Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘unione europa’

(tratto da: “How to spend EUR 500 million: women’s rights groups on European UN grant”, di Cindy Clark per AWID, 21 settembre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

euro

In anni recenti, le attiviste per i diritti delle donne hanno avuto difficoltà ad accedere alle risorse globali. Alcuni paesi come Egitto, Russia e India hanno varato nuove leggi repressive che impediscono ai gruppi di ricevere fondi da donatori esteri. Perciò le attiviste hanno dato il benvenuto questa settimana alla notizia della collaborazione fra Unione Europea e Nazioni Unite per il finanziamento del lavoro contro la violenza su donne e bambine, con l’impegno iniziale di 500 milioni di euro. Questo è un investimento storico.

Ma le lotte per i diritti delle donne richiedono più di un impegno finanziario di alto livello. E’ cruciale che questo denaro abbia impatto su coloro che ne hanno più bisogno. Si tratta dell’opportunità di creare una reale differenza nelle vite delle donne e delle bambine nel mondo. Ma non è chiaro in che modo questi fondi saranno spesi e in che grado saranno assorbiti dagli enti delle Nazioni Unite – grandi organizzazioni internazionali che hanno sede nelle capitali mondiali, che sono ben distanti dall’equità di genere al loro interno e che spesso effettuano operazioni assai distanti dalle realtà di base. Perché questi soldi creino un cambiamento positivo nelle vite di donne e bambine, le femministe e le attiviste per i diritti delle donne devono giocare un ruolo centrale nell’aiutare a definire, implementare e tracciare i programmi che saranno stabiliti tramite tali fondi.

“Niente per noi, senza di noi” è stato uno slogan comune durante le marce dei movimenti femministi ed è valido anche oggi. Un processo trasparente e persistente di consultazione con i gruppi della società civile, in particolare i gruppi femministi e per i diritti delle donne, dovrebbe essere stabilito per tutte le fasi di sviluppo di ogni programma. Le organizzazioni femministe e per i diritti delle donne dovrebbero anche essere finanziate direttamente, invece che tramite molti intermediari o per niente (il che è attualmente la norma).

Importante: vediamo di non scoprire l’acqua calda. Le Nazioni Unite hanno in funzione meccanismi di finanziamento come il “Trust Fund to End Violence Against Women”. Simili infrastrutture dovrebbero essere rinforzate, piuttosto di creare nuovi meccanismi e strutture burocratiche per maneggiare le risorse annunciate.

Le organizzazioni e le attiviste per i diritti delle donne hanno ricchezza di competenze da condividere con l’Unione Europea e le Nazioni Unite per lavorare di più contro la violenza su donne e bambine. Inoltre, dobbiamo insistere: niente per noi, senza di noi.

Read Full Post »

(tratto da: “The woman who will turn off her phone when the war in Syria is over”, di Sara Rosati per El Paìs, 4 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Souad Benkaddour – nell’immagine – è originaria del Marocco e vive a Madrid.)

souad

La prima rifugiata siriana che Souad Benkaddour, 53enne, ha aiutato era una donna incinta con tre bambini arrivata alla stazione degli autobus Méndez Álvaro di Madrid nel settembre 2015. Souad spiega che in effetti lei era in viaggio per Segovia con la sua famiglia quando un vicino di casa la chiamò per sapere se avrebbe potuto fungere da traduttrice per la donna. “Lo dissi a mio marito e lui fece un’inversione a U.”, racconta Souad.

Allora non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stata d’aiuto a più di 500 persone provenienti da Siria, Palestina, Iraq e Bangladesh, o che il suo telefono sarebbe divenuto il numero di soccorso per così tanti rifugiati. Souad e i suoi vicini hanno reso possibile a quella donna siriana, Fayrouz, e ai suoi tre figli di continuare il viaggio verso la Germania. La donna e i bambini avevano attraversato il confine marocchino all’enclave spagnola di Melilla, lungo la costa nordafricana, nascondersi sotto i camion.

Souad e i suoi vicini scoprirono poco dopo che c’erano dozzine di rifugiati che dormivano nel parco antistante la suddetta stazione degli autobus e decisero di lavorare insieme per toglierli dalla strada. Era all’incirca il periodo in cui centinaia di migliaia di siriani bussavano alle porte d’Europa per fuggire dalla guerra. Molti attraversavano Tunisia, Algeria e Marocco per entrare in Europa tramite Melilla, ma per la maggior parte di loro la Spagna era il punto di partenza per altri luoghi – paesi che percepivano come in grado di offrire più sostegno e opportunità. Secondo l’Eurostat, solo 2.975 siriani hanno chiesto asilo in Spagna nel 2016, a paragone dei 300.000 nell’intera Unione Europea.

Centinaia di ong hanno raccolto denaro per aiutarli lungo la via, ma migliaia di persone comuni come Souad li hanno pure aiutati. Assieme ai suoi vicini, ha costruito un ingegnoso sistema di scambio di favori che sta ancora funzionando. Prima che partisse, Souad disse a Fayrouz di dare il suo numero a chiunque avesse bisogno di aiuto e cominciò a ricevere dalle 20 alle 30 chiamate al giorno.

La sua storia personale ha qualche somiglianza con quelle delle persone che assiste. Nella città marocchina di Al Hoceima, dov’è nata, Souad dice di non essere stata libera di agire come voleva: “Volevo poter sperimentare successi e fallimenti senza barriere.”, spiega. Aveva compreso di aver talento nell’aiutare gli altri e offriva sostegno alle ragazze marocchine incinte che avevano a che fare con famiglie intolleranti, mentre sognava di emigrare in un paese in cui le donne fossero libere di vivere le proprie vite. Quando giunse in Spagna all’età di 38 anni prese un profondo respiro: “Sentivo di poter essere me stessa, sentivo di essere libera.”

Sebbene siriani e marocchini presentino alcune somiglianze culturali, Souad non ne aveva mai incontrato uno prima del 2015: “Adesso so persino distinguere da quale città vengono.” C’è una condizione, comunque, per essere aiutati da Souad e dai suoi vicini: un rifugiato che ottenga assistenza deve, in cambio, assistere un’altra persona. “Spiego loro che quando arriveranno a destinazione ci sarà qualcuno ad aspettarli e che in futuro mi aspetto da loro che vadano ad accogliere qualcun altro.”, dice Souad.

La rete che Souad ha creato arriva sino alla Croce Rossa, che la chiama ogni volta in cui una corriera carica di rifugiati lascia Granada per andare a Madrid. L’Asla, la società di trasporti degli autobus, pure si rivolge a lei quando un rifugiato alla biglietteria ha bisogno di un traduttore. La passione con cui si è dedicata alle sofferenze dei rifugiati ha qualche volta interferito con la sua vita familiare. All’epoca, Souad passava ogni giorno della settimana alla stazione degli autobus e il suo telefono squillava 24 ore su 24. Quando lo spegneva, trovava dozzina di chiamate perse non appena lo riaccendeva: “Non potevo rispondere a tutte le chiamate. C’è stato un momento in cui ho dovuto imparare a bilanciare quel che stavo facendo con le necessità della mia famiglia.”

Nel marzo 2016 la Turchia firmò un accordo con l’UE e le chiamate cominciarono a diminuire, a causa della drastica diminuzione del numero di rifugiati in grado di entrare in Europa. In pochi mesi, le centinaia di arrivi giornalieri alla stazione Méndez Álvaro si erano ridotte a una cinquantina. Ora, Souad non va più alla stazione ogni giorni, ma sta ancora ricevendo chiamate, traducendo, organizzando l’accoglienza e aiutando in ogni modo a lei possibile: “Non ho rimpianti nel dare tempo e vita a questa causa.”

Souad non è sicura se definirsi un’attivista – semplicemente si sente a posto quando aiuta altre persone. Agisce per istinto e in modo indipendente. E sebbene centinaia di persone abbiano avuto il suo sostegno, a volte si chiede se non avrebbe potuto aiutarne di più. Ma questi dubbi pignoli sono zittiti dalla prossima telefonata: “Salam Alaikum, Souad. Abbiamo bisogno di te.” E lei risponde con naturalezza, come se la cosa fosse la più normale del mondo. “Spegnerò il telefono quando la guerra in Siria finirà.”, conclude.

Read Full Post »

E’ vero, l’Europa unita non è mai riuscita a essere questo:

Bruxelles - Uniti nella Pace

ma intanto ha almeno fatto questo:

Trattato di Roma, 1957 (Art. 119 CEE, poi Art. 141 CE, ora Art. 157 TFUE – Trattato funzionamento Unione Europea): paga eguale per eguale lavoro;

Trattato di Amsterdam, 1999 (Art. 2 CE): la promozione dell’eguaglianza fra uomini e donne diventa uno degli obiettivi essenziali della Comunità Europea;

Trattato di Lisbona, 2007 (Art. 2 TFUE): l’eguaglianza di genere può essere usata come metro di misura per determinare se uno stato europeo può entrare nella Comunità;

Legislazione UE (Direttiva 92/85/CEE): tutte le donne nell’Unione Europea hanno il diritto ad almeno 14 settimane di congedo per maternità e alla protezione dall’essere licenziate perché incinte;

Direttiva 2006/54/CE: eguale trattamento per donne e uomini sul lavoro;

Direttiva sull’orario di lavoro 2003/88/CE: diritto per i lavoratori / le lavoratrici dell’Unione Europea a un minimo di ferie ogni anno, pause sul lavoro e un riposo di 11 ore su 24 – restrizione del lavoro notturno eccessivo – un giorno di pausa dopo una settimana di lavoro – diritto a lavorare non più di 48 ore a settimana;

Convenzione Europea sui Diritti Umani: trattato internazionale che protegge i diritti umani e le libertà fondamentali in Europa.

Preferireste starne senza? Io no. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Settembre 2015: un gruppo di parlamentari europei presenta una risoluzione per un’istruzione pubblica basata sull’eguaglianza di genere (gender, sì) e questa passa con 408 voti a favore, 236 contrari e 40 astensioni. Non sappiamo con quali allettamenti, incantesimi e dischi rock suonati al contrario Satana abbia indotto il Parlamento europeo a votare una mozione i cui scopi sono ovviamente far diventare i bambini gay e gli adulti transumani – Bagnasco docet.

La pattuglia dei diavoli che ha ottenuto questo terribile risultato è stata capitanata dalla Demone Liliana Rodrigues (qui sotto nella sua ingannevole immagine umana che occulta zanne, coda biforcuta e zoccoli caprini) del gruppo socialista/democratico.

liliana rodriguez

Viviamo ancora in un’Europa diseguale. – ha detto presentando la risoluzione – Progressi sono stati fatti, ma le donne continuano ad essere il bersaglio principale della discriminazione e della violenza. Io credo che la scuola giochi un ruolo fondamentale nel cambiare questo stato di cose.”

Ed ecco cosa dice in sintesi il luciferino documento:

1) Più investimenti affinché chiunque possa beneficiare di istruzione pubblica di alta qualità.

2) Le misure per l’eguaglianza di genere devono essere applicate a tutti i livelli del sistema educativo, inclusi i curricula e la formazione degli insegnanti, di modo da porre fine agli stereotipi di genere e di contribuire alla riduzione del divario fra l’istruzione delle donne e il loro sviluppo professionale: sono la maggioranza in Europa con alti titoli di studio (60%), ma sono ancora pagate meno degli uomini per le loro qualifiche e sono sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali e scientifiche.

3) Gli stereotipi e il sessismo restano i più grandi ostacoli per il raggiungimento dell’eguaglianza di genere, hanno un impatto sull’immagine di sé e sulle decisioni di ragazze e ragazzi a tutti i livelli dell’istruzione. Bisogna perciò creare una cultura scolastica di eguaglianza di genere, incoraggiando femmine e maschi a interessarsi a tutte le materie, andando oltre gli stereotipi di genere e sottolineando i ruoli positivi delle donne nelle scuole, nelle università e nella scienza.

4) L’educazione al genere dovrebbe essere parte dei curricula e dei programmi scolastici e il materiale d’insegnamento non dovrebbe avere contenuti discriminatori, stereotipati o sessisti. Per promuore un’educazione libera da stereotipi, gli insegnanti dovrebbero ricevere formazione adeguata e i materiali dovrebbero essere rivisti criticamente.

5) Le scuole dovrebbero anche fornire informazioni oggettive sulle istanze LGBTI per contrastare la violenza di genere, la discriminazione, l’omofobia e la transfobia in tutte le loro forme, incluso il cyber-bullismo e le molestie online.

Il documento dei parlamentari aggiunge che gli stati membri dovrebbero prendere in considerazione l’introduzione dell’educazione sessuale, obbligatoria, nelle scuole primarie e secondarie, affinché ragazze e ragazzi possano apprendere ad avere relazioni basate sul consenso, sul rispetto e sulla reciprocità.

E sapete, se effettivamente questo accadesse, ogni tipo di violenza di genere avrebbe una significativa riduzione. Posso solo dedurne che ai complottisti anti-gender la violenza piace.

La Federazione umanista internazionale, con sede a Bruxelles in Belgio, l’anno scorso ha condotto una ricerca congiuntamente al Forum parlamentare europeo su popolazione e sviluppo: hanno indagato sulle organizzazioni “molto attive nei corridoi delle istituzioni europee, che tentano di imporre le loro agende ideologiche, draconiane e antidemocratiche al resto della società”. Li chiamiamo “estremisti”, spiegano, perché: “questi gruppi vanno molto oltre le convinzioni religiose o le opinioni conservatrici democraticamente espresse” e “si oppongono ai princìpi fondamentali dell’Europa in diversi modi. Molte di queste organizzazioni equiparano regolarmente l’aborto all’omicidio, l’omosessualità alla pedofilia, l’educazione sessuale alla masturbazione collettiva nelle scuole e gli attivisti per i diritti umani alle “lobby dei sodomiti”. La maggioranza di esse è ossessionata dalle istanze dell’aborto e dell’omosessualità e dedica parecchi sforzi a cercare di impedire sviluppi europei nella promozione dei diritti sessuali e riproduttivi e dei diritti delle persone LGBTI.”

Le loro strategie, dice ancora lo studio, sono state accuratamente ripensate per guadagnare rispettabilità, anche se gli obiettivi ultra-conservatori restano immutati: i gruppi si presentano come “difensori” della vita e della famiglia e dispiegano false “prove scientifiche” più che insistere sulle prescrizioni religiose (che comunque sono presenti). Il loro tipo di attivismo è teso a creare un clima di paura e di odio dove istanze complesse vengono ridotte al dover prendere una posizione “a favore” o “contraria”.

La ricerca si conclude con l’invito a dare un’occhiata di persona alla lista delle organizzazioni prese in considerazione. E’ qui sotto. Riconoscete qualche sigla? Maria G. Di Rienzo

Agenda Europe

Alliance Defending Freedom

Alliance Vita

Bundesverband Lebensrecht

Bündnis C- Christen für Deutschland

Care for Europe

Center for European Renewal

C-FAM Center for Family and Human Rights

CitizenGo

Civitas

Deutsche Vereinigung für eine christlicher Kultur

Dignitatis Humanae Institute

European Centre for Law and Justice

European Christian Political Movement

European Dignity Watch

FAFCE- Federation of catholic family associations in Europe

Federation Pro Europa Christiana

Gift of Life Malta

Hazte Oir

Jérome Lejeune Foundation

Kreuz-net

La Manif pour tous

Life Institute

Nouvelles de France

Novae Terrae Foundation

Observatory on intolerance and discrimination against Christians in Europe

Ordo Iuris Instytut Na Rzecz Kultry Prawnej (Istituto per la cultura legale)

Salon Beige

SOS IVG

Read Full Post »

La storia che sto per raccontarvi è datata, ma tende a tornarmi in mente in settembre – il mese in cui sono riuscita a farla finire. E come vedrete, l’aneddoto non è privo di scopo.

Dunque, qualche anno fa comincio a ricevere e-mail, inviate da un signore sconosciuto, che pubblicizzano convegni o incontri nell’ambito di un assessorato alle pari opportunità (tra l’altro situato molto distante da dove io vivo). Non sono frequenti, ma le iniziative sono talmente squallide e malfatte, sospese in un vuoto astorico, prive di qualsiasi approccio informato al genere (“Sei discriminato perché uomo?” Sì, dove, sentiamo: ti hanno rifiutato l’ingresso al convento di clausura delle Orsoline?), che le cancello il più rapidamente possibile per contenere il fastidio entro limiti ragionevoli.

Non so dove il signore abbia pescato il mio indirizzo e chi crede io sia, comunque si premura anche di inviarmi auguri per l’onomastico: 12 settembre, Santa Maria. Il testo è in sintonia perfetta con il lavoro dell’assessorato, e cioè patetico. Naturalmente mi dà del tu come se fossimo i migliori amici del mondo e spara fraseggi d’antan – mi è gradito, cara… Cancello pregando gli dei del cyberspazio affinché siano pietosi e allontanino da me questo idiota. Ma le mie preghiere cadono nel vuoto. Di quando in quando il signore continua a farsi vivo con gli aperitivi organizzati dal suo dipartimento e, preciso come un orologio, il 12 settembre successivo reitera le sue felicitazioni per una ricorrenza che io non osservo e di cui mi sovvengo solo a causa delle sue e-mail.

A questo punto rispondo. Una sola frase: La prego di voler gentilmente cancellarmi dalla sua mailing list. Grazie. Tutto qui. Nessuna valutazione sulla qualità delle “proposte culturali” che mi invia, ne’ sull’invadenza inopportuna delle stesse, onomastici compresi. Nessun vaffanbrodo. Ma il signore si offende. E’ impossibile che qualcuno – una donna, poi! – non lo trovi interessantissimo e non voglia aver a che fare con lui.

Così, mi invia una lezioncina paternalistica e condiscendente in cui spiega che “è sbagliato rifiutare la relazione”: e certo, per una donna è sempre sbagliato non volere quel che un uomo vuole, e se poi quell’uomo è lui, dirgli “No” è semplicemente una tragedia… Strano l’effetto che le “pari opportunità” hanno su questo individuo, sembra proprio il solito maschilista tronfio e improvvido.

Infine, parte la scoreggina di commiato: Io mi occupo di genere, tu cosa fai?

Avrei dovuto replicare: “No, burbanzoso ignorante, lei non si “occupa di genere”; le hanno solo messo una poltrona nuova sotto il didietro e seduto là, senza sapere una beata mazza di studi di genere e di storia, dà aria alla boccuccia, prenota aperitivi e riscuote il valsente relativo. Comunque non è per gonfiare il suo ego che le “pari opportunità” sono entrate nel lessico e nelle istituzioni, ma per tentare di ridurre le discriminazioni di genere: che colpiscono le donne. Quella che si “occupa di genere”, semmai, sono io. E visto che lei non ha fatto neppure lo sforzo di cercare di sapere chi sono prima di inondarmi della sua spazzatura, non intendo perdere un secondo di più spiegandoglielo.” Ma l’idea insopportabile di aver a che fare ancora con un tal soggetto mi ha spinta a cancellare la missiva e a incrociare le dita: sparisci, burino. E questa volta i miei desideri sono stati esauditi.

Perché ogni tanto ci ripenso? Perché non è l’unico sprovveduto e/o opportunista negli assessorati e nelle commissioni di ogni livello che dovrebbero perseguire l’eguaglianza di genere: di “messi là” (e “messe là”) per meriti di partito o per equilibri di ricompense all’interno di una coalizione elettorale ce n’è una marea. Non sanno niente di “genere” e nemmeno interessa loro imparare. Ed è uno dei motivi per cui la maggioranza di questi tavoli non funziona, non produce nulla di significativo o addirittura organizza eventi che vanno in senso completamente contrario (gli spogliarelli che fanno bene all’anima delle donne l’8 marzo, tanto per citarne uno).

consiglio europa

Sentite qua: avete sentito parlare del Consiglio europeo (o Consiglio d’Europa), vero? Non esercita funzioni legislative, ma definisce priorità e orientamenti e obiettivi e politiche generali dell’Unione europea. Dà “la linea”, per così dire. L’anno scorso, la Commissione per l’eguaglianza di genere del Consiglio d’Europa organizza un convegno ad Amsterdam (4/5 luglio 2013) che si intitola “I media e l’immagine delle donne” e la cui presentazione recita: “Ogni giorno, e in tutto il mondo, siamo costantemente esposti ad immagini e informazioni che provengono da una vasta gamma di fonti. Tale contesto gioca un ruolo cruciale nel dar forma alle nostre opinioni, ai nostri valori e alle nostre idee di quale sia un comportamento desiderabile e accettabile per donne e uomini. Sfortunatamente, la visibilità data alle donne nei mass media, sia essa in testo, audio o audiovisivo, è più spesso che no basata su raffigurazioni stereotipate di cosa sia femminile e mascolino. Tramite l’accettazione e l’imitazione di questi cosiddetti “role models”, sono perpetuati dannosi stereotipi di genere che interessano ogni aspetto delle nostre vite.”

Durante il convegno (una delle relatrici era Laura Bates di “Everyday Sexism”, di cui ho tradotto una mezza dozzina di articoli) la Commissione consegna ai partecipanti il suo manuale “Women and Journalists” su come combattere gli stereotipi di genere nei media. L’Italia fa parte del Consiglio d’Europa. I partecipanti italiani a questa iniziativa sono due, una donna e un uomo. So i loro nomi, ma niente di quel che abbiano fatto in materia di “genere”: però questo può essere sfuggito a me, anche se “i titoli di studio e professionali e le esperienze lavorative” del signore sono online e fra monitoraggi, verifiche, bilanci, statistiche, gestioni ecc. il “genere” non fa capolino. Ad ogni modo, DUE dei manuali succitati sono stati dati ai rappresentanti dell’Italia. A un anno di distanza, mi piacerebbe sapere che fine hanno fatto: la traduzione va per le lunghe? Erano già tradotti ma convocare le redazioni dei quotidiani e discuterne con loro era troppo femminista? E’ stato fatto tutto questo e anche di più ma gli stessi quotidiani si sono rifiutati di scriverne?

Perché, vedete, il Consiglio d’Europa dice cose del genere (17 giugno 2014): L’eguaglianza fra donne e uomini è un valore fondamentale dell’Unione europea. E le dice annunciando che il trio di presidenze (Latvia, Lussemburgo e Italia) dell’UE si assicurerà, durante i 18 mesi di programma (1° luglio 2014 – 31 dicembre 2015), di mantenere gli impegni relativi al Patto europeo per l’eguaglianza di genere (2011-2020) e di prendere come cornice guida le strategie divisate dalla Commissione per l’eguaglianza fra donne e uomini (2010 – 2015).

E continua così: “(…) Le tre presidenze continueranno a sostenere l’attivazione del mercato del lavoro per le donne, mantenendo l’obiettivo del 75% di impiego per donne e uomini. Si occuperanno delle istanze che sono rilevanti in questa prospettiva, incluse il divario fra le pensioni, gli stereotipi di genere, il rapporto fra donne e tecnologia e il ruolo delle donne nella formazione delle decisioni. Un altro tema che riceverà attenzione è la necessità di combattere la violenza di genere. (…) Le tre presidenze cercheranno di implementare la prospettiva di genere in tutte le aree politiche (“gender mainstreaming”) e nel contesto di azioni esterne.”

Non abbiamo ancora visto/sentito nulla? Calma. Poco più di 2 mesi non sono sufficienti a lamentarsi, è solo il 20 settembre. Di sicuro la presidenza italiana intende stupirci a breve. Di sicuro. Sperando che di suo non proponga gli auguri per l’onomastico a tutte le italiane. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Europa cretese

L’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali ha il compito di aiutare le istituzioni europee e gli stati membri ad assicurare la protezione e la promozione dei diritti umani di base delle persone che vivono in Europa.

All’inizio del prossimo anno, l’Agenzia renderà pubblico il rapporto completo sulla violenza contro le donne in Europa. La ricerca ha interessato 42.000 donne dei 27 stati membri dell’UE più la Croazia: “Gli incidenti registrati includono esperienze di abuso sessuale, fisico e psicologico che vanno dalla violenza domestica alle molestie sessuali sul lavoro e alla violenza perpetrata da estranei. La ricerca ha anche compreso le esperienze delle donne rispetto allo stalking e alle molestie tramite internet.”

Come detto, avremo i risultati completi nel 2014 ma l’Agenzia ha fornito qualche assaggio di quel che ha scoperto:

Quattro donne su cinque non si sono rivolte ad alcun servizio, sanitario o sociale o di sostegno alle vittime, dopo il più grave degli episodi di violenza subito.

Le donne che hanno cercato aiuto si sono rivolte per la maggior parte ai servizi medico-sanitari, e hanno sottolineato il bisogno di istruire chi lavora nel settore su come rispondere alle vittime di violenza.

Due donne su cinque non conoscevano leggi o iniziative politiche tese a proteggerle dalla violenza domestica; la metà di esse non era a conoscenza di leggi o iniziative volte alla prevenzione.

Più di tre donne su quattro pensano che la violenza contro le donne sia comune nel loro paese.

Circa metà delle donne attestano di aver evitato situazioni pubbliche o private nel timore di essere assalite fisicamente o sessualmente.

Le giovani donne sono preoccupate dalla forma emergente delle molestie sessuali che usa le nuove tecnologie e i media. Tale forma di “cyber-molestia” include il ricevere e-mail offensive e sessualmente esplicite, messaggi SMS e post sui social media.

La vera estensione della violenza contro le donne in Europa rimane nascosta.

Maria G. Di Rienzo

 Europa fenicia

(Le immagini raffigurano Europa come dea, il suo status nel mondo antico precedente a quello greco-olimpico di rapita a scopo di stupro.)

Read Full Post »

(tratto da: “Afghanistan – EU suppresses its own documentary film on afghan women’s prisons”, di Heidi Vogt per Associated Press, 15.11.2011, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Kabul, Afghanistan. Una donna sta scontando 12 anni di prigione per essere stata vittima di uno stupro. La seconda è in galera perché è fuggita da un marito violento. Entrambe dicono di voler raccontare le loro storie, e su di esse un film è stato assemblato, accendendo un dibattito su quanto si è impegnata la comunità internazionale nella lotta per i diritti umani delle donne in Afghanistan.

Il documentario, “In-Justice: The Story of Afghan Women in Jail”, fu commissionato dall’Unione Europea, che ora ha deciso di non farlo uscire. L’UE sostiene che le due donne sarebbero in pericolo se il film venisse mostrato. Ma chi critica questa decisione dice che in essa entra la politica, ed accusa l’UE di aver abbandonato un progetto relativo ai diritti delle donne per timore che esso danneggiasse la sua relazione con il governo afgano.

La pellicola narra una storia inquietante. Una delle donne di cui si parla è una 19enne che è stata violata e messa incinta da un cugino. Non era sposata, ed ha ricevuto una sentenza a 12 anni di carcere per aver fatto sesso fuori dal matrimonio, il che in Afghanistan è un crimine. Il giudice le disse che avrebbe potuto uscire di prigione se avesse accosentito a sposare il suo stupratore, il quale ha ottenuto il proprio rilascio pagando mazzette. La giovane ha rifiutato. Ha dato alla luce sua figlia in prigione, ed ora si aspetta di doverla crescere là.

“Il numero di casi simili che finiscono in prigione è molto vasto.”, dice Heather Barr, ricercatrice per Human Rights Watch che sta lavorando ad un rapporto sulle donne nelle prigioni afgane. Alcune delle più severe restrizioni che le donne subivano sotto i talebani, come l’essere bandite dalle scuole o il dover avere un accompagnatore di sesso maschile per poter uscire di casa, cessarono nel 2001 quando i talebani non furono più al potere. Ma l’Afghanistan resta una società profondamente conservatrice e dominata dagli uomini, il che significa che le donne sono ancora vendute ai mariti e che i diritti iscritti nella legge sono spesso ignorati in pratica.

Secondo i rapporti nelle NU e delle organizzazioni di ricerca, quasi la metà delle donne imprigionate in Afghanistan, circa 400, sono in galera per i cosiddetti “crimini morali”, come il sesso fuori dal matrimonio o il fuggire dai propri mariti, sebbene quest’ultimo non sia un reato neppure per la legge afgana. Sembra che le riforme legali non siano state d’aiuto, dice ancora Barr, e aggiunge: “Questo è davvero emblematico delle promesse fatte alle donne afgane nel 2001: stanno scoprendo durante gli anni che non erano affatto delle promesse, o che sono delle promesse non mantenute.”

L’altra storia narrata nel film rivela i problemi che le donne incontrano con la giustizia. La 26enne è scappata da un marito che la picchiava regolarmente. L’ha aiutata a fuggire un giovane uomo che lei dice di amare, ma con cui non ha mai avuto rapporti sessuali. Ad ogni modo è stata arrestata ed imprigionata per adulterio, che in Afghanistan è anch’esso un crimine. La polizia sostiene che la giovane è colpevole perché non è vergine, ignorando il fatto che era già sposata. La sua condanna è stata di 6 anni. Il suo ragazzo è rinchiuso nella prigione maschile adiacente. Un muro impedisce loro di vedersi, ma si passano messaggi tramite le guardie carcerarie.

L’Unione Europea commissionò il film verso la fine del 2010, come progetto per occuparsi dei diritti delle donne in Afghanistan, secondo i documenti ottenuti da Associated Press. Le registe suggerirono il tema delle donne imprigionate per i cosiddetti “crimini morali” e l’UE accettò, stanziando circa 70.000 euro (o 96.000 secondo altre fonti confidenziali) per i costi di produzione. Poi, nel febbraio di quest’anno, l’Unione Europea cambiò idea, sostenendo che il documentario avrebbe danneggiato le due donne. Le negoziazioni fra la compagnia di produzione, Development Pictures, e l’UE si sono trascinate per mesi. Un e-mail mandata ai produttori in marzo indica due preoccupazioni: la sicurezza dei soggetti e la possibilità di creare problemi con il governo afgano. “La delegazione (UE) deve anche considerare le proprie relazioni con le istituzioni legali in connessione con l’altro lavoro che sta svolgendo nel settore.”, si legge nella e-mail a firma di Zoe Leffler, che supervisiona il progetto per le Nazioni Unite. In giugno, l’UE decide di non far uscire il film.

“L’Unione Europea ha deciso di ritirare il documentario solo perché vi erano reali preoccupazioni per la sicurezza delle donne in esso ritratte. Il loro benessere era e continua ad essere la considerazione principale in questa faccenda.”: questa è la dichiarazione fornita dall’UE ad Associated Press.

AP ha ottenuto le trascrizioni delle interviste in cui le donne davano il loro consenso a prender parte al film se esso fosse stato mostrato solo fuori dal paese. L’UE ha pensato che vi fosse comunque il rischio che il film finisse su Internet, rendendolo così disponibile in Afghanistan. Chi ha realizzato il documentario sostiene che dovrebbero essere le donne a decidere: “Ogni potenziale rischio per le donne dev’essere bilanciato con il loro espresso desiderio di raccontare le loro storie, e noi abbiamo il loro consenso informato a fare ciò.”, dice la regista Clementine Malpas, “Alla fine è una decisione loro, e noi ammiriamo lo schietto coraggio con cui hanno parlato. Non spetta noi mettere un veto alle loro voci.” Malpas ed altre persone coinvolte nella produzione hanno declinato l’invito a commentare ulteriormente, poiché sono vincolate per contratto a non discutere le negoziazioni con l’Unione Europea.

La 19enne vittima di stupro ha detto ad Associated Press di aver avuto la speranza che portando attenzione sul proprio caso sarebbe stata rilasciata. Ora quella speranza sta svanendo, dice, e sta considerando l’idea di sposare il proprio violentatore pur di poter uscire di prigione. Il suo stupratore le sta facendo pressioni affinché smetta di farsi intervistare, ha aggiunto, spiegando perché non vuole che il suo nome o la sua fotografia appaiano in questo articolo

Nel frattempo, vi è nella comunità internazionale pro diritti umani la sensazione che un’opportunità di parlare di un’istanza importante sia andata perduta. Georgette Gagnon, che dirige le politiche relative ai diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, dice che è particolarmente urgente parlare delle donne ingiustamente imprigionate in questo momento, prima che le risorse internazionali dirette all’Afghanistan si assottiglino con il ritiro delle truppe. “E’ ora o mai più.”, ha detto Gagnon, “Abbiamo un paio d’anni prima che il denaro, la copertura dei media ed il sostegno si riducano grandemente.”

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: