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salma film

“Salma”, un documentario di 89 minuti della regista Kim Longinotto, uscito quest’anno, racconta la storia vera di una ragazza indiana musulmana: a 13 anni è tolta da scuola e rinchiusa nella sua stanza, con la proibizione di studiare; a 16 è costretta al matrimonio e per i successivi vent’anni è rinchiusa nella casa del marito. Salma non può uscire, ma può scrivere. Le sue poesie trovano spazio su brandelli di carta straccia che lei riesce a far passare all’esterno, sino a che raggiungono un editore. Il marito la aggredisce continuamente affinché smetta di scrivere, ma non riesce a fermare quella che è diventata la più famosa poeta Tamil e che non appena metterà piede fuori dalla galera familiare entrerà in politica e sarà eletta al Parlamento. Nel documentario, Salma esprime speranza per la prossima generazione di ragazze, ma sa che i cambiamenti avvengono lentamente: l’istruzione, ci ricorda, è una delle aree cruciali per migliorare la vita delle donne ovunque.

Prospettiva (di Salma, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sto in piedi sulla mia testa

e mi pettino i capelli.

Cucino sottosopra

e mangio allo stesso modo.

Siedo capovolta sulle anche

per nutrire il mio bambino;

calcagni all’aria,

leggo i miei libri.

In piedi sulla testa,

osservo me stessa.

Terrorizzato, paralizzato dalla meraviglia mentre mi guarda,

un pipistrello,

che pende maturo dall’albero in giardino.

Kim Longinotto

Intervista con la regista Kim Longinotto. (tratta da “Why would they build windows that you can’t see out of?” – A Chat with Kim Longinotto, un più ampio testo di Deepanjana Pal per Genderlog, 10.3.2013)

Molta gente in India ha sentito parlare per la prima volta di Kim Longinotto quando lei girò “Sari Rosa”, un documentario che è diventato assai celebre. Tuttavia, Longinotto ha fatto film femministi sin dagli anni ’70: film su donne interessanti – travestite, divorziate in Iran, ragazze che lottano contro le mutilazioni genitali femminili, assistenti sociali – che resistono alle convenzioni e al conservatorismo. Le sue eroine sono donne notevoli che non hanno permesso alle circostanze o alla socializzazione di renderle insensibili alle ingiustizie e alle offese. Spesso non sono in grado di prevenire delle atrocità, ma dà speranza agli spettatori il fatto che queste donne siano sopravvissute a tutto quel che hanno dovuto affrontare. Il film più recente di Longinotto è “Salma” e tratta della poeta Tamil che, secondo i costumi del suo villaggio, fu costretta a lasciare la scuola all’arrivo delle mestruazioni e che per circa vent’anni visse in pratica agli arresti domiciliari. Ho avuto una meravigliosa conversazione con Longinotto su Skype.

Deepanjana Pal (DP): Un senso non convenzionale di ciò è una donna viene fuori da molte delle storie che scegli. Pensi che l’idea della donna sia cambiata durante questo secolo?

Kim Longinotto (KL): Mi piace la tua domanda, perché è una cosa che mi sta a cuore. Se pensi a cosa ci si aspetta dalle donne, e cioè che siano sensibili, disposte alla cura, intuitive, mentre gli uomini dovrebbero essere avventurosi, forti, pratici, adattabili… Io penso che nel 21° secolo abbiamo iniziato a vedere – e credo gli uomini stiano iniziando a capirlo – come l’essere intrappolati in metà di questa equazione per la maggior parte dei casi ti renda perdente. Penso che anche gli uomini ci perdano. Sono intrappolati quanto le donne. Per le donne la trappola è più dolorosa e ci soffrono veramente. Se si esaminano gli attributi ascritti a uomini e donne la cosa diventa ridicola. Allora, gli uomini non possono aver cura di nulla? Si suppone che non amino i loro figli? Si suppone che non debbano mostrare emozioni? E le donne non possono essere avventurose o resistenti, o tutte le altre cose che si suppone gli uomini debbano essere? Quando si comincia ad attraversare le linee e a prendere in prestito le une dagli altri e viceversa si possono avere vite molto più decenti.

DP: Ti chiedono spesso se sei femminista?

KL: Vuoi sapere cosa faccio quando me lo chiedono? Se un uomo me lo chiede di solito è perché vuole appiccicarmi un’etichetta: sa bene che il suo pubblico, a causa dei media, ha un’idea molto rozza di ciò che è una femminista. Perciò, mi giro e dico: “Quando lei mi chiede se sono una femminista, sta implicando che gli uomini e le donne non dovrebbero sperimentare eguale rispetto e eguale istruzione?” E allora la questione svanisce, perché è questo che la domanda implica.

DP: Parlando di “Salma”, sapevi in cosa ti stavi addentrando ed ha funzionato esattamente come ti aspettavi?

KL: Sapevo che Salma era una persona che volevo incontrare e speravo non ci fossero problemi. Ma anche, volevo raccontare tutto il retroscena. Pensavo: ho la responsabilità di raccontare questa storia, perché la collega a milioni di donne, non solo ora, ma attraverso le generazioni e in tutto il mondo. La collega a donne nello Yemen, in Pakistan, in Turchia, nel Regno Unito. E’ la storia dell’avere sogni e dell’essere audace e piena di talento e del volere qualcosa dalla vita. Salma lo dice in modo splendido da se stessa: Volevo una vita e di colpo tutto quel che avevo era tempo. Avevo questi sogni, strappati via da me, e dicevo “Mamma, mamma, perché non posso uscire? Questo è folle.” Adoro quando lei dice “E’ folle”. Perché qualcuno dovrebbe costruire finestre attraverso le quali non puoi guardare? Nessun altro pensava che fosse folle. E’ questo, quel che volevo mostrare, questo sentimento.

DP: E’ difficile parlare della misoginia.

KL: E’ molto complicato ed ha anche a che fare con le nostre paure. Quando parli con uomini misogini ti rendi conto che sono come bambini. Hanno questi timori, tipo “Se mia moglie diventa più potente…” e allora, cosa? Sono timori ridicoli. Sento le donne dirmi cose come: “Mi assicuro sempre che lui si senta importante.” E penso, perché devi stare con uno simile, a fare tutti questi giochi? Stai con un bambino. Preferisco di gran lunga restare per conto mio che essere con qualcuno che non rispetto e che devo far sentire più potente di quel che è.

Ma è davvero complicato. Se fosse la semplificazione “uomini contro donne”, una sorta di guerra, non sarebbe sopravvissuta. E’ che ci sono tutti questi strati di significato. Le figlie amano le madri e non vogliono deluderle. Le madri amano i padri o sono terrorizzate dai padri eccetera. Abbiamo un cambiamento solo quando siamo disposti a cambiare noi stessi. Come mai Salma sia quel che è io non lo so. Quel che voglio la gente di Tamil Nadu provi, guardando il film, è non “Questa donna è una svergognata”, ma “Abbiamo qui, a vivere con noi, nella nostra generazione, un’eroina.” Sai, mentre se ne stava nella sua prigione, invece dei poster delle star di Bollywood come le altre ragazze delle sua età, lei aveva sul muro Nelson Mandela e Che Guevara.

DP: Non è normale.

KL: Lei non è normale, ma non penso che tu o io si sia più normali di lei.

DP: Tu sembri avere la determinazione a trovare lati positivi nelle tue storie, a volte è incredibile che tu ci riesca.

KL: Ma bisogna farlo, non ti pare? Non mi piacerebbe girare un film che sia semplicemente triste. E’ per questo che cerco persone particolari, per questo quando ho sentito parlare di Salma mi sono detta: devo farlo, questa è la donna che devo filmare. Quel che ho imparato, da lei e dalle protagoniste di altri film, è il rifiuto di definirsi “vittime”. Chiamano se stesse “sopravvissute” ed è questo che voglio mostrare agli spettatori in Gran Bretagna. Non dovremmo far sentire vergognose le donne per quel che è accaduto loro, dovremmo farle sentire orgogliose perché ne parlano apertamente. Queste donne hanno cambiato completamente il modo in cui io mi sento.

Quando stavo girando “Rough Aunties”, Mildred mi raccontò dello stupro che aveva subito ed io le raccontai dello stupro che ho subito io (non molto tempo fa, tra l’altro) e alla fine mi sentivo bene, mi sentivo diversa. Era qualcosa che entrambe avevamo attraversato ed ora si situava nella mia vita in modo differente. Quella conversazione ha cambiato tutto. E’ la ragione per cui amo tanto fare questi film.

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WAVE (Onda – acronimo di Women against violence Europe), con sede a Vienna, è una rete di organizzazioni di donne che lavorano per eliminare la violenza contro donne e bambine/i. Il network ha lo scopo di promuovere e rafforzare i diritti umani di donne e bambine/i in accordo con vari documenti internazionali, dalla Dichiarazione di Vienna alla Piattaforma d’azione di Pechino.

All’inizio del 2013, le organizzazioni che partecipano a WAVE erano 106, collocate in 46 diversi paesi europei, che sono stati l’oggetto, l’anno precedente, della rigorosa indagine “Country report 2012. Reality check on data collection and european services for women and children survivors of violence.”, che esamina appunto quali dati e quali servizi siano disponibili in relazione a donne e bambine/i che sono sopravvissute/i alla violenza. Il sottotitolo ha un appropriato punto di domanda: “Diritto alla protezione e al sostegno?”: perché sulla carta i governi firmano e approvano poi tornano ad occuparsi di cose più serie del benessere della loro cittadinanza. Il rapporto è dettagliato, puntuale e corretto a livello metodologico, e sommamente benvenuto nel momento in cui in Italia si comincia a parlare di interventi nazionali sulla violenza di genere. Direi che ci serve di più della prossima petizione.

Non se ne abbiamo a male le promotrici di documenti e appelli: generalmente firmo tutto quel che si muove nella direzione giusta (a meno che non contenga qualche analisi o proposta che non posso in assoluto condividere sul piano etico), ma ho fondate riserve sull’efficacia della mia firma, anche quando sta assieme a 300.000 altre. Sino ad ora, ho visto ben poco seguito a troppe iniziative simili, perché – come ogni attivista sa – convincere qualcuno/a a mettere una firma è abbastanza facile, convincerlo/a a continuare l’impegno con azioni diverse affinché quell’appello o quella petizione dia risultati concreti è più arduo e non sempre chi promuove il documento dà l’esempio.

Allora, venite con me a pagina 149 e seguenti del rapporto di WAVE, e se siete in grado di farlo portateci la Ministra alle Pari Opportunità o la locale Assessora, Consigliera o quant’altro. Vi accorgerete ad esempio, che come vi ripeto – stressandovi – da tre anni circa, i posti disponibili nelle case rifugio sono clamorosamente inferiori al fabbisogno e il Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di adeguarli. Ci sono 60 rifugi e 500 posti a fronte dei 6.019 necessari. 49 dei rifugi sono gestiti da gruppi di donne, 5 da Comuni e i rimanenti da cooperative o altre associazioni simili.

C’è una linea telefonica di aiuto (Arianna – 1522) che risponde a tutti i criteri in materia, dalla presenza 24 ore al giorno al responso in più lingue, ma non possiamo ringraziare il governo, dobbiamo ringraziare le donne di Le Onde di Palermo, che fanno questo lavoro. Nel frattempo, 113 organizzazioni femministe tengono aperti centri per le donne su tutto il territorio nazionale. Voglio dire: nella maggior parte dei casi ce ne stiamo occupando da noi, con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni. Meno male che siamo solo delle cagne rabbiose o delle vittimiste il cui unico scopo è odiare gli uomini e farli soffrire.

tenendosi per mano

E volete saperne un’altra? E quando ve l’avrò detta, vorreste girarla a quelli/e che: “Il Piano nazionale antiviolenza c’è già, le leggi ci sono già, e c’è la violenza psicologica e un cugino di un mio amico è stato violentato dalla moglie”? Eccola: le ricercatrici possono solo essere approssimative sull’estensione della violenza di genere in Italia, perché nel nostro paese non ci prendiamo la briga di registrarla per tale. Non analizziamo ne’ disaggreghiamo i dati per genere, età, eccetera, ne’ indaghiamo la relazione fra perpetratore e vittima; finisce tutto in calderoni del tipo “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto.” (2006) e “Rapporto sulla criminalità e la sicurezza in Italia” (2010). Il Ministero dell’Interno, in pratica, non sa che accidente succede e non gliene può importare di meno. Forse anche consapevoli di quest’attenzione nei loro confronti, ad esempio, le vittime delle violenze sessuali non denunciano: nel 92% dei casi.

Dato che il primo posto dove finisci, in genere, quando ti malmenano o ti stuprano è il pronto soccorso, ci si aspetterebbe di trovare qualche dato almeno negli ospedali, ma “Non esistono in Italia protocolli sanitari nazionali per il maneggio della violenza domestica o della violenza da parte di partner intimo. Inoltre, gli ospedali in Italia non sono attrezzati per provvedere soggiorno d’emergenza alle donne vittime di violenza domestica.”

Faranno la task force sulla violenza di genere, non la faranno? Non lo so, ovviamente. Sono qui che aspetto. In particolare, aspetto di sapere chi i membri del governo chiameranno al loro tavolo. Se non ci sono la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, l’Associazione Nazionale D.i.Re contro la violenza di Roma, Telefono Rosa (le tre organizzazioni che hanno permesso a WAVE di effettuare la ricerca), le 113 associazioni femministe di cui sopra, e una nutrita delegazione delle cosiddette “stakeholders” (portatrici di interesse primario) e cioè di sopravvissute alla violenza; e se non ci sono rappresentanti di magistratura, lavoratori della sanità, polizia e carabinieri, si tratterà del solito petardo bagnato. E nessuno disturberà gli organi genitali del povero Sallusti, ne’ l’infelice Toscani sarà costretto a darci altre perle della sua saggezza. Maria G. Di Rienzo

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Le rompe il vetro dell’auto con un’accetta, che cade all’interno. La insegue per le strade del paese, Lido di Camaiore, speronandole il mezzo più volte nel tentativo di bloccarla. Quando lei riesce ad arrivare alla stazione dei carabinieri ed esce dall’automobile, il signore ha già posizionato la sua di traverso per impedirle di fuggire e tenta di recuperare l’ascia. Il tutto è ripreso dalle telecamere di sorveglianza, ed è un video che vi consiglio davvero di guardare, perché è l’immagine esatta del “raptus”: il signore che l’orrendo raptus rende “non consapevole” di quel che sta facendo, ritorna in sé in meno di un secondo, alla vista del primo carabiniere. Miracolosamente, in un battito di ciglia, si mette a passeggiare con l’aria più tranquilla del mondo. Per fortuna, i carabinieri lo agguantano subito. La donna ha riportato lesioni durante i vari speronamenti, ne avrà per 25 giorni: ovviamente, lo aveva già denunciato per stalking, “diverse volte”, dicono i giornali.

I giornali li leggete anche voi, sapete che è solo l’ultima notizia in ordine di tempo nella lunga fila di stupri, aggressioni e omicidi di donne di quest’anno, in Italia. Forse provate sentimenti di stanchezza, depressione, tristezza, soprattutto se siete donne anche voi. Forse non ne potete più degli appelli “erga omnes” firmati anche dai sessisti più incalliti allo scopo di darsi una riverniciata. Forse temete che per questo bruttissimo andazzo non ci sia fine possibile. Non so se vi sarà di conforto, ma io sono convinta che qualcosa si stia muovendo.

violette selvatiche

Ormai non è più possibile sostenere che si tratti di una dozzina, o di un centinaio, di individui mentalmente malati o sociopatici. Abbiamo raggiunto il punto in cui stupratori, violenti e assassini non si possono definire più outsider rispetto alla “nostra cultura”, una cultura che tollera o incoraggia la violenza sulla donne a livello sistemico. A partire dall’anno scorso, un’enorme transizione ha avuto inizio a livello globale: che si trattasse di Jimmy Savile in Gran Bretagna, degli studenti violentatori da party o delle donne segregate in cantina negli Stati Uniti, o della ragazza sventrata di Delhi, dovunque il responso di indignazione è stato superiore al previsto, inaspettato in molti casi. Inaspettato in particolar modo per le istituzioni e i governi, che in maggioranza hanno risposto in preda al panico: non sapevamo, non eravamo là e non abbiamo visto, e persino con una qualche versione del “sono tutte zoccole che mentono”. I colpevoli, se portati davanti alla giustizia, e i loro fans, hanno per lo più sostenuto di essere stati in preda al famigerato raptus o di “non sapere che quel che facevano era sbagliato, o illegale.”

E in effetti, è un bel po’ che ripetiamo agli uomini che non c’è niente di sbagliato nell’abusare dei corpi di donne e bambini/e per il proprio intrattenimento. Per gli uomini di potere questo è doppiamente vero. Ad esempio, non si può chiamare uno dei più ricchi farabutti del nostro paese a rispondere di favoreggiamento della prostituzione minorile, innanzitutto perché tre quarti degli italiani di sesso maschile lo imiterebbero volentieri e volentieri lo scusano, poi perché ha abbastanza soldi e influenza a livello mediatico e legislativo per comprare non solo donne, ma prescrizioni, condoni e non luogo a procedere, e infine perché la cultura della violenza contro le donne e del loro degrado è così pervasiva che molti – maschi e femmine – non si sognano neppure di metterla in discussione: è meglio manifestare contro i magistrati piuttosto di prendere le distanze da questo individuo (vero, anche i 30 euro e il panino alla mortadella per ogni manifestante aiutano).

La “cultura” di cui parlo, per chi eventualmente necessitasse spiegazioni, è quella che tollera stupro, aggressione sessuale e violenza fisica sino all’omicidio, purché la vittima sia di sesso femminile, con la motivazione che in qualche modo la vittima ha provocato e cercato il proprio triste destino. E’ la stessa cultura che infetta i media e la pubblicità, così zeppi di tette e culi e di modelle cadaveriche messe in pose contorte che suggeriscono sottomissione e violenza subita, se non morte vera e propria, da essere inadatti ad ogni uso umano, sputacchiere comprese. Media e pubblicitari hanno cominciato a cambiar canzone solo di recente e in modo leggerissimo, ma unicamente perché il processo dell’aumentata consapevolezza attorno alla violenza di genere li impaurisce: non hanno ancora capito cosa sta succedendo, ne’ perché, e sono prontissimi a tornare indietro.

La cosa più importante, in questo scenario, l’attitudine che deve cambiare per prima, non riguarda chi abusa delle donne, ma il ben più vasto scaglione di quelli che semplicemente restano a guardare e lasciano che accada. Sono coloro a cui si è insegnato, o hanno appreso per esperienza, che stupri, pestaggi e femminicidi sono parte delle dinamiche di potere in questa società, forse non proprio morali, ma non abbastanza di valore per rischiare dissociandosi: sono solo donne, dopotutto, e probabilmente in quanto tali se la sono andata a cercare. Per secoli a donne e ragazze e bambine si è ripetuto: non farti stuprare e se succede, per amor di dio, stai zitta. Non fare la zoccola. Non abbassare la guardia. Non pensare neppure per un secondo di avere lo stesso diritto di un uomo di esistere, in uno spazio privato o pubblico, senza dover temere aggressioni e umiliazioni. Adesso il messaggio viene scosso dalle proteste popolari ovunque e sostituito con “Non dite a noi come vestirci, dite a loro di non stuprare.”, non molestate, non ferite, non picchiate, non uccidete donne e ragazze e bambine o chiunque altro. L’incredibile successo di One Billion Rising, nel febbraio scorso, è figlio anche di questa atmosfera. Alla maggior parte di uomini e ragazzi la situazione richiede, per la prima volta in vita loro, di mutare il modo in cui pensano allo stupro, alle molestie, all’abuso: subito.

Confrontarsi con una violenza strutturale è doloroso, che si sia donne o uomini. Il dolore viene, in parte, dal capire che a volte tu stessa/o sei in qualche modo complice, che spesso hai chiuso gli occhi o ti sei rifugiata/o in una comoda ignoranza, che persone di cui ti fidi o che rispetti o che ami hanno fatto cose orribili solo perché pensavano fosse loro permesso, per sesso e per censo. Non si tratta di una manciata di mostri, questa scusa non è più praticabile. Bastano i numeri a distruggerla. Ordinari cittadini, amici, colleghi, parenti, hanno consentito e perpetuato una cultura che definisce le donne “meno che umane” e le ferisce, le umilia e le uccide impunemente. Questo è il bubbone che sta scoppiando e che dobbiamo maneggiare, per quanto male possa farci. Dobbiamo tenere in mente che curarci e guarire, femmine e maschi, è una buona cosa, che una nuova cultura del rispetto, del consenso, della reciprocità di dono e piacere, sta premendo per emergere, e se saremo abbastanza coraggiosi e coraggiose potremo farne esperienza molto più in fretta. Maria G. Di Rienzo

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(Intervista ad Anna Nikoghosyan, di Julia Lapitskii per Kvinna till Kvinna, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è Direttrice della programmazione per l’organizzazione armena “Società senza violenza”.)

Anna Nikoghosyan

Come sei rimasta coinvolta nel lavoro per i diritti delle donne?

Quando avevo 14 anni, un’organizzazione non governativa visitò la nostra scuola e tenne un seminario sui diritti umani, con speciale attenzione ai diritti delle donne. Io divenni molto interessata all’argomento e cominciai ad arrangiare discussioni e dibattiti su questi temi a scuola. Quando mi iscrissi all’università, a Yerevan, dove studiavo amministrazione, ho fatto domanda per un lavoro a “Società senza violenza”. Volevo veramente lavorare su queste istanze.

Perché è importante lavorare sulle istanze di genere in Armenia?

La nostra società è estremamente patriarcale. Io stessa, che sono una donna giovane, sono costantemente oggetto di discriminazione. E fuori da Yerevan, la situazione delle donne è assai peggiore. Nessuna persona in grado di pensare può restare indifferente davanti a tanta discriminazione e tanta violenza. Il ruolo di una donna, in Armenia, è principalmente tenere in ordine la casa. Se nasci femmina tu devi lavare i piatti, cucinare, essere sottomessa e obbedire a qualsiasi cosa la tua famiglia voglia da te. Una ragazza che desideri studiare o lavorare si trova davanti una miriade di ostacoli, mentre per i ragazzi tutte le porte sono aperte. Tuttavia, questa non è neppure la discriminazione più significativa, perché abbiamo un enorme problema di violenza domestica. Le statistiche variano, ma si stima che una donna su tre, in Armenia, subisca violenza domestica. Gli abusi psicologici sono prevalenti.

Che cosa fa “Società senza violenza”?

Lavoriamo su tre questioni fondamentali: istruzione al genere, costruzione di pace e violenza domestica. Per l’educazione al genere provvediamo sessioni di studio sull’eguaglianza di genere, in maggior parte fuori da Yerevan, nelle varie regioni. Lavoriamo anche con gli amministratori scolastici, gli insegnanti, i funzionari e i politici affinché l’istruzione al genere sia integrata nelle scuole.

Il nostro secondo focus è la costruzione di pace. Nel 2011, incontrammo le ragazze e le giovani donne della provincia di Syunik, che confina con l’Azerbaijan. Parlammo del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti, delle diverse iniziative che vengono dalle donne in questo campo e, ovviamente, del movimento internazionale delle Donne in nero. E le giovani hanno voluto creare il loro proprio gruppo di Donne in nero. E’ un gruppo che in questo momento si sta espandendo, con ragazze che si uniscono ad esso anche da altre province.

La terza cosa su cui ci concentriamo è la violenza domestica. Nel 2012 abbiamo formato un’Unità di Responso Rapido. Ciò significa che non appena sappiamo di un qualsiasi caso di violenza domestica in qualsiasi angolo dell’Armenia, una nostra Unità, formata da una giornalista e un’assistente sociale, va sul posto a compiere indagini di tipo giornalistico. Lavoriamo con i media e forniamo loro informazioni su quel che accade. Facciamo questo per aiutare le sopravvissute alla violenza, ma vogliamo anche dire all’opinione pubblica quanto la violenza domestica è diffusa nella nostra società. Oltre a questo, abbiamo partecipato alla stesura di una legge contro la violenza domestica. Sfortunatamente, il Parlamento l’ha rigettata all’inizio di quest’anno.

Dato che non stai conducendo la vita tipica di una giovane donna armena, suppongo che molte persone disapprovino quel che fai. Come maneggi la questione?

Per essere onesta, è assai difficile. Ho un mucchio di problemi con la mia famiglia, vorrebbero che non lavorassi per “Società senza violenza”. Ma per me, la cosa più importante è questa: quando hai capito qual è la tua strada e l’hai intrapresa, allora devi lottare, indietro non si torna.

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Le tue piccole mani, i tuoi piedini… Ancora ricordo quando hai cominciato ad esistere come parte di me. Ero molto più giovane, allora. Le notti insonni, ricordo, quando tu avevi bisogno di essere nutrita ed io, affaticata e stanca com’ero, mi alzavo barcollando dal letto. Ma quando guardavi profondamente nei miei occhi e scambiavi un sorriso con me, tutti i sacrifici svanivano.

Gli anni sono passati, tu sei cresciuta e cresciuta, essendo sempre una ragione per esistere. La tua intelligenza sveglia e il tuo essere amabile erano tutto quel che vedevo. Il legame di una madre con il proprio bimbo, femmina o maschio, è difficile da capire per chi non ha mai percorso quella strada. Ma per quel che mi riguarda, figlia mia, sono assolutamente sicura che non cambierei una virgola del nostro passato. Tu sei la mia vita. Ruth Kuttler

baby girl

(Il primo Giorno della Madre fu proclamato nel 1870 da Julia Ward Howe: era un appello alle donne nell’ambito di una richiesta appassionata di disarmo e di pace. Quest’anno cade domenica 12 maggio. Più di 100.000 donne muoiono ogni anno per complicazioni legate alla gravidanza e al parto che sarebbero prevenibili; l’accesso alla contraccezione viene impedito ad oltre 200 milioni di donne al mondo che continuano a chiederlo; la stima di quelle che annualmente muoiono a causa di aborti clandestini nei paesi dove l’interruzione di gravidanza è proibita è difficile da fare: la cifra si aggirerebbe fra le 40.000 e le 50.000. Nonostante coltivino l’assoluta maggioranza del cibo in tutto il mondo, le donne – e quindi le madri – sono pure la maggioranza delle persone cronicamente affamate: più del 60%. Verrebbe da dire, con triste ironia, che la “festa alla mamma” la si fa 365 giorni l’anno… Maria G. Di Rienzo)

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I fraintesi

I FRAINTESI. Opera melodrammatica. Gli atti si ripetono e si avvitano su se stessi facendo invidia a Escher. L’Opera non finirà mai sino a che l’unico desiderio degli spettatori sarà quello di salire sul palco a imitare i cantanti.

escher spirals

Il professore, cantando: La gloria, la gloria, la gloria finalmente! Se mi chiama la tv: presente! Se è la radio che mi vuol: presente! L’intervista al tuo giornal? Immantinente! Sordide aule grigie, dove studenti mi sberleffano in effige: addio, il nuovo pensator son io, son io, son io!!! Sono l’uomo del momento, l’ideologo del Movimento!

Il professore spiega il suo profondo, innovativo pensiero (recitato in tono grave fra rulli di tamburi):

“Hanno messo un banchiere all’economia, non lamentiamoci se poi la gente prende i fucili”.

“Difficile pensare che Preiti sia arrivato da solo con una pistola. Non posso escludere che si tratti di una provocazione per rafforzare il Governo.”

“Le rivoluzioni non sono sempre pranzi di gala e quando la situazione diventa esplosiva nella storia abbiamo avuto esempi di questo genere. Abbiamo un presidente rieletto che neanche in Venezuela.”

“Si può parlare di golpettino istituzionale.”

“Non è follia pensare che uno possa prendere armi.”

Il padrone del Movimento e i suoi servitori, cantando in coro: Non ti conosciamo, non sappiamo chi sei, i tuoi post li cancelliamo, ma chi t’ha visto mai? Siam pacifici, siamo angelici, terapeutici, tanto coccoli, non siamo broccoli, questa è una trappola, e a noi ci sfrappola i comedon!

(E’ stata una brutta giornata, per favore non fotografarmi, è stata una brutta giornata, per favore, è stata una brutta giornata, non fotografarmi. http://www.youtube.com/watch?v=JYsA0VnLrIU )

Il professore, cantando: Frainteso e vilipeso, nessuno m’ha capito, indicavo la luna m’han mozzicato un dito, scherzavo santo cielo, l’ho scritto su internet, forse aveo bevuto un pelo, due dita, cabernet.

Il padrone del Movimento e i suoi servitori, cantando in coro: Va bene twitta qua, se lo dice papà, allora sei una vittima. Va bene anche sul blog, ci attaccan con lo smog, tu sei una vittima. Siamo tutti vittime, del tritacarne mediatico, siamo tutti pittime, sotto attacco informatico. Fraintesi e vilipesi, saldi restiam però, piangiamo sempre il morto, diciamo sempre NO!

L’artista, la professoressa, lo studente, unendosi al coro: Vittime anche noi, fraintesi e maltrattati, che abbiamo fatto poi, siam solo opinionati. Fraintesi e vilipesi, saldi restiam però, piangendo sempre il morto, diciamo sempre NO!

L’artista, recitato a ritmo: Ho 28 anni ragazze contattatemi, scopatemi / e se resta un po’ di tempo presentatevi / Non conservatevi datela a tutti anche ai cani / se non me la dai io te la strappo come Pacciani.

La professoressa, con l’indice alzato, ad una sua allieva: Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata attenta. Non sono antisemita, ma nella scuola italiana non c’è più la disciplina di una volta.

Lo studente, al telefono con un amico: Se tu vedi, questa passa e tu vedi tutti gli israeliani, pure i palestinesi, cioè i palestinesi… Gli arabi che la salutano con rispetto proprio… La cosa infatti mi sta facendo stizzire troppo. Infatti io a questa la devo vattere (picchiare). O la picchio o me la chiavo e gli (testuale) faccio uscire il sangue dal c… Però davanti a tutta la facoltà.

L’artista, la professoressa, lo studente, in coro: Embè, embè, perché vi scandalizzate? Che c’è, che c’è, ma voi ci censurate! Abbiamo solo espresso i nostri pensieri, tanto il mondo finirà, tanto è stato ieri. Siamo tutti vittime, del tritacarne mediatico, siamo tutti pittime, sotto attacco informatico.

(E’ la fine del mondo quale lo conosciamo. E’ la fine del mondo quale lo conosciamo. E’ la fine del mondo quale lo conosciamo, e io sto bene. – Un torneo, un torneo, un torneo di bugie. Offritemi soluzioni, offritemi alternative: e io declino. http://www.youtube.com/watch?v=u2UhvN0k74w )

Maria G. Di Rienzo (a volte è proprio il caso di dire che la musica mi mantiene in vita)

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(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

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“Dopo una serie particolarmente disgustosa di minacce (provenienti da un’anonima massa di picchiatori da tastiera che desiderava stuprarmi, uccidermi e urinare su di me) ho deciso di rendere pubblici alcuni dei messaggi su Twitter ed il responso che ho avuto è stato enorme. Moltissime donne hanno cominciato a condividere le loro storie di molestie, abusi e intimidazioni. E’ incredibile quanto tempo e quanto lavoro alcune persone siano disposte a spendere pur di tentare di punire una donna che osa avere delle ambizioni, o delle opinioni, o che meramente è presente in uno spazio pubblico. I commentatori che si lamentano della mancanza di forti voci femminili chiudono gli occhi su quanto questa storia è diventata “normale”. La maggior parte delle mattine, quando controllo la mia posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a navigare fra minacce di violenza, speculazioni sulle mie preferenze sessuali e sull’odore dei miei genitali, nonché fra i tentativi di cancellare qualsiasi idea diversa con la dichiarazione che – visto quanto poco attraenti siamo io e le mie amiche – qualsiasi cosa noi si abbia da dire è irrilevante. L’implicazione che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa in considerazione non è nuova: internet, tuttavia, ha reso più facile per i ragazzi fare i bulli nelle loro camerette solitarie. E non sono solo giornaliste, blogger e attiviste ad essere prese di mira. Dalle donne d’affari alle studentesse che postano i loro video-diari, ci sono state e sono in corso innumerevoli campagne di intimidazione create per cacciarle fuori da internet, da gente convinta che l’unico uso che una donna può fare della moderna tecnologia è mostrare le tette a pagamento.” Così Laurie Penny, giovane scrittrice, giornalista ed attivista femminista inglese, scriveva un paio di anni fa.

Alla Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, sta capitando la stessa cosa. Minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura, fotomontaggi del suo volto su corpi sgozzati o violentati. I giornali parlano di migliaia di messaggi di questo tenore. Boldrini dichiara: “… non è una questione che riguarda solo me. Ci sono due temi di cui dobbiamo parlare a viso aperto. Il primo è che quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l’aggressione sessista: che sia apparentemente innocua, semplice gossip, o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale, usa un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni. E questa davvero è una questione grande, diffusa, collettiva. Non bisogna più aver paura di dire che è una cultura sotterranea in qualche forma condivisa. Io dico: un’emergenza, in Italia. Perché le donne muoiono per mano degli uomini ogni giorno, ed è in fondo considerata sempre una fatalità, un incidente, un raptus. Se questo accade è anche – non solo, ma anche – perché chi poteva farlo non ha mai sollevato con vigore il tema al livello più alto, quello istituzionale. Dunque facciamolo, finalmente. (…) So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada”. Apriti cielo. Una donna intelligente e capace, che come troppe altre sta subendo un’aggressione disgustosa, ha detto cose intelligenti e condivisibili. Allora che si fa? Si apre con la doverosa presa di distanza dalla violenza in uno sproloquio pseudo-solidale (è un obbligo di cortesia, chi la fa non sa nel 99% dei casi di che accidenti sta parlando), poi si parte in quarta a difendere la libertà di espressione degli aggressori. Per dire a Boldrini di non menarla tanto e di ingoiare la spazzatura con un sorriso, si sono scomodati il primo emendamento alla Costituzione statunitense, le opinioni dei “congressmen” su Al Qaida (se tengono aperti i loro siti sappiamo di più su di loro) e la solita solfa del “se gli chiudi la pagina poi la riaprono” e “non diamo visibilità a una minoranza di imbecilli”. In più, è stata chiamata a rispondere di tutto quel che non ha fatto e non ha detto, e cioè dei commenti dei giornalisti e dei titoli dati dai caporedattori. Ah, e non dimentichiamo che in tutto il mondo la garanzia della libertà di internet non è in discussione blah blah blah solo noi in quest’Italia bigotta blah blah blah e postare un fotomontaggio di uno stupro non ha nessun effetto sull’azione reale blah blah blah e per 32 donne uccise muoiono 68 uomini (già, di vecchiaia, di cancro, di incidente stradale o suicidi dopo aver accoppato la moglie, ma nessuno viene ucciso perché maschio: cosa c’entra? Da dove viene ‘sta statistica del menga? Eh, dovete chiederlo a chi ha commentato con il 32/68 non a me.) blah blah blah.

Allora: in tutto il mondo il problema della violenza di genere online invece se lo stanno ponendo. Potete verificarlo su http://www.genderit.org/ oppure su http://www.internetdemocracy.in/

Metto solo due indirizzi perché non voglio privare nessuno del piacere di impegnarsi come mi impegno io quando voglio verificare una notizia o dei dati. Non dimenticate di contattare le persone di riferimento, di verificare la situazione con le vostre amiche-parenti-conoscenti, di dare un’occhiata ai documenti in rete e nelle biblioteche o librerie. Per esempio, sugli “effetti dell’esposizione a lungo termine a rappresentazioni violente e sessualmente degradanti delle donne” potete proprio andarvi a cercare: Effects of long-term exposure to violent and sexually degrading depictions of women, di Linz D.G., Donnerstein E., Penrod S. – Communication Studies Program, University of California, Santa Barbara. Ecco, nei mitici Stati Uniti del primo emendamento si fa anche questo. Potete anche provare con “The Offensive Internet: Speech, Privacy, and Reputation”, di Saul Levmore e Martha C. Nussbaum. Riassuntino: ha effetto l’esposizione ecc.? Purtroppo sì. Desensibilizza. Proprio come il mero linguaggio violento. Rende cioè gli individui meno inclini ad aver simpatia per chi subisce violenza e a sentirsi legittimati (così fan tutti) qualora decidano di agire violenza loro stessi. Alcuni finiscono persino per dover maneggiare il quinto emendamento, sapete, quello che si sente a iosa nei film polizieschi: ha il diritto di avere un avvocato e di restare in silenzio, ma tutto quello che dirà potrà essere usato in tribunale contro di lei. Che peccato, però, quando questo accade la vittima di sesso femminile è già stata violentata, picchiata e/o uccisa. Pazienza, l’importante è che il suo aggressore sia stato libero di esprimersi con lei come desiderava. Qualsiasi altro scenario è bieca censura.

Seguitemi un attimo. Quando una donna esce per strada le molestie diventano prima o poi parte della sua esperienza, perché si trova in uno spazio pubblico e per troppi farabutti lo spazio pubblico non è (non deve essere) accogliente per le donne, non è il loro spazio. Quel che capita ad una donna per strada lei se lo va a cercare, sostengono i farabutti, semplicemente non doveva essere là. Il che equivale a dire ad ogni molestatore o stupratore o assassino che quel che lui fa è ok. E’ titolato a farlo. La violenza è normale, inevitabile, levatrice della storia, e la rivoluzione non è un pranzo di gala. Vogliamo chiudere le strade per questo? Che le donne stiano a casa. Allo stesso modo se una donna esprime opinioni sul web la valanga di insulti, minacce e molestie che riceve se la va a cercare, vero o no? Ha una voce, quella voce ha un genere (femmina) e quel genere non è benvenuto. Vogliamo prendercela con internet per questo? Che le donne stiano offline. Ed è proprio quel che fanno, in strada e online. Restringono il proprio spazio, mutano percorsi, cercano di essere invisibili e chiudono account e cancellano siti e cambiano e-mail. Ma in molti sono assai più preoccupati della libertà di espressione di chi le terrorizza. Impedire a qualcuno di investire le donne con messaggi che annunciano loro morte e stupro, con loro immagini ritoccate per diventare pornografiche o la rappresentazione di un bel pestaggio, con minacce ai loro familiari ed amici, o dispiegando in pubblico i loro dati sensibili, è insopportabile censura. D’altronde, si tratta solo di maleducazione. Non tutti usano la netiquette, spiegano i difensori dei farabutti a Laura Boldrini e a centinaia di migliaia di altre, come non tutti sono educati in piazza o al bar. Non possiamo mica toccare piazze e bar perché qualcuno è scortese. Come se le minacce dirette ad esempio a Boldrini (“ti devono linciare, puttana”, “abiti a 30 chilometri da casa mia, giuro che vengo a trovarti”, “ti ammanetto, ti chiudo in una stanza buia e ti uso come orinatoio, morirai affogata”, “gli immigrati mettiteli nel letto, troia”) fossero davvero semplici atti di maleducazione, tipo il ruttare davanti al bancone o far la pipì su un lampione.

Gli uomini si scambiano online insulti feroci e cretini al massimo grado, eventualmente possono arrivare ad augurarsi reciprocamente lo stupro, anche se è davvero raro, più spesso si accusano l’un l’altro di omosessualità, ma nessuno di loro vive la propria vita con la spada di Damocle della violenza domestica e/o sessuale appesa sulla testa. Noi donne sì. Tutte. Bambine, ragazze, adulte, anziane. Stupende, passabili, brutte come il peccato. Di destra, di sinistra, di centro, apolitiche, agnostiche, credenti, atee, italiane o straniere, indigene o migranti. Non fa differenza. In tutte le categorie che ho menzionato trovate vittime di stupri e molestie. Cari difensori della libertà di espressione dei nostri aguzzini, preoccuparci che possa accadere a noi stesse, alle nostre madri o alle nostre figlie o alle nostre sorelle o alle nostre amiche, per noi donne è quotidiano. Il fatto che sia usuale non significa che sia normale. Non significa che sia giusto. Non significa che noi si abbia l’obbligo di rinunciare a lottare per avere spazi sicuri, per avere ovunque quella libertà di espressione che la violenza ci nega. A cosa credete servano le campagne di denigrazione e le minacce online? A farci stare zitte. E’ censura, nobili amici. CENSURA. Sollevatevi e protestate, se non siete dei perfetti ipocriti. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Cursed baby”, un più ampio articolo di Rabia A. per Afghan Women’s Writing Project, 19.4.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

culla

E’ una bambina.”, disse il medico e l’orrore corse attraverso il corpo della madre. Sul suo volto vi era profondo dolore, come se il mondo fosse finito. Cominciò a singhiozzare. “Di nuovo una femmina. Come potrò affrontare mio marito e la sua famiglia e la società?” Odiava la sua bambina. I suoi occhi erano pieni di lacrime, lacrime di tristezza e rimpianto. La bimba portava con sé sfortuna e tragedia.

La piccola giaceva là come un angioletto, come un picco innevato, soffice come la seta, gli occhi chiusi. A differenza degli altri neonati non stava piangendo o chiedendo di essere nutrita. Era silenziosa e calma come se già sapesse cosa la vita aveva in serbo per lei. Sembrava essere conscia delle numerose sfide che avrebbero attraversato la sua esistenza come fosse uscita dalle porte dell’ospedale.

Era speciale, ma in modo diverso. Avvolta nel lenzuolino, tutto quel che vedevo di lei era la minuscola faccia pallida e le labbra bianche e sottili. Il suo silenzio urlava che non voleva vivere, che si era arresa, che non voleva lottare. Voleva tornare da dove era venuta, perché le sue piccole spalle e le sue piccole mani non avevano proprio la forza di sostenere il peso dell’essere nata femmina.

A giacere accanto a lei c’era mio nipote. Lui mi sembrava del tutto fiducioso, perché era un maschio, e un maschio ha valore nella società afgana. Sapeva già di essere voluto e che c’era bisogno di lui. Potevi già quasi vedere l’arroganza nei suoi occhi mentre si guardava attorno a palpebre semi aperte. Entrambi i bambini non erano al mondo che da pochi minuti, ma la cultura aveva già creato un muro di divisione fra loro. La femminuccia era stata marchiata come un fardello e come immondizia.

Andai accanto alla madre e le chiesi perché era così triste quando avrebbe dovuto essere felice di avere una figlia e lei replicò: “Non posso avere un’altra femmina, ne ho già quattro e mio marito mi ha avvisata, mentre mi portava all’ospedale, che se mettevo al mondo un’altra bambina mi avrebbe buttata fuori di casa assieme alle altre mie figlie.” Io dissi: “Ma è una creatura così dolce e innocente. Guarda, non piange neppure.” “Sì, perché sa che non importerà a nessuno che lei pianga.”

Rimasi là annichilita e impotente. Volevo prendere la bambina e portarla via, condividere la sua sofferenza e dirle che la società in cui stava per entrare è piena di bestie e di mostri che non perderanno occasione per abusare di lei e torturarla e violare i suoi diritti. Volevo dirle che per quanto brutto questo mondo sia lei doveva resistere e non mollare mai, asciugarsi le lacrime e consolare la sua anima da sé. Perché in questa società lei dovrà lottare per la sua dignità, per avere rispetto e istruzione e persino un lavoro decente.

Il dottore entrò nella stanza e disse alla madre: “Jamila, ora puoi andare. Tuo marito ti aspetta fuori.” Jamila cominciò a muoversi come la perdente su un campo di battaglia. La sua testa era bassa. Nessuno venne incontro a lei e alla bambina. Pareva che mettere al mondo figli fosse solo un’altra delle faccende quotidiane di Jamila. Prese la propria borsa come niente fosse, avvolse la bimba in una coperta e disse addio.

Mia madre ed io passammo l’intera notte all’ospedale. Il dottore tornò, diede un’occhiata a mio nipote e disse che era una creatura fortunata perché era nato maschio, ma che l’altra creatura, la bambina, era più sfortunata che mai: non solo era una femmina indesiderata, ma era anche disabile. L’ultima frase mi colpì come un pugno in faccia. Chiesi cosa c’era che non andava con la piccola, e il dottore mi rispose che la sua mano destra era paralizzata, ma non lo aveva detto alla madre.

La vita si è messa d’impegno nel prendere in giro quella bambina. Davanti agli occhi avevo il suo intero futuro: figlia non voluta e disabile sarebbe morta durante la prima infanzia di malattia o perché nessuno si sarebbe curato di lei, e quand’anche ce l’avesse fatta a vivere qualche anno sarebbe finita seduta per strada o a bussare alle porte mendicando il cibo in questa società estremista e fondamentalista. E un giorno, nel bel mezzo di una folla in cui ci si spintona, in cui uomini intatti e interi ce la fanno a stento, lei sarebbe stata semplicemente calpestata a morte. E tutto questo perché? Be’, perché è nata femmina!

Io sono nata sana e sono stata cresciuta in una famiglia dalla mente aperta, dove tutti mi hanno amata e sostenuta. Ma la maggior parte delle bambine sono private dei loro diritti e in migliaia sono disabili a causa di anni e anni di guerra, e io credo di capire cosa significa essere indesiderata o disabile. Non è così difficile mettermi al posto loro. Perciò, quando vidi quella piccolina in ospedale diventai lei per un attimo e vidi quante sofferenze la aspettavano.

Nella società afgana le donne sono accusate di essere donne, anche se non è stato chiesto loro cosa volessero essere, anche se non hanno nessuna influenza nella scelta del loro sesso. A volte la gente mi dice che io sono come un figlio maschio per mio padre. Non riesco a prenderlo come un complimento, perché io sono fiera di essere donna. Dio ci ha creato tutti uguali. Il Corano dice che c’è uno scopo nell’esistenza di ogni individuo. Questo mi dà fiducia e mi dice che le donne sono parte cruciale di una società. Non siamo state create inutili e per quanto sia difficile dobbiamo lottare e dimostrare a questa società dominata dagli uomini quale gran parte giochiamo nel futuro del nostro paese.

Se mai avrò una figlia, anche se fosse disabile, le dirò: “Prima di ogni altra cosa, tu sei un essere umano. Essere nata femmina ti rende ancora più speciale e devi essere sempre orgogliosa di quel che sei.”

(Comunicazione di servizio: se vedete annunci pubblicitari su questo sito – io noto che qualcuno segue dei link non postati da me, ma non sono in grado di vedere gli annunci – sappiate che è WordPress a metterli e che purtroppo io non ho modo di controllarli.)

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(“To change the world, start inside yourself.”, di Zainab Salbi per Women in the World Foundation, 30 aprile 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Vent’anni fa, una studentessa universitaria 23enne, da poco sposata, vide le orribili immagini dei “campi di stupro” in Bosnia sui quotidiani e decise che doveva fare qualcosa al proposito. Così Zainab Salbi, irachena-statunitense, usò i soldi della luna di miele per dare inizio a “Women for Women International”, oggi un’ong nonprofit rispettata a livello globale che lavora con le sopravvissute alla guerra, dall’Afghanistan al Congo, ed ha distribuito più di 100 milioni di dollari ad oltre 350.000 donne. Salbi ha di recente pubblicato il suo ultimo libro “If You Knew Me You Would Care” (“Se mi avessi conosciuta ti importerebbe”), e sta lavorando ad un documentario sulle donne nella cosiddetta “primavera araba”.

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Tu non sei definita da quel che ti accade, ma da quel che fai della tua storia.

Il mondo vede da lontano le donne rifugiate e sopravvissute alla guerra, come vittime. E sebbene le donne soffrano molte delle atrocità della guerra, dagli stupri agli sgomberi forzati, esse non si definiscono in base alle loro storie di vittimizzazione, ma da quel che fanno di queste storie. Mi hanno insegnato il vero significato di termini quali pace, forza, coraggio e bellezza, e mi hanno insegnato ad apprezzare ogni aspetto della vita.

La pace è dentro di te.

Io ho incontrato quel che chiamo il mio Dalai Lama in una donna congolese di nome Nanbito, che vive in una minuscola capanna dal tetto di latta con quattro figli: uno è il risultato di uno stupro. Quando le chiesi cosa “pace” significasse per lei, mi disse: “La pace è dentro il mio cuore. Nessuno può darmela e nessuno può portarmela via.” La sua saggezza è qualcosa che ognuno di noi cerca, anche quando conduciamo vite privilegiate: la semplice pace dentro i nostri cuori.

Possiamo trovare amore nel bel mezzo dell’orrore.

Gli individui si innamorano durante le guerre, si sposano e divorziano, hanno bambini e vanno a feste e perdono persone amate. Ci sono molte durezze ma ci sono anche momenti in cui le persone trovano gioia pur nel mezzo di grandi orrori. L’unico modo in cui possiamo davvero entrare in relazione con le donne sopravvissute di guerra sta nel non vederle come differenti, ma nel vederle come noi stesse. Noi siamo loro. Loro sono noi. Le esistenze sono diverse, i sentimenti sono uguali.

C’è grande bellezza in luoghi inaspettati.

Ho visto donne che avevano attraversato tutta una serie di esperienze terribili, dal matrimonio da bambine alla violenza sessuale al diventare rifugiate, alla guerra e alla perdita di coloro che amavano: e lo viste risollevarsi ancora e ancora, nei modi più magnifici. Ho incontrato donne afgane che hanno ricostruito le proprie vite partendo da zero e ora danno lavoro a centinaia di altre donne ed uomini. Ho incontrato le sopravvissute al genocidio in Ruanda che hanno perdonato gli assassini delle persone che amavano e ora si dedicano all’agricoltura biologica per assicurare un futuro migliore ai loro bambini. Questo e molto altro mi fa credere nella bellezza di questo mondo e nella bellezza dell’umanità a dispetto di tutta l’oscurità. Se le mie sorelle in Congo e in Iraq possono ancora cantare e ballare, chi sono io per non farlo e per non essere grata di tutti i privilegi che ho.

Per cambiare il mondo, comincia con il viaggio interiore.

Se vogliamo cambiare il mondo, le voci delle donne devono essere udite, forti e chiare, in tutti i settori e non essere più confinate in un solo angolo. Ma oltre a ciò, dobbiamo essere il cambiamento che aspiriamo a vedere nel mondo. Tale cambiamento comincia con il viaggio interiore. Ciò che mi spinge avanti è il mio assoluto e pieno convincimento che il cambiamento è possibile ed è possibile per ciascuna di noi vivere la nostra verità e dispiegare il nostro pieno potenziale.

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