Feeds:
Articoli
Commenti

(“What I learned from my mother”, di Titilope Akosa, maggio 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Titilope è un’avvocata e ricercatrice nigeriana, attivista per i diritti umani delle donne, direttrice del “Centre for 21st Issues”. E’ un’esperta dell’intersezione fra genere e cambiamenti climatici, coordinatrice della rete GECAN – Gender, Environment and Climate Action Network per il suo paese.)

Mi ero sempre chiesta perché mia madre si fosse separata da mio padre. Le ci sono voluti anni per dirmi la ragione che l’aveva costretta ad andarsene: mio padre non si curava di lei, ne’ le mostrava affetto quando era incinta. Mia madre aveva avuto tre aborti spontanei prima di mettere al mondo me ed in quelle occasioni mio padre non era presente per darle l’amore, la cura e il sostegno di cui lei aveva bisogno per andare oltre il trauma. Invece, si lamentava per i soldi che aveva dovuto spendere all’ospedale. Mia madre disse che il punto di rottura fu la mia nascita: le complicazioni relative al parto le costarono quasi la vita. Mio padre, invece di concentrarsi su come i medici potevano aiutarla, era indaffarato a mettere in questione la sua paternità: perché io ero di pelle “molto scura”, mentre lui era più chiaro.

La storia di mia madre fu un incubo per me. Continuavo a chiedermi perché mio padre aveva mostrato tale grossolana irresponsabilità nel momento in cui mia madre aveva maggior necessità di lui. Finii per pensare che mio padre era l’uomo più malvagio della terra: sino a che mia madre non tentò di avere un altro marito. Era un uomo molto gentile. Fu gentile sino a che mia madre non restò incinta. Fu l’ultima volta che lo vedemmo. Come se non bastasse, mia madre ci provò una terza volta, ad avere un marito. Ed anche questo sparì non appena fu chiaro che lei aspettava un bambino. La mamma ci ha allevati da sola.

Gli uomini nella sua vita rappresentano quella categoria di maschi che non danno valore alle donne e alla maternità, neppure come ruolo sociale, ma non rappresentano tutti gli uomini. Io ho avuto il privilegio di lavorare con molti alleati di sesso maschile che danno valore alle donne e si curano di loro. Hanno amore nei loro cuori e sono in grado di capire fatiche e dolori di cui le donne fanno esperienza durante gravidanza e parto. In tutta la Nigeria, il lavoro dei nostri alleati maschi sta facendo una differenza, per le donne. Negli stati di Kano e Kaduna, i membri del sindacato nazionale degli autotrasportatori forniscono trasporto d’emergenza alle donne in travaglio verso ospedali e cliniche. Questo progetto ha contribuito a salvare le vite di donne che altrimenti sarebbero morte a causa di complicazioni legate alla gravidanza. Gli uomini coinvolti testimoniano di apprezzare e riconoscere sempre di più l’importanza di chi mette al mondo i bambini, le donne, e del loro ruolo di sostegno ad esse. Credo che non tratteranno le loro mogli incinte allo stesso modo in cui gli uomini nella vita di mia madre hanno trattato lei.

L’attiva partecipazione degli uomini nella cura di mogli, fidanzate, amiche incinte è la chiave per trovare soluzioni al problema della mortalità materna in Nigeria. Gli uomini possono e devono fare la loro parte nel rispondere a questa sfida. Molto spesso, la mancanza di attenzione e di cure verso le donne con cui sono in relazione rende la gravidanza un’avventura traumatica e rischiosa per le donne, e non importa quanto bene equipaggiamo i nostri ospedali se la cura e l’amore mancano.

Io celebro mia madre per la sua resistenza e per il suo coraggio, e celebro tutte le donne che stanno faticando per portare al mondo la nuova generazione. Inoltre, celebro gli uomini che stanno al loro fianco per mettere fine alle deplorevoli condizioni che le donne incinte sono costrette ad affrontare.

Fantasie romantiche

Uno dei grandi piaceri della mia vita è leggere: diventa ancora più grande quando posso condividere la lettura con un’amica o più amiche, analizzare i personaggi, dire e ascoltare quanto questo è piaciuto e quanto quest’altro per niente, ipotizzare sui prossimi sviluppi se si tratta di una serie e così via. Alcune mie amiche, però, hanno anche “pallini” letterari diversi dai miei. Uno dei quali è il genere romantico, che io non riesco a leggere nemmeno per farle contente.

love cats

Trovo le trame riciclate all’infinito, i finali scontati, gli uomini e le donne descritti in modo così stereotipato da diventare ridicoli. Non so se è tutta colpa delle autrici/degli autori. Per definizione, il genere privilegia la relazione romantica su tutti gli altri aspetti della vita dei personaggi e in una cultura che già bombarda le donne con il messaggio che trovare un uomo e tenerselo è lo scopo più importante della loro vita, in una società ancora patriarcale ed eteronormativa, scrivere qualcosa di romantico che sia anche decente dev’essere difficile. Ma se fai notare che il protagonista “forza” o, diciamocela tutta, stupra l’eroina – in centinaia di romantici racconti e romanzi, da Twilight alle Cinquanta sfumature di niente – gli autori rispondono che è “intrattenimento”, fantasia, non riflette necessariamente ciò che le donne vogliono accada loro nella vita reale. Anzi, queste storie sono liberatorie, perché permettono alle donne di avere fantasie (grazie, sono certa che non aspettavano altro, il permesso o liberatoria che dir si voglia… da qualcun altro legittimato a concederlo: non ci siamo mai sentite più libere di così). Inoltre, quale che sia il sesso di chi scrive, il punto di vista è molto spesso – quasi sempre – quello maschile: quindi, delle fantasie di chi stiamo parlando? Quelle che seguono sono tutte citazioni letterali.

“Era bellissima quando era timida. La guancia di lei era soffice e calda sotto le sue dita, un flusso di colore le scuriva la pelle. Lui le girò la testa per incontrare il suo volto. Gli occhi di lei indugiavano sulle sue labbra, come se temesse di incontrare i suoi.” Stereotipo: lei la vergine tremante che arrossisce timida all’idea del sesso, lui il navigato seduttore.

“Fammi un po’ vedere.”, sussurrò lui muovendosi attorno a lei. Lei rimase ferma sul posto, come trasfigurata, e non gli resisté. Quando il primo bottone si arrese sotto le sue dita (splendido, un bottone che si arrende! Guardate, dall’asola è spuntata una bandierina bianca…), lui le guardò la gola e poi il viso. Lei chiuse gli occhi e le sue labbra si aprirono. Lui sorrise, mentre passava al bottone successivo.” Fammi un po’ vedere? E’ la sua amata/amante o il tizio sta comprando un aspirapolvere? Quando sorride da saputello, poi, il desiderio che lei abbia aperto le labbra per sputargli in un occhio mi travolge.

“Era tentato di chiederle dove fosse finita la sua allegra aria di sfida, ma non voleva spezzare l’incantesimo in cui lei era caduta. Avrebbe desiderato che la caccia continuasse ancora per po’, gli era piaciuto dover lottare con lei. La sua arrendevolezza di quella notte gli sottraeva qualcosa dal senso di soddisfazione che aveva provato nel toccarla e baciarla.” Stereotipo: la relazione amorosa come caccia, a lui arco e frecce e cappello piumato, a lei la corsa della giovane volpe. Pensava di essere furba, infatti, ma lui è ovviamente superiore e quando l’ha inchiodata in un angolo è anche tentato di chiederle dov’è finita l’aria di sfida. Qui la mia speranza è che lei sia in realtà uno di quegli spiriti-volpe delle mitologie orientali e gli mangi il fegato. Niente di personale, una gumiho deve pur sopravvivere.

E diamo anche un’occhiata a che aspetto hanno, queste donne delle fantasie liberatorie: “Era straordinaria, con una cascata di lucenti capelli neri che giocosamente si arricciavano sulle spalle snelle – non sto inventando niente, le “spalle snelle”, dio ci aiuti – e contrastavano con la sua pelle color del latte, aveva labbra color di rosa a forma di cuore, un naso a bottoncino. Gli occhi erano turchesi verso l’esterno ma sfumavano in un blu brillante al centro, attorno all’ipnotico precipizio che erano le sue pupille. (sic) Un puro abito bianco si aggrappava a curve pericolose e seni colmi che avrebbero indotto qualsiasi uomo ad osservarla…”, poi si va avanti reiterando i “seni di crema”, la “sottile figura” mentre “bianchi strati di stoffa fluiscono indomiti a carezzare le sue caviglie e i piccoli piedi nudi.” I capelli giocosi, gli occhi che paion crepacci, le curve “pericolose” (ma cos’è, una tangenziale o una donna?), la stoffa indomita che fa il paio con il bottone arrendevole, la figura sottile ma con tette strabordanti. E queste sarebbero le fantasie femminili? Ma quali fantasie, queste sono le figurine dei cartelloni pubblicitari e degli spot televisivi, nonché la bella Barbie nel suo castello di bambole. Tutto molto noto, molto usuale, nient’affatto fantastico. Non c’è nient’altro che possiamo immaginare?

Ha il vestito bianco, è romantica e straordinaria: una storia su di lei, no?

Ha il vestito bianco, è romantica e straordinaria: una storia su di lei, no?

Toni Morrison ebbe a dire, una volta, che se non trovi il libro che vorresti leggere dovresti scriverlo tu stessa/o. Io non ho il tempo per farlo e nemmeno la mentalità adatta (mi manca anche la voglia, onestamente) ma se qualcuna/o volesse provarci, perché non prendere altre strade? Perché le fantasie non possono riguardare personaggi che almeno assomiglino ad ordinari esseri umani? Capitemi: è folle continuare a suggerire che solo Barbie e Ken possono avere desideri e la speranza di realizzarli. Forse lei vorrebbe essere qualcosa di diverso da un manichino da sbottonare e lui vorrebbe non essere per forza un vampiro, uno zombie o un lupo mannaro per essere amato. Ed anche, la probabilità di imbattersi nella ricca ereditiera e nel ricco signore per i comuni mortali è un po’ bassa. Più bassa ancora quella di vivere in un maniero e di incontrare il/la fatale amante mentre si passeggia malinconici nella brughiera, cercando margherite o ispirazione poetica. E perché dobbiamo continuare ad immaginarci a Boston, Parigi, Glastonbury? Non potremmo avere romanticismo a Civitavecchia, tanto per cambiare?

Plot 1. Titolo: La Pugile e il Motociclista. Trama: Madre single con contratto a termine incontra disoccupato. Dove? All’ufficio postale, nella fila davanti allo sportello. Il sogno di lei, boxeur, è arrivare alle Olimpiadi, quello di lui è una Harley d’annata. Si urtano nella calca e si scusano reciprocamente. Si guatano senza darlo a vedere e si trovano reciprocamente niente male. Lei dice la solita banalità: “Ma sa che ho l’impressione di conoscerla?” Lui risponde altrettanto banalmente che sì, forse… Hanno per caso frequentato la stessa palestra? Lui non ci va più da quando ha perso il lavoro. Eh, lei ha difficoltà ad allenarsi quanto vorrebbe perché la bambina è ancora piccola, ha un impiego fino a dicembre, poi chissà. E’ sposata?, chiede lui (brividi di anticipata delusione scuotevano il suo corpo tatuato…). No, sono una mamma single (brividi di anticipata delusione per il probabile rigetto di lui scuotevano le sue mani: le strinse, preparandosi, come se dovesse sferrare un buona doppietta…). Verrebbe a bere un caffè, dopo?, continua invece lui, registrando semplicemente l’informazione, Sempre che quando arriviamo allo sportello non sia già ora di pranzo. Perché no?, sorride lei, Mi dica, che sport praticava in palestra? E via così. La scena hot del reciproco spogliarello nel garage di lui la lascio alla vostra immaginazione.

Altra cosa. Questi due sono giovani come la stragrande maggioranza dei protagonisti delle storie romantiche, ma credete sul serio che i più anziani non possano innamorarsi e appassionarsi? Titolo: A letto con il Che. Plot 2: pre-pensionata vedova incontra esodato celibe di origini argentine. Dove? In manifestazione, contro le politiche che li hanno messi in ginocchio. (L’amore risolleverà almeno i loro spiriti!) Piove e lei gli offre posto sotto l’ombrello, oppure lui le allunga un volantino e lei dice: veramente sono io che l’ho scritto, oppure fanno entrambi lo stesso commento contemporaneamente, ecc. Ma mi vengono in mente scenari a iosa: Il mio amore non ha confini: immigrata di seconda generazione incontra immigrato appena arrivato (e viceversa) oppure studente figlia di immigrati incontra studente disabile (e viceversa); Tutti quei gradini per arrivare al tuo cuore: due donne delle pulizie di mezza età si innamorano e sperimentano una nuova giovinezza eroica ed erotica; Passione fuori organico: due cassaintegrati (di qualsiasi età) pure.

Fantasy? Lo strano caso della fontana diabolica. Un detective-mago, che segretamente adora divinità proibite, è costretto a lavorare – per scoprire un misterioso assassino fontaniere – con la capitana delle guardie reali, che sembra disprezzare apertamente gli occultismi e chi li pratica. Perché in quella magica notte un’attrazione fatale li ha travolti? Diventerà vero amore?

Science Fiction? La Babele del ghiaccio. Durante la seconda era glaciale una scultrice che usa la neve per le sue opere si imbatte in un corpo conservato in una caverna, che si rivelerà essere un ibernato autore di webtoon (fumetti sul web) del 21° secolo. Il fumettista viene riportato in vita e si innamora a prima vista, ricambiato, della sua salvatrice: ma nessuno sembra in grado di capire qual è la lingua che lui parla, nessuna ricerca dà tracce che lui sia veramente esistito nel passato. Quale segreto è nascosto nella sua storia? E’ veramente umano? Potranno mai, i due, aggiungere ad una sfrenata passione carnale una conversazione davanti alla stufetta elettrica?

Scherzi a parte, amiche mie, se davvero volete che legga qualcosa del tipo “Turbinosa passione”, quel qualcosa deve fare per me quel che fanno il resto dei libri che leggo: stupirmi, aprire alla mia fantasia un nuovo campo da esplorare, permettermi di provare interesse per la vicenda o almeno empatia per un personaggio, incuriosirmi, istruirmi, informarmi, avvincermi. Barbie e Ken non ci riescono. Maria G. Di Rienzo

Calcioni di rigore

Sembra ci sia una sproporzione nell’impatto che le politiche di austerità (i tagli) hanno sulle donne europee. Sembra anche che, essendo “già discriminate in un gran numero di settori”, essendo le “principali fornitrici di cura e le principali utenti dei servizi pubblici”, le rigorose politiche economiche le mandino un altro po’ a ramengo. Be’, ma di sicuro questa è la solita lamentela femminista, non datevene pena…

IMPIEGO

La percentuale di disoccupate nell’Eurozona è cresciuta al 12,1% nel gennaio 2013, si tratta della percentuale più alta da oltre un decennio.

La percentuale di donne con un lavoro nei 22 paesi europei è tornata indietro ai livelli del 2005 e si allontana dall’obiettivo dell’UE di raggiungere il 75% di impiego per donne e uomini entro il 2020.

Più di un quarto della forza lavoro femminile è attualmente senza lavoro in Grecia e in Spagna. In Grecia, le giovani donne sono le più colpite: il 62,1% è senza lavoro.

Le donne italiane con figli sono 9 volte più disoccupate dei padri nel nord dell’Italia, 10 volte di più al Centro e 14 volte di più nel Sud, con una donna su quattro impiegata prima di diventare madre ancora senza lavoro due anni dopo la nascita del primo figlio.

Mezzo milione di donne italiane non appaiono nelle statistiche ufficiali sull’impiego, per cui la vera percentuale di disoccupazione femminile è ancora più alta di quella registrata.

Più di 100.000 donne hanno perso il loro lavoro nel Sud dell’Italia fra il 2008 e il 2010.

In Italia, nel settore dell’istruzione, i posti di lavoro di 19.700 donne sono stati “tagliati” e si prevede un ulteriore taglio di 87.000 posti nei prossimi anni.

Entro il 2017, 710.000 posti nel settore pubblico andranno persi: è previsto che le donne perderanno i loro lavori in percentuale doppia rispetto agli uomini.

RETRIBUZIONE

Il 47% delle donne spagnole guadagna meno di 15.000 euro l’anno e la disoccupazione e le riforme del lavoro stanno aumentano il divario di genere negli stipendi.

Nel settore della sanità, in Portogallo, i nuovi contratti a breve termine per le infermiere hanno ora una paga oraria di 4 euro, 2 euro in meno del 2011.

Nel 2008 le donne in Latvia guadagnavano di base il 13,4% in meno degli uomini: nel 2010 la differenza è cresciuta sino al 17,5%.

In Latvia il fardello del taglio agli stipendi è caduto pesantemente sugli insegnanti, che all’80% sono donne. Nel 2011 il salario minimo stabilito per legge era di soli 6.000 euro annui, il 30% in meno rispetto al 2008.

POVERTA’

Il 17% delle donne dell’Unione Europea sono in povertà; la percentuale si alza al 20% in Italia, Romania, Svezia e Austria.

Il 21% delle donne spagnole (e il 19% degli uomini) sono in povertà, e un terzo delle donne più anziane è a rischio di povertà.

Il 33,7% delle donne italiane fra i 25 e i 54 anni d’età non hanno un introito.

tagli

Se volete, potete andare a vedere come si sono tagliati gli stipendi delle donne in maternità (sino al 25%) e si è ridotto il tempo del relativo congedo; come i sostegni a malati e disabili sono stati drasticamente ridimensionati; come si sono ristretti i budget relativi alle politiche che promuovono eguaglianza e che combattono la violenza di genere: nel mentre, la prostituzione è cresciuta e centinaia di migliaia di piccole imprese gestite da donne sono andate in rovina, su “How austerity is hurting women in Europe – Data” – http://revolting-europe.com/

Maria G. Di Rienzo

salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

Millenaria saggezza

(“The Deep Spiritual Practice Of Not Giving A Shit”, di Golda Poretsky, 24 aprile 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Golda è una trainer certificata per la salute olistica.)

Durante gli anni, ho scritto molti articoli su cose come il maneggiare i commenti negativi sul proprio corpo, lo smettere di paragonarsi ad altre persone, l’aver a che fare con gli odiatori eccetera. Si tratta dei miei pezzi più popolari. E io so perché. Vi è stato detto, ripetutamente, che le opinioni della gente su di voi sono importanti. Vi è stato insegnato che se qualcuno pensa che siete troppo grasse, troppo chiassose, troppo intelligenti, troppo stupide e via così, o non abbastanza di tutto questo, quel qualcuno può intervenire in come vi sentite rispetto a voi stesse.

Per cui, vorrei presentarvi la profonda pratica spirituale del “Non me ne frega una mazza”. Potete pensare che io stia scherzando, se vi dico che questa è una delle mie principali pratiche spirituali, ma non sto scherzando. Se notate che vi state astenendo dal fare qualcosa che volete fare a causa delle opinioni altrui, è tempo la impariate anche voi.

Naturalmente, la profonda pratica spirituale detta “non me ne frega una mazza” ha qualche seria e antica origine. Per esempio, Lao Tse disse nel Tao Te Ching, circa 8.000 anni fa, “Curati dell’approvazione della gente e sarai loro prigioniero.” In altre parole, se ve ne frega di più di una mazza, le altre persone finiscono per controllare le vostre scelte.

Non uso sempre queste esatte parole – non me ne frega una mazza – ma trovo ci sia del potere in esse, potere che non trovo in “Non me ne importa” o “Intendo non preoccuparmi dell’opinione che questo e quest’altro hanno di me”. Quando dico che non me ne frega una mazza, la frase include una sorta di qualità forte e ribelle che apprezzo. Volete farlo anche voi? Continuate a leggere.

Come ci si sente dopo un po' di pratica

Come ci si sente dopo un po’ di pratica

Ditelo. Letteralmente. Dite “Non me ne frega una mazza”, sempre più spesso. Qualcuno non dà valore a come vi sentite rispetto a qualcosa? Dite: “Non me ne frega una mazza”. Qualcuno pensa che siate troppo grasse per fare X, Y o Z? Dite: “Non me ne frega una mazza”. A qualcuno non piace che voi diciate “Non me ne frega una mazza”? Potete indovinare cosa ne penso.

Il rimbalzo di energia. Quando qualcuno vi attacca con un giudizio negativo sul vostro corpo o con un’opinione negativa di voi, immaginate – sentite – quell’energia rimbalzare via da voi. Il vostro corpo la respinge al mittente.

Prestate attenzione a chi invece vi sostiene. Siate grate, ogni giorno, alle persone che vi amano, vi approvano, vi danno sostegno. E non appena cominciate a sentirvi più amorevoli e positive rispetto a voi stesse, datevi la stessa gratitudine per il cambiamento.

Nota finale. Questa pratica spirituale non concerne non curarsi delle altre persone, dei loro pensieri e sentimenti. E’ intesa semplicemente a liberarvi dai loro giudizi e dalle loro opinioni su di voi. Se volete che giudizi e opinioni abbiamo meno potere su di voi, dovete cominciare a dar loro meno valore di una mazza.

WAVE (Onda – acronimo di Women against violence Europe), con sede a Vienna, è una rete di organizzazioni di donne che lavorano per eliminare la violenza contro donne e bambine/i. Il network ha lo scopo di promuovere e rafforzare i diritti umani di donne e bambine/i in accordo con vari documenti internazionali, dalla Dichiarazione di Vienna alla Piattaforma d’azione di Pechino.

All’inizio del 2013, le organizzazioni che partecipano a WAVE erano 106, collocate in 46 diversi paesi europei, che sono stati l’oggetto, l’anno precedente, della rigorosa indagine “Country report 2012. Reality check on data collection and european services for women and children survivors of violence.”, che esamina appunto quali dati e quali servizi siano disponibili in relazione a donne e bambine/i che sono sopravvissute/i alla violenza. Il sottotitolo ha un appropriato punto di domanda: “Diritto alla protezione e al sostegno?”: perché sulla carta i governi firmano e approvano poi tornano ad occuparsi di cose più serie del benessere della loro cittadinanza. Il rapporto è dettagliato, puntuale e corretto a livello metodologico, e sommamente benvenuto nel momento in cui in Italia si comincia a parlare di interventi nazionali sulla violenza di genere. Direi che ci serve di più della prossima petizione.

Non se ne abbiamo a male le promotrici di documenti e appelli: generalmente firmo tutto quel che si muove nella direzione giusta (a meno che non contenga qualche analisi o proposta che non posso in assoluto condividere sul piano etico), ma ho fondate riserve sull’efficacia della mia firma, anche quando sta assieme a 300.000 altre. Sino ad ora, ho visto ben poco seguito a troppe iniziative simili, perché – come ogni attivista sa – convincere qualcuno/a a mettere una firma è abbastanza facile, convincerlo/a a continuare l’impegno con azioni diverse affinché quell’appello o quella petizione dia risultati concreti è più arduo e non sempre chi promuove il documento dà l’esempio.

Allora, venite con me a pagina 149 e seguenti del rapporto di WAVE, e se siete in grado di farlo portateci la Ministra alle Pari Opportunità o la locale Assessora, Consigliera o quant’altro. Vi accorgerete ad esempio, che come vi ripeto – stressandovi – da tre anni circa, i posti disponibili nelle case rifugio sono clamorosamente inferiori al fabbisogno e il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adeguarli. Ci sono 60 rifugi e 500 posti a fronte dei 6.019 necessari. 49 dei rifugi sono gestiti da gruppi di donne, 5 da Comuni e i rimanenti da cooperative o altre associazioni simili.

C’è una linea telefonica di aiuto (Arianna – 1522) che risponde a tutti i criteri in materia, dalla presenza 24 ore al giorno al responso in più lingue, ma non possiamo ringraziare il governo, dobbiamo ringraziare le donne di Le Onde di Palermo, che fanno questo lavoro. Nel frattempo, 113 organizzazioni femministe tengono aperti centri per le donne su tutto il territorio nazionale. Voglio dire: nella maggior parte dei casi ce ne stiamo occupando da noi, con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni. Meno male che siamo solo delle cagne rabbiose o delle vittimiste il cui unico scopo è odiare gli uomini e farli soffrire.

tenendosi per mano

E volete saperne un’altra? E quando ve l’avrò detta, vorreste girarla a quelli/e che: “Il Piano nazionale antiviolenza c’è già, le leggi ci sono già, e c’è la violenza psicologica e un cugino di un mio amico è stato violentato dalla moglie”? Eccola: le ricercatrici possono solo essere approssimative sull’estensione della violenza di genere in Italia, perché nel nostro paese non ci prendiamo la briga di registrarla per tale. Non analizziamo ne’ disaggreghiamo i dati per genere, età, eccetera, ne’ indaghiamo la relazione fra perpetratore e vittima; finisce tutto in calderoni del tipo “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto.” (2006) e “Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia” (2010). Il Ministero dell’Interno, in pratica, non sa che accidente succede e non gliene può importare di meno. Forse anche consapevoli di quest’attenzione nei loro confronti, ad esempio, le vittime delle violenze sessuali non denunciano: nel 92% dei casi.

Dato che il primo posto dove finisci, in genere, quando ti malmenano o ti stuprano è il pronto soccorso, ci si aspetterebbe di trovare qualche dato almeno negli ospedali, ma “Non esistono in Italia protocolli sanitari nazionali per il maneggio della violenza domestica o della violenza da parte di partner intimo. Inoltre, gli ospedali in Italia non sono attrezzati per provvedere soggiorno d’emergenza alle donne vittime di violenza domestica.”

Faranno la task force sulla violenza di genere, non la faranno? Non lo so, ovviamente. Sono qui che aspetto. In particolare, aspetto di sapere chi i membri del governo chiameranno al loro tavolo. Se non ci sono la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, l’Associazione Nazionale D.i.Re contro la violenza di Roma, Telefono Rosa (le tre organizzazioni che hanno permesso a WAVE di effettuare la ricerca), le 113 associazioni femministe di cui sopra, e una nutrita delegazione delle cosiddette “stakeholders” (portatrici di interesse primario) e cioè di sopravvissute alla violenza; e se non ci sono rappresentanti di magistratura, lavoratori della sanità, polizia e carabinieri, si tratterà del solito petardo bagnato. E nessuno disturberà gli organi genitali del povero Sallusti, ne’ l’infelice Toscani sarà costretto a darci altre perle della sua saggezza. Maria G. Di Rienzo

Celebra con me

(“Won’t you celebrate with me”, di Lucille Clifton, 1936 – 2010, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Lucille Clifton

Non festeggeresti con me

ciò a cui ho dato forma

in un certo tipo di vita?

Non avevo modelli.

Nata in Babilonia

nata non bianca e donna

cosa potevo vedere di essere se non me stessa?

Ho costruito

qui su questo ponte

tra la luce delle stelle e la creta

la mia propria mano;

vieni, celebra con me che ogni giorno

qualcosa ha tentato di uccidermi

ed ha fallito.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 119 follower

%d bloggers like this: