciò, prendete un cucchiaino della vostra medicina, cervelloni. Le immagini sono della fumettista Alli Kirkham.

metaphors 1

1. “Vuoi vedere Pulp Fiction?” “Certo!”

2. (Mezz’ora dopo) “Eh, a dire il vero non mi piace. Facciamo qualcos’altro.”

3. “No! Hai detto che volevi vedere il film e adesso resti sino a che non è finito!”

metaphors 2

1. “Grazie per avermi prestato la macchina.” “Non c’è problema!”

2. (La settimana dopo) “Che stai facendo?” “Prendo in prestito la tua macchina! Hai detto che potevo.”

3. “Non puoi prendere la mia auto quando ti pare!” “Stronzate! Hai detto che potevo prenderla una volta, perciò adesso posso prenderla sempre.”

metaphors 3

1. “Ehi tu, vieni qua, prendi questo.”

2. (In breve) “Ma io non voglio portarmi appresso tutta questa roba, smettila!”

3. “Be’, sei vestito come un sollevatore di pesi e stai mostrando i tuoi muscoli. Stai chiedendo che ti diano roba pesante da portare, non prendertela con me.”

(Io ho scelto tre vignette, ma potete vedere l’intera serie sul tumblr dell’Autrice, su Everyday Feminism o Feministing. Maria G. Di Rienzo)

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(di Imani Cezanne, poeta contemporanea e studentessa universitaria. Trad. Maria G. Di Rienzo)

imani

Detesto quando la gente chiama “schiavitù” il proprio lavoro, perché esiste il lavoro

e poi esiste la schiavitù.

Riusciamo a vedere la differenza?

Proprio come il cucinare, no? Poi c’è la cottura al microonde.

C’è l’uscire insieme. Poi c’è lo scopare.

C’è “Non so”. E poi c’è il “Sì.”

C’è inebriata. E poi c’è il “Sì.”

C’è silenzio. E poi c’è il “Sì.”

C’è il sesso da ubriachi. E poi c’è lo stupro.

Vediamo come queste cose sono diverse?

Da quando in qua il silenzio è diventato per te il permesso di entrare in me?

Il consenso è la lingua natale di una donna.

Noi non dimentichiamo le parole che consentono di entrare in noi: ciò significa che se non le senti, non ci sono.

Non hai il permesso. Non hai il permesso.

Ci sono uomini, vedi… e ci sei tu.

Riesci a capire la differenza?

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