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(di Rita Chemaly, 26.6.2012 per Common Ground News Service, trad. Maria G. Di Rienzo. Rita Chemaly è scrittrice e ricercatrice in scienze sociali e politiche, nonché l’autrice del libro “Primavera 2005 in Libano, fra mito e realtà”. Ha vinto il premio per la libertà di stampa “Samir Kassir” nel 2007.)

Un ottimo consiglio da una signora libanese: matrimonio civile, non guerra civile

Negli ultimi giorni, la città di Tripoli è stata il sito di scontri largamente pubblicizzati fra diversi gruppi politici e settari. Tuttavia, mentre queste piccole minoranze combattono fra loro, la maggioranza dei cittadini libanesi si sta opponendo alla violenza, online e nelle strade.

Immediatamente dopo l’inizio degli scontri, attivisti della società civile libanese hanno condannato il diffondersi della violenza attraverso Facebook, Twitter e i blog. Il loro appello all’unità nazionale ed al disarmo della città è circolato online a tempo di record. A partire da questa base di sostegno, gli attivisti hanno creato nuove pagine di social media, molte delle quali hanno raccolto oltre un migliaio di membri.

Questi ordinari cittadini libanesi hanno preso posizione per mostrare che rigettano la violenza, che si stanno organizzando per fermarla e, infine, che rifiutano di stare zitti. Il gruppo Facebook “Tripoli senz’armi!” ha postato un appello alle autorità locali e nazionali in cui si legge: “Noi siamo cittadini che condannano la proliferazione di armi nei quartieri e nelle strade della nostra città, Tripoli. Chiediamo allo stato e a tutte le autorità politiche, amministrative, delle forze di sicurezza e dell’esercito di intraprendere i passi necessari a liberare Tripoli dalle armi che circolano attraverso di essa.” A seguito dell’appello, molti individui con ruoli chiave hanno dichiarato uno “sciopero cittadino” per protestare contro la violenza che ha reclamato molte vite ed hanno tenuto una dimostrazione di fronte al municipio di Tripoli.

I dimostranti sventolavano bandiere libanesi, cantavano l’inno nazionale e chiedevano un responso immediato ai problemi della città: la povertà crescente e la mancanza di sicurezza, che sono visti come fattori in relazione. Hanno chiesto allo stato di provvedere una miglior sicurezza e reiterato la necessità che le milizie di strada siano disarmate. Questa protesta nonviolenta ha portato insieme il Presidente del Consiglio municipale, i membri del Parlamento regionale, leader religiosi di tutte le fedi ed altri membri della società civile. Il loro messaggio era chiaro: il Libano deve tornare a rispettare la legge e provvedere sicurezza per tutti nell’intero paese.

Temendo che la lotta settaria a Tripoli indichi di nuovo il muoversi del paese verso la violenza, altri attivisti della società civile hanno risposto rapidamente creando molteplici iniziative a Beirut. Online, i giovani hanno mostrato il desiderio di unità del paese creando immagini che avevano tutte la stessa didascalia: “Ne’ sunnita ne’ scita, ne’ cristiano ne’ druso, ma libanese”. “La nostra unione è la nostra salvezza” era lo slogan che campeggiava sui gradini del Museo Nazionale di Beirut, mentre sedie bianche con i nomi delle vittime delle recenti violenze, sedie con la bandiera libanese e un largo cartello con la scritta “Ora basta!”, chiedevano il ritorno della pace.

Inoltre, gli intellettuali hanno formato gruppi online per dire no alla guerra in Libano. “La Terza Voce per il Libano” è un esempio di associazione di base che non ha denominazioni o affiliazioni politiche, partitiche e religiose: crea e pubblica i propri documenti contro la guerra e il clientelismo, nonché contro il reclutamento e l’indottrinamento di bambini nelle milizie e nei gruppi estremisti. Organizza dimostrazioni pacifiche in Libano e all’estero per dire no alla violenza e sì alla pace.

La società civile libanese sta chiedendo allo stato di intraprendere una ferma azione contro la violenza e la circolazione di armi, stabilendo condizioni di sicurezza e iniziative di sviluppo sostenibile che contribuiscano a mettere fine alla povertà che diventa un’istigatrice alla violenza. I rischi che il Libano corre ora sono assai concreti. Ma queste azioni collettive provenienti dalla sfaccettata e diversificata società civile libanese mostrano che c’è speranza.

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