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Più forti insieme

(“Stronger Together”, 2017, di Jane Eaton Hamilton. Jane è una scrittrice, poeta, artista figurativa, fotografa e femminista canadese, nata nel 1954. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

ice melting heart

Questo è il balbettio della neve quando si muta in nevischio giusto prima della gelata. Capisci il dicembre. Questa è la pattinatrice sul lago che si fa largo fra il ghiaccio quando la crosta superiore è diventata fanghiglia, nell’intempestivo scioglimento, la lama del suo pattinare fa sanguinare l’acqua in eruzioni azzurre, anelli e rotazioni mentre il ghiaccio si rompe attorno a lei. Lei pattina libera, sola sul piccolo lago sopra il ghiaccio sconnesso, il ghiaccio che gela durante lo schiaffo della neve.

Perciò noi siamo al sicuro. Prima che sia troppo tardi. Prima che la vita congeli nella morsa del terrore e persino quelli che si sottopongono al torpore o all’ibernazione muoiono.

Lei è scura, lei è nera, lei è LGBTQQAI2+, lei è una rifugiata, lei è una straniera illegale, lei pattina con una gamba sola.

Lei pattina alle spalle delle bianche crudeltà della tempesta crescente. Il brutto tempo non la ferma; non la manda a fuggire verso un forno, cioccolata calda e il respiro umido e caldo di sua figlia.

Lei è impetuosa e impassibile e acuta. Lei percepisce.

Lei è fuggita da tormenti indicibili. E’ ben lontana dal fermarsi, pattina invece sulla cupidigia e l’avidità, i coltelli dei suoi piedi le tagliano in schegge. Lei è visibile solo a metà, ma fa a pezzi la cancellazione.

Lei è spettrale con pennacchi di blu. Lei è veloce. Lei raccoglie calore. Il ghiaccio le si scioglie attorno.

Sulla riva del lago, una luce improvvisa. Una dozzina di luci, tremolanti. Dieci dozzine di luci, come corde di lampade. Cinquecento luci, un raduno. Diecimila luci per dire “resisti”. Un milione di luci. Persone pattinano verso di lei, i volti alzati, i bordi delle lame scintillanti, cantando la forza dell’eguaglianza.

Loro sono speranza, sono costanza, sono ruggito puro, azzurro e melodico.

Più forti insieme, lei dice, sollevando le braccia.

Più forti insieme, loro le cantano di rimando.

N.B.: Il monitor del mio computer sta smettendo di funzionare. Se dovessi sparire di nuovo per due o tre giorni sapete perché.

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Helen CFS-44 Rome 2017

“Cari Delegati,

grazie per avermi dato l’opportunità di parlarvi. Io sono Helen Hakena dell’Agenzia per lo Sviluppo delle Donne Leitana Nehan, con sede a Bougainville in Papua Nuova Guinea (PNG).

Voglio raccontarvi la storia della mia comunità a Bougainville. Per quelli di voi che non hanno familiarità con il Pacifico, Bougainville è un’isola, un po’ più larga di Cipro, ed è una regione autonoma della PNG. La nostra cultura è matrilineare – il che significa che la nostra terra si eredita tramite le donne. Ma questo non significa che le donne governino, gli uomini restano i capi e i decisori. Tuttavia la nostra terra è cruciale per le donne poiché, assieme ai nostri oceani, ci fornisce quasi tutto il cibo e le risorse da cui dipendiamo, oltre a essere centrale per la nostra vita culturale e comunitaria.

La nostra isola è fertile e sarebbe in grado di provvedere alla sicurezza alimentare e ai nostri bisogni nutrizionali, ma abbiamo dovuto affrontare numerose difficoltà che hanno avuto impatto particolare su donne e bambine. Bougainville ha sofferto una guerra ventennale quando una delle più grandi miniere aperte del mondo, Panguna, ha distrutto i nostri fiumi, il nostro terreno e ambiente, distruggendo pure le nostre comunità.

Sebbene le miniere e i disboscamenti sulla nostra isola abbiano prodotto centinaia di milioni di dollari di profitto, la nostra isola non è diventata prospera. Meno dell’1% dei guadagni sono andati alle comunità locali. La miniera ha un impatto enorme sulla nostra capacità di produrre cibo e di aver accesso all’acqua potabile. La miniera ha contaminato la nostra acqua e ha ridirezionato la nostra economia al servizio della miniera stessa e dei suoi proprietari stranieri.

Persino ora, molta popolazione è esposta al mercurio, usato dai minatori artigianali – incluse donne incinte – per arrivare all’oro e come risultato abbiamo un alto tasso di complicazioni durante i parti e nascite di bambini deformi.

La guerra ci ha reso impossibile curare in sicurezza i nostri orti, ove ognuna di noi coltiva gli alimenti base, e ci ha reso impossibile vendere o scambiare i nostri prodotti. Insieme, la miniera e la guerra, hanno dato esiti terribili per la salute di madri e bambini. Io stessa ho partorito in un edificio abbandonato assieme ad altre donne, una delle quali è morta.

La guerra ha anche portato con sé un embargo che ha impedito ogni importazione di carburante, medicine o tecnologia. L’embargo, tuttavia, ha provato l’intraprendenza degli abitanti di Bougainville e la capacità di produrre da soli tutta l’energia e il cibo di cui avevamo bisogno. Abbiamo prodotto energia dai maiali (ndt. dalla trasformazione di deiezioni e scarti negli allevamenti) e abbiamo usato l’olio di cocco come carburante per i motori.

La contaminazione proveniente dalla miniera e il conflitto messi assieme hanno creato gravi problemi di salute, educativi e sociali. Ciò ha dato come risultato una delle percentuali più alte al mondo di violenza contro le donne, con il 62% degli uomini che ammette di aver stuprato una donna.

Ora, dopo aver negoziato la pace e fatto passi verso il miglioramento delle conseguenze dello sviluppo, abbiamo di fronte un’altra enorme minaccia: il cambiamento climatico.

La mia organizzazione ha condotto un’Azione di ricerca partecipata femminista sulle isole Carteret di Bougainville, per documentare l’impatto del cambiamento climatico sulle vite degli abitanti e intraprendere iniziative per costruire un movimento locale per la giustizia climatica.

La nostra ricerca ha scoperto le cose seguenti:

La popolazione degli atolli che circondano Bougainville è già stata spostata altrove – sono i primi rifugiati climatici del mondo. Gente che ha vissuto senza elettricità, senza aver contribuito alle emissioni climatiche sta ora soffrendo le conseguenze dell’avidità e della distruzione mondiali.

Il cambiamento climatico ha impatto negativo sulla sicurezza alimentare in diversi modi, inclusa la diminuita accessibilità al cibo locale tramite la riduzione dei raccolti agricoli, della disponibilità di terra coltivabile, dell’acqua pura, del pesce e della vita marina in genere. Stiamo facendo esperienza di cambiamenti nei cicli delle piogge, di inondazioni, dell’innalzamento del livello del mare e di salinizzazione. Ciò rende più difficile per le comunità vivere di agricoltura – le donne non riescono a coltivare abbastanza per nutrire se stesse e le loro famiglie.

Donne e uomini sperimentano impatti diversi derivati dal cambiamento climatico, in particolare relativi al loro ruolo nella produzione del cibo. Quando la terra è matrilineare, la perdita della terra è devastante per le donne. Molte delle donne sfollate sono state abbandonate dai loro marito e hanno davanti un cupo futuro. I ruoli e i saperi differenti che donne e uomini hanno nella produzione di cibo e raccolti, così come nella pesca, devono essere accuratamente pianificati altrimenti la discriminazione può solo peggiorare.

Le donne devono avere potere collettivo per sviluppare soluzioni a lungo termine. Noi ora lavoriamo con le amministrazione degli atolli per assicurarci che le donne abbiano un ruolo nel definire il proprio futuro. Noi donne abbiamo guidato il processo di pace e io credo che possiamo guidare il processo per lo sviluppo sostenibile se ce ne viene data l’opportunità.

Ora i governi e le corporazioni stanno parlando di riaprire la miniera. La ragione che ci danno per questo è che non c’è altra via per il benessere, che abbiamo bisogno di più soldi per maneggiare un futuro di cambiamenti climatici, che abbiamo bisogno di valuta estera per importare più cibo e più energia.

Dobbiamo chiederlo a noi stessi: il nostro pianeta ha bisogno di più benessere o solo di un benessere più giusto?

Questo pianeta e le nostre risorse sono il nostro bene comune, appartengono a tutti noi e alle generazioni future. La Papua Nuova Guinea è uno dei paesi della Terra che ha più bio-diversità e ha la terza più grande foresta pluviale del mondo. Di sicuro, questo deve valere di più dell’oro e del rame.

Io so che ci vorrebbero governi coraggiosi e delle differenti Nazioni Unite per resistere al peso del potere delle corporazioni e dei ricchi. Io so quando sarebbe duro cooperare per raccogliere più tasse, mettere una moratoria a nuove miniere di carbone, proteggere tutti i nostri fiumi e la nostra terra dall’inquinamento, garantire alle donne potere decisionali su terreni e risorse, mettersi d’accordo su un minimo vitale ragionevole, garantire a ogni persona assistenza sanitaria gratuita e protezione sociale durante la sua intera vita, inclusa la sicurezza alimentare.

Creare giustizia nello sviluppo. Sarebbe possibile. Abbiamo la ricchezza per farlo. Ci serve solo la volontà politica. Grazie.”

Helen Hakena (in immagine – FAO Flickr Feed) ha tenuto questo discorso a Roma, il 12 ottobre scorso, durante la 44^ sessione plenaria del Comitato sulla Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite.

La sua organizzazione femminista è stata centrale nel porre fine alla guerra civile. Helen continua a promuovere i diritti umani delle donne nel suo paese, in cui fare ciò equivale all’essere attaccate come streghe – e spesso assassinate come tali. Maria G. Di Rienzo

(tratto da: “Opinion: Criminal justice system is failing women”, di Hilla Kerner – in immagine – per The Vancouver Sun, 6 novembre 2017. Hilla lavora per il Vancouver Rape Relief and Women’s Shelter. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

hilla

Noi, le donne che lavorano nei centri antistupro, non avevamo bisogno della campagna #MeToo (“Anch’io”) per sapere quanto comune è per le donne far esperienza di aggressione sessuale e stupro. Essere una bambina e una donna in questo mondo significa essere probabilmente assalite. Se siamo povere, indigene, donne di colore, o donne con disabilità cognitive o fisiche, è ancora più probabile che noi si sia aggredite sessualmente – è quasi garantito.

Il comune sessismo e il disprezzo delle donne in tutti gli aspetti delle nostre vite private e pubbliche insegnano agli uomini a vederci e trattarci come “cose” e non come completi esseri umani. La pornografia è devastante ed efficace come promozione e rinforzo della violenza sessualizzata degli uomini contro le donne. La prostituzione è una devastante ed efficace promozione della mercificazione della donne – l’uso delle donne come merci che possono essere comprate e vendute da uomini.

Noi usiamo spesso il termine “cultura dello stupro” per descrivere l’accettazione, la collusione, la promozione della violenza maschile contro le donne. E gli uomini usano la cultura dello stupro per sostenere la struttura dello stupro; una struttura che mantiene gli uomini in posizione di dominio e noi donne in posizione di sottomissione.

L’accumulazione e l’impatto di tutti gli stupri individuali che gli uomini commettono contro singole donne sostengono il potere di tutti gli uomini su tutte le donne. Naturalmente, sappiamo che non si tratta di ogni uomo. Sappiamo che non tutti gli uomini picchiano le loro mogli o comprano sesso o sono stupratori o pornografi. Ma è certo che molti uomini sono così.

Sappiamo questo grazie a tutte le donne che chiamano il nostro centro antistupro e altri centri, e grazie a tutte le donne che stanno vivendo nei nostri, e altri, rifugi. E ora, chiunque presti attenzione pure lo sa, grazie a tutte le donne che stanno dicendo #MeToo.

Noi crediamo che gli uomini possano cambiare. Noi crediamo che gli uomini possano fare meglio. Noi crediamo che gli uomini possano trattarci meglio. Ma non è probabile che cambino sino a che hanno il permesso e l’incoraggiamento a violare la nostra autonomia e integrità corporea.

Il modo per scuotere i pilastri della struttura dello stupro consiste nel far rispondere in termini di responsabilità gli uomini che commettono violenza contro le donne. Fino a questo momento, il sistema giudiziario ha mancato in tal senso. (…)

Rendere accessibili i dati del sistema giudiziario-penale rivelerà tutti i punti in cui fallisce quando tratta la violenza maschile contro le donne. E’ un primo cruciale passo che deve essere fatto se vogliamo vedere un qualsiasi cambiamento. E noi dobbiamo vedere del cambiamento, e dobbiamo vederlo presto. Abbiamo aspettato troppo a lungo.

Vogliamo la nostra sicurezza, la nostra eguaglianza e libertà, e le vogliamo ora.

Stanza sospesa

The Suspended Room - Roxana Halls

Questo è un dipinto di Roxana Halls, “The Suspended Room” – 2012, artista femminista londinese nata nel 1974. Al di là delle intenzioni della sua autrice, ovviamente, sembra rappresentare molto bene (con un pizzico di humor) come mi sento e come vivo in questo periodo. Per questo lo lascio qui, informandovi che per qualche giorno questa stanza è “sospesa”. Maria G. Di Rienzo

Doveri nazionali

dovere nazionale

L’uomo in immagine è Nabih al-Wahsh, un famoso avvocato egiziano politicamente “conservatore”, ripreso durante un recente dibattito televisivo sul canale Al-Assema. La questione in discussione era una nuova bozza di legge sulla prostituzione.

Alle donne sedute al suo stesso tavolo ha detto questo: “Siete contente quando vedete una ragazza camminare per la strada mostrando metà del suo didietro? Io dico che quando una ragazza se ne va in giro in quel modo è un dovere patriottico molestarla sessualmente e un dovere nazionale stuprarla.”

Nell’ottobre del 2016, in un’occasione simile, si era preso “a scarpate” con il religioso Sheikh Rashad, sfasciando un pannello di vetro durante la zuffa e costringendo lo staff dello studio televisivo a intervenire per separare i due uomini. La “colpa” di Rashad era l’aver detto che non riteneva un dovere religioso per le donne il coprirsi la testa con un fazzoletto. L’avvocato gli urlò “Tu sei un apostata! Tu sei un infedele!”, al che il suo interlocutore rispose (credo azzeccando almeno in parte la diagnosi) “Tu sei mentalmente malato. Dovresti stare in un ospedale psichiatrico.”

Sugli stupratori patriottici, com’è ovvio, l’avvocato al-Wahsh si è guadagnato reazioni epocali di disgusto e prese di distanza, ma il suo exploit è avvenuto subito dopo che la capitale egiziana è risultata la “grande città più pericolosa per le donne” al termine di una ricerca internazionale su come vivono le donne nelle metropoli da oltre dieci milioni di persone. Significa, come notano le attiviste femministe, che non è isolato nella sua criminale idiozia: le tradizioni discriminatorie verso le donne, in Egitto, hanno secoli di abusi alle spalle e li ripetono nel presente non solo in termini di violenza, ma anche in termini di scarso accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e ai mezzi finanziari.

L’addestramento sociale al considerare inferiore metà dell’umanità, diffuso in ogni parte del globo, non genera unicamente legioni di molestatori e stupratori: crea anche gli occhiali deformanti attraverso cui sono viste e giudicate le loro azioni. Il che ci porta direttamente a una seconda notizia.

Avrete di certo sentito o letto qualcosa sulle accuse di abusi sessuali dirette al preclaro docente di Oxford Tariq Ramadan. In questi giorni il sig. Bernard Godard, l’esperto di Islam per il Ministro degli Interni francese dal 1997 al 2014, che conosce Ramadan molto bene, ha dichiarato alla stampa di essere “scioccato” dalla vicenda. E queste sono le precise parole con cui lo spiega alla rivista francese Obs: “Sì, sapevo che aveva parecchie amanti, che consultava siti, che delle ragazze erano portate in albergo alla fine delle sue conferenze, che le invitata a spogliarsi, che alcune resistevano e che lui poteva diventare violento e aggressivo, ma non ho mai sentito parlare di stupri, sono sbalordito.”

Qualcuno spieghi a questo signore che ha appena descritto uno scenario di violenze sessuali, per favore. Se poi resta sbalordito, trovategli un posto all’ospedale psichiatrico nella stessa stanza di Nabih al-Wahsh, almeno si faranno compagnia. Maria G. Di Rienzo

Cos’è importante

Per il loro libro “200 Women”- ed. Chronicle Books, prezzo 35 sterline (ma se lo ordinate tramite The Guardian, da cui ho ricavato la notizia, la cifra scende a 29.75) – Geoff Blackwell e Ruth Hobday hanno appunto posto a duecento donne influenti la medesima domanda: “Cos’è importante per te?” Qui sotto, assieme alla foto fattale da Kieran E. Scott, c’è la risposta di Jane Goodall (1):

jane

“Il futuro del nostro pianeta è importante per me. Dovremmo chiederci – come erano soliti fare i popoli indigeni – “In che modo questa decisione sarà di beneficio alle future generazioni?”.

Quando avevo 10 anni lessi “Tarzan delle Scimmie” e decisi che sarei andata in Africa, una volta cresciuta, per vivere con gli animali selvatici e scrivere libri su di essi. Tutti intorno ridevano, ma mia madre mi aveva imbevuta con il messaggio che, se vuoi qualcosa, non devi mai mollare.

La gente mi chiede: “Perché non rallenti un poco? Hai 83 anni!” Be’, c’è così tanta consapevolezza da risvegliare. A me sono stati dati determinati doni e uno è stato la comunicazione. Devo usare tale dono sino a che sono in grado di farlo. Spero ci sia ancora tempo per rovesciare la situazione. Tuttavia ciò dipende dal nostro agire. E’ importante ricordare che ogni individuo ha importanza e che noi possiamo scegliere quale tipo di impatto avremo.” (trad. Maria G. Di Rienzo)

(1) Dubito che non la conosciate, comunque è un’etologa, primatologa e antropologa inglese, nata nel 1934, famosa soprattutto per le sue ricerche sugli scimpanzé.

Pedalare, gente

Sono solo quindici minuti di documentario, ma potremmo definirli un quarto d’ora di premi:

Miglior Film e Premio del pubblico all’International Cycling Film Festival (2016);

Premio della giuria al Bike Shorts Film Festival (2017);

Premio per il Messaggio Ispiratore all’Ektopfilm International Festival per i film sullo sviluppo sostenibile (2017);

Premio per il miglior “corto” al London Feminist Film Festival (2017)…

Si tratta di “Cycologic”, prodotto dall’abilità e dalla passione di tre registe/produttrici svedesi (Emilia Stålhammar, Veronica Pålsson e Elsa Löwdin) e della protagonista: la ciclo-attivista ugandese Amanda Ngabirano (in immagine).

amanda cycologic

Il documentario segue in particolare la campagna di Amanda per avere piste ciclabili nella sua città, Kampala, dove il traffico è caotico, pericoloso e altamente inquinante, mostrando allo stesso tempo – una volta di più – come in determinati luoghi il solo andare in bicicletta, per le donne, equivalga a rompere stereotipi e a rinegoziare il loro ruolo nella società. Anche queste cicliste sono seguite dalle registe. Potete dare un’occhiata a che succede qui:

https://vimeo.com/185684431

“La bicicletta non è roba da poveri. – dice Amanda nel trailer summenzionato – E’ per le persone indipendenti, libere, liberate. Tu scegli come e dove muoverti.” E notando l’assenza delle sue simili nel via vai di automobili, motociclette e motorini aggiunge ironicamente: “Dove sono le donne? Non hanno piedi, non hanno gambe, non hanno energia?” Li hanno eccome. Nel poco tempo trascorso dall’uscita del film, Amanda ha convinto a pedalare persino la polizia: si è fatta tramite con le forze dell’ordine olandesi, che hanno donato le biciclette “da ronda” ai loro colleghi. Maria G. Di Rienzo

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