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Tre ragazze

Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

Sinistra

(brano tratto da: “The pitfalls of trying to get in with the male left”, di Meghan Murphy per Feminist Current, 12 luglio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“La sinistra ha abbandonato gli interessi delle donne sistematicamente sin dall’alba del femminismo.

Andando indietro al 1830, le donne della classe lavoratrice che in Francia erano parte del movimento socialista di Saint-Simon rinunciarono a cercare di lavorare con i loro compagni maschi e organizzarono un movimento separatista. Alla metà del 1800, gli abolizionisti maschi sistematicamente scoraggiarono e persino impedirono in modo esplicito che le donne nel movimento abolizionista parlassero apertamente dei diritti delle donne, dichiarando che ciò era una distrazione.

Il movimento femminista radicale americano annunciò il suo abbandono della Nuova Sinistra con un chiaro e diretto “vaffanculo”, avendo appreso che per quanto sostenessero le lotte guidate dagli uomini, le donne avrebbero continuato a essere trattate come oggetti sessuali, mogli e segretarie.

Questa non è una lezione nuova.

Noi tentiamo di allearci con la sinistra e i nostri sforzi falliscono di continuo, perché gli uomini di sinistra ci hanno mostrato per secoli che i nostri interessi non sono importanti – che noi non siamo importanti. In altre parole, le femministe radicali non hanno abbandonato la lotta contro il capitalismo, hanno abbandonato gli uomini che hanno dimostrato, ancora e ancora, come il loro interesse per la rivoluzione non si estenda al di là dei loro piselli.

Per almeno 150 anni le donne hanno messo la loro energia, il loro tempo, i loro cuori e i loro spiriti nei movimenti degli uomini. Le donne hanno creduto anche che la solidarietà era possibile e che se lavoravano con gli uomini a metter fine a cose come il capitalismo e il razzismo, gli uomini avrebbero tornato loro il favore, e si sarebbero uniti alle donne nel combattere cose come stupro, abuso domestico, prostituzione e oggettivazione sessuale. Ma non lo hanno fatto.”

Nimalka

(“Meet Nimalka Fernando, Sri Lanka” – Nobel’s Women Initiative, luglio 2017 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nimalka

“Le donne hanno portato il fardello della guerra, hanno lottato attraverso le loro intere vite, e hanno tenuto insieme il tessuto sociale. Devono avere voce nel disegnare il nuovo futuro per lo Sri Lanka.”

Nimalka Fernando è un’avvocata e un’attivista sociale. E’ la presidente del “Movimento Internazionale contro tutte le forme di discriminazione e razzismo” e del Forum delle Donne per la Pace in Sri Lanka. Nimalka è anche membro attivo di “Madri e figlie di Lanka”, una coalizione di differenti organizzazioni di donne del paese. Costoro hanno lanciato molte campagne contro la violenza politica e violenza diretta alle donne. Di recente, stanno lavorando verso l’aumento della rappresentazione politica delle donne per portare le loro voci e l’idea dell’eguaglianza di genere nella sfera pubblica.

Puoi descrive il tipo di lavoro che fai in Sri Lanka?

Negli ultimi trent’anni ho lavorato per la pace in Sri Lanka. Sebbene il conflitto sia presentato soprattutto come politico, noi come donne tentiamo di far luce sulle violazioni dei diritti umani. Il lavoro sui diritti delle donne e la costruzione di pace posa sul facilitare interazioni e conversazioni fra le principali comunità in conflitto, quella Tamil e quella Singalese.

Qual è stata la sfida più grande che hai incontrato durante il tuo lavoro?

Venendo dalla comunità che è in maggioranza, il lavoro sulla pace diventa molto una questione di accettazione da parte della minoranza e del fare in modo che si fidino di te per lavorare tutti insieme alla riconciliazione in Sri Lanka.

E come si costruisce la fiducia?

Questa è la questione maggiore. La guerra ha lasciato nelle menti dei Tamil un senso di sconfitta, mentre l’idea comune nel sud è una di vittoria. I cuori e i pensieri dei Tamil sono stati distrutti dalla guerra, mentre la maggioranza Singalese ha celebrato ciò come una vittoria. Perciò parlare di riconciliazione a partire da queste basi è molto difficile; dobbiamo sconfiggere l’intera cultura dell’eroismo che fa riferimento alla guerra. Non sono ancora state presentate scuse, da parte dello stato, per la devastazione causata dalla guerra e nessun leader politico ha ammesso che dobbiamo occuparci di tale devastazione in modo umano. Per la maggior parte dei leader politici è una schermaglia politica – ma quando incontri le persone sul territorio è vero dolore. Perciò, come porti quel dolore in uno spazio politico, e come porti la risoluzione politica a una madre in lutto?

Quale strategia consideri più efficace nella costruzione di pace?

A livello politico, per ottenere la pace, è il facilitare la condivisione del potere con la comunità Tamil. A livello personale, è il costruire fiducia fra le donne. Facciamo questo portando le donne Tamil al sud e le donne Singalesi che non hanno fatto esperienza delle violenze estreme della guerra al nord.

Cosa può fare la gente in Sri Lanka?

All’interno dello Sri Lanka le persone devono superare la paura che hanno le une delle altre. Dobbiamo combattere tutti gli elementi di estremismo religioso, estremismo etnico e sciovinismo nazionalista. Al momento sono concentrata sul parlare alle donne singalesi e sull’alzare il livello di consapevolezza politica nella nostra comunità di maggioranza, di modo da non essere sconfitte quando arriveremo al referendum in Sri Lanka. La maggioranza Singalese deve ricevere il messaggio di pace, riconoscere la dura realtà e portare entrambe le cose all’interno della propria comunità, così i Tamil sapranno che siamo con loro.

Cosa ti piacerebbe vedere dalla comunità internazionale?

Ho ricevuto moltissima solidarietà durante gli ultimi dieci anni, quando la mia vita è stata in pericolo a causa del mio attivismo, dai gruppi di donne e dai gruppi pro diritti umani. Siamo sopravvissute con questo tipo di solidarietà. E’ la solidarietà che costruirà in tutto il mondo una cultura di pace.

La comunità internazionale deve anche comprendere che pace e stabilità in una parte del mondo influenzano la pace ovunque. Senza smilitarizzazione e disarmo, noi continueremo solo a curare le ferite della violenza.

Nessuno, per ora

Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

Pagate eccome

“Durante la crisi dell’euro, i paesi del Nord hanno mostrato solidarietà ai paesi affetti dalle crisi. Come socialdemocratico, io attribuisco un’importanza eccezionale alla solidarietà. Ma si hanno anche doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in beveraggi e donne e poi chiedere aiuto.”

Questo è ciò che disse nel marzo scorso il presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem; si riferiva a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. La frase finale è una cafonata sessista, siamo d’accordo, il cui senso diretto è “Non puoi rimanere senza denaro per soddisfare i tuoi capricci e poi pretendere di essere sostenuto.”: metaforicamente, è una condanna del modo in cui i paesi suddetti gestiscono le loro economie.

Renzi, che si è dimesso ma continua ad agire come se fosse ancora a capo del governo (e forse dietro le quinte lo è), ha visto in questi giorni rigettata la proposta di avere condizioni particolari dall’Unione Europea per il debito italiano. Il presidente Dijsselbloem ha replicato che “Sarebbe fuori dalla regole. Non è una decisione che un Paese può prendere da solo.” Il che è vero. Le condizioni attuali riguardanti l’indebitamento delle nazioni europee sono state votate da queste stesse nazioni, Italia compresa.

Il pezzetto seguente è tratto da un articolo de La Repubblica, che come ho già detto in passato sembra il bollettino della famiglia Renzi (l’ultimo esempio è il modo in cui per giorni ha tagliato l’immagine relativa alla dichiarazione dell’ex premier sull’aiutare i migranti a casa loro, omettendo la prima frase “Non abbiamo il dovere di accoglierli, ripetiamocelo.”):

“Questa – ha detto Matteo Renzi – è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio di alcuni dirigenti europei, come il presidente dell’Eurogruppo, che non si rende conto che di fiscal compact e austerity l’Europa muore”. Poi rincara la dose: “Le dichiarazioni di Dijsselbloem contro l’Italia furono vergognose…Non ha neanche capito la differenza (tra alcol e donne, ndr) secondo me…”, è la frecciata di Renzi.”

Noi le donne non le paghiamo era il refrain di un altro personaggio che è stato a lungo a capo del governo italiano, il sig. Silvio Berlusconi, quello che le “escort” le portava a spasso nelle sedi istituzionali, che passava da un festino all’altro a base di donne prostituite (chiamando il tutto cene eleganti e burlesque) e che aveva un ragioniere addetto specificamente ai loro pagamenti.

Tutto gongolante per l’arguzia di Renzi (Che frecciata! Che acume! Gli ha detto che non tromba, in pratica, ah aha aha!), il sedicente giornalista di Repubblica non sa – o ha dimenticato – che in Italia 9 milioni di uomini pagano eccome: è la cifra stimata dei clienti delle prostitute, le quali nel nostro Paese sono circa 120.000, di cui tre quarti per le strade e più di un terzo minorenni. Tutti i dati disponibili al proposito indicano i puttanieri in crescita (mezzo milione in più dal 2007 al 2014) e che il numero delle persone che si prostituiscono cresce di pari passo.

Se a queste cifre aggiungiamo quelli che comprano sesso online, quelli che pensano di averti comprata assieme alla pizza che hanno insistito per offrirti, quelli che regalano cellulari – stupefacenti – bei vestitini convinti di avere con ciò acquisito il diritto di entrare nelle tue mutande quando gli pare e piace, probabilmente la maggioranza dei grandi seduttori italiani non fa altro che pagare. Pertanto, Renzi resta un cafone sessista quanto Dijsselbloem, oltre che un incapace a livello politico e comunicativo. Maria G. Di Rienzo

Bambini perduti

missing

“Missing Children Europe” (“Bambini Scomparsi/Mancanti Europa”, da ora in sigla MCE) è una federazione che mette in rete 30 organizzazioni non governative con sedi in 26 paesi europei: “Forniamo i collegamenti fra la ricerca, le politiche e i gruppi che lavorano sul territorio per proteggere i bambini da ogni tipo di violenza, abuso o abbandono causati dal loro essere dispersi.”

Di recente, MCE ha pubblicato il rapporto annuale per il 2016, da cui traggo un po’ di “numeri”:

* 250.000 bambini spariscono ufficialmente (nel senso che la loro scomparsa è denunciata) ogni anno nell’Unione Europea, il che fa un bambino ogni due minuti. La definizione di scomparsi include quelli che fuggono di casa, quelli rapiti da un genitore o da criminali, i bambini migranti non accompagnati ecc.;

* 89.000 minori migranti non accompagnati hanno chiesto asilo all’interno dell’Unione Europea nel 2015. 11.800 di loro avevano meno di 14 anni;

* MCE ha ricevuto oltre un milione di chiamate da quando ha aperto la linea telefonica di soccorso al numero 116 000;

* Una bambina/un bambino su cinque, in Europa, è vittima di qualche forma di violenza sessuale. Dal 70% all’85% dei casi il perpetratore è qualcuno che la vittima conosce e di cui si fida;

* 2 milioni di bambine/i sono trafficati in Europa a scopo di sfruttamento sessuale ogni anno;

* Il 75% del materiale relativo all’abuso infantile trovato online dalla Internet Watch Foundation riguarda vittime di sesso femminile. L’81% delle vittime identificate ha meno di dieci anni.

* Le immagini di abuso infantile su internet sono in crescita e mentre le vittime sono sempre più giovani, i tipi di violenze che subiscono sono sempre più gravi.

Mi sono attenuta fin qui al linguaggio “neutro” della ricerca, ora faccio un’inutile domanda retorica da quella bastarda femminista che sono: di che sesso pensate siano, in strabordante maggioranza, i perpetratori?

Maria G. Di Rienzo

Bene di lusso

Un uomo inglese con un passato acclarato come perpetratore di violenza domestica, Robert Trigg, è stato in questi giorni riconosciuto colpevole dell’omicidio di due sue ex compagne: Caroline Devlin (morta nel 2006) e Susan Nicholson (morta nel 2011). In ambo i casi è stata la stessa stazione di polizia a condurre le indagini e a dichiarare i decessi “non sospetti”.

“E’ solo perché i genitori di Susan Nicholson hanno cercato giustizia per la figlia a proprie spese, assumendo un avvocato e un patologo indipendenti affinché riesaminassero i rapporti originali sulle cause del decesso, che Trigg non è ancora libero, a terrorizzare un’altra donna in casa propria, forse a uccidere di nuovo… – commenta Sarah Ditum il 7 luglio u.s., su The New Statesman – Non può esserci giustizia per le donne se la polizia manca di riconoscere l’evidenza più lampante della violenza maschile all’inizio di un’indagine. Non può esserci giustizia per le donne se i loro assassini devono essere perseguiti con mezzi privati: chi risponderà del tuo omicidio se la polizia lo definisce un incidente e ai tuoi genitori mancano i mezzi, la capacità o la volontà di prendere in mano il caso loro stessi? La giustizia che diventa un bene di lusso non è giustizia affatto.

Noi ora tendiamo a riconoscere il fatto che le donne affrontano un pesante fardello di incredulità e di sottovalutazione quando tentano di chiamare gli uomini ad assumersi la responsabilità delle loro azioni. Quello di cui non parliamo è l’altra faccia della medaglia: l’enorme discriminazione positiva che gli uomini godono, e ciò significa che lo stesso tipo può essere trovato, nella stessa città, dagli stessi agenti di polizia, accanto al cadavere di una seconda donna e dire che non è colpa sua, e vedere accettate le sue bugie.”

Maria G. Di Rienzo

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