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Le nostre radici sono nell’oscurità; la Terra è il nostro paese.

Perché guardiamo in alto per avere benedizioni, invece che attorno a noi o in basso?

Qualsiasi speranza noi si abbia è là.

Non nel cielo pieno di occhi-spia orbitanti e di armamenti, ma nella Terra che abbiamo disdegnato.

Non viene da sopra, ma da sotto.

Non è nella luce che acceca, ma nel buio che nutre, là dove gli esseri umani sviluppano anime umane.

Ursula K. Le Guin (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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Ursula K. Le Guin ha 85 anni (86 in ottobre). I suoi primi racconti furono pubblicati nel 1966 e il suo romanzo “La mano sinistra delle tenebre”, uscito tre anni più tardi, era destinato a divenire uno dei libri di fantascienza più acclamati del secolo.

Le Guin

Ursula e suo marito Charles sono sposati da più di sessant’anni e hanno avuto tre figli. Di recente, il 9.9.2015, hanno ospitato – assieme al loro gatto Pard – la scrittrice Choire Sicha: quel che segue è un estratto della sua intervista a Ursula K. Le Guin. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

CHOIRE SICHA: Chiunque può diventare uno scrittore? In passato avevo opinioni precise al proposito, ma sento di averle perse per strada.

URSULA K. LE GUIN: Vuoi un’opinione precisa? Chiunque può scrivere. Sai, una delle mie figlie insegna scrittura in una scuola di preparazione all’università. Insegna ai ragazzi come mettere insieme le frasi e come farle stare insieme in modo che essi esprimano se stessi nella scrittura così come si esprimono parlando. Chiunque abbia un normale QI può maneggiare questa cosa. Ma dire che chiunque può essere uno scrittore è come dire che chiunque può comporre una sonata. Per niente! In ogni arte c’è un dono iniziale che dev’essere là. Non so quanto grande debba essere, ma dev’esserci.

SICHA: Non puoi diventare un poeta imparando a sforzarti, è così?

LE GUIN: No. Non puoi. Ma questo non vuol dire che essere un poeta non costi un sacco di infernale lavoro.

SICHA: Non sembra molto gratificante, anche. E’ una cosa terribile, da dire?

LE GUIN: Credo ci siano scrittori che non si divertono scrivendo, e mi dispiace per loro. Io lo amo. Non mi importa quanto duro è come lavoro. E non puoi vivere di esso. E’ dura guadagnare su qualsiasi tipo di scrittura artistica – fiction o poesia. Perciò la ricompensa deve stare nel lavoro stesso. Ma è così: non c’è nulla di più gratificante del guardare la poesia che hai scritto e pensare: “Bene, penso proprio di aver fatto la cosa giusta”.

SICHA: Il trionfo è privato.

LE GUIN: Ma è reale. E’ del tutto reale.

SICHA: Io incontro molta gente sui vent’anni e loro sono preoccupati. Vogliono essere pubblicati, hanno fretta.

LE GUIN: Non credo che la maggioranza delle persone scriva della prosa molto buona sino a che non passa la ventina. Scrivere è un’arte lenta. La musica può essere un’arte veloce e precoce. Un buon musicista può essere straordinario a 16 anni. Ma quanti scrittori ci sono… voglio dire, persino Keats è ancora confuso a 16 anni. Nella prima metà dei venti, naturalmente, sta scrivendo poesia immortale ma non ci sono tutti questi Keats in giro. Il suo caso è uno di quelli in cui il “dono” è a livello di miracolo. Non puoi usarlo come metro di misura per definire la scrittura un’abilità artigianale o un’arte o una pratica o una professione. I geni sono a parte – là fuori, a fare le loro cose deliziose.

SICHA: Incasinano la bilancia per il resto di noi…

LE GUIN: Ma va bene. Devi solo capire che non arriverai là, ma chi se ne importa? Puoi sempre fare del lavoro bellissimo.

SICHA: C’è spazio per un sacco di gente.

LE GUIN: Giusto. E c’è un sacco di spazio per, diciamo, la narrativa ordinaria. C’è sempre spazio per un’altra storia. C’è sempre spazio per un’altra melodia, vero? Nessuno può scriverne troppe.

Perciò, se hai storie da raccontare e sai raccontarle in modo competente, allora qualcuno vorrà ascoltarti. Credere che ci sia qualcuno che vuole ascoltare quella storia è il tipo di fiducia che uno scrittore deve avere nel periodo in cui impara il mestiere, non cercare di vendere roba senza sapere davvero quel che sta facendo.

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Non conosco l’opinione che avete di me come scrittrice, ma desidero assicurarvi una cosa: come lettrice sarò sempre assai più brava. Posso leggere per ore e ore senza stancarmi: se ne avessi l’opportunità, ovvero se non dovessi dormire, mangiare, pulire e tutte quelle altre cose così noiose in confronto all’avere un libro in mano, potrei probabilmente leggere per quanto il giorno è lungo. (E se qualcuno mi pagasse per farlo sarei incommensurabilmente facoltosa)

Quindi, ogni libro che leggo fa del mio giorno una festa: ma ogni libro che le Edizioni Stelle Cadenti stampano mi appare sempre come una festa speciale. Perché so cosa c’è dietro l’odore sano e fresco della carta riciclata, dietro l’immediatezza delle immagini che accompagnano prosa e poesia, dietro la cura manuale che orna ogni copia. C’è la passione di una donna. C’è la ragione di una donna. C’è la visione politica di una donna. C’è il tradurre tutto questo in un oggetto pensato per passare di mano in mano, come una torcia accesa destinata ad accenderne mille altre.

Nicoletta Crocella è questa donna. Scrittrice, poeta, editrice (e molto altro ancora), Nicoletta ha raccolto in “Ci ragiono e scrivo” due anni di vita: aneddoti e cronache, resoconti e commentari, speranze e paure, gioie e delusioni. Se qualcuno mi chiedesse un titolo alternativo per il testo, o un sottotitolo, direi che ci starebbe bene: “Guarda con me”. Nicoletta non media le sue idee e le sue emozioni, pure non è mai invasiva o arrogante: vuole mostrare al lettore/alla lettrice ciò che vede e ciò che pensa, e lo invita a riflettere con lei. Guarda il nostro paese, la sua scellerata classe politica, i suoi bambini e le sue bambine per cui non vi è vera attenzione e che godono di assai poco rispetto; guarda gli scenari di guerra, l’inferno di Gaza, l’infinita violenza contro le donne. Non si sottrae al dolore, lo nomina e immagina come trasformarlo.

E allora, mi piace come scrittrice perché è femmina? No, mi piace perché è brava, perché le sue parole sono limpide e vere. E se vogliamo perché è una donna che, a differenza della quasi totalità degli scrittori italiani, dice appunto “guarda con me” e non “guardami, guardami, guardami”. Nel nostro paese si suppone ancora che scrivere sia un’attività maschile, che chi scrive debba essere un uomo, (fate il conto di chi riesce ad essere pubblicato, di come e perché e non avrete bisogno di altre spiegazioni) e ancora le scrittrici usano pseudonimi maschili per farsi prendere sul serio. Le antologie scolastiche presentano un profluvio di scrittori definiti “minori” ma che pure vengono menzionati, e fanno sempre tanta fatica a nominare le donne. Donne che non solo hanno scritto, e scritto bene, ma che con quel che hanno scritto hanno cambiato la vita di molte altre persone, hanno segnato epoche, hanno posto basi per successivi sviluppi di pensiero e azione. Quando mia nipote, liceale, informò l’insegnante di italiano (maschio) che intendeva comporre la sua “tesina” su Sibilla Aleramo si sentì rispondere: Chi è?

Ursula K. LeGuin spiegò una volta la sua visione della scrittura rifacendosi ad una teoria antropologica, secondo la quale il primo attrezzo usato dall’umanità non era un bastone con cui colpire qualcuno, ma una borsa in cui trasportare qualcosa: le noci e le bacche, o il bimbo che altrimenti poteva perdersi o farsi male, per mancanza d’attenzione, nel mentre noci e bacche venivano raccolte. LeGuin immagina quindi la forma della narrazione come questa borsa: non la vicenda lineare dell’eroe che uccide il nemico e sfila trionfante in parata, ma piuttosto un misto di cose messe vicine l’una all’altra, che si toccano, giostrano insieme, che a volte contrastano e a volte si combinano. La vita non è una strada dritta dalla terra al cielo: è terra e cielo, è acqua e fuoco, è ascoltare e dire. Elementi mischiati, condivisi, danzanti. Per me, “Ci ragiono e scrivo” illustra alla perfezione tale concetto.

E’ arcinota l’asserzione di Virgina Woolf, quando disse che per poter scrivere una donna ha bisogno di una stanza tutta per sé, di poterla chiudere, e di avere sicurezza economica. Non aveva torto, ma resta il fatto che la maggioranza di noi, Nicoletta compresa, io compresa, riesce a scrivere anche quando ha in tasca quattro palanche e deve destreggiarsi fra un paio di bambini, un/una partner, un cagnolino da portar fuori e un gatto che si sdraia sulla tastiera del computer. E c’è ancora di meglio: da tutto ciò riusciamo a trarre riflessione e innovazione, commento e riassunto, slogan e libello, poesia e prosa, cronaca e romanzo, sapendo di essere immediatamente comprese dalle nostre lettrici. E quest’ultimo è un altro pregio di “Ci ragiono e scrivo”.

Nel saggio “La figlia della pescatrice”, Ursula K. LeGuin prende spunto da una seconda citazione famosa della Woolf, quella in cui si descrive una scrittrice come “una donna che pesca nel lago dell’ispirazione con la propria fantasia”. Nel saggio, la protagonista è una bimba che gioca nel fango mentre sua madre sta scrivendo. La Fantasia, questa volta con la maiuscola, va da lei. La bimba chiede: “Dimmi, zia, che cosa deve avere qualcuno che scrive?”

“Te lo dirò.”, risponde Fantasia, “Non sono i testicoli. Non è uno spazio senza bambini intorno. (…) Certo, la buona volontà e la cooperazione dell’altro sesso sono d’aiuto, ma una donna che scrive non ne ha strettamente bisogno. Le cose che una scrittrice deve avere sono una penna e della carta. Questo basta, fintanto che lei sa di essere l’unica ad avere in carico quella penna e quella carta, e che lei, lei sola, è responsabile per ciò che su quella carta viene scritto. In altre parole, fintanto che sa di essere libera. Magari non del tutto. Magari in modo molto parziale. Magari solo nell’atto dello scrivere, in questo momento preso al volo in cui pesca nel lago della mente: ma in questo, responsabile; in questo, autonoma; in questo, libera.”

Grazie del libro, mia libera Nica, grazie davvero.

(per saperne di più, fate un salto su www.edizionistellecadenti.org )

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