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suad

“Alla marcia di oggi c’era un fantastico miscuglio di donne e uomini, di giovani e anziani, che si ascoltavano reciprocamente, celebravano conquiste e chiedevano una maggiore eguaglianza di genere. E’ stato stimolante vedere migliaia di persone insieme sulle strade della Tunisia a mandare il chiaro messaggio che l’eguaglianza nei diritti ereditari per le donne non è un privilegio, ma un diritto umano. Questa marcia segna un momento storico del movimento per i diritti delle donne nella regione, con la Tunisia che ancora una volta apre la strada. Penso vedremo una reazione a catena ovunque, con le donne che si sentiranno incoraggiate a cominciare a sfidare l’ingiusta legislazione sui diritti ereditari nei loro propri paesi.”

Suad Abu-Dayyeh (in immagine sopra), di Equality Now, dopo la dimostrazione del 10 marzo scorso, in cui a Tunisi 4.000 persone – in maggioranza donne – hanno sfilato dietro lo striscione “Eguaglianza. Un diritto, non un privilegio” e hanno chiuso la marcia davanti al palazzo del parlamento.

tunisia 10 marzo 2018

L’eredità è un soggetto spinoso nei paesi arabi, perchè sul Corano sta scritto che le femmine devono ereditare la metà rispetto ai loro fratelli maschi e c’è sempre qualche eminente studioso islamico che ravvisa un grave peccato nel trattare le donne da esseri umani quali esse sono. Equality Now dice che la vera minaccia nell’avere eguali diritti è quella diretta alla struttura patriarcale della società.

tunisia 10 marzo 2018 - 2

Maria G. Di Rienzo

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(“How can we use our voices more effectively? Navigating narratives, privilege and power”, di Aya Chebbi per ACEVO – 30 things to think about, 25 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.

Aya Chebbi – in immagine – è un’attivista femminista tunisina, tra le altre cose fondatrice e presidente dell’Afrika Youth Movement. Avevo già scritto di lei qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/12/06/se-nasco-di-nuovo/ )

aya

Per fare la differenza, in un mondo che sta cambiando moltissimo, dobbiamo essere in grado di maneggiare le narrazioni, il privilegio e il potere.

Narrazioni

Per i prossimi decenni, il mondo continuerà a essere costruito attorno alle narrazioni.

Chi dà forma alle narrazioni? E quali voci sono udite?

Prendete come esempio i giovani. L’anno scorso ho fatto ricerca sulla radicalizzazione giovanile, portando avanti uno comparato fra il reclutamento di Al-Shabaab in Kenya e quello di Daesh in Tunisia. La mia scoperta più importante è stata che la narrativa della vittimizzazione della gioventù marginalizzata sta contribuendo alla radicalizzazione della gioventù stessa.

La narrativa della vittimizzazione è usata dai gruppi estremisti per il reclutamento e per mantenere il sostegno che hanno. Molti giovani hanno interiorizzato l’idea di essere marginalizzati e sono percepiti come eroici quando si uniscono a questi gruppi violenti.

Dobbiamo chiedere a noi stessi: stiamo contribuendo a narrazioni di responsabilizzazione / legittimazione o di immiserimento? Offriamo contro-narrazioni o creiamo nuove narrazioni sulla leadership, la partecipazione e la rappresentanza della gioventù?

Ci sono attualmente due modi in cui il settore dedicato allo sviluppo parla dei giovani – come beneficiari dello “sviluppo della gioventù” o come partecipanti allo “sviluppo guidato dalla gioventù.” Spesso non è chiaro se, come gruppo, i giovani siano ritratti come problema o come soluzione.

Il numero dei giovani raddoppierà nei prossimi decenni. Il primo passo per potenziare la gioventù è cambiare la narrazione, andando dai giovani come soggetti dello sviluppo a elementi motore dello sviluppo. Più generalmente, siamo esposti in modo regolare a narrazioni di misoginia, violenza e sfruttamento, a volte senza alcune visione alternativa del mondo.

Le narrazioni diventano un luogo di appartenenza e identità per molti. E’ cruciale fornire narrazioni alternative per le sfide attuali e l’ignoto futuro. Per esempio, come si manifesta la dignità in narrazioni che degradano gli esseri umani?

Privilegio

Se stai leggendo questo, significa che sei uno/a del 52% delle persone che ha il privilegio di essere online.

Il 48% della popolazione mondiale è offline. Noi possiamo parlare della trasformazione digitale come di una forza innovativa, ma il digitale è anche uno spazio privilegiato, chiuso, elitario. L’informazione è potere e il potere è largamente diseguale, dipendendo da chi può avere accesso all’informazione e controllare la connettività e chi non può.

Quelli che non sono connessi possono essere invisibili, fuori dal raggio della rivoluzione digitale.

Quelli di noi che sono online hanno la responsabilità e l’opportunità di fare la differenza. Far sentire le nostre voci non significa che stiamo parlando per conto di tutti. Significa invece alzare e amplificare le voci di chi è più vulnerabile.

Lo spazio online può essere un respiro di libertà, specialmente nelle società repressive e nei luoghi della società civile. Tuttavia, dobbiamo cercare di prevedere quando il divario digitale si amplierà o si chiuderà.

E cosa stiamo facendo su questo in relazione al genere? O allo sviluppo? Quali sono gli spazi di cui abbiamo bisogno online e offline, per assicurarci che i privilegi dell’accessibilità diventino diritto per tutti? E’ come rendere la cultura accessibile a chiunque e non solo a quelli che possono permettersi i festival.

Potere

Per fare la differenza, dobbiamo credere nel potere delle persone. Il loro potere non di guardare il sistema e lamentarsene, ma di cambiarlo. Il loro potere di migliorare l’umanità e non di distruggerla. Il loro potere che le guida, a partire da un luogo d’amore, a portare guarigione ovunque e a riparare gli spazi spezzati del nostro mondo.

Il potere più forte della nostra era è la solidarietà transnazionale. C’è il potere politico, il potere economico e c’è il potere del lavorare insieme per affrettare il cambiamento con gli attrezzi e i talenti che abbiamo acquisito. Nel mondo globalizzato con le sue varie sfumature di oppressione, le nostri voci saranno efficaci solo se sono unite e disposte a collaborare.

Nel mentre il mondo diventa un villaggio globale, il controllo delle frontiere cresce, dipingendo un futuro incerto. Il legame della solidarietà può essere forgiato o distrutto. Perciò, più costruiamo sul potere della solidarietà, più saremo pronti per il futuro. Le lotte dei prossimi decenni richiederanno la solidarietà transnazionale.

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Poster Tunisi

“Cinque minuti dopo la tua nascita, decideranno il tuo nome, la tua nazionalità, la tua religione, la tua sessualità e la tua comunità… e tu lotterai tutta la vita per cose che non hai scelto e che difenderai stupidamente.”

Questo diceva il manifesto della seconda edizione del Festival Internazionale dell’Arte Femminista di Chouftounhonna – Tunisia – nel maggio 2016.

Lo spettro delle arti presenti al festival è ampio e variegato: dalla pittura alla ceramica, dal teatro all’improvvisazione poetica, dai fumetti alla fotografia ai collage… passando praticamente per qualsiasi sfumatura specifica vi venga in mente.

Chouftounhonna è un’iniziativa di “Chouf Minorities”, un’organizzazione femminista che l’ha ideata per “permettere alle donne tunisine e alle minoranze sessuali un ambiente sicuro in cui le persone possono esprimersi liberamente e lavorare sullo sviluppo delle proprie potenzialità”.

Quest’anno la terza edizione si terrà nei giorni 7-8-9 settembre 2017. La data in cui chiedere di presentare i propri lavori è purtroppo passata (30 marzo) ma almeno avete un’idea in più su dove trascorrere i giorni di ferie che vi restano (molte artiste tengono seminari, approfittatene!). Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “100 Women 2016: Female Arab cartoonists challenge authority” – BBC News 28 novembre 2016; articolo di Severine Dieudonne e Naomi Scherbel-Ball, video di Dina Demrdash. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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“Ciò che rappresenta meglio la “custodia” maschile delle donne nel nostro paese è la questione delle giovani spose. – dice la vignettista egiziana, pluri-premiata, Doaa el-Adl – C’è questo trend per cui uomini abbienti, provenienti dagli stati del Golfo, si recano nelle aree rurali impoverite dell’Egitto per trovare “spose a tempo determinato” molto più giovani di loro.” Anche se giovani, per la legge egiziana, significa almeno 18enni, sono i capi maschi della loro famiglia a decidere di darle come mogli a uomini stranieri: se uno di questi ultimi vuole una ragazza che sia più giovane di lui di oltre 25 anni il prezzo pagato ai familiari è di circa 5.800 euro (che per un petroliere sono spiccioli, ma per contadini ridotti in povertà è cifra più che appetibile). Nella maggior parte dei casi, la “sposa” acquistata in questo modo viene abbandonata dopo un breve periodo di utilizzo.

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Doaa el-Adl

“Quando ho cominciato a pubblicare i miei disegni l’ho fatto in modo così anonimo che tutti presumevano io fossi un uomo. – dice la fumettista tunisina Nadia Khiari – Non riuscivano a immaginare che una donna potesse saper disegnare, figuriamoci produrre personaggi umoristici e arguti.” Nadia è la creatrice di “Willis di Tunisi”, un gatto le cui avventure a fumetti forniscono un caustico resoconto su come si vive nella Tunisia post-rivoluzionaria.

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– Vostra figlia è stata picchiata e stuprata! Ma il suo stupratore vuole sposarla…

– Sollievo! Il nostro onore è salvo!

La sua vignetta è ispirata a quel che un conduttore di talk show televisivo ha detto nello scorso ottobre (poi è stato sospeso), sulla vicenda di una ragazza che ha subito anni di abusi sessuali da parte di tre parenti: essendo infine rimasta incinta, il conduttore suggeriva che avrebbe dovuto sposare uno dei tre. Quest’attitudine persiste, spiega Nadia Khiari, nonostante la nuova legislazione introdotta nel 2014 che include l’eguaglianza di genere nella Costituzione post “Primavera araba”: “Il corpo di una donna appartiene alla sua famiglia e anche se ha subito violenza sessuale è l’onore della famiglia che dev’essere preservato a ogni costo. L’Amministrazione tunisina non riconosce lo stupro per quel che è, non lo vede come un crimine grave.”

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Nadia Khiari

Riham Elhour è stata la prima vignettista in assoluto a essere pubblicata dalla stampa marocchina. Il suo compleanno cade nel Giorno Internazionale delle Donne, l’8 marzo, e lei dice di essere “nata femminista”. Disegnare, che era cominciato come un hobby nell’infanzia, è diventata la sua professione quando ha vinto un premio dell’Unesco più di 15 anni fa.

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Il tema che ha scelto per il suo fumetto è il viaggio all’estero e il fatto che numerosi uomini marocchini impediscono alle loro mogli di recarsi fuori dal paese usando la legge. Nonostante molte leggi sulla “custodia” maschile delle donne siano state cancellate da riforme del 2004 e del 2014, le donne in Marocco hanno ancora bisogno in determinate condizioni del permesso formale dei loro mariti per lasciare il paese: “Gli uomini usano questo per controllare le vite delle donne.”, attesta Riham, che è ancora l’unica donna vignettista del giornale per cui lavora. Ma resta fermamente convinta che tramite l’arte si possa cambiare il modo in cui le donne sono viste in Marocco: “Voglio che i miei disegni sollecitino le donne a lottare per i loro diritti. Non voglio che si limitino a lamentarsi della situazione. Io sono una lottatrice. Tutte le donne lo sono.”

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Riham Elhour

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tunisi

Devo assolutamente ringraziare questa splendida signora di cui non so neppure il nome. E per una cosa un po’ strana, tra l’altro. Devo ringraziarla per avermi fatto venire le lacrime agli occhi – lacrime di felicità e di sollievo – non appena ho visto la sua immagine.

La signora ha aperto le danze delle donne tunisine, ieri 24 marzo 2015, davanti al Museo Bardo: quello dove un attacco terroristico ha ucciso venti persone la settimana scorsa. In occasione della riapertura del Museo, le donne di Tunisi hanno celebrato la vita, la resistenza, la perseveranza, l’essere insieme e l’esserci ancora, l’essere insieme ancora, per scelta e con gioia e in tutta l’energia sublime di piedi danzanti. Un terremoto causato da corpi di donne in movimento, così forte e insieme così gentile che rovescerà sottosopra questo pianeta. Vi amo tutte, amo in profonda gratitudine e profondo rispetto ogni singolo centimetro di ciascuna di voi. Maria G. Di Rienzo

(L’immagine è di Zoubeir Souissi per Reuters.)

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“Io voglio sostenere ed accelerare il sorgere della consapevolezza femminile. Voglio promuovere il potere delle donne. Uno degli attrezzi che uso per questo è il più antico rituale femminile al mondo che sia stato tramandato. Si chiama Raqsat Al Ilaha e cioè Danza della Dea, oppure Raqsat Al Wilada, Danza della Nascita. In occidente si conosce questo rituale come… danza del ventre! Ma “danza del ventre” è un termine coniato proprio in occidente: è la traduzione dal francese “danse du ventre”, il nome dato alla danza dai viaggiatori europei che per primi la incontrarono. Non è abbondantemente ora che le donne entrino orgogliosamente nell’arena del potere, non come duplicati degli uomini, ma come dee gioiose che desiderano partecipare all’innovazione ed al cambiamento del mondo?”

Così Kaouthar Darmoni, tunisina-olandese, assistente docente in “Genere e Media” all’Università di Amsterdam, pedagogista e terapeuta, ricercatrice sulle danze tradizionali in una dozzina di paesi dal Medioriente all’Africa del nord, spiega perché ha fondato il centro “Kaouthar Feminine Capital & Goddess Dance”. La musica e il ballo sono per lei “ponti di comunicazione” fra culture e ritiene che i “ponti” forniti dalle danze delle dea siano molto validi in questo senso, nonché un’eredità umana che se non preservata rischia di sparire a causa della modernizzazione e dei fondamentalismi.

kaouthar darmoni

Dice ancora Kaouthar: “La Danza del ventre della Dea, come io la chiamo, ha una lunga storia. Nata per celebrare la Madre Terra, metteva in scena i movimenti che rendono possibile il parto. Per tutta la preistoria le donne hanno danzato con altre donne in cerimonie sacre. La Danza della Dea era intesa a connettere le donne con il loro potere di essere fertili e a ristorare i muscoli del corpo e della vagina dopo il parto. Un’altra sua funzione era sociale: il creare tramite la celebrazione solidarietà, amicizia e intimità fra donne. Ma la funzione principale era l’ottenere sostegno spirituale e fisico per il parto. Le donne si ancoravano alla terra tramite la danza a piedi nudi, mandavano la loro forza nella terra tramite le loro anche. Tendendo e rilassando lo stomaco e i muscoli genitali, imitavano i vitali movimenti del travaglio. La danza addestrava le donne ad essere forti e concentrate e allo stesso tempo gentili: questa è la dualità che è necessaria durante un parto.

Quando 4.000 anni fa le religioni patriarcali si imposero, la danza fu trasformata in intrattenimento. Durante l’Impero Ottomano, danzatrici gitane erano assunte per intrattenere le donne degli harem, continuando la tradizione di donne che danzavano esclusivamente per altre donne. Al termine dell’Impero Ottomano alle donne fu permesso di nuovo danzare in pubblico, questa volta sia per le loro simili sia per gli uomini. I pittori europei scoprirono la danza della Dea nel 18° secolo, durante la loro “febbre” orientalista, e la introdussero in occidente dove, affascinati dai ventri esposti, la chiamarono “danza del ventre”. Da allora è stata vista e usata come “stimolo sessuale”, specialmente nel cinema di Hollywood, invece che come danza, come arte. Questa immagine artificiosa, non la danza in sé, è per molti disagevole o disturbante.

La Danza del ventre della Dea è per TUTTE le donne. Giovani e anziane. Figure ampie e figure sottili. Il vostro peso non conta niente, quel che è importante è come esprimete i vostri sentimenti e la vostra passione nella danza. Si tratta di una forma di danza gentile e intensa; se fatta correttamente protegge le giunture e la spina dorsale, migliora la flessibilità e la capacità cardiovascolare, tonifica i muscoli. Il muovere quest’area del corpo, il ventre, in modi piacevoli, con ondulazioni e figure a “otto”, anziché con strappi e torsioni, è un tale cambiamento di attitudine che ha effetti immediati anche sull’autostima. Questa danza è l’esatto contrario dell’aerobica o del balletto classico, dove c’è un’enorme pressione sociale ad essere magre e dove i movimenti sembrano “strambi” se non lo sei: nella Danza della Dea ogni corpo è elegante, aggraziato e forte. Danzarla crea un’oasi in cui liberarsi dalle pressioni e dallo stress, crea pace dentro di noi, che è il primo passo per creare pace attorno a noi.” Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The right to be a woman”, di Aya Chebbi, tunisina, co-fondatrice di United Women For Peace – Donne unite per la pace, dicembre 2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

aya chebbi

Veniamo da ogni angolo del globo. Abbiamo alle spalle retroscena diversi. Parliamo lingue differenti e abbiamo differenti nazionalità. Pure, sfortunatamente, come donne soffriamo a causa delle stesse diseguaglianze e della stessa violenza basata sul genere, ovunque nel mondo.

Questa violenza comincia molto presto per alcune di noi. Ha inizio mentre stiamo ancora fluttuando nella sicurezza del ventre di nostra madre, mentre all’esterno nostro padre, il resto della famiglia e la comunità dichiarano di preferire un maschio, un figlio. La violenza prosegue mentre raggiungiamo l’età adulta e scopriamo di essere giudicate e punite dalla società per la sola ragione che siamo donne.

In Tunisia, noi donne siamo vittime di questa violenza nonostante noi si abbia lottato per la dignità e la libertà fianco fianco con gli uomini, per la stessa causa. Durante la rivoluzione tunisina il corpo di una donna divenne una minaccia alla sua stessa esistenza. Subito dopo la fuga dal paese dell’ex Presidente, ci si diede al rapimento e allo stupro di ragazze. Questo comportamento divenne così “normale” che uomini e ragazzi ci scherzavano sopra su Facebook. Dicevano: “Le ragazze che oggi non vengono rapite sappiano di non essere belle.” Per loro è divertente, perché non hanno mai fatto esperienza di uno stupro, non sanno quanto costa alla psiche, per non dire al corpo.

Da allora, la polizia si è avvantaggiata del caos. I poliziotti hanno colto ogni occasione per molestare sessualmente le donne – dal toccarle al violentarle, dal picchiarle all’insultarle. Alcuni di loro agivano in gruppo, come gang, per infliggere violenze alle donne, come è accaduto ancora lo scorso settembre. Prima della rivoluzione, per fare un esempio, non mi sentivo sicura di poter camminare da sola per strada alle tre di notte senza essere insultata o stuprata. Durante lo scorso anno di sollevazioni, una donna poteva dirsi fortunata se non la picchiavano e non la stupravano in pieno giorno, ogni giorno.

Questa violenza è globale. Le donne soffrono di diversi tipi di violenza di genere in nome della tradizione e della cultura, o con il pretesto degli insegnamenti religiosi, o durante e dopo i conflitti, le guerre, le crisi politiche ed economiche. Questa violenza è vocale. Ci circonda con i sussurri delle nostre società. Come donna, ho sentito gli stessi argomenti sessisti ovunque, anche quando ho visitato quelle che si suppone essere le democrazie mondiali in cui i diritti delle donne sono garantiti. Le battute sono uguali dappertutto. Un amico americano mi dice “Sei una femmina, non puoi guidare l’automobile!”; il mio ex, nel momento in cui la nostra relazione era arrivata al fidanzamento, mi ha di colpo chiesto: “Ma sai cucinare?” Perché? E’ questo il ruolo delle donne, nella vita?

Tuttavia rifiuto di lasciarmi deprimere dalle attitudini patriarcali. La diseguaglianza di genere la fronteggiamo e sfidiamo ogni giorno a scuola, in casa e sul lavoro: perché chiediamo che il nostro lavoro sia valutato in maniera eguale, perché chiediamo il diritto di guidare un’auto, di occuparci dei nostri affari, di scegliere i nostri compagni, come gli uomini fanno. Io ho la sensazione che tali questioni possano essere risolte tramite il dialogo e il dibattito, ma che ne facciamo dell’enorme quantità di violenza sessuale e di genere, e dei suoi effetti sulle donne? Non dobbiamo più essere solo le vittime: è nostro compito come donne diffondere informazioni, proteggere le altre donne e aiutarle a capire che sono nate con diritti e libertà inalienabili.

E’ sempre difficile convincere le donne a parlare apertamente delle loro esperienze, soprattutto se si tratta di violenze sessuali subite da parte della polizia o delle autorità. Alle donne si è insegnato che la legge e la società prenderanno le parti del violatore, e non di chi è violato, se quest’ultimo è una donna. Questo va avanti ancora oggi: pensate solo alla donna tunisina arrestata di recente e accusata di “indecenza pubblica” perché è stata stuprata da un gruppo di agenti di polizia! E nonostante tutto, sono orgogliosa di dire che le donne tunisine hanno partecipato e stanno attivamente partecipando alla nostra rivoluzione. Le donne sono state fra le prime a sollevarsi ed erano presenti in tutti i momenti cruciali. Siamo state dimostranti, giornaliste, volontarie, osservatrici alle elezioni, attiviste… anche vivendo nella paura della violenza da quando scendevamo dall’autobus a quando arrivavamo in piazza a manifestare.

Ma vorrei lasciarvi su una nota positiva. Una volta, un’amica yemenita mi ha chiesto: “Se nasci di nuovo vorresti essere un uomo o una donna?” Io ho risposto immediatamente: “Sarò una donna!” Una donna orgogliosa dà prova di se stessa ogni giorno e cambia la sua comunità. Anche TU, donna che leggi, dovresti essere orgogliosa di essere donna. Non è il tuo sesso che deve cambiare, ma la società in cui vivi.

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Gillian Schutte è una scrittrice, poeta, giornalista, regista sudafricana, co-fondatrice di Media for Justice: www.mediaforjustice.net

Il 3 ottobre scorso, annunciando la sua adesione a “One billion rising”  www.onebillionrising.org, ha detto tra l’altro: “La danza è usata come mezzo di protesta in molti luoghi del mondo. In Sudafrica, per esempio, canti e balli sono sempre stati intrinseci alle dimostrazioni pro diritti umani e sono spesso guidati da donne. La danza indica libertà del corpo, della mente e dell’anima. E’ un atto allo stesso tempo celebratorio e ribelle poiché parla di libertà di movimento, di una relazione non restritttiva con il corpo ed è l’antitesi di un corpo oppresso, limitato e violato. E’ essenzialmente non patriarcale e si ribella contro il controllo patriarcale del corpo femminile. (…) Le danze, i carnevali, le celebrazioni, sono state usate attraverso la storia, in molte diverse culture del mondo, per destabilizzare leadership repressive o draconiane: e sono destabilizzanti in quanto dimostrazioni di disobbedienza civile che non possono essere contenute o classificate come aggressive. Questa faccenda non tratta di donne che ballano. Tratta di una rivoluzione.”

Danza e canto in Sudafrica, durante la protesta contro la polizia per aver aperto il fuoco su minatori in sciopero, uccidendone 34

Di “One billion raising”, la nuova iniziativa di Eve Ensler e V-Day contro la violenza diretta alle donne, vi ho già parlato in un post precedente. La coordinatrice dell’evento in Italia è Nicoletta Corradini del Comitato V-Day di Modena che mi ha gentilmente fornito i seguenti indirizzi (io non ho una pagina Facebook, ma immagino che la maggioranza di voi che leggete ce l’abbia e possa dare un’occhiata):

https://www.facebook.com/#!/vday

https://www.facebook.com/groups/50471665887/permalink/10151087868175888/#!/groups/50471665887/

Danza di protesta in Israele contro l’esclusione delle donne voluta dagli ultra-ortodossi

E qui c’è il link al video

http://www.youtube.com/watch?v=gl2AO-7Vlzk&feature=youtu.be

Tunisia, le donne cantano contro la nuova Costituzione che le definisce “complementari all’uomo”. Il cartello recita: Non toccate i miei diritti

Non vedo l’ora che arrivi il 14 febbraio! Maria G. Di Rienzo

“Giù le mani dalla mia vagina” è il titolo della canzone su cui le donne stanno cantando e ballando, contro le norme invasive e restrittive sulla loro salute riproduttiva

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Intervista a Karima Bennoune (di Anna Louie Sussman, per Women in the World Foundation, 6.6.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Non arrendersi mai.” Questo l’avvocata Karima Bennoune, esperta di diritto internazionale in relazione ai diritti umani, attivista di lungo corso per i diritti delle donne, dice di aver imparato da suo padre, attivista e dissidente algerino che aveva combattuto nella guerra per l’indipendenza del paese. Successivamente, divenne uno dei principali critici dei fondamentalisti algerini, un’istanza che Karima ha preso su di sé. “Sino alla fine della sua vita mio padre non smise di tenere incontri e conferenze. Era a stento in grado di parlare a causa dei suoi problemi di salute, ma non intendeva arrendersi.” Docente universitaria, collaboratrice regolare del quotidiano “The Guardian”, Karima sta attualmente lavorando ad un libro dal titolo “La vostra fatwa non si applica qui.”: tratta di quei musulmani in tutto il mondo che si stanno opponendo ai fondamentalismi.

Tu hai scritto che la laicità e la separazione fra legge e religione sono cruciali per proteggere i diritti delle donne. Ci sono però gruppi che usano interpretazioni progressiste dei testi religiosi per sostenere i loro argomenti in contesti locali. Tu cosa pensi di questa strategia?

Io faccio parte del direttivo della rete “Women Living Under Muslim Laws” (WLUML – “Donne che vivono sotto le leggi musulmane”). Una delle ragioni per cui ritengo significativo lavorare con questa organizzazione è che essa mette insieme donne che stanno usando una vasta gamma di strategie: laiche, basate sui diritti umani universali, o sull’interpretazione progressista e la reinterpretazione della religione. Certamente non vedo le due cose come contraddittorie ma sono infastidita da quel che noto a livello internazionale, una cosa che potremmo chiamare “eccezionalismo islamico” come mi ha detto un’attivista iraniana. Quest’attitudine sembra progressista, ma in effetti finisce per indebolire le persone che lavorano sul campo, che magari hanno una fede personale ma stanno usando argomentazioni laiche per raggiungere i loro scopi. Rispetto chi ha strategie multiple, ma quando guardo a ciò che sta succedendo nell’Africa del nord sono sempre più convinta che la laicità è la chiave per l’ottenimento nella regione di diritti umani e di diritti per le donne in particolare.

Chi sono le persone che descrivi nel libro a cui stai lavorando e che si oppongono ai fondamentalismi?

Il libro inizia con la storia di mio padre, minacciato di morte da gruppi armati fondamentalisti negli anni ’90. A causa di ciò smise di insegnare all’Università, ma non lasciò l’Algeria, ne’ smise di scrivere o parlare. L’unica cosa che cambiò fu la casa in cui abitava, perché aveva trovato sul tavolo della cucina un biglietto con su scritto “Considerati morto”. Una delle cose che lo demoralizzava profondamente era la scarsità della solidarietà internazionale, in special modo l’atteggiamento di molte persone sedicenti progressiste: costoro pensavano e pensano di dover essere di sostegno ai fondamentalisti perché questi si dichiarano anti-imperialisti, o qualcosa del genere, nel mentre hanno per bersagli gli individui progressisti locali. Per cui, il libro nasce dal tentativo di capire perché le persone come mio padre sono ignorate e dal desiderio di portare le loro storie ad un pubblico più vasto. La gente si chiede: “Ma dove sono i musulmani contrari all’estremismo?”. Sono dappertutto, ma nessuno presta loro attenzione.

Io ho intervistato oltre 250 persone provenienti da più di venti paesi. Sono andata in Senegal, in Nigeria, nei Territori Palestinesi, in Afghanistan e in Pakistan. Ho parlato con gli algerini della diaspora in Francia. Sono stata in Russia ed ho incontrato persone da tutta l’Asia centrale e dal Caucaso. Sono in partenza questa settimana per il Canada e l’Algeria. Ho parlato con un’ampia gamma di persone. Naturalmente sono diverse, tu noteresti la differenza se ad esempio andassi nelle Filippine e in Italia per capire le diverse prospettive di persone con un background cristiano.

Una delle cose su cui i fondamentalisti musulmani e cristiani si stanno davvero impegnando è l’organizzarsi a livello internazionale e stabilire connessioni: hanno una grande disponibilità finanziaria per farlo. Chi si oppone ai fondamentalisti non ha questo tipo di sostegno. Ci sono reti come WLUML, per esempio, ma non sono neppure paragonabili. Parte del mio progetto è il tentativo di mettere queste persone in contatto le une con le altre e di fare in modo che siano ascoltate a livello internazionale. Sono dappertutto: avvocati e medici e gente comune, contadini algerini che sono stati vittime del terrorismo fondamentalista negli anni ’90, organizzatori comunitari a tempo pieno e volontari.

Perché sono stati ignorati sino ad ora?

Non sono sicura del perché, ma penso ci siano un paio di ragioni. Ad esempio, è molto più facile essere ascoltati se si assume una posizione estrema. Se la tua posizione è ragionevole è molto più difficile ottenere l’ascolto. Le esplosioni riverberano, letteralmente, ma le persone che lavorano quietamente contro di esse fanno molta più fatica a raggiungere le prime pagine dei giornali.

Un’altra ragione è che non rispondono alle aspettative. Si battono per i diritti umani, o per interpretazioni dell’Islam in cui l’indossare un fazzoletto in testa è opzionale e la violenza di genere contraria agli insegnamenti: non rispondono agli stereotipi che la gente di destra e quella di sinistra hanno rispetto ai musulmani. Perciò sono sconvenienti, fuori tema. Di solito sono anche persone molto critiche sulle politiche occidentali e questa può essere in parte un’altra ragione per non ascoltarli.

Io ritengo assolutamente necessario ascoltare queste persone, imparare dal loro lavoro e dalle loro esperienze, e trovare modi sensati con cui sostenere il loro lavoro: almeno, non minare quel che stanno facendo. Per cui sono stata molto attenta a non generalizzare. La cosa interessante è che, praticamente in tutti i contesti, questi attivisti hanno identificato la crescita dei fondamentalismi come uno dei maggiori pericoli per i diritti umani.

Negli Usa è in atto una specie di contrattacco sui diritti delle donne e in parte sembra verniciato di religione. Cosa possono apprendere le attiviste di qui dalle persone che tu hai intervistato?

C’è molto da imparare. Le donne tunisine mi hanno davvero impressionata per il modo in cui rifiutano di cedere sulle loro richieste. Sono andata in Tunisia nel marzo 2011, un paio di mesi dopo la caduta di Ben Ali. Eravamo ancora sull’onda di un momento euforico, i fondamentalisti stavano uscendo allo scoperto e diventavano più attivi. Pure, le donne che ho intervistato non intendevano “moderare” nessuna delle loro richieste. Erano di una chiarezza cristallina: volevano una Costituzione laica. In effetti, volevano anche di più! Stavano premendo perché le riserve espresse dalla Tunisia alla CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne – NU 1979) fossero ritirate. E’ stato risposto loro positivamente in via ufficiale, ma la richiesta vera e propria al Segretario Generale delle Nazioni Unite deve ancora arrivare.

Questo è veramente critico: non perdere il punto. Non perdere il punto perché le tue argomentazioni stanno diventando meno popolari e sempre più pressione religiosa si accalca sulla sfera politica.

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(“Why do they hate us?” di Mona Eltahawy, giornalista egiziana, per www.foreignpolicy.com 24.4.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Di Eltahawy ho in precedenza tradotto un’intervista, qui postata il 30.11.2011 con il titolo “La nostra rivoluzione continua”)

In “Vista in distanza di un minareto”, la scomparsa e troppo dimenticata scrittrice egiziana Alifa Rifaat comincia la sua novella mostrando una donna così indifferente al sesso con suo marito che mentre quest’ultimo si concentra sul proprio piacere lei nota una ragnatela che deve spazzare via dal soffitto e rumina sul ripetuto rifiuto dell’uomo di prolungare il coito fino a che anche lei provi un orgasmo, “nel preciso intento di infliggerle una privazione”. Mentre il marito si nega per l’ennesima volta, la chiamata alla preghiera lo interrompe, e lascia la stanza. Dopo essersi lavata la donna si perde in preghiera – e la trova così più soddisfacente del sesso coniugale da non veder l’ora di pregare di nuovo – poi interrompe le sue riflessioni per preparare il caffé al marito. Nel portarglielo e nel versarlo nella tazza di fronte a lui, la donna nota che è morto. Perciò chiede al figlio di andare a chiamare un medico e: “Tornò in soggiorno e si versò del caffé. Era sorpresa dalla propria calma.”

In meno di tre pagine e mezza Rifaat mostra la triade di sesso-morte-religione, è un bulldozer che frantuma la negazione e l’attitudine difensiva per andare al cuore pulsante della misoginia in Medio Oriente. Non c’è modo di zuccherare questa cosa: non ci odiano a causa delle nostre libertà, come vuole lo stanco cliché post 11 settembre americano. Noi non abbiamo libertà perché ci odiano, come questa scrittrice araba dice con forza. Sì: ci odiano. E deve essere detto. Qualcuno potrebbe chiedersi perché tiro fuori la questione ora, mentre la regione si solleva motivata non dall’usuale astio per Stati Uniti ed Israele, ma da una comune richiesta di libertà. Dopotutto, non dovremmo pensare ad ottenere i diritti di base, prima che le donne chiedano un trattamento speciale? E cos’ha a che fare il genere, o se vuoi il sesso, con la Primavera Araba? Ma io non sto parlando del sesso nascosto dagli angoli scuri e dalle camere chiuse. Un intero sistema politico ed economico – un sistema che tratta metà dell’umanità come animali – dev’essere distrutto assieme alle altre più ovvie tirannie che soffocano il futuro della regione. Fino a che la rabbia che investe gli oppressori seduti nei nostri palazzi presidenziali non si estende agli oppressori che abbiamo per le strade e in casa nostra, la nostra rivoluzione non è neppure cominciata.

Perciò: sì, le donne hanno problemi in tutto il mondo; sì, gli Stati Uniti devono ancora eleggere una presidente; sì, le donne continuano ad essere oggettificate nella maggioranza dei paesi “occidentali”… e questo è il modo in cui di solito la conversazione si chiude quando tenti di discutere il perché le società arabe odiano le donne. Ma lasciamo un attimo perdere cosa gli Usa fanno o non fanno alle donne. Nominatemi un paese arabo, ed io vi reciterò una litania di abusi nutriti da una combinazione tossica di cultura e religione che pochi sembrano volere od essere in grado di sciogliere, e chi ci tenta viene rubricato come “blasfemo” e “offensivo”. Ma quando più del 90% delle donne sposate in Egitto – inclusa mia madre e cinque delle sue sei sorelle – hanno avuto i genitali mutilati in nome della modestia, allora dobbiamo sicuramente darci tutte alla blasfemia. Quando le donne egiziane sono soggette ad umilianti “test di verginità” solo per aver parlato a voce alta, non è il momento di stare zitte. Quando un articolo del codice penale egiziano dice che se un marito ha picchiato la moglie “avendo buone intenzioni” lei non può ottenere nessun risarcimento legale, allora che la political correctness vada all’inferno. E cosa sono, di grazia, le “buone intenzioni”? Includono legalmente ogni pestaggio che “non sia grave” o “diretto al volto”.

Questo significa che quando parliamo dello status delle donne in Medio Oriente esso non è migliore di quel che pensavate. E’ molto, molto peggiore. Anche dopo tutte queste “rivoluzioni” è opinione generale che vada tutto bene fino a che le donne sono coperte ed inchiodate nelle case, fino a che alle donne è proibita persino la semplice mobilità di guidare le proprie auto, fino a che le donne sono costrette a chiedere il permesso agli uomini per viaggiare, ed impossibilitate a sposarsi o a divorziare senza l’approvazione del loro “guardiano” maschio. Non c’è un singolo paese arabo che si situi nei primi 100 posti del Rapporto mondiale sul divario di genere. Poveri o ricchi, noi tutti odiamo le nostre donne. I confinanti Arabia Saudita e Yemen, ad esempio, possono essere ad eoni di distanza per quanto riguarda il PIL, ma sono separati di soli quattro posti nella lista summenzionata, con l’Arabia al 131° posto e lo Yemen al 135°: notate bene, su 135 paesi. Il Marocco, spesso lodato per il suo codice familiare “progressista” (un rapporto di “esperti” occidentali del 2005 lo definisce “un esempio per i paesi musulmani che mirino ad integrarsi nella società moderna”) è al 129° posto della lista: secondo il Ministro marocchino della Giustizia, nel 2010 si sono sposate 41.098 ragazzine sotto i 18 anni.

E’ facile vedere perché lo Yemen sia il paese all’ultimo posto; è un paese in cui il 55% delle donne sono analfabete, il 79% non fa parte della forza lavoro, ed un sola donna siede in un Paramento di 301 persone. Le notizie orribili di ragazze dodicenni che muoiono di parto fanno ben poco per arginare la marea dei matrimoni di bambine. Invece, i chierici bollano di apostasia chi si oppone alla pedofilia di stato, perché il Profeta Maometto – secondo loro – sposò la sua seconda moglie Aisha quando lei era bambina. In Arabia Saudita, dove il matrimonio di bambine è pure comune, le donne sono delle minori per tutta la vita, al di là della loro età o della loro istruzione. Le saudite superano di gran lunga i loro coetanei di sesso maschile nei campus universitari, ma sono ridotte al vedere uomini molto meno qualificati di loro controllare ogni aspetto delle loro vite. Sì, questa è l’Arabia Saudita, il paese in cui la sopravvissuta ad uno stupro di gruppo è stata condannata alla galera per “essere salita in un’automobile con un maschio non suo parente” ed ha avuto bisogno della grazia da parte del re per uscirne; il paese in cui una donna che ha infranto il divieto di guidare un’automobile è stata condannata a dieci frustate e di nuovo ha avuto bisogno della grazia; il paese in cui le donne non sono ne’ elettrici ne’ eleggibili ma dove viene considerato un “progresso” il decreto reale che promette di farle votare alle quasi completamente insignificanti elezioni locali, nel – trattenete il fiato – 2015. Le cose vanno così male per le donne in Arabia Saudita che queste minuscole paternalistiche pacche sulle loro spalle sono riportate con enorme delizia, mentre il monarca dietro di esse, Re Abdullah, è salutato come “riformatore”. La risposta del “riformatore” alle sollevazioni esplose attraverso la regione è stata quella di intorpidire il proprio popolo con altre elargizioni governative di questo tipo, soprattutto agli zeloti salafiti da cui la dinastia reale saudita riceve la propria legittimazione. Re Abdullah ha 87 anni. Aspettate solo che salga al trono il suo successore, il Principe Nayef, un uomo uscito direttamente dal Medioevo. La sua misoginia ed il suo bigottismo faranno sembrare Re Abdullah la femminista Susan B. Anthony.

E allora, perché ci odiano? “Perché gli estremisti si concentrino sempre sulle donne resta un mistero, per me.”, ha detto di recente la Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton, “Però lo fanno tutti. Non fa differenza il paese in cui si trovano o la religione che professano. Vogliono tutti controllare le donne.” E Clinton è la rappresentante di un’amministrazione che sostiene apertamente molti di questi despoti misogini. Il tentativo di controllare le donne da parte di tali regimi spesso nasce dal sospetto che, senza controllo, una donna è a un passo dalla ninfomania. Osservate il popolare chierico conservatore e conduttore televisivo Yusuf al-Qaradawi su Al Jazeera: aveva sviluppato uno straordinario attaccamento alle sollevazioni della Primavera Araba – non appena si accorse della loro portata – inflessibilmente convinto che esse avrebbero eliminato i tiranni che a lungo avvevano oppresso lui e la Fratellanza Musulmana da cui lui è spuntato. Potrei tirarvi fuori dalla Fratellanza un po’ di cose sulla Donna Insaziabile Tentatrice ma resto nel mainstream con Qaradawi, che ha un pubblico considerevole, televisivo e non. Sebbene dica che le mutilazioni genitali femminili non sono obbligatorie e abbia persino emanato una fatwa al proposito (attenzione, lui le chiama “circoncisioni”, con un eufemismo che tenta di parificarle alla circoncisione maschile), lui personalmente è “favorevole ad esse, stanti le circostanze del mondo moderno. Chiunque pensi che la circoncisione è il modo migliore di proteggere le sue figlie dovrebbe farlo. L’opinione moderata è in favore del praticare la circoncisione per ridurre le tentazioni.” Perciò, persino tra i “moderati” i genitali delle ragazze devono essere mutilati per assicurarsi che il loro desiderio sia tagliato via quando è ancora in boccio.

Quando l’Egitto ha bandito la pratica nel 2008, non è stato sorprendente che alcuni legislatori della Fratellanza Musulmana si siano opposti, ne’ che alcuni si oppongano tutt’ora, compresa la parlamentare Azza al-Garf. Ma a non sapersi controllare sulle strade sono gli uomini: che si sia in Marocco o nello Yemen la molestia sessuale è endemica ed è per il bene degli uomini che le donne sono incoraggiate a coprirsi. A Il Cairo abbiamo un vagone solo per donne, in metropolitana, per evitare le mani vaganti (o peggio) degli uomini. In Arabia Saudita ci sono innumerevoli “viali per famiglie”, strade che impediscono l’ingresso agli uomini soli. Spesso sentiamo di come le economie disastrate del Medio Oriente stiano impedendo a molti uomini di sposarsi, e c’è persino chi usa quest’argomentazione per spiegare il crescere delle molestie sessuali in strada. Nel 2008, una ricerca del Centro egiziano per i diritti delle donne rivelò che più dell’80% delle egiziane avevano subito molestie sessuali e che più del 60% degli uomini ammetteva tranquillamente di molestarle. Comunque, non abbiamo ancora sentito niente di come le economie collassanti influiscano sul potersi sposare delle donne. Le donne hanno desideri sessuali oppure no? Apparentemente, la Giuria Araba ancora non conosce le basi della biologia umana. Entrate in quella chiamata alla preghiera e nella sublimazione attraverso la religione che la scrittrice Rifaat introduce così brillantemente nel suo racconto. Proprio come i chierici di regime cullano i poveri della regione con promesse di giustizia e di vergini nubili nell’altro mondo, così le donne sono ridotte al silenzio da una combinazione mortale di uomini che le odiano nel mentre reclamano di avere Dio fermamente dalla loro parte.

Torno all’Arabia Saudita, ma non perché quando ho vissuto in questo paese all’età di 15 anni sono stata traumatizzata sino a diventare una femminista (non ho altro modo per descrivere la mia esperienza), ma perché il regno continua indisturbato a venerare un dio misogino e non ne soffre alcuna conseguenza, grazie al doppio vantaggio dell’avere il petrolio e i due luoghi più sacri dell’Islam, la Mecca e Medina. Quando io ero in Arabia Saudita, durante gli anni ’80 e ’90, esattamente come oggi, i chierici in televisione erano ossessionati dalle donne e dai loro orifizi, soprattutto da ciò che può uscire da essi. Non dimenticherò mai quello che disse che se un neonato di sesso maschile ti ha bagnata con la sua pipì puoi pregare indossando gli stessi vestiti, ma se a bagnarti è stata una neonata ti devi cambiare. Cosa ci sarà di così impuro nella pipì di una neonata, mi chiedevo. Ora lo so. Odio per le donne. E quanto le odia, le donne, l’Arabia Saudita? Abbastanza da far morire 15 ragazzine nell’incendio della loro scuola, alla Mecca, nel 2002: la “polizia morale” impedì loro di uscire dall’edificio in fiamme, ed impedì ai vigili del fuoco di salvarle, perché le ragazze non indossavano i fazzoletti e i mantelli che le donne sono obbligate ad indossare negli spazi pubblici. E niente è accaduto. Nessuno è stato processato. I genitori sono stati zittiti.

Tuttavia, questo non è un mero fenomeno saudita. L’odio islamista per le donne divampa attraverso tutta la regione. In Kuwait, dove gli islamisti hanno combattuto per anni contro l’avanzamento delle donne, si sono scagliati con tutti i mezzi contro le quattro che finalmente erano riuscite ad entrare in Parlamento ed hanno richiesto che le due senza fazzoletto indossassero l’hijab. Quando il Parlamento kuwaitiano si è sciolto e ricomposto lo scorso dicembre, un parlamentare islamista ha chiesto alla nuova Camera – priva ora di legislatori di sesso femminile – di discutere la sua proposta di legge su “l’abbigliamento decente”.

In Tunisia, il paese a lungo considerato la cosa più simile al faro della tolleranza nella regione mediorientale, lo scorso autunno il partito islamista Ennahda ha conseguito la maggioranza nel voto per l’Assemblea Costituente. I leader del partito hanno giurato di rispettare la legge tunisina del 1956 sullo status delle persone, una legge che dichiara “il principio di eguaglianza fra uomini e donne” come cittadini e cittadine, e bandisce la poligamia. Ma le docenti e le studentesse universitarie hanno cominciato ad essere assalite e minacciate dagli islamisti subito dopo, perché non portavano l’hijab, e molte attiviste per i diritti umani delle donne si stanno domandando come tutto questo parlare di “legge islamica” influirà sulla legislazione effettiva sotto cui si troveranno a vivere nella Tunisia post-rivoluzione.

In Libia, la prima promessa del capo del governo ad interim, Mustafa Abdel Jalil, fu di non toccare le restrizioni che lo scomparso dittatore libico aveva posto sulla poligamia. In caso stiate pensando a Muammar al-Qaddafi come ad un illuminato di qualche tipo, vi ricordo che sotto il suo regime le bambine e le donne che sopravvivevano agli stupri o che erano sospettate di “crimini morali” venivano scaricate nei “centri di riabilitazione sociale”, vere e proprie galere da cui non potevano uscire a meno che un uomo decidesse di sposarle o i parenti di riprenderle in famiglia. E poi c’è l’Egitto. L’Egitto dove, a meno di un mese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak, la giunta militare che lo ha rimpiazzato – nello sforzo di “proteggere la rivoluzione” – ci ha inavvertitamente ricordato le due rivoluzioni di cui le donne hanno bisogno.

Dopo aver ripulito Piazza Tahrir dai dimostranti, i militari hanno incarcerato dozzine di attivisti femmine e maschi. I tiranni opprimono, picchiano e torturano tutti, lo sappiamo. Ma questi ufficiali hanno riservato un trattamento speciale, il “test di verginità”, alle attiviste: violenza sessuale camuffata da ispezione medica, con un dottore che inseriva le dita nelle loro vagine in cerca di imeni. (Il dottore è stato denunciato e prosciolto senza danni in marzo.) Cosa possono sperare le donne dal nuovo Parlamento egiziano, dominato com’è da uomini fermi al settimo secolo? Un quarto dei seggi parlamentari sono dei salafiti, i quali credono che mimare gli usi e costumi dell’epoca del Profeta Maometto sia una prescrizione adeguata ai tempi odierni. Lo scorso autunno, sui loro manifesti elettorali, i salafiti del parito Nour hanno messo un fiore al posto di ognuna delle facce delle loro candidate. Le donne non devono essere viste o udite, persino le loro voci sono una tentazione, perciò se ne stanno nel Parlamento egiziano, coperte di nero dalla testa ai piedi e non si sognano di spiccicare una parola. Questo nel bel mezzo della rivoluzione egiziana! Una rivoluzione in cui le donne sono morte, sono state picchiate, colpite da armi da fuoco, assalite sessualmente, nel mentre lottavano fianco a fianco con gli uomini per liberare il paese dal Patriarca con la maiuscola, Mubarak: e ancora ci sono così tanti patriarchi con la minuscola ad opprimerci.

La Fratellanza Musulmana, che detiene quasi la metà dei seggi nel nostro nuovo e rivoluzionario Parlamento, non crede che le donne (e nemmeno i cristiani, se è per questo) possano aspirare alla presidenza. La donna che guida il “comitato femminile” del partito ha detto di recente che le donne non dovrebbero protestare o sfilare in manifestazione perchè “è più dignitoso se i loro mariti o i loro fratelli protestano in nome loro”. L’odio per le donne è profondo nella società egiziana. Quelle di noi che hanno marciato e dimostrato hanno dovuto navigare attraverso una marea di aggressioni sessuali, sia da parte degli uomini del regime sia, tristemente, da parte dei nostri compagni rivoluzionari. Quel giorno dello scorso novembre in cui subii le aggressioni sessuali sulla Strada Mohamed Mahmoud (vicino a Piazza Tahrir) da almeno quattro poliziotti antisommossa, ero stata in precedenza molestata da un uomo nella stessa Piazza. E sebbene noi si sia svelte nell’esporre le violenze del regime, quando siamo violate dai nostri civili concittadini subito pensiamo che siano agenti provocatori o delinquenti comuni, perché non vogliamo “macchiare” la rivoluzione.

E allora che c’è da fare? In primo luogo smettiamo di far finta di niente. Chiamiamo l’odio con il suo vero nome. Resistiamo al relativismo culturale essendo consapevoli che persino nei paesi in cui si danno rivoluzioni e sollevazioni le donne restano le merci di scambio più a buon mercato. A voi – al mondo esterno – verrà detto che è la nostra “cultura” o la nostra “religione” a fare questo o quello alle donne. Cercate per favore di capire che quelle definizioni di cultura e religione non sono mai state stabilite dalle donne.

Le sollevazioni arabe possono aver avuto la loro scintilla in un uomo arabo, Mohamed Bouazizi, l’ambulante tunisino che si diede fuoco per disperazione, ma saranno portate a compimento dalle donne arabe. Amina Filali, la ragazza sedicenne che ha bevuto veleno dopo essere stata costretta a sposare il suo stupratore e picchiatore: lei è la nostra Bouazizi. Salwa el-Husseini, la prima donna egiziana ad opporsi ai “test di verginità”; Samira Ibrahim, la prima a denunciarle in tribunale, e Rasha Abdel Rahman, che ha testimoniato al suo fianco, queste sono le nostre Bouazizi. Non abbiamo bisogno che muoiano per essere tali. Manal al-Sharif, che ha passato nove giorni in prigione per aver infranto il bando che il suo paese mette alle donne automobiliste, è la Bouazizi dell’Arabia Saudita. E’ una forza rivoluzionaria composta da una sola donna che si oppone ad un oceano di misoginia. Le nostre rivoluzioni politiche non avranno successo sino a che non saranno accompagnate da rivoluzioni del pensiero: rivoluzioni sociali, sessuali, culturali, che rovescino i Mubarak che abbiamo in testa o nel letto.

Tu lo sai perché ci hanno fatto il test di verginità?”, mi ha chiesto Ibrahim dopo che avevamo marciato per ore, a Il Cairo, lo scorso 8 marzo, per onorare il Giorno Internazionale della Donna. “Vogliono ridurci al silenzio.”, le ho risposto, “Vogliono ricacciare le donne nelle case. Ma noi non ci faremo mandare da nessuna parte.”

Siamo qualcosa di più di un fazzoletto in testa e di un imene. Ascoltate le voci di quelle di noi che stanno lottando. Amplificate le voci della regione e infilate all’odio il dito in un occhio. C’è stato un periodo in cui essere un islamista era la posizione politica più vulnerabile, in Egitto o Tunisia. Sappiate che oggi la posizione politica più difficile è essere donna.

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