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(“Left Unity Talk”, Rebecca Mott, 21 aprile 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Rebecca, di cui ho tradotto tempo fa un altro articolo, vi dirà chi è e quel che fa nel discorso qui sotto. Left Unity è un partito inglese “socialista, femminista, ambientalista e antirazzista” fondato nel 2015.)

Grazie per avermi invitata a parlarvi. Vi sto parlando come una donna uscita dalla prostituzione che lotta per la sua abolizione.

Io mi sono prostituita solo “in interni”, tipo nei clubs, facendo la escort o fingendo di essere una fidanzata (“girlfriend experience”). Tutto questo è dipinto come “lavoro sessuale sicuro”, o almeno sicuro abbastanza per essere mostrato all’opinione pubblica.

Io sono stata una prostituta da quando avevo 14 anni a quando ne avevo 27. Parlo a partire dalla mia verità e dalle mie molte relazioni a livello internazionale con donne uscite dalla prostituzione.

Per capire che significa essere prostituita, dobbiamo guardare al concetto di scelta con molta chiarezza. La lobby del “sex work” vuole parlare di scelta solo in relazione alle donne prostituite: di proposito rendono invisibili le scelte dei puttanieri e dei profittatori del commercio di sesso e perciò rendono invisibile tutta la violenza maschile subita dalle prostitute. A queste ultime è stappato via ogni accesso a scelte libere e complete.

Usualmente le donne entrano nel commercio di sesso dopo o durante abusi sessuali, mentali e/o fisici. Molte donne entrano nel commercio di sesso a causa della povertà o della mancanza di accesso a istruzione e impiego. La maggioranza delle donne prostituite hanno molteplici vulnerabilità che le spingono entro il commercio di sesso – e nessuna di queste vulnerabilità può essere mistificata come scelta.

Dall’altro lato, i puttanieri possono scegliere e liberamente scelgono se comprare o no un altro essere umano per soddisfare la loro avidità sessuale e il loro senso di possesso. I puttanieri hanno la libera scelta di essere violenti quanto li hanno resi tali i loro sogni pornografici. Perché nella mente del puttaniere lui non sta comprando un essere interamente umano con diritti alla sicurezza e alla dignità, sta comprando merci sessuali da possedere, da controllare e da gettare via. I puttanieri pagano per stuprare, per torturare e possono pagare anche per far scomparire le donne prostituite.

Questa è la ragione per cui nessun aspetto della prostituzione può essere reso “sicuro” ed è la ragione per cui le donne uscite dalla prostitute lottano così appassionatamente per l’abolizione del commercio di sesso, non per la riduzione del danno, non per la decriminalizzazione o altri modi di mantenere lo status quo di chi del commercio di sesso profitta.

Ogni puttaniere sa perfettamente di possedere e controllare la prostituta e in tale ambiente può essere violento quanto desidera senza avere conseguenze. Il commercio di sesso, come istituzione, è assai abile a far svanire tutti i danni subiti dalle prostitute. E’ la norma, nel commercio di sesso, che donne e ragazze possano semplicemente sparire. Molte sono uccise e i loro corpi sono gettati via.

Molte sono forzate all’interno di altri aspetti del commercio di sesso, spesso nella pornografia, di solito come castigo minaccioso o violento, o come modo per “spezzare” le donne.

Io, come tutte le donne uscite dalla prostituzione che conosco, ho vissuto all’interno di estrema violenza. Noi sappiamo di tutte le donne e ragazze prostituite che sono state fatta scomparire. Ogni volta in cui parliamo in pubblico teniamo nel cuore queste nostre Sorelle perché abbiamo promesso loro di impedire che altre donne attraversino quell’inferno. Questo è un genocidio invisibile. E’ reso tale perché per quante donne e ragazze spariscano esse sono rimpiazzate da altre ancora più vulnerabili. E’ un’emergenza che riguarda i diritti umani, non una questione di “lavoro”.

Quel che rattrista molte donne uscite dalla prostituzione è il vedere che troppi appartenenti alla Sinistra si sono bevuti la propaganda della lobby del “sex work”. La prostituzione è capitalismo nella sua forma più cruda. Lo scopo della prostituzione è ottenere enormi profitti trasformando principalmente donne e ragazze in merci sessuali subumane. Queste merci sono vendute ai puttanieri che hanno il diritto di possederle, controllarle e danneggiarle per quanto possono economicamente permettersi. Non c’è alcun interesse al benessere fisico o mentale chi si prostituisce.

Come potete dire di essere contro il capitalismo e spalleggiare la lobby del commercio di sesso? Questo è tradire profondamente le donne prostituite. Le donne uscite dalla prostituzione vedono il “modello nordico” come il primo passo per ottenere pieni diritti umani e dignità per chiunque si prostituisca. Puttanieri e magnaccia devono essere ritenuti responsabili per la distruzione delle prostitute. Le decriminalizzazione deve riguardare le prostitute, nel mentre si creano programmi olistici a lungo termine per quelle che vogliono uscire dalla prostituzione.

Sarebbe bello se multassimo i puttanieri di una somma che corrisponda almeno al 10% del loro reddito. Se uno può permettersi di pagare per il sesso, dovrebbe potersi permettere di pagare la multa. I puttanieri recidivi o che usano violenza dovrebbero essere imprigionati, così come chi profitta dal commercio di sesso.

Sarebbe bello se le multe fossero usate per finanziare i programmi di uscita e per i risarcimenti relativi a tutti i danni mentali e fisici inflitti alle prostitute. Tutti i programmi di uscita dovrebbero avere la consulenza di donne uscite dalla prostituzione e magari essere diretti da esse.

I programmi dovrebbero fornire di più dell’aiuto economico e dei consigli, di più degli avvisi sulla riduzione del danno, di più del solo accesso ad alloggi, impieghi o istruzione: tutto ciò è vitale, ma senza terapia specialistica per i traumi complessi, stiamo solo rammendando le prostitute e non stiamo restituendo loro la piena umanità che a loro appartiene.

Dobbiamo lottare per costruire una società e una cultura che non riescano nemmeno a immaginare come la prostituzione possa essere mai stata considerata una buona idea.

Ascoltate le donne uscite dalla prostituzione, e pensate in modo più radicale.

L’articolo, pubblicato un paio di giorni fa, concerne le molestie che uno studente avrebbe subito da un suo insegnante e la conseguente sospensione di quest’ultimo dall’ incarico (per un mese). I due hanno una storia pregressa di scontri: “La vicenda è cominciata a novembre dello scorso anno, quando dopo un episodio avvenuto in classe, il ragazzo è stato sospeso e denunciato dall’insegnante per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il docente sosteneva di essere stato aggredito dal giovane dopo avergli impedito di stare seduto vicino alla fidanzata, poiché si distraevano a vicenda. Da quel momento in poi sarebbero però partiti una serie di messaggi ambigui, mandati dal prof al diciannovenne. Conversazioni su Facebook che in brevissimo tempo si sono trasformate in inviti a bere il caffè e infine in un pranzo a casa dell’insegnante. L’obbiettivo dichiarato era quello di mettere a punto un piano di studi per il ragazzo, che non va molto bene a scuola e che il docente diceva di voler aiutare. In realtà però il pranzo, a quanto ha raccontato il diciannovenne, sarebbe stato condito da una serie di avances, prima verbali, poi anche fisiche.”

La vicenda accade in quel di Padova e qui sotto c’è un esempio delle conversazioni succitate, così come l’ho trovato:

screenshot

Ora, poiché mi si dice che il giovanotto non brilla negli studi, il suo “tutto apposto” è orripilante ma comprensibile. Però vorrei veramente sapere cosa insegnava il docente: “Tu adesdo devi solo studiare e non sconcertanti dall’obbiettivo.”, “Poi parleremo che ti dovrai fidare di me e lasciarti volete bene.”… Per favore, ditemi che non insegnava italiano. Per favore. Maria G. Di Rienzo

Due terzi

disegno di cecile dormeau

“Qualsiasi cosa sia profondamente, essenzialmente femminile – i segni della vita nelle espressioni di una donna, che sensazioni dà la sua pelle, la forma dei suoi seni, le trasformazioni della sua epidermide dopo il parto – è riclassificata come brutta e la “bruttezza” come malattia. Le qualità in questione riguardano l’intensificazione del potere di una donna, il che spiega la loro rielaborazione come diminuzione di potere. Almeno un terzo della vita di una donna porta i segni dell’età; circa un terzo del suo corpo è fatto di grasso. Ambo i simboli sono stati trasformati in “condizioni mediche”, di modo che le donne si sentono in salute solo se sono due terzi delle donne che potrebbero essere. Come può un “ideale” riguardare le donne se è definito dalla misura in cui le caratteristiche sessuali femminili non esistono sul corpo di una donna, e dalla misura in cui una vita femminile non si mostra sul suo volto?” Naomi Wolf, “The Beauty Myth” – “Il mito della bellezza”, trad. Maria G. Di Rienzo

disegno 2 di cecile dormeau

La Capitana Michelle

Probabilmente non l’avrei notato – ne’ i film ne’ le serie successive all’originale hanno mai avuto per me lo stesso fascino dello Star Trek che seguivo da bambina – ma…

star trek michelle

… vedere la bravissima Michelle Yeoh nei panni di una capitana d’astronave, nel trailer del prossimo sceneggiato della CBS (uscirà questo autunno) è irresistibile!

La storia è ambientata 10 anni prima dell’epoca del capitano Kirk e del sig. Spock ecc., seguirà in 15 puntate le avventure di una nave spaziale chiamata “Discovery” e avrà come protagonista principale un Primo Ufficiale di sesso femminile – l’attrice Sonequa Martin-Green – il cui viaggio personale consiste nell’arrivare a comprendere che “per capire qualsiasi cosa classificata come aliena deve prima imparare a capire se stessa”.

Il trailer, se YouTube non mi fa scherzi, potete vederlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=f8mesUEFjas

Incrociando le dita, trovo promettente si apra sull’immagine di due donne di colore che attraversano un deserto e non con fanfare che sottolineano l’eroismo di qualche astronauta bianco e maschio o con le evoluzioni eccezionali di un’astronave nello spazio, sembra più “umano” e più attento a cogliere le differenze. In effetti, la serie avrà anche un personaggio dichiaratamente omosessuale, – è la prima volta per Star Trek – un ufficiale scientifico di nome Stamets.

Una curiosità: le orecchie a punta questa volta le porta James Frain (uno dei “cattivi” di Orphan Black) nel ruolo del padre del mitico sig. Spock – naturalmente è un padre un po’ stronzo, come potrete desumere dal trailer. Non seguo l’attore in modo particolare ma ogni volta in cui mi imbatto in lui in sceneggiati e film fa la carogna.

Ad ogni modo, sono di nuovo pronta ad “attraversare lo spazio alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà.” Maria G. Di Rienzo

Se mi uccidono

proteste università

Il 4 maggio scorso, il corpo senza vita della 22enne Lesby Berlin Osorio è ritrovato nei giardini del campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Le indagini non hanno portato risultati a tutt’oggi, ma gli investigatori – e di conseguenza i media – hanno offerto alla morbosità del pubblico una cascata di dettagli (e non si sa neppure quanto rispondenti a realtà) sulla sua vita personale. “Aveva consumato alcol e droghe con il suo ragazzo” “Il ragazzo ha deciso di andarsene ma lei l’ha seguito e ha dato inizio a un litigio” (secondo quanto lui dice, perciò dev’essere vero, giusto?), “Non studiava”, “Conviveva”, ecc. ecc. Il suggerimento neppure sotteso è questo: la giovane donna se l’è andata a cercare, ha provocato la violenza che l’ha uccisa. Niente di nuovo, è vero, ci siamo abituate. Ma non siamo obbligate ad accettarlo, sapete.

Le donne messicane, per esempio, hanno deciso che ne hanno abbastanza di questa manfrina ed è così che è apparso su Twitter l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) a corredare migliaia di messaggi del genere, che anticipano le colpe di cui le donne saranno accusate una volta uccise.

– Se mi uccidono: convivo da 9 anni, ho avuto tre figli da due uomini diversi. Bevo un bel po’ di birra e sono sempre stata io a dirigere la mia vita.

– Se mi uccidono, diranno che ho avuto un aborto, che le mie figlie sono nate con il parto cesareo, che le lasciavo all’asilo tutto il giorno e che badavo solo a me stessa.

– Se mi uccidono, diranno che me la sono andata a cercare, cosa ci facevo là, guardate i suoi tatuaggi, le sue cicatrici, le piaceva fare una vita da gangster, non è nessuno – è solo una donna.

– Se mi uccidono sarà perché sono una femminista, perché uso i leggings, perché mi piace camminare da sola la sera tardi e perché ho amici maschi. Cosa potevo aspettarmi di buono.

– Se mi uccidono, mi diffameranno e faranno di me una criminale. Accadrà per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che non ho fatto: non ha nessuna importanza.

Eccetera, eccetera. Potete immaginare. Che la rabbia e la rivolta delle donne siano visibili è però altamente positivo e ha risvegliato la solidarietà di quegli uomini che, parimenti, non ne possono più:

– Se mi uccidono mentre sono alticcio e solo in un vicolo scuro non sarò biasimato per il mio omicidio, perché non sono una donna.

Maria G. Di Rienzo

Sapere è potere

“Le donne sono voci molto forti nel lavoro per la protezione dell’ambiente. La conoscenza delle donne indigene in particolare come produttrici di cibo, come custodi del sapere, come prime insegnanti dei bambini, gioca un ruolo chiave e davvero centrale. Le pratiche culturali e le tradizioni che le donne indigene mantengono in vita e passano da una generazione all’altra nelle comunità hanno fatto tutta la strada sino a ricevere riconoscimento assai significativo dalle Nazioni Unite, ma anche nelle società e nei movimenti internazionali che affrontano il cambiamento climatico. L’importanza di questa conoscenza e di questo ruolo non sta solo nel maneggiare adattamenti e mitigazioni, ma anche nel vagliare le soluzioni proposte per il cambiamento climatico.”

andrea carmen

Andrea Carmen (in immagine), direttrice esecutiva dell’International Indian Treaty Council, trad. Maria G. Di Rienzo.

Andrea appartiene al popolo Yaqui – il loro nome originario sarebbe Yoeme, al plurale Yoemem, cioè esseri umani – e ha una considerevole esperienza nel lavorare con i gruppi indigeni in tutta l’America e nel Pacifico. E’ stata co-fondatrice dell’Iniziativa Indigena per la Pace assieme alla Premio Nobel Rigoberta Menchu, nonché osservatrice per i diritti umani e mediatrice in situazioni di crisi negli Usa, in Messico, in Canada, in Nuova Zelanda e Ecuador.

Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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