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Ci stavano

Ci stavano, dai. Questa è la linea difensiva dei due carabinieri di Firenze accusati di stupro. Intossicate al punto che una delle due quasi non si reggeva in piedi, le studentesse americane non hanno gridato, non hanno opposto sufficiente resistenza, non hanno detto no, hanno (chissà perché?!) avuto paura di due uomini armati. Secondo il più giovane dei carabinieri – che, mi si spezza il cuore, “in alcuni frangenti è scoppiato in lacrime” – sono “state le studentesse a invitarli a salire nella loro casa”, ma dovevano essere così in calore, le cagne, che a salire in casa non ci sono neppure riuscite: un carabiniere si è dato da fare nell’ascensore e l’altro nell’androne del palazzo.

E’ vero che erano in servizio, è vero che non hanno avvisato la centrale dell’accompagnamento delle ragazze, è vero che si sono fermati in una zona di competenza della polizia e non dei carabinieri, ma per tutto questo – virilmente e per l’onore della divisa – sanno di aver sbagliato e sono “pronti a pagare”. Per le bambole rotte no, e che diamine, si è mai visto un vero uomo prendersi la responsabilità di aver spezzato un giocattolo.

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Questa faccenda sta invece avendo un grosso impatto sulla salute degli unici due esseri umani presenti… i carabinieri: con doverosa preoccupata gravità, i giornali ci informano che hanno le occhiaie e i volti tesi. Quando saranno riusciti a svangarla gettando la colpa sulle studentesse, bisogna proprio regalare loro una settimana di vacanza in un centro benessere o magari, visti i tipi, in un centro massaggi. E giustamente, di come stanno le ragazze americane non frega un fico a nessuno.

Ci stava, dai. Questa è la linea difensiva del 26enne israeliano accusato da una turista belga di aver tentato di violentarla. Si erano appena conosciuti in un locale pubblico: “Una chiacchiera tira l’altra e poi i due decidono di fare una passeggiata, lasciando gli amici al pub. Vanno in piazza Venezia, percorrono via del Corso, poi tornano indietro. Si dirigono verso il Campidoglio e lungo la scalinata lui tenta un approccio che lei respinge. Ci prova ancora e lei ancora lo respinge. Alla sua insistenza la ragazza inizia a urlare: gli agenti della polizia di Roma Capitale in servizio al Campidoglio la sentono e accorrono.”

Qui il caso sembra diverso: la giovane dice di no, ripete di no, grida. Ma non fa in realtà differenza alcuna, perché gli oggetti in tale tipo di situazione non possono avere voce in capitolo, ne’ alcun tipo di controllo sulla propria vita. Il tipo è convinto di essersi guadagnato il diritto di stuprarla, durante la serata: “Lei ci stava, assolutamente: mi aveva già dato un bacio, avevamo parlato tutta la sera, bevuto insieme, passeggiato, baciati ancora: ci stava, non c’è altro da dire”.

In tutto il mondo, gli uomini stuprano e uccidono donne in qualsiasi scenario possibile. Nelle case, nelle parrocchie, alle feste, per le strade, nei locali e spazi pubblici, sui mezzi pubblici, nelle automobili, nelle scuole, ai concerti, nei campeggi…

Le donne possono evitare, come è loro consigliato, le aree poco illuminate e prive di via di fuga; le donne possono stare il più possibile in casa, possono evitare di uscire la sera, di bere qualcosa in pubblico, di indossare gonne corte eccetera eccetera. Possono restringere la propria libertà sino ai minimi termini – e nulla cambia, perché sino a che gli uomini persistono nel considerare naturale, mascolino, giustificabile il loro comportamento violento e sino a che lo usano per stuprare e uccidere le donne continueranno ad essere stuprate e uccise. Non importa dove si trovino o cosa stiano facendo.

Sino a che non mettiamo in questione il punto dolente e cioè il collegamento diretto fra la mascolinità costruita socialmente e la violenza, l’unico mondo in cui le donne non saranno più assalite dagli uomini può essere solo un mondo in cui le donne non esistono più. Maria G. Di Rienzo

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Se non riusciamo a dirlo

“Quando parlo con adolescenti accade che non riconoscano sempre come violenza ciò di cui stanno facendo esperienza in una relazione. Per una gran parte di loro si tratta del primo incontro in uno scenario “romantico”, perciò possono non sapere che non è sano. Il punto d’inizio della prevenzione, per fermare la cosa ancor prima che inizi, è che noi si voglia comunicare agli adolescenti messaggi relativi alle buone relazioni. Cioè, che tu hai il diritto di essere al sicuro in una relazione e che se un partner ti fa provare paura o ti ferisce questo non va bene, e che tu hai il diritto di andartene e chiedere aiuto.” Deinera Exner-Cortes, ricercatrice alla facoltà di Assistenza Sociale dell’Università di Calgary, Canada. La sua ultima ricerca in merito (2017) mostra come la violenza nelle relazioni fra adolescenti sia parte di un ciclo che si propaga sino all’età adulta.

Tutto giustissimo. C’è un solo punto debole: che la comunicazione sembra diretta principalmente alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

In Danimarca, il piano nazionale d’azione contro la violenza di genere prevede speciali iniziative sulle relazioni dirette alla fascia d’età 15-18 anni. Oltre ad aver creato specifici programmi di orientamento e sostegno per le giovani vittime tenuti da personale debitamente formato, organizza nelle scuole giornate tematiche sulla violenza nelle relazioni e dedica ad esse persino un concorso, in cui gli/le studenti possono esprimere i loro sentimenti e ragionamenti tramite racconti, canzoni e varie forme d’arte visiva.

Questo va ancora meglio. Le iniziative sono riuscite a nominare la violenza contro le donne come il principale problema da risolvere nell’intero scenario (se non altro, le percentuali costringono a farlo), il discorso comunicativo si è allargato, ma i messaggi appaiono ancora come diretti in primo luogo alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

Su questi giovani picchiatori – stupratori – assassini, soprattutto in Italia e soprattutto se sono italiani, c’è un sacco di gente che “non vuole giudicare” e sostiene che “dobbiamo interrogarci” e cerca di scavare ragioni da miti greci e pistolotti psico-sociologici e riveriti autori. In pratica, nessuno vuol dire all’assassino di Noemi Durini che uccidere è sbagliato, usando come pretesto il fatto che l’autore dell’omicidio ha 17 anni.

Naturalmente, se ne avesse avuti 27 o 37 dovremmo interrogarci sulla disperazione di una generazione senza futuro, e se ne avesse avuto 47 o 57 o 67 ecc. dovremmo interrogarci sull’ansia di generazioni in cui la mascolinità si sente messa in pericolo dalla parità sociale fra donne e uomini (che in Italia esiste solo – e nemmeno sempre – sulla carta) eccetera, eccetera. Quindi: ai perpetratori di femicidio / femminicidio, qualsiasi sia la loro età, è dovuto un lungo e dettagliato rendiconto di vicende storiche e personali atto a “comprendere” le loro motivazioni. Nessuna condanna, se non quella d’obbligo contenuta nelle frasi trite del tipo “ovviamente non avrebbe dovuto, però…”.

Però non riusciamo a dire che sì, le donne muoiono per mano degli uomini molto molto molto più del contrario. Non riusciamo a dire che la violenza nei loro confronti ha le sue origini nei prodotti del patriarcato: sessismo, misoginia, discriminazione di genere. Non riusciamo a dire che la violenza contro le donne è di continuo razionalizzata, giustificata, glorificata ed erotizzata.

Ma se non riusciamo a dirlo, non c’è alcuna speranza che la violenza cessi.

Se non riusciamo a dirlo, trovare la prossima Noemi sotto un mucchio di pietre è solo questione di tempo.

Se non riusciamo a dirlo e ad agire di conseguenza, la prossima Noemi l’avremo uccisa anche noi.

Maria G. Di Rienzo

Free Women Writers – Libere Donne Scrittrici, è un gruppo che lavora per migliorare le vite delle donne afgane tramite l’attivismo, la narrazione e l’istruzione. Traggo dal loro sito:

“Secoli fa, Rabia Balkhi fu uccisa da suo fratello, un re, per l’essersi innamorata di uno schiavo, l’aver osato scrivere poesia e sognare un mondo diverso. Lei simboleggia le donne dell’Afghanistan perché ha spezzato molte tradizioni misogine facendo sentire la sua voce e perché ha scosso l’inumano sistema classista del suo tempo amando uno schiavo. E’ perché lei alzò la voce allora che noi possiamo alzarla oggi. Lei esemplifica la nostra lotta per l’eguaglianza di genere, la giustizia sociale e l’istruzione. Il nostro primo libro lo abbiamo intitolato “Figlie di Rabia” per onorare questa donna coraggiosa che fu anche la prima poeta nota a scrivere versi in persiano: è una collezione di testi di donne afgane in difesa dei nostri diritti umani ed è stato pubblicato nel 2013. (…)

Oggi siamo estremamente entusiaste di condividere con voi la nascita del nostro secondo libro. Si chiama “You Are not Alone – Non sei sola” ed è una guida per le donne che si trovano a fronteggiare la violenza di genere.

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(la copertina)

Il libro deriva da anni di ricerca, di interviste con le sopravvissute alle violenza e dalle nostre esperienze di donne e sopravvissute. Tramite esso condividiamo le lezioni apprese in quattro anni di lotte per la libertà e per la sicurezza. Smantelliamo anche i molti miti che continuano a circondare le conversazione sulla violenza di genere.

Ma la cosa più importante è che lo abbiamo scritto per rassicurare te che, se sei una sopravvissuta alla violenza, non è colpa tua. Tu non meriti di vivere nella violenza. Non hai fatto nulla per causarla. Non sei responsabile delle azioni compiute da chi abusa di te. Tu hai il diritto di vivere felicemente e di essere amata, apprezzata e rispettata.

Tu non sei definita dalla violenza che hai fronteggiato o che continui a fronteggiare. Tu sei un completo essere umano nato con l’inalienabile diritto di avere il controllo sul tuo corpo e di vivere una vita priva di violenza fisica, sessuale, emotiva e priva di intimidazioni. E non sei sola nel tuo viaggio verso la libertà.”

L’originale in persiano è leggibile online: https://www.freewomenwriters.org/

Una traduzione approssimativa (secondo le Autrici) del testo in inglese può essere richiesta a: akbarnoorjahan@gmail.com

Maria G. Di Rienzo

Cantare il femminismo

la band

“Il nostro attivismo prende molte forme. Manifestiamo, danziamo, scriviamo, parliamo, cantiamo e non ci fermeremo sino a che non avremo creato un mondo di cui sentirci parte in sicurezza ed eguaglianza!”: così FRIDA (fondo per giovani femministe) descrive il suo sostegno alle donne in immagine.

Non sono riuscita a reperire i loro nomi, ma collettivamente queste giovani sono “Bnt Al Masarwa”, una band femminista egiziana.

Mentre promuovevano il loro album “Mazghouna” (“La donna imprigionata”) hanno tenuto seminari in tre diversi remoti villaggi del loro paese, in cui le donne hanno potuto narrare le loro storie e condividere le varie forme di oppressione che subiscono relative a religione, classe, etnia, famiglia, tradizione… Il gruppo ha scritto 18 canzoni su tali racconti.

In agosto, “Bnt Al Masarwa” ha lanciato una campagna allo scopo di raccogliere fondi per il prossimo lavoro in cui 10 dei pezzi succitati saranno registrati:

https://www.indiegogo.com/projects/feminists-singing-music-africa#/

Hanno raggiunto poco più di metà della somma che serve loro (12.000 dollari – circa 10.000 euro). Ci sono ancora 6 giorni per aiutarle. Dicono: “Siamo sicure di non poter realizzare una campagna di successo senza l’appoggio delle persone che credono nella nostra esperienza musicale femminista. Pensiamo tu sia una di esse.”

Bnt Al Masarwa

Maria G. Di Rienzo

(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

Le avventuriere

“Dall’inchiesta sta emergendo anche che le ragazze, prima di giungere in Italia, avrebbero stipulato un’assicurazione contro gli stupri.” (vari quotidiani sugli stupri denunciati da due giovani americane a Firenze, 8 settembre 2017)

Ah-ah, si erano preparate prima, vogliono i soldi dell’assicurazione!

“(… ) non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso.” (vari quotidiani, 9 settembre 2017, stessa vicenda)

Quest’ultimo dato presenta un certo grado di problematicità. Mi state dicendo che circa 135-180 denunce per stupro a Firenze, ogni anno, arrivano in tribunale e gli accusati sono giudicati non colpevoli? E tutte le denunce sono provate come inventate di sana pianta? Quindi, 135-180 donne (tutte americane?) ogni anno, a Firenze, sono controdenunciate e condannate per falsa testimonianza? Vorrei qualche verifica, su questo.

E se è vero che tutte le studentesse statunitensi si preparano al soggiorno italiano stipulando un’assicurazione contro lo stupro – sospetto si tratti invece di un’assicurazione che copre varie tipologie di incidenti per chi si reca all’estero, violenza sessuale compresa – be’, fanno lo stesso per gli altri paesi? O l’Italia per quel che riguarda lo stupro è considerata una “zona a rischio”? Anche su questo desidererei qualche approfondimento.

Comunque okay, mettiamo che a 19 e 21 anni le studentesse siano già navigate “avventuriere”, due scaltre gold-diggers. Così furbe che passano la nottata in un locale senza trovare nessuno da accalappiare e poi denunciare per stupro, bevono, fumano (sembra) qualche spinello ponendosi volontariamente in quel che si chiama “stato di minorata difesa” (quindi di minor controllo sul proprio corpo e sulle proprie reazioni) e infine, alle 4 di mattina, per il loro losco complotto scelgono… due appartenenti alle forze dell’ordine. Con tutto il corollario di incredulità per la vicenda che la divisa dei due butterà loro addosso. Si può fare una scelta più stupida di questa? Cioè, capite, se il fulcro sono i soldi dell’assicurazione qualsiasi uomo va bene: uno un po’ “stonato” dalla serata al locale va ancora meglio – avrà più difficoltà a ricordare particolari, sarà meno credibile, ecc. Come cacciatrici di denaro, al minimo, queste due non valgono un fico secco.

I giornali suggeriscono anche che le giovani non avrebbero offerto sufficiente resistenza agli stupri; non hanno urlato, non hanno lividi o ferite – il che fra le righe si traduce con: come facciamo a prestar fede a quel che dicono? “Appena siamo entrate nel palazzo, ci sono saltati addosso. Io non ho urlato perché ho avuto paura delle armi” racconta una delle due ragazze americane che accusano i due carabinieri di stupro. (…) “Ero stordita, non mi sono resa bene conto di cosa mi stesse facendo, poi non sono riuscita a reagire”, aggiunge l’altra.”

Confermato, quindi, l’altro marchio d’infamia. Se non hanno urlato e non hanno ingiurie fisiche lacero-contuse stanno mentendo. Per carità, che mentano è possibile. Ma il loro tipo di reazione all’assalto non ne è una prova.

Negli esseri umani il sistema nervoso orto-simpatico crea un afflusso di adrenalina in risposta alla minaccia, che dice al corpo di “combattere o fuggire”, ma il sistema nervoso parasimpatico registrando lo squilibrio crea simultaneamente un neurone per indurre rilassamento: quando i due sistemi lavorano, per così dire, al massimo della loro capacità il risultato è che il corpo si paralizza. Contrariamente all’opinione popolare, perciò, la maggioranza delle donne – e delle bambine – che fanno esperienza di stupro o abusi sessuali non saranno coperte dalla testa ai piedi di ferite difensive. Ma la paralisi delle reazioni a un’aggressione NON è consenso.

Molte sopravvissute interiorizzano però questo messaggio, si sentono totalmente o parzialmente responsabili di quanto hanno subito e provano una tale vergogna per “non aver fatto abbastanza” per difendersi o fuggire che questa diventa un’ulteriore barriera al parlare dello stupro o al denunciarlo. Perciò, quando i quotidiani riportano fatti di cronaca relativi alla violenza sulle donne si mostrerebbero più civili e professionali assegnando l’articolo a chi ha già fatto i compiti a casa e sa di cosa sta parlando.

Maria G. Di Rienzo

Ci vediamo, Kate

Kate

“E’ interessante – scrisse Kate Millett in “Sexual Politics”, 1969 – “La politica del sesso” – che molte donne non riconoscano di essere discriminate; non si può trovare prova migliore del fatto che il loro condizionamento è totale.”

E anche: “Quando un gruppo ne comanda un altro la relazione fra i due è politica. Quando un tale assetto si protrae per un lungo periodo di tempo sviluppa un’ideologia (feudalesimo, razzismo, ecc.). Tutte le civiltà storiche sono patriarcati: la loro ideologia è la supremazia maschile.”

Kate Millett, nata nel 1934 negli Usa è morta a Parigi, di arresto cardiaco, il 6 settembre 2017. Si trovava là in vacanza con la compagna, Sophie Kier (di recente si erano sposate), per festeggiare i reciproci compleanni.

Kate è stata una delle Maestre della mia adolescenza femminista. La lascio andare con rispetto, rimpianto, gratitudine e amore, ma i suoi libri sono ancora con me – quelli più vecchi pieni di sottolineature e commenti, una brutta abitudine da studente… Ci vediamo, Kate.

Maria G. Di Rienzo

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