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Tui

“Sono cresciuta sotto la mia materna montagna ancestrale, Tararua, e ho passato gran parte dell’infanzia esplorando i nostri fiumi, le nostre spiagge e le nostre foreste. Mi è stato dato il nome Tui perché quando sono nata il “tui”, un uccello che pianta piccoli semi nella foresta, si stava estinguendo. Questo, io credo, non è stato solo un indicatore culturale rispetto al mio ambiente, ma mi ha messa sul sentiero del proteggere la Terra e del promuovere il vivere in armonia con essa.”

Tui Shortland

Tui Shortland (in immagine) vive a Aotearoa in Nuova Zelanda.

Fedele alla chiamata del suo nome, fa parte del Forum Indigeno sulla Biodiversità; è riconosciuta dalle Nazioni Unite come rappresentante regionale per il Pacifico su sviluppo eco-sostenibile e biodiversità, si concentra sull’uso tradizionale di quest’ultima come direttrice di varie associazioni indigene (fa ad esempio incontrare e lavorare insieme scienziati/e e popolazioni indigene usando la medicina tradizionale Maori e i valori culturali legati alla condivisione della conoscenza ambientale); è persino finita per un periodo in Thailandia, a sviluppare una mappa di lavoro per il popolo Karen, che ha descritto il loro territorio in base alle loro medicine e alle loro pratiche… dar conto di tutti i suoi impegni e successi diventerebbe probabilmente lungo come uno dei fiumi che Tui studia e ama, per cui riassumiamoli nelle sue stesse parole: “Organizzo comunità che comprendono portatori d’interesse primario e specialisti e che usano indicatori di politiche ambientali e conoscenza tradizionale per monitorare programmi.”

Come parte di questo sforzo, ha creato un database delle località sacre per la sua Tribù (Ngati Hine, Ngati Raukawa ki te tonga), assieme a protocolli comunitari bio-culturali che stabiliscono una cornice di autorità condivisa con i ricercatori che entrano nei territori della Tribù.

Tui ritiene il cambiamento climatico la questione maggiore che le comunità indigene si trovano a dover fronteggiare, assieme alle violazioni che l’industria estrattiva dei combustibili fossili ha inflitto alle terre e ai mezzi di sostentamento indigeni: “Una larga parte del lavoro si concentra sull’ampliare la visibilità delle istanze relative alle comunità indigene marginalizzate e nel promuovere i loro diritti e la loro sapienza tradizionale. – la quale, spiega l’attivista, non è assolutamente un blocco statico che si aspetta semplicemente di essere onorato – Le conoscenze tradizionali creano innovazioni, pratiche e soluzioni per la gestione del cambiamento climatico.”

Così, a somiglianza del volatile di cui porta il nome, Tui pianta i suoi semi e alza la sua voce: i tui sono uccelli canori dotati di due laringi e in grado di emettere suoni altamente diversificati e specifici (i Maori insegnavano loro a “parlare”, come noi facciamo con i pappagalli) – cantano anche di notte, specialmente se la Luna è piena.

Tui

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “A Mother’s Day Tribute From a Former Foster Child”, di Jessica Stern per Richmond Mom, 12 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Jessica, sposata e madre di un bambino, è la co-fondatrice di “Connect Our Kids” un’ong non-profit che aiuta i bambini in affido a trovare famiglie permanenti.)

mothers

Mia madre morì di cancro al seno quando avevo 10 anni. Anche se mi aveva insegnato con successo molte cose prima di andarsene, c’era ancora un enorme “lavoro da madre” da fare. Mio padre era un uomo affettuoso, ma vivevamo in povertà. Una settimana dopo il funerale di mia madre, fui trasferita in una famiglia affidataria sino a che mio padre non fu in grado di concepire un piano per muoversi in avanti.

I miei genitori affidatari erano amabili, tuttavia io non ho completamente compreso il loro incredibile ruolo sino all’età adulta. La mia madre affidataria ci svegliava ogni mattina con “Alzatevi e risplendete, sarà una grande giornata.” mentre come di routine apriva le persiane della nostra stanza. Sembrava sprizzare ottimismo sin dalle orecchie. A volte trovavo la cosa noiosa: “Cosa ci sarà di così grandioso in questo giorno particolare?”, ho pensato più di una volta.

Recentemente le ho chiesto come facesse a mantenere un’attitudine così positiva nel mezzo di una situazione davvero deprimente: lei e suo marito si erano presi carico di tre bambine che stavano piangendo la morte della loro madre e sperimentando la devastante perdita di un padre e di cinque fra fratelli e sorelle.

Mi ha risposto: “Che altra scelta c’era? Dovevo mantenere in corsa il treno. Semplicemente non c’era altro modo di condurvi attraverso la giornata.”

Questo è quel che le madri fanno.

(…)

La mia adorata zia è stata un’altra influenza costante mentre crescevo, anche se non ho mai vissuto con lei. Alcuni anni fa, le ho chiesto se ha mai smesso di soffrire la perdita della sua sola sorella, la mia cara madre. Ha replicato: “Non avevo tempo per pensarci. Il mio solo pensiero eravate voi bambini. Perciò mi sono concentrata sulla missione di mantenervi al sicuro e amati.” Lo ha detto come una fiera leader.

Dopo che mio padre fu riuscito a rimettersi leggermente in piedi, ci trasferimmo per ricominciare da zero. Papà voleva ricostruirsi una vita nel paradiso della Florida e prese quattro di noi bambini con lui, mentre il più piccolo restava con nostra zia nel Midwest. Inutile dirlo, “paradiso” era un’esagerazione, ma c’era sole in abbondanza.

Dagli 11 anni in poi, riesco a stento a tenere il conto delle madri locali che sembravano apparire dal nulla a tendermi una mano, non prendendo il posto di mia madre, ma riempiendolo in tutti i momenti giusti. Era come se si passassero l’un l’altra un’invisibile staffetta con le istruzioni arrotolate all’interno.

Non condividevo il loro DNA, ma loro sapevano che avevo bisogno di guida. Sapevano che avevo bisogno di sostegno. Sapevano che avevo bisogno di una madre.

(…)

Tre decenni più tardi, celebro tutte queste bellissime madri che hanno preso tempo dalle loro vite già indaffarate per aiutarmi. Dopo tutto, ogni singolo atto di gentilezza ha dato forma al modo in cui io mi muovo nel mondo.

Giustizia per Noura

noura

(immagine di Ahmed M’ayyed)

Noura Hussein, sudanese, è stata data in moglie contro la propria volontà a 16 anni.

Si è rifugiata per tre anni presso una zia – ora ne ha 19 – prima che la propria famiglia, con un trucco, la facesse tornare a casa, dove è stata consegnata ai parenti del marito.

E’ rimasta con costui per sei giorni, rifiutando costantemente di fare sesso con un uomo che non amava e a cui era stata legata per forza: al che, il “marito” l’ha stuprata con l’assistenza di altri uomini (suoi familiari e amici) che la tenevano ferma.

Il giorno dopo ha tentato di violarla di nuovo, ma era solo. Noura si è difesa con un coltello e ha finito per ucciderlo. E’ tornata dai propri genitori: il padre l’ha condotta alla polizia e diseredata.

Il tribunale di Omdurman l’ha condannata a morte fra gli applausi dei parenti del deceduto.

“Sapevo che sarei stata giustiziata, – ha detto Noura alle sue legali – sapevo che avrei lasciato irrealizzati tutti i miei sogni.”

A difenderla sono le attiviste di “Equality Now”, che ora hanno 15 giorni per presentare appello. Intendono anche chiedere clemenza al presidente sudanese, Omar al-Bashir, e hanno messo online una petizione:

https://www.change.org/p/zaynub-afinnih-justice-for-noura-maritalrape-deathsentence-sudan

“Noura non è una criminale, è una vittima e dovrebbe essere trattata come tale. – ha detto Tara Carey di “Equality Now” a The Guardian – La sua criminalizzazione per aver difeso se stessa da un’aggressione e, in particolare, la sentenza di morte violano i suoi diritti iscritti nella Costituzione del Sudan e nella legislazione internazionale. Noura è stata soggetta ad abusi fisici e psicologici dalla sua famiglia e dal marito e questa è una violazione degli articoli 14 (protezione dell’infanzia) e 15 (niente matrimonio senza libero e pieno consenso) della Costituzione. Quest’ultima inoltre attesta che ‘lo stato protegge le donne dall’ingiustizia e promuove l’eguaglianza di genere’ e che ‘tutte le persone sono eguali di fronte alla legge e sono titolate, senza alcuna discriminazione, a ricevere eguale protezione dalla legge’.”

Maria G. Di Rienzo

L’escursionista

(tratto da: “I Don’t Hike to Lose Weight. I Hike Because I Love It.”, di Jenny Bruso per Outdoor, 3 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Jenny è un’escursionista – hiker – da 6 anni e ogni mese guida gruppi su sentieri di montagna. Ha creato al proposito una piattaforma su Instagram che si chiama “Unlikely Hikers” – “Escursionisti Improbabili” per dare spazio a persone di ogni taglia, colore, orientamento sessuale e con disabilità che amano le escursioni.)

jenny bruso

“Ce l’hai quasi fatta! Ne varrà la pena.”

“E’ la prima volta che vieni qui?”

“Forse dovresti fare un pausa.”

“Stai bene?”

Quando parliamo di escursionisti di taglia larga, la mancanza di abbigliamento e attrezzatura e rappresentazione stanno diventano leggermente più visibili nei media che trattano di attività all’aria aperta, così come dovrebbe essere. Ma ci molti modi in cui la fobia del grasso si fa strada nelle nostre vite.

Molti commenti provenienti da altri escursionisti – persino cose apparentemente innocue tipo “Stai facendo un bel lavoro!” – intendono essere di sostegno e incoraggianti, ma non sempre riescono a essere tali. Questi commenti sono, a volte indirettamente, sui nostri corpi: creano un’alterità.

C’è sorpresa per le nostre abilità, preoccupazione su ciò che è interpretato come mancanza di abilità e ogni tanto sfacciata maleducazione. Numerose persone con cui ho parlato hanno raccontato di momenti in cui sono state trattate come se fossero un intralcio per un altro escursionista. Tali interazioni non ci permettono di essere semplicemente escursionisti su una pista.

Se sto passando una buona giornata, io mi limito a sorridere e a dire “Grazie” o a uscire con un esageratamente gioviale “Oh sì, ho già percorso questa pista molte volte.”, quando quello che vorrei dire è “Sì, ho capito. Probabilmente ho fatto questa pista più volte di quante la farai tu in tutta la tua vita.”

L’amica escursionista grassa Ashley Manning sta attualmente percorrendo il Sentiero degli Appalachi (ndt.: lungo circa 3.510 chilometri, percorre i monti Appalachi sulla costa orientale degli Usa). Di recente ha avuto questo da dire su “Escursionisti Improbabili”: “Un tizio è venuto da me oggi, mentre ero alla pompa dell’acqua, e ha detto: ‘Tu sei più tosta di tutti noi. Senza offesa, ma non si vede gente della tua taglia qui in giro.” Se c’è una cosa che ho già imparato, è che il sentiero è abbastanza duro da mettere in ginocchio la gente. Non importa che taglia hai, è difficile. Io non sono più tosta di quel tipo, perché è così dannatamente duro farlo. Io sono orgogliosa di chiunque sia qui.”

Perciò, se volete essere incoraggianti, un semplice “Ciao, buona escursione!” fa miracoli. Inoltre: non presumete che noi si voglia cambiare i nostri corpi.

Un’altra assunzione che parecchie persone fanno su gli escursionisti larghi è noi si sia impegnati in un’attività fisica perché vogliamo perdere peso. Il modo in cui il fare esercizio è diventato sinonimo di dimagrimento nella cultura dominante rimuove la gioia del muoversi e dell’abitare i nostri corpi, al di là delle dimensioni di ciascuno.

Io sono all’aperto perché l’aperto voglio godermelo, voglio onorare la natura e apprezzare il dono di questo mio corpo che mi porta in giro. Preferirò sempre l’escursione alla palestra perché voglio distanziarmi dalle diete e dalla cultura dell’essere “in forma”. Molti di noi non vogliono in effetti perdere peso. Molti di noi non hanno nessun problema nell’essere grossi. Ascoltateci quando vi raccontiamo le nostre esperienze. Trattenetevi dal fare domande o asserzioni – anche se avete buone intenzioni – che sono avvelenate da pregiudizi e preconcetti sui nostri corpi.

Che aspetto avrebbero le nostre relazioni con noi stessi e gli uni con gli altri, se togliessimo da esercizio fisico, cibo e corpi gli imperativi culturali e l’essenzialismo? Io credo che saremmo più felici e compiremmo scelte più sane.

(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono che cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

Wave (“Onda”, acronimo inglese di “Donne contro la violenza Europa” – vedi anche https://lunanuvola.wordpress.com/2016/06/02/un-passo-avanti/) ha rilasciato nel marzo 2018 il rapporto annuale sulla situazione attuale dei servizi disponibili per le donne europee che hanno subito violenza. Gli standard usati per le valutazioni sono quelli della Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha firmato nel 2012 e ratificato l’anno successivo.

“Un rifugio per le donne – si legge nel documento – è un servizio specifico per le donne sopravvissute alla violenza e i loro figli, se ve ne sono, che fornisce alloggio sicuro e sostegno di rinforzo, basato su una comprensione di genere della violenza e concentrato sui diritti umani e la sicurezza delle vittime. (…) La Convenzione di Istanbul, all’art. 23, richiede il fornire rifugi appropriati e facilmente accessibili per le donne e i loro eventuali figli in numero sufficiente e raccomanda la disponibilità di alloggi sicuri in ogni regione; il rapporto esplicativo della Convenzione specifica che 1 posto letto dev’essere disponibile ogni 100.000 abitanti. Tuttavia, specifica anche che il numero di posti nei rifugi dovrebbe dipendere dalle reali necessità. Questa disposizione sottolinea altamente la ragione per cui una raccolta dati adeguata ed esauriente sulla violenza contro le donne e sui servizi specialistici di sostegno è così importante: senza una corretta dimostrazione dell’impatto e dell’estensione della violenza contro le donne, la fornitura di servizi e di conseguenza i finanziamenti saranno pure insufficienti.

“Su 43 paesi europei – dice ancora il documento – solo 7 (il 16%) soddisfano i requisiti minimi dell’offerta di posti letto nei rifugi in accordo alla Convenzione di Istanbul”. L’Italia non è fra i 7:

“Popolazione totale – 60,665,551

Soddisfa i requisiti minimi- No

Numero di rifugi per le donne – 258

Posti letto nei rifugi per le donne – 680

Posti letto necessari – 6.067

Posti letto mancanti – 5.387

Percentuale di posti letto mancanti – 89%”

Tanto perché si sappia: “I rifugi gestiti dalle organizzazioni non governative di donne che sono esperte di violenza di genere forniscono il sostegno più efficiente alle donne (e ai loro bambini) che stanno fuggendo dalla violenza domestica. (…) Per decenni, in Europa, le ong delle donne sono state in prima linea nel difendere i diritti delle donne e nel proteggere le sopravvissute alla violenza di genere. Grazie alla loro lunga storia ed esperienza, le organizzazioni delle donne hanno fermamente provato se stesse quali esperte sul campo e hanno acquisito profonda conoscenza e comprensione dell’epidemia globale di violenza contro le donne.” E secondo l’art. 8 della Convenzione di Istanbul dovrebbero ricevere finanziamenti statali per il loro lavoro… ma sono le terribili femministe, untrici che diffondono la piaga-giender, si ubriacano con fiaschi di lacrime maschili e perseguitano i divorziati/separati con prole. Perciò non dovete preoccuparvi che i soldi delle vostre tasse siano inghiottiti da questa fornace infernale basata ovviamente su una bolla mediatica e sullo strapotere delle donne che oggi comandano tutto, lo stato italiano se ne frega:

“Il finanziamento statale (ndt. in Italia) non è affatto sufficiente e non è mai fornito direttamente ai rifugi, ma distribuito solo tramite altre istituzioni regionali, senza alcuna chiara indicazione su come i fondi debbano essere distribuiti ai rifugi. Questo causa grandi differenze da regione a regione nelle somme fornite, in assenza di regole e criteri trasparenti, e alcune regioni non finanziano per nulla i rifugi.”

Se volete sapere di più su come il nostro paese in particolare e l’Europa in generale maneggiano la violenza di genere, il link al lavoro completo è questo:

http://fileserver.wave-network.org/researchreports/WAVE_CR_2017.pdf

Se volete avere un’idea del costo che la violenza di genere nuda e cruda (non il finanziamento ai servizi di sostegno, gli atti criminali in se stessi) impone alle economie in tutto il mondo, potete leggere il rapporto 2018 di Care International – “Counting the Cost: The Price Society Pays for Violence Against Women”:

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Counting_the_costofViolence.pdf

Consiglio ambo i lavori soprattutto ai giornalisti / alle giornaliste, perché troveranno materiale sufficiente per un’annata di “inserti donna” e “speciali donna” attualmente stipati di rossetti estivi, bikini di star, amori da red carpet e inviti sommamente intelligenti e trasgressivi – con ironia, però – a “ribellarsi a chi ci vuole ribelli”. Maria G. Di Rienzo

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(Sono un po’ indaffarata, ma non volevo rinunciare a salutarvi oggi… Maria G. Di Rienzo)

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